mercoledì 16 novembre 2016

Zoo sì, zoo no? Dipende da come sono gestiti ...

Come per la maggior parte dei dilemmi, forse tutti, non si può fornire una risposta univoca e definitiva ... si deve valutare caso per caso. 
Premetto che non sono particolarmente amante dei giardini zoologici, ma ne ho visitato vari che sono ben organizzati, ottimamente tenuti e che sono amministrati da fondazioni che spendono fior di quattrini per la salvaguardia dell’ambiente e di alcune specie animali in particolare.
   
Quest’anno ho visitato lo Zoo di Washington (USA) gestito dalla Smithsonian Foundation e ieri il Loro Parque di Tenerife (gestito dalla Loro Parque Fundación), secondo al mondo per gradimento del pubblico, primo in Europa. In questi ultimi anni ha promosso 109 progetti, in 30 paesi di cinque continenti, con un investimento di quasi 16 milioni di dollari.
   
Entrambi spendono quindi per la ricerca scientifica, preservazione di ambienti particolari, protezione di specie a rischio, ripopolamento e altre attività simili. Per quanto riguarda gli animali, entrambi adottano la politica di avere un numero limitato di esemplari e specie, concedendo loro spazi più ampi di quelli che in passato erano la norma e ricostruendo, per quanto possibile, l’habitat naturale per ciascuna specie.
   
Negli zoo di qualità come i suddetti (per esempio, San Diego, Omaha, Singapore, Zurigo, ecc.) si possono ammirare specie più o meno rare, quasi impossibili da trovare allo stato selvatico e alcune di esse ormai sopravvivono solo in cattività grazie proprio ai giardini zoologici, parchi natura e simili. 
Gli spettacoli ... non sono proprio il meglio dal punto di vista degli animali, ma c’è da dire che molti di quelli che si esibiscono sono nati in cattività e che sono molto predisposti al tipo di compiti ai quali vengono chiamati e, spero tutti convengano su questo punto, sono ben altra cosa rispetto ai circhi. Non si deve dimenticare inoltre che proprio questi show sono quelli che, attirando migliaia di visitatori paganti, permettono di raccogliere cifre considerevoli che poi vengono "investite" in progetti di conservazione e salvaguardia. 
Gli animali sono seguiti da staff di specialisti, si studiano le loro abitudini e loro debolezze, seguono tutti diete ottimali, sono recuperati in caso di ferite, debilitazioni o handicap. 
   
Proprio in merito a quest’ultimo punto è esemplare la storia di Morgan, un’orca del Loro Parque, che soffre di sordità quasi completa e che è stata recuperata “socialmente” ed è diventata una delle star dello spettacolo delle orche ma, a differenza delle altre, viene guidata tramite segnali luminosi invece che acustici.
Molti avranno letto delle polemiche sorte in seguito ad un suo strano comportamento nel giugno scorso quando deliberatamente saltò fuori dell’acqua e rimase a secco per più tempo del normale. Si parlò di tentato suicidio, di un tentativo di fuga dalle minacce delle altre orche o di un comportamento normale visto che è una tecnica che si insegna per permettere visite veterinarie e alte analisi.

La SeaWorld, l'organizzazione che gestisce parchi marini in tutto il mondo e che è proprietaria di Morgan, sostiene che non può essere liberata, perché è sorda e non potrebbe sopravvivere in ambiente naturale. Altro argomento per discussioni senza fine e senza controprova ...

sabato 12 novembre 2016

Come “perdere tempo” online ... piacevolmente (non xxx)

Si entra nel sito del National Geographic, si va alla pagina di apertura del concorso di fotografia naturalistica 2016 e non se ne esce più!

Canocchia pavone (foto di David Seaman)
Questo vale per gli amanti della natura, di quelli che apprezzano non solo la mera tecnica fotografica ma anche e soprattutto l’attimo scelto e le inquadrature. Di quelli che sanno andare al di là del soggetto principale e “sprecano” un po’ di tempo esaminando le posizioni dinamiche degli animali, i dettagli della loro espressione, i colori del manto, lo sguardo (se percepibile), la loro struttura, le capacità di movimento e, infine, il loro rapporto con l’ambiente (animale, vegetale e minerale) in quel preciso istante.
   
zebre al tramonto (Zhayynn James) * aironi bianchi maggiori (Zsolt Kudich) 
Mi entusiasmano le foto che richiedono più di pochi secondi di attenzione per coglierne il significato per le quali è indispensabile al di là del puro e semplice contenuto carpibile a prima vista. Alcune talvolta possono sembrare di difficile comprensione (almeno a chi le guarda frettolosamente) e proprio per questo c’è poi la soddisfazione di scoprire particolari e dettagli poco alla volta. 
Nell'immagine a sinistra, a prima vista estremamente confusa, non si percepisce all’istante cosa si stia guardando e per questo probabilmente molti la trascurano. Al contrario, a chi la osserva bene si rivela  essere un’affollatissima foto che somiglia a un noto disegno di Escher e infine i più pazienti potranno esaminare le varie posizioni delle ali e del corpo, i colori del piumaggio, la testa ed il becco, le penne alle estremità delle ali allargate a ventaglio di queste oche delle nevi (Eileen Johnson).
Questa in basso a sinistra la trovo “geniale”, non è una semplice vista da un aereo, a prima vista quasi banale se non fosse per il particolare ambiente. Analizzandola, si va ad apprezzare l’ombra del piccolo aereo sulla neve e più in alto tre uccelli in volo e le loro relative ombre. Si può pensare ad uno scatto fortunato, ma certamente non è del tutto casuale e sicuramente la composizione dell’inquadratura è eccellente. (Jasen T.) 
   
Nel terzo scatto "confuso", ma di soggetto completamente diverso (sopra a destra) appare un feroce scontro fra una leonessa e quattro iene che le contendono una carcassa. Nella nuvola di polvere si possono distinguere i vari esemplari e immaginare come si stia effettivamente svolgendo la scena e prevederne gli sviluppi. Probabilmente quasi ognuno, a prescindere dall’attenzione con la quale legga la foto, parteggerà per l’una o per le altre ... perché? (NingYu Pao) 
   
ippopotamo (Sam Kurtul)     *     leone (Sonalini Khetrapal)
   
caimano jacarè  (Giovanni Mari)  *   gufo della Virginia (Graham McGeorge) 
Fra le centinaia di foto se ne trovano di tutti i tipi, dalle macro ai panorami, dalle foto d’azione a incredibili primi piani. Questi ultimi in particolare permettono di “guardare negli occhi” animali con i quali pochissimi di noi potranno mai avere un incontro ravvicinato, nel loro ambiente. In queste immagini traspare tutta la loro magnificenza, al di là della paura che possano suscitare o del vero terrore che possano incutere a distanza molto ravvicinata.
   
(Jerry am Ende)   *   aquile calve   *   (Eric Esterle) 

Oltre al fatto di potersi godere queste straordinarie immagini (ce ne sono centinaia e centinaia, per ogni gusto e per ciascun specifico interesse) dovunque voi siate, l’ulteriore buona notizia è che tutte queste foto sono liberamente e gratuitamente scaricabili in buona definizione (misure standard 1600x1200 pixel) 

lunedì 7 novembre 2016

The key to Reserva: short di Hitchcock, Scorsese o solo geniale spot?

La mia indole curiosa (da “indagatore” e non certo da “pettegolo”) mi porta a spesso a fare scoperte interessanti, partendo da minimi particolari seguo labili piste che talvolta terminano nel nulla, ma in tanti altri casi giungo a piacevoli sorprese come in questo caso. Sabato, alla ricerca di film fra i banchetti del mercadillo, mi è caduto lo sguardo su un bel pacchetto di dvd in custodia quadrata di cartoncino - fra i quali trovo spesso rarità - li ho “sfogliati” (non hanno dorso ..) uno ad uno, rapidamente ma con attenzione e mi sono bloccato notando un titolo bilingue: The key to ReservaFra parentesi c'era quello spagnolo (La clave Reserva), l'immagine di copertina altrettanto inusuale, senza nomi di attori, ma al centro, pur non essendo molto evidente, si leggeva “DIRIGIDA POR MARTIN SCORSESE”. 
L’ho girato sperando di trovare credits, mini-trama o altro di significativo, ma niente ... solo una scritta dorata su fondo nero “Freixenet 2007”.
L’ho comprato senza esitare, anche perché per 50 centesimi valeva la pena di rischiare un bidone, ma il nome del regista era quasi una garanzia. E di un bidone ho avuto la sensazione quando, giunto a casa e fatta la dovuta ricerca su IMDb, ho scoperto che si trattava di uno short di neanche 10 minuti, ma allo stesso tempo mi ha consolato il fatto che avesse l’ottimo rating di 8,0. L’ho quindi subito guardato e sono rimasto estremamente soddisfatto del mio “investimento” da mezzo euro, soprattutto per i pochi minuti di vero cinema. Il resto è proposto come un’intervista nella quale Scorsese mostra al cronista un cimelio da cinefilo: tre pagine e mezza di una sceneggiatura di Hitchcock. I fogli sono gelosamente protetti in buste di plastica che Scorsese non vuole neanche che si tocchino ed egli stesso le maneggia con i guanti. Potrebbe essere un grande film, ma c’è un gran problema ... mancano delle pagine. 
   
Il regista a questo punto solleva un argomento originale e molto stuzzicante: se è facile preservare un film girato, come se ne preserva uno non girato, non esistente? Lui vorrebbe girare le scene descritte come lo avrebbe fatto Hitchcock all'epoca (o come lo farebbe oggi?) e non come lo immagina egli stesso, ma ci riuscirà? Quale sarebbe il risultato? E infine ... quali sono gli avvenimenti descritti nelle pagine mancanti?
Sono passati già 3 minuti dei 9’24” totali quando Martin Scorsese si siede sulla sua sedia da regista e pronuncia la fatidica parola: Action!

Seguono circa 4 appassionanti minuti veramente hitchcockiani nei quali non si riesce a staccare gli occhi dallo schermo per non perdere alcun minimo particolare e assolutamente non si sente la totale assenza di dialoghi (ci sono solo un paio di esclamazioni). Le immagini dicono tutto, o quantomeno ciò che si vuol far sapere allo spettatore.

   
Improvvisamente ricompare Scorsese che ci comunica che la sceneggiatura si interrompe lì e quindi si passa al finale descritto nella mezza pagina conclusiva, solo 40 secondi prima degli ultimi commenti di Scorsese visto attraverso i vetri di una finestra mentre la camera zooma indietro con evidentissimo omaggio a The birds (1963, Gli uccelli).
Anche nei minuti precedenti si notano citazioni più o meno evidenti come il poster di Spellbound (1945, Io ti salverò) mostrato in apertura e quello francese di Blackmail (tit. fr. Chantage, 1939, L’ultimo ricatto), la vista attraverso i vetri della stanza nella quale si conclude l’intervista, ossequio a Rear window (1954, La finestra sul cortile), la musica di North by Northwest (1959, Intrigo internazionale) e chissà quanti altri dettagli.
   
In quanto a Freixenet, ho scoperto che si tratta di uno dei più rinomati produttori di cava, (spumante DOC, caratteristico della Catalogna) che ogni anno produce un filmato natalizio, sempre molto atteso, aventi per protagonisti grandi star internazionali, di recente Shakira, Antonio Banderas, Sharon Stone, Demi Moore, Kim Basinger e nel 2007 toccò a Scorsese
Il filmato, in inglese e spagnolo, si trova su YouTube e altri siti, in HD su Vimeo.  Anche se non conoscete una sola parola di queste lingue, vi invito a guardarlo egualmente: ciò che dice Scorsese l’ho riassunto e la parte propriamente hitchcockiana è praticamente muta, solo immagini e musica.

Sarà vero ciò che racconta Scorsese o è solo un pretesto per un interessante esercizio cinematografico? 
E' solo un semplice omaggio a Hitchcock o pura finzione a uso e consumo di uno spot? 
Sia come sia, è imperdibile per i cinefili ... e non costa niente, se non 9 minuti della vostra attenzione.

domenica 6 novembre 2016

Come “alleggerirsi” senza scendere dall’auto ... - C2C Express (3)

Il primo a partire, alle 6 del mattino, è stato il 40enne Dmitry Cherkassky, immigrato nel 1990 da quella che oggi è l’Ucraina, alla guida di una Mercedes 300D del 1983, pagata 2,800$. Era l’unico esordiente, evidentemente troppo impaziente per aspettare un momento più opportuno, e si è immerso nel traffico mattutino mentre i più scaltri e previdenti  Blues Brothers sono partiti 14 ore più tardi sfruttando al meglio le ore notturne nella parte più trafficata dell'intero percorso, riuscendo a guadagnare 15kmh di media sugli altri.
I fratelli Propst, Eric and Kevin, erano invece su un attrezzatissimo van Chrysler. Oltre ad un ovvio serbatoio extra e ruota di scorta, a bordo c’erano un fornetto a microonde, un frigorifero, pannelli solari, un sistema di speaker Kenwood, due contenitori pieni di energy drinks, 3kg di caramelle, 30 pacchi di noci assortite, 54 pacchi di patatine, carne secca (tipica dei pionieri, beef jerky), cioccolata, biscotti e merendine da poter sfamare un intero campo estivo. I Propst miravano al puro divertimento fornito dall’avventura e ad arrivare sulla costa del Pacifico in un tempo dignitoso evitando di prendere multe.
La Lincoln Continental 1978 era di gran classe e i tre membri del team erano vestiti come Thurston Howell III noto personaggio di sitcom, un miliardario che anche per una breve passeggiata portava con sé milioni di dollari in contanti. Carl “Yumi” Dietz, già recordman del coast-to-coast in solitario, era al volante affiancato da John Ficarra, che vanta il maggior numero di partecipazioni (8), e Roscoe Anderson viaggiava sul sedile posteriore. Questi, mentre i Blues Brothers sperimentavano l’itinerario migliore per uscire da Manhattan, si è “preparato” comprando due grosse bottiglie di vodka e travasandone il contenuto in bottiglie di acqua, il suo personale serbatoio di carburante e lo poteva fare in quanto il suo ruolo era solo di accompagnatore ed entertainer.
Passare il tempo è la chiave di tutto e per loro, anche se il nastro di Herp Albert si ruppe e Aretha Franklin esplose non fu un problema in quanto avevano una chitarra, varie armoniche e il banjo di Anderson il quale per giunta cantava e raccontava storie e barzellette. Di lui Ficarra ha detto: “è come avere un muppet sul sedile posteriore”.
Il team ha introdotto anche un'altra novità. La maggior parte degli equipaggi prevedono una decina di fermate per i due problemi ineludibili: riempire i serbatoi e svuotare le vesciche e in merito a al secondo sono abbastanza creativi. Dietz, allestendo la Lincoln aveva fatto fare tre buchi nel pianale. Ognuno dei tre viaggiatori è stato poi dotato di un imbuto con relativo tubo che finiva, ovviamente, nel foro. “Funziona a meraviglia” ha detto Dietznon capisco perché non lo facciano anche altri”.
   
Preston aveva invece risolto il problema caricando numerosi pannoloni ultra-assorbenti dei quali si disfacevano alla prima sosta per rifornimento. Con il suo misterioso copilota (l’identità è tenuta nascosta essendo un dipendente federale) ha accolto un neozelandese i cui compagni erano finiti in ospedale 5 giorni prima della partenza. In un tratto nel quale andavano al passo con il normale flusso d’auto sono stati fermati in quanto uno zelante sceriffo si è insospettito per l’aspetto “hippie” di Preston (capelli molto lunghi). Quindi con la scusa della velocità, poche miglia oltre il limite, li ha fermati ma alla ricerca di sostanze illecite. Quindi hanno dovuto aspettare l’unità speciale K-9 che ha perquisito minuziosamente l’intero veicolo con l’aiuto di un cane che ne ha odorato ogni parte. Prima di convincersi che erano “puliti” era passata ben oltre mezz’ora. Oltre a questo contrattempo, dovettero anche cambiare l’alternatore e, nonostante le sole 4 soste per rifornimento (grazie al serbatoio extra) chiusero ben oltre le 40 ore, a 40h55’.
Anche la Bluesmobile ebbe un incidente meccanico: il blocco della pompa. Appena venuti a conoscenza del fatto, gli altri concorrenti (di solito sempre in contatto) cominciarono a dare i consigli più strani e insensati possibili prendendo in giro i Blues Brothers, che però risolsero brillantemente il problema con l’antico e quasi infallibile metodo delle martellate, caldeggiato proprio dall’ingegnere Sibley.

Nonostante questo intoppo e le due multe, la tattica di partire per ultimi e sfruttare due notti diede i risultati sperati e la Bluesmobile fece fermare il cronometro a 34h16’, pari a una media di 132km/h, ma non considerando le soste forzate questa sale a 141,6km/h.
Propst che non era andato riuscito a centrare il suo obiettivo di 40 ore, superandolo di 1h18’, disse ai suo compagni di avventura: 
Sapete che significa questo? L’anno prossimo dovrò riprovarci!

venerdì 4 novembre 2016

Cominciamo con i più folli: i Blues Brothers - C2C Express (2)


Un viaggio e una gara a 130km/h 

5 auto, 13 tizi, innumerevoli energy drinks e 4.600 km di asfalto:
benvenuti alla C2C Express

(rielaborazione di notizie tratte dall’articolo apparso su The Washington Post il 28/10/16
testo di Rick Maese, foto di Katherine Frey - misure convertite e arrotondate)

La genialità di questo viaggio-corsa consiste nel non avere regole (differenziandolo così da una gara) a parte il requisito iniziale relativo all’origine del veicolo: deve essere stato acquistato per non più di 3.000$. Chiaramente ogni equipaggio ne spende molti altri per rimetterlo a posto, essere sicuro che resista a quasi due giorni di moto continuo e per renderlo confortevole e funzionale per “la vita a bordo”.
Ci sono solo alcune disposizioni da rispettare, ma non si possono certo chiamare regole:
  • partenza dal Red Ball Garage di Manhattan, New York
  • arrivo al Portofino Hotel di Redondo Beach, California
  • ognuno può scegliere il suo orario di partenza nell’arco delle 24 ore del giorno stabilito dagli organizzatori.
La maggior parte degli equipaggi partecipano per puro divertimento, con veicoli non certo da competizione (in questa edizione c’era un grosso van e in passato anche un camper), spesso addobbandoli in linea con i loro costumi come se fosse una parata carnevalesca.

Quest’anno hanno partecipato i “Blues Brothers”, ovviamente con la loro “Bluesmobile”, perfetta replica dell’omonima Dodge Monaco 1974 del film-cult del 1980 di John Landis e vestiti come “Joliet” Jake e Elmore Blues (John Belushi e Dan Aykroyd, foto in basso). Non mancava neanche la scritta “We are on a mission from God” sul lunotto posteriore. 
In effetti sull’auto erano in tre: Arne Toman, Forrest Sibley and Ed Bolian. Quest’ultimo è il detentore del record della corsa con 28h50min (2013, molti ritengono impossibile abbassare questo tempo per i maggiori e più sofisticati controlli e per il traffico sempre in aumento), Sibley è un ingegnere che sta preparando un’apparecchiatura che neutralizza gli autovelox (per dirla all’italiana) e Toman ha costruito il più veloce carro funebre (220km/h)!!!
Questo team, a dispetto dell’apparenza, era quindi superpreparato e l’auto superattrezzata. Un concorrente ha dichiarato che era “un’arma nucleare in una sfida al coltello” e che il cruscotto era più complesso della Starship Enterprise (l’astonave di Star Trek). Ogni dettaglio era stato curato con mesi di anticipo: stabilizzatore, binocolo per il passeggero e uno di riserva, telefono sul cruscotto, radar detector su entrambe i lati, 2 “telepass”, cronometro, un Ipad fisso ed un altro telefono, radio spia sulle frequenze della polizia, 2 GPS e un’apparecchiatura per il rilevamento di aerei o elicotteri di controllo al traffico, serbatoio supplementare di 120 litri.

Anche la logistica è stata dettagliatamente pianificata scegliendo le stazioni di servizio dove due di loro, alternandosi, avrebbero riempito contemporaneamente i serbatoi avendo comunque il tempo di andare in bagno, pulire il parabrezza gettare la spazzatura e ricevevano aggiornamenti da amici dislocati lungo tutto il percorso. A proposito delle soluzioni-bagno ce ne sono un paio di altre degne di nota adottate dagli altri team.
Tuttavia, nonostante tutta la tecnologia applicata e l’organizzazione logistica, e pur avendo toccato una massima velocità di 214km/h, Bolian si è beccato una multa per aver viaggiato a 90 mph in un tratto con limite a 55. 
Anche in questo i poliziotti americani si distinguono ... o troppo zelanti, o troppo violenti, o assolutamente imperturbabili come quello che ha elevato la contravvenzione senza fare alcun commento né sull’auto, né su come erano vestiti ... neanche uno sguardo meravigliato o incuriosito e tantomeno una domanda.

(fra un paio di giorni il terzo post su C2C Express)

mercoledì 2 novembre 2016

Dalla “Cannonball Run” alla “C2C Express” ... epopee americane (1)

Quelli interessati ad aspetti particolari e strani della cultura (o sub-cultura o "mitologia") americana e non conoscono questa corsa devono assolutamente leggere questo post introduttivo e poi approfondire l’argomento consultando almeno parte del materiale presente in rete. Molti sostengono che ognuno, almeno una volta nella vita, dovrebbe attraversare gli Stati Uniti da costa a costa, su strada. Per alcuni è un rivivere i momenti dell'espansione verso ovest, il viaggio dei pionieri, la costruzione delle prime strade ferrate, la cosa all'oro ecc. storie che tutti noi, bene o male, conosciamo per averle viste e riviste in tanti film.
Forse è proprio per questo che la maggioranza di quelli che intraprendono il viaggio, se non prevedono un'andata e ritorno, procedono dall'Atlantico al Pacifico, alla conquista del West.
A partire dagli anni '20 già in molti percorsero le strade americane in auto o moto e, seppur non ufficiale, esiste un albo dei record, ma solo nel novembre 1971 viene organizzata la prima corsa dal pilota di auto Brock Yates, il quale a maggio dello stesso anno aveva completato il coast-to-coast con suo figlio, un giornalista della rivista Car and Driver e un suo amico.
La gara fu denominata The Cannonball Baker Sea-To-Shining-Sea Memorial Trophy Dash, più semplicemente nota come Cannonball Baker or Cannonball Run. Il nome della corsa si riferisce a Erwin George "Cannon Ball" Baker che nel 1933 guidò da costa a costa una Graham-Paige model 57 Blue Streak 8 (foto a sx) in 53 ore e mezza a una media di oltre 80 km/h, record che resistette per quasi 40 anni.
La gara era chiaramente illegale e per questo veniva chiamata “corsa” (run a non race, sottile ma sostanziale differenza) e voleva anche essere una specie di protesta contro la legge da poco introdotta del limite di 55mi/h (88km/h). Per questo fin dalla prima edizione l’abilità degli equipaggi nel condurre doveva essere necessariamente affiancata dalla loro capacità di sfuggire ai controlli della polizia.
Da appassionato di cinema, devo ovviamente sottolineare che l’aspetto spettacolare di questa gara attirò l'attenzione dei produttori hollywoodiani che avevano subito preso atto dell’enorme interesse suscitato dai resoconti e brevi articoli che i vari equipaggi pubblicavano su giornali e riviste. Ma prima che lo stesso Yates riuscisse a completare la sceneggiatura del film che aveva in mente, ne furono prodotti altri due (Cannonball and The Gumball Rally) ed infine arrivò l'ufficiale Cannonball Run (tit. it. “La corsa più pazza d’America”, con Burt Reynolds, Roger Moore, Dean Martin, Dom DeLuise, ...) che ebbe anche un seguito con altri due film, ancora con Reynolds come protagonista.

Negli anni ’70 furono organizzate 5 edizioni della corsa finché Yates non decise che era troppo pericoloso (legalmente) continuare ad esserne il promotore. Dopo vari anni di abbandono, sono state riproposte varie versioni della Cannonball seppur con nomi diversi. Il più recente è C2C Express dove l’acronimo C2C sta per Coast-to-Coast, la cui edizione 2017 si è svolta poche settimane fa, ma di ciò parlerò nel prossimo post riprendendo varie notizie e aneddoti dal lungo e divertente articolo apparso su The Washington Post il 28 ottobre.
Se siete interessati, e conoscete abbastanza bene l’inglese US, vi suggerisco di leggere l’articolo originale, senza aspettare i miei riassunti e commenti, accompagnati da qualche precisazione, altrimenti tornate su Discettazioni Erranti fra un paio di giorni.

domenica 30 ottobre 2016

Il turismo salva, uccide o sfrutta le tradizioni?

Questo post non è una “discettazione” (ammesso che le altre lo siano), ma un semplice input, il rilancio di una “sollecitazione” avanzata nel corso di un incontro presso l’Instituto de Estudios Hispánicos de Canarias. L’occasione era fornita dalla presentazione del breve documentario “Cabreros” (caprai o caprari che dir si voglia) incentrato soprattutto sul tradizionale baño de las cabras che si effettua il giorno di San Giovanni (24 giugno) al muelle di Puerto de la Cruz (Tenerife, Canarie).
   
Dopo la proiezione del filmato, che includeva non solo i momenti nei quali le capre venivano portate in mare, è iniziata un’interessante discussione in merito ai problemi che i pastori incontrano nello spostare le greggi da un pascolo all’altro dovendo attraversare aree abitate e talvolta strade o luoghi turistici.
Molti si oppongono e chiamano la polizia che in alcuni comuni è molto fiscale e crea mille ostacoli, in altri consente il passo degli animali che, ovviamente, lasciano “scie profumate”. 
Per avere un’idea di ciò che avviene, guardate questo breve filmato:
Ma l’argomento, anticipato nel titolo, non è neanche questo. 
Una guida escursionistica tedesca ha candidamente chiesto “Io guido i miei gruppi in programmi di due settimane, per tutta l’isola, e raramente vediamo capre. La domanda più frequente che i clienti mi pongono è: dove sono le capre dal cui latte si producono tutti i formaggi?”. Per esperienza diretta, devo dire che quasi tutti i formaggi (ottimi) prodotti a Tenerife sono caprini o quanto meno misti.
Dopo aver brevemente discusso dell’opportunità di favorire “l’incontro fra escursionisti, capre e pastori” uno degli astanti (isolano e attento alle tradizioni), riferendosi in particolare al baño, ha detto: “Non lo fate diventare uno spettacolo, se lo diventasse, morirebbe la tradizione!”.
   
Chiaramente, a questa richiesta/grido di allarme, estendibile a tanti casi di vario genere ed in ogni parte del mondo, non è possibile fornire una risposta univoca e definitiva, eppure reputo il quesito estremamente interessante. Ad ognuno di noi possono venire in mente una quantità pressoché infinita di feste popolari modernizzate in modo quasi osceno, cibi e piatti tradizionali travisati, processioni e riti spettacolarizzati e allo stesso tempo svuotati di ogni significato religioso, e si potrebbe continuare ancora per molto.
Certamente è vero che in molti casi ne è derivato un notevole ritorno economico derivante da nuovi flussi turistici anche se talvolta limitati a determinate date.
  • Si dovrebbe salvaguardare la tradizione senza alcun adattamento o farla conoscere attraverso repliche non proprio fedeli? 
  • Di ogni festa se ne potrebbe organizzare una originale per soli locali e/o fedeli e una moderna e “pagana” ... turistica?
Pensateci, ma, come già detto, sono sicuro che nessuno sarà in grado di fornire una risposta valida che vada bene per tutti, in ogni paese, per qualunque religione, per qualsiasi ambiente umano.
  
Commenti con considerazioni, idee e, perché no, critiche saranno più che mai apprezzati. 

PS -  Prima di pubblicare questo post ho per caso dato un’occhiata a La Repubblica e guardate quale titolo ha attirato la mia attenzione: Bergamo, centinaia di pecore invadono la città: lo spettacolo della transumanza
Mai coincidenza è stata più opportuna!

venerdì 28 ottobre 2016

2 nuovi film, 3 giovani promesse

Negli ultimi due film che ho visto (“A Monster calls” di Bayona e “Little Men” di Sachs), entrambi appena arrivati nelle sale ma non ancora in quelle italiane, ci sono ragazzi che in futuro potrebbero avere un notevole successo nel mondo del cinema seppur, almeno a prima vista, in campi diversi. 
Lewis MacDougall, inglese è il protagonista dell'ottimo film di Bayona Un monstruo viene a verme (tit. or. spagnolo) che fra qualche mese dovrebbe giungere anche in Italia, distribuito dalla Lucky Red.
Come ho già scritto nella mia micro-recensione pubblicata al n. 320 della raccolta 2016, un film al giorno, il quattordicenne MacDougall, appena alla sua seconda prova dopo Pan (2015) sembra già essere sicuro di sé e straordinariamente bravo per la sua età.
Ai ragazzi della sua età spesso si affidano ruoli minori e raramente tragici nel vero senso della parola, come in questo caso. Nonostante si tratti ufficialmente di film del genere “fantastico” c’è veramente molto dramma e penso che tanti navigati attori non sarebbero riusciti ad essere così credibili. 
Nel 2017 lo potremo valutare di nuovo in un altro film drammatico (almeno così sembra a leggere la trama) che lo vedrà protagonista: “Boundaries” di Shana Feste. Spero per lui che non rimanga troppo legato a ruoli tragici ... staremo a vedere.
In “Little Men” di Ira Sachs (micro-recensione pubblicata al n. 319 della raccolta 2016, un film al giorno), il i giovani protagonisti sono due: Michael Barbieri (classe 2002) e Theo Taplitz (2003). Nettamente più bravo il primo che si avvantaggia anche di una fisionomia particolare, incisiva. Il secondo, invece, pur bravo, soffre del confronto con il giovane collega, ma sembra avere le carte in regola per avere successo in altro settore cinematografico. 
Curiosamente, ma probabilmente non tanto, i due interpretano personaggi molto simili a loro stessi, Barbieri (Tony) aspira a diventare attore e spera di essere ammesso alla scuola di recitazione, Taplitz (Jake) disegna e crea storie.
Entrambi sono alla loro prima esperienza cinematografica vera e propria, Barbieri (a destra nella foto) solo con uno short alle spalle ma con due film in post-produzione (“The Dark Tower” e “Spider-Man: Homecoming” della Marvel/Columbia, roba non da poco), mentre Taplitz a soli 13 anni ha già all’attivo sette apprezzati short dei quali è stato regista e spesso interprete curandone anche riprese, sceneggiatura e montaggio, ma è l’unico dei tre a non aver girato altro e non sembra esserci niente in vista al momento. 
A giudicare da questi loro primi passi, sembra più che probabile che Lewis MacDougall e Michael Barbieri proseguiranno brillantemente nella loro carriera di attori, mentre Theo Taplitz cercherà affermazioni come sceneggiatore e/o regista. 

mercoledì 26 ottobre 2016

Umani, cani e serpenti

Post non certo contro i cani, ma contro i falsi animalisti e soprattutto contro un certo tipo di stampa asservita al business legato ai pets (animali da compagnia). I cani sono semplicemente tirati in ballo come esempio - spesso a sproposito - e la loro immagine viene sfruttata essendo gli animali domestici più comuni, con una popolazione di varie decine di milioni in Italia. Per questo quasi smodato amore nei loro confronti, sono tante la pubblicità che fanno apparire i cani nei loro spot anche se non hanno alcun nesso con il prodotto reclamizzato. Ci sono cani in auto (mai tenuti come prescrive il codice e alcuni addirittura affacciati al finestrino), quelli che reclamizzano assicurazioni (non relative a loro) e poi quelli che perdono peli ed in questo sono accomunati ai gatti per proporre panni antipolvere e chi guarda spesso la televisione potrà notare decine di altri esempi. Qualcuno si è mai chiesto quanto costano al kg i "deliziosi manicaretti" preparati apposta per i nostri amici? Probabilmente no in quanto si è soggetti ad un lavaggio del cervello continuo "giustificato" da un enorme business.
Ogni giorno nelle homepage di giornali online ci sono storie di cani, spesso lacrimevoli ma tante volte anche opportune per sottolineare la crudeltà nei loro confronti. I cani sono anche stati sfruttati per “combattere” i botti, adducendo il motivo che li terrorizzano e, secondo i promotori di queste iniziative, molti muoiono di infarto. Quindi il fastidio che provocano alla popolazione, a quelli che a mezzanotte hanno diritto di dormire dovendo andare a lavorare presto il mattino seguente, agli infermi ecc. non conta, lo si fa per i cani, ma se ciò serve a limitare il frastuono oltre il limite di legge ... che ben venga.
Ma questo è solo un abbondante cappello per un’altra considerazione in merito ai rapporti uomini/animali ed, ovviamente, i cani sono tirati in ballo anche stavolta, anche se marginalmente. 

Pochi giorni fa per caso ho letto La Stampa e un titolo ha attirato la mia attenzione: “Nel giardino della materna ci sono i serpenti” che ho letto e quindi sono passato al successivo articolo titolato “Sono serpenti innocui, lasciamoli fra i bambini”.
Per chi non li volesse leggere riassumo i fatti: sono stati visti e fotografati alcuni serpenti nel giardino di una scuola di Mirafiori (Torino), molti genitori hanno organizzato una “crociata” contro i rettili ma si sono trovati di fronte ad una dirigente che (giustamente) non la pensava come loro. La parte più divertente (tragica) è stata la lettura dei commenti nei quali si scontravano quelli che vedevano pericoli imminenti di soffocamenti e avvelenamenti di bambini da parte dei serpenti, oltretutto portatori di malattie (quanta ignoranza ancora esiste nel 2016!) e quelli che tentavano di spiegare come non ci fosse pericolo e, al contrario, la loro presenza poteva divenire un ottimo approccio alla conoscenza della natura, senza preconcetti irrazionali.
Molti di questi crociati non si scaldano tanto per il continuo aumento dei ratti (in campagna accade anche perché si è preferito uccidere i serpenti ...) che possono mordere e certamente possono trasmettere malattie serie così come i piccioni - numerosissimi in tante città - che oltretutto con i loro escrementi causano tanti altri danni. 
Ed i giornali continuano a mantenere questa netta distinzione fra il bene e il male santificando tutti i cani (anche se solo pochi giorni fa un bambino di un anno e mezzo è stato ucciso da un cane, e non è certo la prima vittima dell’anno) e continuando a vedere il Diavolo e il Male nei poveri serpenti che, in Italia, non hanno mai ucciso nessuno, non avendone neanche la possibilità (anche il morso di vipera non è letale come molti pensano e senza una concausa non conduce a morte certa).
Si potrebbe allargare il discorso e risalire al perché di tutto ciò, andando fino al serpente tentatore nell’Eden e a quello al quale la Madonna ha schiacciato il capo, ma qualunque siano i motivi ci si dovrebbe rendere conto che bisce, biacchi e natrici sono serpenti innocui, oltre che utili per l’equilibrio dell’ambiente, e sono protetti dalla legge alla pari dei cani.