mercoledì 20 gennaio 2016

(segue) ... 36 anni fa in Amazzonia

Del mio breve soggiorno a Misahuallí ricordo bene due escursioni, una più affollata e “turistica” (molto relativamente) con Hector e l’altra, più avventurosa e faticosa, con suo nipote, entrambe molto interessanti.
La prima ci portò per facili sentieri fino ad una cascata dove avemmo anche il tempo per un bagno e poi ad un villaggio di indigeni, però già abbastanza “corrotti dalla civiltà (?)”. Lungo il percorso Hector, che fece onore alla sua fama di esperto, ci mostrò tanti insetti e piante, spiegandone le caratteristiche e gli usi, stanò una enorme tarantola, all’arrivo dell’inevitabile acquazzone ci tagliò delle enormi foglie (ciascuna sufficiente per due persone) da usare come ombrelli e ci fece bere acqua pura dalle liane. 
Durante la sosta al villaggio beccammo un altro scroscio di pioggia e gli indigeni, quel giorno impegnati in una particolare attività collettiva che richiedeva la partecipazione di tutti, sospesero il lavoro e ci invitarono a mangiare qualcosa con loro e soprattutto a bere la chicha. Questa è una bevanda che si ottiene dalla fermentazione del maiz e fu prodotta dagli amerindi dal Messico fino in Cile e veniva servita come bevanda sacra nel corso di rituali e altre occasioni particolari fin dall’epoca precolombiana. Tradizionalmente il grano veniva tritato masticandolo (compito affidato esclusivamente a donne e bambini) e gli enzimi della saliva lo facevano fermentare producendo così una bevanda leggermente alcolica che veniva consumata dopo averla bollita e filtrata. Ritornammo a Misahuallí viaggiando su tetto di un camion/bus.
Per l’altra escursione attraversammo il fiume usando una piroga e camminammo per ore e ore, con mille saliscendi, tanto fango, umidità prossima al 100%, lungo tracce appena riconoscibili e attraversammo tanti piccoli canali riuscendo a rimanere in equilibrio su ponticelli costituiti ciascuno da un singolo tronco scivolosissimo. Vedemmo anche vari serpenti fra i quali alcuni che dovevano essere molto velenosi non solo perché ce lo disse la guida, ma anche a giudicare dai salti che fece al vederli, mentre di fronte ad altri rimase assolutamente tranquillo.
La guida Ecuador (Lonely Planet, 2016) introducendo Misahuallí ricorda che da quando è stata costruita la strada Tena - Coca ha perso molto della sua “importanza”. Situata all’estremità di una lingua di terra chiusa fra due corsi d’acqua (non essendoci ancora i ponti costruiti pochi anni fa) era a tutti gli effetti la “fine della strada”. Proprio da ciò derivava la sua importanza in quanto il Rio Napo è navigabile (seppur con qualche piccola difficoltà) e quindi c’era un servizio quasi regolare di lance fra Misahuallí e Coca (il cui nome ufficiale è Puerto Francisco de Orellana).
   
Il primo febbraio 1980, di buon mattino, salii su una lancia insieme a locali, qualche viaggiatore, ceste e animali e cominciò il lungo viaggio sul fiume che fungeva a tutti gli effetti da strada principale. Infatti, oltre a dover percorrere oltre un centinaio di km, si devono considerare le fermate “a richiesta” per caricare e scaricare persone e mercanzie presso vari gruppi di capanne. Per di più, a metà strada il timoniere accostò per collaborare ad una battuta di caccia aiutando a bloccare una guatusa (aguti grigio, Dasyprocta fuliginosa, roditore lungo 50-60cm per circa 4 kg) che avrebbe fornito carne alla famiglia dei cacciatori per vari giorni.

Fu una “crociera nel bacino amazzonico” molto singolare, oserei dire impareggiabile, costata pochi sucres, in ottima compagnia, con scenari irripetibili in una natura rigogliosa veramente incontaminata.
Leggendo questo articolo di Maria Elisa Di Pietro, arricchito con varie foto, potrete sapere qualcosa di più di vari aspetti dell’Oriente (questo è il nome della regione ecuadoriana) aggiornati al 2009.

lunedì 18 gennaio 2016

Fra un viaggio e l’altro, uno nel passato ... in Amazzonia

Tenendo ben presente quanto ho scritto nel precedente post ecco un sommario racconto dei ricordi salienti del mio primo contatto con l’Amazzonia, nella parte più alta, in Ecuador (gennaio 1980).
Viaggiavo avendo come riferimento la storica guida South American Handbook (in seguito SAH, copertina a sinistra), 36 anni fa non c’erano né Internet, né GPS, né cellulari e all’epoca quella era pressoché l’unica risorsa. Incredibilmente viene tuttora pubblicata e dal 1924 è stata stampata ogni anno una versione aggiornata, anche durante la guerra. Rilegatura dura plastificata, circa 1.500 pagine sottilissime, caratteri abbastanza piccoli, scrittura fitta, unico modo di farci entrare l’infinità di informazioni indispensabili per viaggiare non solo in America Latina, ma anche nei Caraibi.
Sulla base di quelle informazioni, da Quito andai a Baños de Agua Santa percorrendo in bus strade decenti, poi strada sterrata a strapiombo su una specie di canyon (senza alcuna protezione, ovviamente) fino a Puyo e infine un altro centinaio di km su pista ancora peggiore attraverso la foresta amazzonica fino a Misahualli, sul Rio Napo che dopo varie centinaia di km confluisce nel Rio delle Amazzoni.

Allora il villaggio era formato da pochissime case raggruppate attorno ad una piazzetta, fangosa come tutte le “strade” circostanti e l’offerta di alloggi era molto limitata ... e spartana. “Scesi” (come si diceva una volta) al Residencial Balcon del Napo, “camere” con pareti sottilissime (non in muratura), bagno in comune e solo acqua fredda. Su books.google ne ho trovato menzione sulla Lonely Planet del 2003 e (come vedete a sinistra) dopo oltre 20 anni era ancora il più economico (2 dollari a notte) e primo della lista. Oggi non ce n’è più traccia ma Booking e Trip Advisor elencano una decina di posti dove pernottare da un minimo di 40 fino ad oltre 300 Euro a notte. I tempi cambiano ...
Come buona norma la prima cosa che feci fu quella di assicurarmi un giaciglio al primo piano del Balcon del Napo e poi andai a cercare tale Hector che SAH menzionava come guida affidabile e certamente nella foresta amazzonica è fondamentale averne una. Preso appuntamento per l’indomani mattina passai al problema cibo e anche in questo caso la scelta non era molto ampia e mi ricordo che mangiai sempre nello stesso “ristorante”, una struttura in legno senza pareti ... sopra c’erano delle stanze ma ai lati niente e quasi ogni sera diluviava. 
Il posto era ovviamente “affollato” dai pochi viaggiatori che non avevano dove altro andare e attorno non c’era illuminazione pubblica.
Si chiacchierava, si scambiavano notizie aggiornate visto che quelle della guida erano inevitabilmente vecchie di almeno un anno, e si era rallegrati dalla presenza di Martin (mono capuchino, scimmiaPepe (tigrillo, ocelot) entrambi abbastanza tranquilli e giocherelloni. Tuttavia quando il primo mi saltava in testa all’improvviso afferrandosi con le zampe ai capelli (allora ce ne avevo in quantità) e per maggior sicurezza mi cingeva il collo con la coda mi faceva sussultare, in particolare se arrivava alle spalle. 
    
Pepe, come qualunque altro felino, era più “affettuoso” e non graffiava assolutamente, ma quando decideva di mordicchiare qualcuno questi senz’altro sentiva i suoi denti ...
La mattina nel villaggio apparivano anche vari Auca (appartenenti alla tribù Huaorani) seminudi, con tanto di cerbottane alte almeno quanto loro e recipiente per il curaro nel quale intingevano le punte delle frecce quando andavano a caccia. Questi erano “originali”, mentre so per certo che attualmente, come in ogni altra parte del mondo in situazioni simili, ci sono quelli che si presentano vestiti come i loro genitori o nonni solo per i turisti dai quali sperano di ricavare un po’ di soldi in cambio di una foto.
Pare che gli Auca mantengano tutt’oggi la fama di essere molto agguerriti e per quanto è successo negli ultimi anni ne hanno ben motivo. All’epoca del mio viaggio correva voce (confermata anche da Hector, ma non per questo certamente vera) che se si invadeva la loro zona di caccia o comunque si sentivano minacciati o semplicemente disturbati, con le loro infallibili cerbottane sparavano le prime due frecce davanti agli intrusi mentre la terza (forse con curaro) sarebbe andata invece diretta al bersaglio ...

Il post è già diventato lunghetto, nel prossimo dirò delle escursioni nella foresta e della discesa del Rio Napo fino Puerto Francisco de Orellana (alias Coca).

sabato 16 gennaio 2016

Ricordo solo parte di ciò che ho visto, talvolta con particolari non del tutto veri

Déjà vu * Jamais vu * Presque vu

Questo del titolo è un concetto del quale sono convinto e penso che alla maggior parte degli esseri umani capiti lo stesso. Di solito è riferito ad una storia di vita vissuta nella quale, in particolare con il passare del tempo, si omettono fatti ritenuti poco significativi e si arricchiscono quelli reputati sostanziali, drammatici o divertenti. Personalmente lo cito mettendo in guardia chi ascolta un mio racconto di viaggi che qualche particolare potrebbe non essere esattissimo, ma ciò che conta è il ricordo ... non siamo mica in tribunale!

Similmente, a chi non è capitato di sostenere, in totale buona fede, la presenza di una certa persona in un tale posto in una determinata occasione, la non esistenza di qualcosa arrivando a giurare di non averla mai vista pur avendo frequentato i luoghi? Una illuminante e divertente dissertazione (non scientifica) in merito a tre fenomeni correlati si trova in un passo di Catch-22 (Comma 22) geniale romanzo di Joseph Heller del 1961 dal quale fu tratto il film omonimo di Mike Nichols (1970). Di solito si parla di solo uno di essi, utilizzando un termine francese divenuto di uso comune: déjà vu (già visto) - sembra che almeno il 60% delle persone lo abbia vissutoa almeno una volta nella vita. Gli altri due termini, dei quali venni a conoscenza quando lessi il libro una trentina di anni fa sono jamais vu (mai visto) e presque vu (quasi visto).  
  
Trascurando il primo e più famoso, in quanto trovo inutile portare esempi, passo agli altri due che molti di voi che state leggendo questo post avranno già associato ad alcune proprie esperienze.
Uno degli eventi più comuni riconducibili al jamais vu è si verifica nella descrizione di percorsi o ubicazioni di edifici, negozi, strade ... chi spiega fornisce dettagli che presuppone l’ascoltatore conosca, ma questi nega di averli mai visti pur essendo passato di lì numerose volte.
Es. - “...nel palazzo subito dopo il semaforo (o la cappella, o il tabaccaio, ...)” e l’altro risponde “Quale semaforo? Non c’è nessun semaforo.” Nella maggior parte dei casi è l’ascoltatore a sbagliarsi ed è difficile convincerlo se non quando se ne renderà conto con i propri occhi. Chiaramente entrambe sono in perfetta buona fede.
Il terzo e ultimo caso è il presque vu che, come déjà vu, è sempre a totale nostro carico ed è quello che più fa innervosire (almeno per quanto mi riguarda), in particolare nella ricerca di qualcosa. Già il fatto di cercare e non trovare un certo oggetto o una parola in un testo pur essendo certi che sia lì è abbastanza seccante, ma è il presque vu che ci porta all’irritazione.
Es. - Scorrendo velocemente un testo, o giusto dando un’occhiata ad una pagina, ad un certo punto ci colpisce una parola che suscita il nostro interesse. Tornando indietro con lo sguardo non si trova più! A volte si deve rileggere tutto con attenzione per vederla, ma in altri casi, anche dopo una seconda lettura, la parola sembra essere sparita. Non riusciamo a trovarla o ci siamo illusi di aver visto qualcosa solo perché era interessante per noi? Abbiamo forse semplicemente combinato in modo erroneo una serie di lettere? Molte volte si resta con il dubbio.
Similmente, chi cerca un libro o un cd in uno scaffale potrà vedere per un istante ciò che cerca e poi non trovarlo più o notare un titolo o autore che non era fra i suoi obiettivi che poi “misteriosamente” sparisce.
Il presque vu viene spesso associato al “sulla punta della lingua”.
A tutt’oggi le cause dei suddetti fenomeni non sono state dimostrate anche se ci sono numerose teorie che ne forniscono spiegazioni plausibili.

giovedì 14 gennaio 2016

Cibo canario che raramente si trova nei menù dei ristoranti

Nel corso del mio recente soggiorno canario, più precisamente tinerfeño, la delusione iniziale causata dal trovare la mia tasca (trattoria) preferita non ancora aperta, è stata ampiamente ripagata dall'inaugurazione della sua nuova sede dopo una decina di giorni e frequentazione pressoché quotidiana per oltre un mese. Chi ha letto qualche precedente post o Tweet sa che sto parlando di Casa Tata e Punta Brava.
Nel dizionario RAE (testo di riferimento per lo spagnolo) il termine “tasca” viene riportato come sinonimo di taberna e quindi definito: "esercizio pubblico, di carattere popolare, nel quale si servono e si vendono bevande e, talvolta, si serve cibo". Divagazione: giunto a questo lemma, ho scoperto un altro dei tanti modi di dire che mi affascinano:
Difunto de taberna: m. coloq. Borracho privado de sentido
Anche se non dovrebbe essere necessaria, ecco la traduzione: Defunto di taverna: colloquiale - Ubriaco che ha perso i sensi.
Cercherò di riassumere alcune delle esperienze gastronomiche e antropologiche che differenziano posti così dai tanti ristoranti e cafeterias di Puerto de la Cruz dove (forse) il 10% dei ristoranti includono nel menù conejo (coniglio, fritto o in salmorejo), o carne de cabra o garbanzas e ancora meno puchero canario, tollos o escaldón. La presenza di uno più di questi piatti nel menu del dia è indicativo di una certa attenzione alla cucina locale e tradizionale ed in questo post tratterò rapidamente solo dei suddetti piatti con minime eccezioni. Come esempio ecco un tipico menu' di Casa Tata, chiaramente giornaliero e di stagione (a sinistra). Ci sono piatti, minestre e le onnipresenti tapas (p.e. queso asado, pimientos del padrón, croquetas).
Di ciò già discettai quasi un anno fa nel post Gastronomia, dalle Canarie al resto del mondo che vi invito a leggere (se la gastronomia vi interessa).
Non potrei non cominciare dal pesce simbolo dell’isola: Trachurus trachurus, (sugarello, in napoletano sauriello), chicharro alle Canarie, carapau  in Portogallo (ne parlerò fra una decina di giorni). Si tratta storicamente del più comune e più economico delle Canarie tanto che gli abitanti della prima capitale di Tenerife (San Cristobal de la Laguna) chiamavano in termini sprezzanti chicharreros i poveri pescatori di Santa Cruz, che si nutrivano quasi solo di chicharros e vendevano i pesci più pregiati. Le cose sono molto cambiate e, quasi come rivincita, gli abitanti di Santa Cruz, attualmente capitale dell’isola, si fregiano di quel loro soprannome dispregiativo che oggi viene attribuito anche a tutti gli altri abitanti dell’isola diventando così sinonimo di tinerfeño

 La sua “morte” è fritto (foto sopra) e se le dimensioni non sono eccessive e l’olio è alla temperatura giusta (alta) giunge a tavola con testa, pelle e coda croccante e carni umide eppure cotte alla perfezione e quindi quelli come me non lasciano assolutamente niente. Similmente vengono anche fritte le sardinas ma queste, a parità di dimensioni, hanno spine molto più dure ... che restano nel piatto.
A Casa Tata ogni giorno viene proposto una minestra (potaje, caldo o sopa, che non sono esatti sinonimi e indicano la “brodosità” e la prevalenza di ingredienti) e mi limiterò a citarne un paio. Garbanzas è senz’altro la più comune e infatti viene proposta come primo anche in molti menù a prezzo fisso nei locali del centro, insieme con il rancho canario e sopa de pescado. Chi mastica (verbo appropriato considerato l’argomento) un po’ di spagnolo non si meravigli del genere femminile: garbanzos sono i ceci, il legume in sé e per sé, garbanzas è la zuppa molto ricca che include tanti altri ingredienti fra i quali pezzetti di vari tipi di carne (chorizo, costilla, piedini di maiale, pancetta, ...) oltre ai soliti aglio, cipolla, pomodoro, peperone ...
Una decina di giorni fa ho provato la sopa de berro (Nasturtium officinale , crescione d'acqua) che, come quasi tutti i primi canari, conta una gran quantità e varietà di ingredienti ovviamente in piccole quantità: patate, ceci, cipolle, aglio, costillas, peperoni.
Altri piatti molto, ma molto, tipici sono: Tollos Cazón. Si tratta dello stesso pesce (canesca, piccolo squalo molto abbondante nelle acque delle Canarie) ma con una grande differenza: tollos sono i filetti di cazón seccati al sole e quindi conservati. Si trovano in tutti i mercati e, se arrivate abbastanza presto, troverete il pescivendolo che pazientemente sta spellando quelli freschi. 
Fu proprio la ricerca di un posto dove poter mangiare un piatto di tollos che mi portò fino da Tata. Ad avvalorare quanto detto in apertura di post, posso dire che pur passeggiando per oltre 20km al giorno e percorrendo ogni strada e vicolo di Puerto de la Cruz, ho trovato solo un altro cartello che indicava la presenza di tollos. Personalmente preferisco il Cazón en adobo, quindi la versione “fresca” (foto a destra).
Una tasca si riconosce subito al semplice osservare il rapporto locali/turisti di solito maggiore di 4, vale a dire che almeno l’80% degli avventori, del genere popolar/familiare, di ogni generazione. Con l’avvicinarsi dell’orario di chiusura, fra quartas (di vino), cervezas, caffè e qualche chupito aumenta l’allegria in un ambiente molto amichevole e ottimo per poter affrontare qualunque argomento (ma i principali restano sempre calcio, politica e carenza di danaro). In occasioni particolari c'è anche chi, come José el Gitano, comincia a cantare ben prima ... ma era la vigilia di Natale.

Molte tascas, al contrario dei ristoranti, possono essere insignite (in senso figurato) delle famose 3 B spagnole: Bueno, Bonito, Barato (primi due aggettivi ovvi, il terzo = economico).
Sto preparando una raccolta di foto di vari piatti provati a Casa Tata e nei commenti aggiungerò, oltre al nome che permetterà alle buone forchette di fare ricerche più approfondite in rete, gli ingredienti principali e qualche mia impressione. Sarà online a breve.

martedì 12 gennaio 2016

il SONNO e TEMPO

Potrei aver titolato questo post anche “Filosofia di vita e Fantabiologia”.
Pur sapendo, in quanto ampiamente dimostrato, che tutti abbiamo bisogno di dormire, il numero di ore non è scientificamente determinato e tantomeno i modi e la distribuzione nell’arco della giornata. Con un po' di adattamento si può anche ridurre il sonno di cui si ha bisogno (seppur di poco) e sarebbe cosa auspicabile poiché quanto si dorme di più del necessario va ovviamente sottratto da ciò che ci rimane delle 24 ore. Tolte anche le ore di lavoro, studio e necessità giornaliere (spesso non riducibili) si va a intaccare soprattutto il tempo a disposizione per leggere, ascoltare musica, stare con amici e/o partner, e qualunque altra attività di nostra elezione che ci soddisfi. 
Assodato quindi che il “tempo libero" è limitato, cosa nota ma sulla quale non si riflette abbastanza, oltre a ridurre le ore di sonno sarebbe anche opportuno cercare di eliminare, per quanto possibile, i tempi morti ed in questo ci è di grande aiuto la tecnologia. Sempre più persone “guadagnano tempo” (anche se non lo si può mangiare - “Perché se guadagni del tempo cosa te ne fai? mangi tempo?”, da Questi fantasmi, di Eduardo de Filippo) comprando biglietti in anticipo, effettuando operazioni bancarie senza andare in banca, acquistando online e via discorrendo. Lo stesso tipo di elettronica, ormai a disposizione di tutti, è di grandissimo vantaggio (sotto molti profili) per tutti gli amanti della musica, della lettura, del cinema. Viaggiando con trasporti pubblici o in auto (se non si guida) oltre alla facile scelta della musica si possono anche leggere libri o guardare film; in ambienti tranquilli e con un minimo di spazio si può scrivere o lavorare. Senza aver bisogno di alcun elemento tecnologico si possono invece prendere in considerazione la lettura (dei classici libri “di carta”), attività più all’antica come l'uncinetto (!) ma anche le conversazioni e perfino animate discussioni, possono essere un ottimo modo di impiegare il tempo se si scelgono bene gli argomenti; il pensare, progettare, fantasticare possono essere gratificanti anche se apparentemente improduttivi. Anche le cose giudicate più inutili e stupide (secondo il giudizio personale di ciascuno di noi) possono essere apprezzabili. Penso che l’ottimizzazione ed il riempimento dei tempi di attesa edi inattività forzata sia fondamentale per il nostro benessere mentale.

Quello che asserisco e ho sempre sostenuto è che il sonno in quest'ottica é assolutamente deleterio e a chi elogia la piacevolezza del risveglio, riposati e sazi di sonno, ricordo che loro godono solo di quei brevi momenti, ma non hanno piacere "mentre dormono".
A differenza di altre attività più o meno indispensabili come mangiare etc., durante le quali si gode anche delle occupazioni stesse senza doverne attendere il termine (più o meno piacevole che siano), una buona dormita è gratificante solo al risveglio. E non si deve dimenticare che ancor peggio è un cattivo risveglio in quanto si è perso tempo con minimo vantaggio o addirittura con danno.

Se si potesse “inventare un rimedio sostitutivo del sonno”, in toto o almeno in parte, senza effetti collaterali (quindi non droghe o pillole che semplicemente mantengono svegli) penso che solo i poveri di spirito, gli ignavi di dantesca memoria, non ne approfitterebbero.
Volendo andare oltre con la “filosofia”, non si deve sottovalutare il fatto che, qualunque possa essere la durata della nostra vita, ogni giorno che passa avremo un giorno in meno da vivere e ogni ora in più “sprecata” a dormire è un’ora di vita persa. Queste considerazioni non devono essere interpretate come tristi o pessimiste, al contrario, dovrebbero essere semplicemente  uno stimolo a fare di più, a sfruttare al meglio ogni minuto e dormire non è fra i modi migliori di passare il tempo.
E parafrasando il geniale modo di dire 
Quann uno è sfurtunato è meglio che 'o Signore s''o chiamma” 
(con il quale, con buona dose di black humorsi tacitano quelli che si lamentano di tutto ed in particolare delle loro disgrazie, per lo più ingigantite e quantunque comuni a tanti) direi: 
Quando uno non ha proprio nessun interesse, che si risveglia a fare?

Dormire di meno, fare di più.

Oggi, durante il mio lungo viaggio di rientro, negli aeroporti, negli autobus e in aereo ho visto tanta gente con lo sguardo perso nel vuoto o dormicchiante (poco e male, per risvegliarsi peggio) e solo pochi leggevano, ascoltavano musica o guardavano filmati.
Io ho visto 4 film, letto, elaborato questo post, scritto varie email e sono soddisfatto della mia giornata, non potendo fare molto di più.

sabato 9 gennaio 2016

Cultura per tutti, liberamente accessibile

Notizia molto interessante che potrebbe esservi sfuggita: anche la Biblioteca di New York ha reso disponibili online, e gratuitamente, una gran quantità di opere della propria collezione (esempio a sinistra).
Io sono fra quelli che sostengono che la cultura dovrebbe essere gratis per tutti (nei limiti del possibile) e con internet ciò diventa un obiettivo raggiungibile e tutti i musei e biblioteche dovrebbero rendere visibili le loro collezioni, almeno consultabili ancorché non scaricabili.
Invece esistono ancora musei nei quali è vietato scattare foto, divieto che non capisco in quanto la libera circolazione delle immagini è la migliore pubblicità, a ancor di più se integrata da passaparola o post (chi scatta una foto è stato di persona al museo ed evidentemente la tale opera lo ha favorevolmente impressionato) e, non da ultimo, è assolutamente gratuita! 
Qui in basso ci sono varie mie collezioni relative a musei e non parlo di piccoli musei sconosciuti e di poca rilevanza, ma del Louvre di Parigi, del famoso Museo de Antropologia de Mexico e altri di sicuro pregio anche se non altrettanto conosciuti.
Louvre  Parigi
Museo de Antropologia  Mexico D.F.
Museo de Arte moderna  Mexico D.F.
Capisco il divieto dell'utilizzo del cavalletto e, soprattutto, del flash (che rischia di danneggiare i colori, in particolare delle tele), ma che ci guadagna un museo a non far fotografare? Oltretutto, oggigiorno è impossibile controllare visto che una percentuale altissima di visitatori è dotata di dispositivi capaci di scattare foto più che decenti e sarebbe impensabile "sequestrare" tutti i telefonini e tablet all'ingresso. Un interessante compromesso era già di prassi in alcuni musei messicani 5 anni fa: era consentito fotografare liberamente pagando un minimo sovrapprezzo (mediamente fra il 10 e il 20% dell’ingresso).
La libera circolazione di opere libere da diritti (la quasi totalità di quelle esposte nei musei) dovrebbe essere garantita e le spese non sarebbero eccessive. Per fortuna molto è già stato fatto e l'operazione di condivisione prosegue a pieno ritmo grazie a musei, fondazioni, ministeri, mecenati ecc.
In particolare i progetti riguardanti testi antichi ormai non si contano più, ed è possibile ammirare le edizioni originali senza che queste escano dalle stanze a temperatura e umidità controllata. Certo, i bibliofili diranno che avere un tomo antico fra le mani è tutt'altra cosa (e sono perfettamente d'accordo) ma se si considerano i potenziali danni alle pagine, prenotazioni, liste d'attesa, ecc, non è molto meglio consultarlo da casa a qualunque ora di qualsiasi giorno e senza dover affrontare, oltretutto, un eventuale viaggio e soggiorno?
Un sito molto interessante è quello di LiberLiber dal quale si possono scaricare migliaia di classici e oltre a vari testi moderni concessi dalle case editrici o dagli autori stessi. Altre informazioni sono in questa pagina: "chi siamo" nella quale trovate anche un video esplicativo.
Così come per i libri, esistono già archivi digitali ad accesso gratuito di foto d'epoca, film di pubblico dominio (varie migliaia sono su archive.org, liberamente scaricabili), notiziari, insomma di ogni opera della quale è possibile creare una copia digitale.
Conoscendo la mia passione per la cartografia, non vi meraviglierete se vi cito almeno un sito di mappe antiche: la Kraus Map Collection (con immagini ad alta definizione). Questa sopra che rappresenta Roma nel 1544, per esempio, dopo averla ingrandita con un click, ha ancora due ingrandimenti disponibili (guarda la posizione del cursore dello zoom in alto a sinistra). 
Simile discorso vale per questa rara mappa di Venezia del 1514, in sei fogli (in basso particolare del centro con piazza San Marco e Palazzo Ducale).

Speriamo che si continui così.

giovedì 7 gennaio 2016

I miei sentieri preferiti (8) - crinale di Monte San Costanzo

da Punta Campanella ai sentieri attorno Monte Santa Croce

Ultima descrizione delle mie aree preferite per passeggiare godendo di natura abbastanza incontaminata e vasti panorami, come le precedenti lontana da aree troppo antropizzate (quantomeno non a vista), è probabilmente la più conosciuta delle sette.

Il percorso è quasi completamente visibile dal mare e in buona parte da Punta Campanella, per apprezzarne il profilo il sentiero di Jeranto (zona Sprito, prima di iniziare la discesa) è pressoché perfetto, ma molti lo guardano, si "spaventano" e rinunciano. Eppure, non è niente di impossibile visto che è relativamente breve: appena 1500m fino a Campo Vetavole dove la salita si può considerare conclusa e anche la parte più spettacolare.
Se deciderete di percorrerlo nel migliore dei modi (almeno secondo il mio parere) inizierete dall'area a monte della Torre Minerva, dove finisce la strada. Salendo al limite della falesia giungerete ben presto alla curva a gomito della stradina di cemento (alternativa venendo da Termini): il belvedere di Rezzale (dal quale avrete questa vista). 

Da questo punto dovete lasciare la stradina e non percorrerla fino al temine, seguite invece i segni bianco/rossi del CAI
Assodato che per la prima parte dell'ascesa non avete praticamente scelte, o la fate o non la fate, spenderò qualche parola in più per aiutarvi a scegliere il sentiero per tornare a Termini direttamente o passando per la sella fra Santa Croce e San CostanzoDurante la ineludibile pausa di riflessione-meditazione fra le rocce del punto panoramico a quota 391, avrete tempo di decidere, nel caso non l'aveste ancora fatto, quale sentiero seguire dopo ... ce ne sono ben quattro, tutti interessanti e panoramici, ma ognuno di essi offre il meglio di sé solo in determinate ore o condizioni.
Come dovrebbe risultare ben chiaro osservando la cartina completa, o solo lo stralcio a a destra, risalendo il crinale lungo il CAI300 troverete tre bivi, tutti a sinistra, in quest’ordine:
  • vicinale Vuallariello, quasi perfettamente in quota, perfetto per godersi il tramonto. Vi porterà fino allo spettacolare imbocco della vic. Le Selve percorrendo la quale arriverete a Cercito, a poche centinaia di metri da Termini.
  • sentiero per il belvedere/piattaforma di cemento in cima alla frana di Mitigliano (1973), il più tranquillo per andare alla strada di San Costanzo, anche questo ottimo per apprezzare i tramonti
  • vecchio percorso CAI00 che segue il crinale fino alla recinzione del "radar" e poi poggia a destra seguendo la rete poco più a valle. Forse il più impegnativo, certamente quello con maggior dislivello. Prima di iniziare a costeggiare la rete potrete godere di uno dei migliori panorami su Capri.
Tralasciando queste tre biforcazioni rimarrete sull’attuale CAI 300 e, abbandonato il crinale, procedete praticamente in quota fino alla pineta. Il sentiero è il più esposto dei quattro percorsi possibili, ma certamente non lo definirei pericoloso, anche se chi soffre di vertigini la può pensare diversamente.
   
Sconsiglio di percorrere il crinale in discesa, in particolare ai meno esperti e/o allenati, molto meglio salire con calma tanto sicuramente avrete ottime scuse per fermarvi ad ammirare il panorama (e riprendere fiato) concedendovi anche tempo per scattare fotografie.
video del circuito di Athena completo (escursione del 29 agosto 2012)
Per completare il classico Circuito di Athena (Termini - Campanella - San Costanzo - Termini) si dovrà aspettare la riapertura di via Campanella, ma non dovrebbe mancare molto. Non ho seguito l’andamento dei lavori sono ancora all’estero, ma a quanto ne so, entro la fine del 2015 doveva essere stato completato almeno l’80% dei lavori previsti dal progetto. Pertanto, se non proprio imminente, la riapertura non dovrebbe essere lontana. Spero che, anche se si dovrà aspettare un po’ di più per l’area circostante la Torre Minerva (ulteriori lavori) almeno sia concesso il transito pedonale per Rezzale da dove sarà possibile immettersi su sentiero CAI300.
Spero di fornire informazioni a riguardo nel corso della prossima settimana.

martedì 5 gennaio 2016

Cogli gli indizi, segui le tracce, dovunque ti portino

Post non strettamente cinematografico, pur traendo spunti (tanti, troppi) da Asì en el cielo como en la tierra (1995), di José Luis Cuerda 1995).  Film corale con tanti dei migliori attori e caratteristi del cinema spagnolo: Francisco Rabal, Fernando Fernán Gómez, Luis Ciges, Jesus Bonilla, Chus Lampreave, ...

Interpretata correttamente l’affermazione e seguito il consiglio con le dovute cautele, si avranno quasi sempre soddisfazioni e interessanti risultati, anche a partire da storie assurde. 
Tutto nasce da una visione casuale di un film che cercavo da tempo: Asì en el cielo como en la tierra, conclusione della Trilogia dell’Assurdo di Cuerda, completata da Total (1983) e Amanece, que no es poco (1988). Di quest’ultimo ho già parlato diffusamente in un paio di post, per analizzare, anche solo sommariamente Asì en el cielo ne occorrerebbero molti di più. La maggior parte di coloro che apprezzano l’opera di Cuerda indicano Amanece quale migliore della triade, ma ce ne sono tanti che pongono Asì en el cielo al medesimo livello se non addirittura superiore. Total è fuori dai giochi per essere il primo (praticamente sperimentale) e prodotto per la televisione e quindi anche di durata più limitata (meno di un’ora).
La differenza fra i due è facilmente descritta: Amanece è assurdo nel complesso e nelle varie situazioni, stravolgendo leggi fisiche, temporali e biologiche e quindi non ha un preciso filo conduttore. Al contrario Asì en el cielo ha una sua continuità e la trama, per quanto assurda possa apparire, è semplice e lineare in quanto parte da un presupposto ben preciso: Dio è scontento di come vanno le cose e, con l’aiuto di chi l’affianca, cerca di porvi rimedio. 
sopra: l'arrivo della prima probabile vittima dell'Apocalisse
in basso: le proteste di Norberto, ateo

In ciascuna scena, anche quelle con solo un paio di battute, si fanno riferimenti agli scritti sacri e si attualizzano argomenti filosofico-religiosi irrisolti e irrisolvibili. A margine di tutto ciò si tira in ballo con molta ironia la società spagnola (ma per molti versi potrebbe essere di qualunque altro paese) dai politici al clero, dagli imprenditori agli operai. 
Se si è abbastanza attenti e colti (ahimè, molti si perdono almeno la metà di quanto Cuerda ha posto nella sceneggiatura) si supera rapidamente l’impressione che si tratti dell’ennesima favoletta costruita in ambiente “paradisiaco” e ci si impegna a cogliere i tanti riferimenti e citazioni condensati in un film di poco più di un’ora e mezza. 
Per i non spagnoli (come me) c’è da aggiungere la difficoltà di cogliere ed interpretare espressioni colorite e detti, ma allo stesso tempo il piacere di poter successivamente investigare e saperne di più, sia in termine di fatti e che di idioma ed era a ciò mi riferivo nel titolo. Durante la visione di questo film, come detto non programmata, ho dovuto prendere un sacco di appunti in merito a indizi che lasciavano presupporre che ci fosse molto altro da sapere e quindi, seguite le tracce grazie a (Santo) Internet mi sono ritrovato a leggere vari stralci dell’Apocalisse, descrizioni sommarie delle idee di  Nietzsche e Sartre, ho appreso vari modi di dire tipici spagnoli ("Defenderse como gato panza arriba" è quello che mi è piaciuto di più) e non da ultimo ho scoperto la saeta, canto popolare gitano di argomento religioso, palo flamenco fra i meno conosciuti. Viene cantato a cappella nel corso di grandi processioni come, per esempio, quelle della Semana Santa. Persone facoltose ingaggiano cantanti specializzati (spesso famosi) per farli esibire dal proprio balcone al passaggio della processione. Guardando il primo video che ho trovato, questo di Cuca de Granà alla processione della Virgen de los Dolores ad Antigua Guatemalasi potrebbe pensare che sono cose d'altri tempi, residui coloniali in centroamerica. E invece no, infatti il secondo si riferisce alla processione del Cristo Yacente a Madrid, nel 2011! Queste brevissimi di devozione, rigorosamente senza accompagnamento musicale di alcun tipo, sono "a sorpresa" e di solito il cantaor  inizia a cantare senza preavviso. Quelli che dirigono la processione la fanno fermare e ripartono solo quando termina la saeta. 

Tornando alla parte più strettamente religiosa, trattata sempre con molta attenzione e precisione, Cuerda ripropone per bocca dei protagonisti dilemmi e controversie secolari quali la necessità dell’esistenza del Male, parlare (presupponendo presunzione) o non parlare (per falsa modestia), libero arbitrio (avendo libertà di scelta, l’uomo è colpevole dei propri mali), il mistero dell Trinità e tanto altro. In particolare ho trovato affascinante il modo nel quale ha trattato l'Apocalisse (di San Giovanni Evangelista) senza mai cadere nell'offensivo o irriguardoso pur non mancando gli spunti. Addirittura fa dire allo stesso Giovanni (invitato a riguardare il testo) che non si può cambiare, è poesia e non va in alcun modo interpretato alla lettera. Non per niente è concordemente descritto come uno dei testi sacri di più difficile e controversa interpretazione, che include violenze e atrocità a non finire.
Ap 14,10 * "Anch'egli berrà il vino dell'ira di Dio, che è versato puro nella coppa della sua ira, e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell'Agnello." (dal Testo completo dell'Apocalisse (approvato dalla CEI nel 2008) fonte BIBBIA.net
La maggior parte dei (pochi) denigratori del film, che ne hanno scritto male in quattro parole senza costrutto, dimostrano di essere bigotti della peggiore razza che non conoscono neanche la propria religione. Fra di loro ci sono anche quelli che si sono sentiti offesi sentendo parlare della “bestia con sette teste e dieci corna, montata dalla Grande Prostituta”. Probabilmente hanno gridando al sacrilegio e blasfemia e attribuito ai satanisti quella che invece è una creazione di San Giovanni, citata in un'opera che fa parte del Nuovo Testamento
Infine (il post sta diventando troppo lungo), mi preme citare la scena geniale nella quale Gesù sorprende il Padre immerso nella lettura di testi di Nietzsche e Sartre alla luce di un lampione della piazza del Cielo. Invitato ad andare a dormire, Dio si giustifica dicendo che sono libri prestati e deve restituirli, e aggiunge che trova molto interessanti le loro idee, in particolare quelle di Nietzsche che, per chi non lo sapesse, è colui che scrisse:
"Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!"
Se qualcuno volesse proprio fare un appunto a Cuerda, potrebbe opinare che ha riassunto in 95 minuti tutti i temi irrisolti e dubbi della religione senza fornire alcuna risposta. Ma come avrebbe potuto portare a termine l’ardua impresa se fior fiore di Santi, Teologi e Filosofi non vi sono riusciti in oltre 2000 anni?

Sono certo che una seconda visione di Asì en el cielo como en la tierra mi fornirà ulteriori spunti di riflessione e mi condurrà a "scoperte straordinarie"!

domenica 3 gennaio 2016

Musica in piazza! Puerto de la Cruz

Ieri sera c’erano ben tre gruppi in Plaza del Charco, centro vitale di Puerto de la Cruz (Tenerife). Ciò è cosa abbastanza comune, in particolare nei week-end e nel corso delle festività.
Il primo nel quale mi sono imbattuto è stato il Grupo musical Amatista, composto da tre ragazzi tinerfeños molto bravi (almeno a parer mio) che eseguivano solo pezzi strumentali con violino, chitarra e cajón flamenco. Si erano sistemati nel parco giochi al centro della piazza. Mai visti finora, li ho ascoltati per un poco e, assodato che il loro genere mi piaceva, sono rimasto. Ho effettuato una brevissima ripresa (qui in basso, giusto per mostrarveli) e sono andato a cenare. Dopo oltre un’ora erano ancora lì, il pubblico era aumentato di molto e gridava “Otra! Otra! ...” (bis).

Ci sono molti altri loro video in rete, migliori di questo fatto ieri sera (2 gennaio 2015) e hanno appena aperto un loro canale YouTube. Nella loro semplicità, secondo me meritano.
Al solito incrocio all’inizio di calle Quintana si era sistemata invece la Parranda el Ratito (quasi gli stessi componenti di quella che l’anno scorso si chiamava “Falta uno”) e si esibiva nel suo solito piacevolissimo repertorio di musica canaria e centroamericana. Peccato che continuano ad amplificare solo alcuni strumenti e non le voci ...
Infine c’era il gruppo itinerante di Pasacalles che girava per tutte le strade del centro in costume tradizionale canario cantando soprattutto pezzi natalizi a cominciare dal classicissimo “Los peces en el rio” (breve pezzo nel video in basso). In rete troverete mille altri video della canzone completa e anche i testi. Appartiene ad un genere musicale e poetico ben preciso, popolare in Spagna e Portogallo a partire dal XV secolo: il villancico.
Più distanti dalla piazza, ma si faceva sentire egualmente, provava un gruppo di batucada che, battendo furiosamente sui  tamburi, si preparava al Carnevale (ecco un brevissimo esempio) 

A tutto ciò aggiungete i tanti solisti “girovaghi” o stanziali presso alcuni dei tanti ristoranti e cafeterias all’aperto, come anche qualche duo e trio. Uno dei miei preferiti suona ogni sera al ristorante El Arado (dove si mangia un'ottima carne di cabra, l’unica che può competere con quella di Casa Tata) e si tratta de Los  Soles de Paraguay. Ovviamente musica sudamericana ed uno dei due suona la classica arpa paraguaya. Per chi non la conoscesse ho inserito questo video (in basso) del maestro Alcides Ovelar che esegue uno dei pezzi per arpa più famosi: Pajaro Campana.

Penso che abbiate capito che di sera a Puerto de la Cruz non ci si annoia, è piacevole girovagare ascoltando musiche dal vivo di vari generi e non importa se cantanti e musicisti non sono i migliori al mondo e l'acustica non è perfetta.

venerdì 1 gennaio 2016

"Ho visto film che voi umani non potreste immaginare ..."

Come avevo anticipato in chiusura del post precedente, l’ultimo del 2015, inauguro la serie di quest’anno presentando una novità che forse qualcuno avrà già notato sul mio sito. 
Si tratta di una serie di pagine dedicate al buon cinema, o almeno a quello che reputo tale, e che mi piace sotto il titolo "il Cinema secondo GioVis (Jean Lumière)"
Dalla homepage di questa sezione si accede a tutte le altre notizie, alle liste di film e ai link ai post in tema già pubblicati su questo blog, che sono anche stati ricaricati in una nuova raccolta Google+ che si andrà ad arricchire con cadenza quasi giornaliera. Spero che qualcuno le trovi interessanti e che successivamente possano stimolare qualche discussione di un certo spessore. 
Il titolo del post è chiaramente una citazione, parafrasata, dell'inizio del monologo di Rutger Hauer/Roy Batty nel famoso film di fantascienza Blade Runner (1982, diretto da Ridley Scott).
Non sono né sono mai stato un “critico cinematografico”, ma mi posso permettere di affermare che la varietà e quantità di film visti mi rende quantomeno un più che buon “esperto”. Quelli che sanno di cinema potranno valutare da soli le mie scelte in quanto ho elencato in 3 file circa un migliaio di film visti da metà 2012 ad oggi, evidenziando quelli che mi sono piaciuti, per un qualunque motivo. I più attenti noteranno anche che ho quasi tutti i film di Luis Buñuel (me ne mancano solo 2) e tanti di Kurosawa, Hitchcock, Orson Welles, Berlanga, Emilio Fernandez "El Indio", f.lli Coen, ... che sono chiaramente fra i registi che apprezzo di più.
Ho evitato però di stilare classifiche in quanto sono convinto che non sia giusto, che sia veramente difficile e, come ho già evidenziato trattando “dei miei sentieri preferiti”, che anche fra i migliori ci sono quelli giusti per specifiche occasioni o da guardare con determinate compagnie.
Ho ritenuto opportuno riportare il mio curriculum cinematografaro  per fornire una seppur vaga idea del mio background e di conseguenza delle motivazioni di alcune mie valutazioni, critiche, passioni.
Ho citato i miei trascorsi pratici e attivi nel mondo del cinema raccontando di quando comprai un proiettore più o meno come questo della foto a destra (e in simili condizioni precarie) e cominciai un’attività “imprenditoriale” ufficiale con tanto di registrazione SIAE, locandine, inserzioni e stelloncini a pagamento sul quotidiano Il Mattino e agendo da cassiere, operatore e montatore delle pizze.
Questa sezione cinema di giovis.com è ancora in evoluzione e quindi aspettatevi vari cambiamenti a breve. Ho già in progetto di pubblicare regolarmente su una raccolta Google+, creata all'uopo, brevi post con i dati dei film che vedo, link a IMDb o altro sito e un succinto giudizio. Allo stesso tempo continuerò ad aggiornare le locandine ai lati della pagina iniziale come appare adesso. 
Per ora ho elencato solo pochi link, in particolare verso i siti più completi (e quindi più utili) che raccolgono soprattutto dati ma anche qualche recensione. Altri compaiono nel testo del curriculum e si riferiscono a cineteche e festival, lista che in futuro potrei incrementare in modo sostanziale e creare una pagina a parte. Ciò secondo me è importante per sapere cosa esiste, conoscere nomi nuovi, scoprire film quasi dimenticati anche se non si può assistere alle proiezioni, parimenti ai bibliofili che vanno a spulciare i cataloghi delle librerie antiquarie.
Come scrivevo in apertura (e ho riportato nella pagina web) saranno graditi commenti pubblici su Google+ ma chi vorrà chiedere informazioni in merito ai film elencati fra quelli che ho visto (link alle liste in fondo alla pagina), suggerire film da vedere, indicare luoghi o siti dove poter recuperare film, segnalare rassegne e manifestazioni potrà anche contattarmi in privato inviando email a giovis@giovis.com e, nel caso fosse opportuno, provvederò a pubblicare la notizia.
   
Avevo concluso il 2014 con l’ottimo The night of the hunter (di Charles Laughton, 1955, con Robert Mitchum e Shelley Winters) passato nelle sale italiane come La morte corre sul fiume (e che ne parliamo a fare ...) e iniziato il 2015 con Touch of evil (di e con Orson Welles, 1958). Per dare l’addio al 2015 ho scelto Tabu (di F.W. Murnau, 1932) e mi accingo a guardare The window (di Ted Tetzlaff, 1949) ... un grande noir sconosciuto ai più, ma ben noto ai cinefili. 
   
Anche semplicemente citandoli, può essere che a qualcuno venga la voglia di guardarli ... e non rimarrà deluso.