giovedì 10 gennaio 2019

2° post cumulativo di micro-recensioni 2019 (6-10)

Ancora in fase sperimentale continuo a limitare le immagini ai soli poster dei 5 film visti e a non rispettare l'ordine cronologico di visione; li propongo in ordine di gradimento, dal preferito al meno interessante dei 5. In sostanza, questa cinquina è poco varia in quanto si compone di 2 film del giapponese Yasuzô Masumura e 3 dell'ungherese Miklós Jancsó, ma vi anticipo che i prossimi 5 sono, in linea di massima, più inusuali e ancora meno noti di questi. Unica relativa eccezione sarà Salmo rosso (1972), film candidato alla Palma d'Oro a Cannes, dove Jancsó ottenne il premio come miglior regista.


     

10 Elettra, amore mio (Miklós Jancsó, Ung, 1974) tit. or. “Szerelmem, Elektra” * con Mari Töröcsik, György Cserhalmi, József Madaras * IMDb 7,1
Nomination Palma d'Oro a Cannes
Questo fu il film di Jancsó che più mi colpì oltre 40 anni fa e che ho rivisto con estremo piacere. Ennesima rivisitazione del mito di Elettra, questa volta ripreso da un'opera teatrale di László Gyurkó del 1968 che ovviamente si rifaceva alle tragedie greche di uguale argomento. Come in molti altri film del regista magiaro, in particolare quelli del primo periodo, molte se non tutte le scene sono ambientate nella puszta ungherese nella quale si muovono decine e decine, se non centinaia, di comparse e di cavalli, montati o allo stato brado. Questi grandi movimenti rappresentano la chiave dei 12 piani sequenza con i quali Jancsó ha composto l'intero film. Al fascino della rappresentazione e dei continui movimenti di macchina si aggiunge un testo estremamente interessante con tanti riferimenti al potere, guerra, rivoluzione, tradimenti, assassini.
Assolutamente consigliato.

9 L'armata a cavallo (Miklós Jancsó, Ung, 1967) tit. or. “Csillagosok, katonák” tit. int. “The Red and the White” * con József Madaras, Tibor Molnár, András Kozák * IMDb 7,8  RT 92%
Viene spesso giudicato uno dei migliori film di Jancsó ma per apprezzarlo a dovere si dovrebbero conoscere abbastanza bene le vicende dei "rossi" (bolscevichi e rivoluzionari) e dei "bianchi" (zaristi e nazionalisti) che furono anche appoggiati da vari governi stranieri. Questo contrasto è evidenziato anche nel titolo originale, tradotto correttamente in tutte le lingue tranne che in italiano!
I continui capovolgimenti di fronte e la costante del punto di vista magiaro rendono un po' confusi gli avvenimenti, ma anche in questo caso vale quanto scritto in precedenza a proposito di "Elettra", il modo di dirigere di Jancsó,la sua scelta di inquadrature e la fluidità dei piani sequenza sono un piacere per qualunque cinefilo, e poco conta il discorso politico. Anche questo da non perdere. 
  
      

6 Giganti e giocattoli (Yasuzô Masumura, Jap, 1958) tit. or. “Kyojin to gangu” * con Hiroshi Kawaguchi, Hitomi Nozoe, Osamu Abe * IMDb 7,5
Altro film molto originale di Masumura. Completamente distinto dallo stile classico di pochi anni prima, mostra un altro aspetto del Giappone, il mondo del marketing nel quale irrompono giovani rampanti la cui "morale" dipende solo ed esclusivamente dal "dio denaro". Esplicitamente ammettono, e sostengono, che nella moderna società nipponica ciò che contano sono solo potere e yen, dimenticandosi dell'onestà e tradendo perfino gli amici. Ovviamente, non tutti quelli delle generazioni precedenti sono d'accordo. Appena nel suo secondo anno di attività, questo è già il quinto film di questo regista dell’avanguardia nipponica, una new wave trasgressiva e spesso al limite dello sperimentale. Ancora una volte colpisce il suo stile snello, con montaggio rapido, scene sempre essenziali sia come composizione sia per significato.

7 Blind Beast (Yasuzô Masumura, Jap, 1969) tit. or. “Môjû” * con Eiji Funakoshi, Mako Midori, Noriko Sengoku * IMDb 7,3
In questo film ci sono quasi esclusivamente due personaggi: uno scultore cieco ed una modella. A mio parere Masumura esagera nella parte finale (per evitare spoiler non dirò il perché) ma tutto il precedente, specialmente le scene che si svolgono nello studio dell’artista, sono da manuale. Molto conta la scenografia dell’interno del capannone dalle cui pareti sporgono vari elementi del corpo umano replicati in varie forme, posizioni e dimensioni. Un settore con tanti nasi, un altro con occhi, e poi bocche, gambe, braccia, orecchie ... e al centro due enormi corpi femminili distesi.
Di recente Masumura è stato rivalutato anche a livello internazionale, promosso ufficialmente dall’istituto culturale giapponese (suggerisco di leggere il suo profilo su Rotten Tomatoes). Una delle sue più emblematiche dichiarazioni fu: My goal is to create an exaggerated depiction featuring only the ideas and passions of living human beings. In Japanese society, which is essentially regimented, freedom and the individual do not exist. The theme of Japanese film is the emotions of the Japanese people, who have no choice but to live according to the norms of that society . . . After experiencing Europe for two years, I wanted to portray the type of beautifully vital, strong people I came to know there.

Sono venuto così (Miklós Jancsó, Ung, 1965) tit. or. “Így jöttem” tit. int. “My Way Home” * con András Kozák, Sergey Nikonenko, Béla Barsi * IMDb 7,7
Dei 3 film di Jancsó del gruppo, questo è quello che mi è piaciuto meno in quanto mi è sembrato slegato ed alcuni avvenimenti e comportamenti (azioni che certamente avevano una spiegazione, per quanto discutibile) sono difficili da comprendere a chi sa poco di storia russa e ungherese. Considerato che 
Questa poche chiarezza (per i non ungheresi) e qualche indecisione si può anche attribuire al fatto che questo fu il quarto film diretto dal regista e che si riferiva ai tanti sbandati che alla fine della guerra (appena 20 anni prima) vagavano quasi senza meta, certamente senza comando. Pur essendo un buon film, comparato agli altri due visti a distanza di poche ore è senz'altro più "grezzo". 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione.
Spero di riuscire a riorganizzare le micro-recensioni degli anni precedenti importandole nel mio sito. Per ora, e finché Google+ rimarrà attivo, vi si può accedere cliccando sui poster inseriti in queste pagine 

sabato 5 gennaio 2019

Primo post cumulativo di micro-recensioni 2019 (1-5)

Post sperimentale. Per ora penso di limitare le immagini ai soli poster dei 5 film visti e solo in casi eccezionali aggiungere qualche fotogramma. Inoltre, non rispetterò l'ordine cronologico di visione, ma li metterò in ordine di gradimento, dal preferito al meno interessante dei 5.

  

1 Cookie’s Fortune (Robert Altman, USA, 1999) tit. it. “La fortuna di Cookie” * con Glenn Close, Julianne Moore, Liv Tyler, Charles S. Dutton, Ned Beatty, Courtney B. Vance, Rufus Thomas, Lyle Lovett
IMDb  6,9  RT 89%  *  2 Premi ad Altman a Berlino
Ho voluto cominciare la stagione 2019 con una commedia d'autore diretta da un maestro dei film corali (Robert Altman), che si è sempre ben destreggiato anche con il black humor adattato a epoche ed ambienti molto diversi (MASH, California poker, Anche gli uccelli uccidono, The Player, Short Cuts, ...).
Tanti onesti caratteristi interpretano alla perfezione i loro peculiari personaggi, come per esempio tutti gli anziani del corpo di polizia locale nonché l'imperturbabile detective (Vance) venuto dalla città, e la strana coppia di conviventi Willis e Cookie. L'unico vero nome di grido è quello di Glenn Close, la cui recitazione, tuttavia, mi sembra invece un po' sopra le righe e certamente, in questo caso, non certo migliore degli altri.
Soddisfatto della scelta, più che consigliato.

3 Inherent Vice (Paul Thomas Anderson, USA, 2014) tit. it. “Vizio di forma” (ma traduzione più corretta sarebbe stata “vizio intrinseco”) * con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson
IMDb  6,7  RT 74%  *  2 Nomination Oscar (sceneggiatura adattata e costumi)
Fra noir e black comedy, procede lentamente ma con passo sicuro, con infiniti colpi di scena e intrecci sorprendenti, senza dover ricorrere al alcuna scena spettacolare (i soliti inseguimenti, sparatorie, lunghe agonie). Ottime le interpretazioni non solo dei primi attori Joaquin Phoenix e Josh Brolin, ma anche di tanti comprimari relegati loro malgrado in parti secondarie (p. e. Benicio del Toro e Peter McRobbie). Imprenditori spregiudicati, spacciatori, agenti FBI, poliziotti, tossicodipendenti, un infiltrato, una gang detta "Canino d’oro”, bikers e neonazi, incrociano le loro strade seguendo le tracce di persone che improvvisamente scompaiono senza lasciare traccia ... qualcuna ricompare altre no. Film divertente e avvincente che tuttavia si perde un po’ nel finale. Il poco prolifico regista Anderson sarà comunque ricordato più per il suo capolavoro There will be Blood che non per Inherent Vice (seppur divertente e ingegnoso) e certamente non per il suo più recente lavoro “The Phantom Thread”.

      

2 Shoplifters (Hirokazu Koreeda, Jap, 2018) tit. or. “Manbiki kazoku”  “Un affare di famiglia” * con Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki
IMDb  8,1  RT 99%  *  Nomination Golden Globe come miglior film straniero, Palma d’Oro a Cannes
Dato come quasi sicuro candidato all'Oscar 2019 (miglior film non in lingua inglese), già vincitore di numerosi premi fra i quali la Palma d'Oro a Cannes, mi ha un po’ deluso non perché non sia un buon film, ma dopo aver letto tanti commenti entusiastici mi aspettavo francamente di più. L'ho trovato slegato, altalenante e purtroppo il pessimo doppiaggio spagnolo me lo ha rovinato ancor di più (speravo in una v. o. sottotitolata).
Ricorrentemente ci sono interessanti considerazioni sul senso della famiglia, legami genitori-figli, false dimostrazioni di affetto (i rapporti familiari sono sempre stati il tema preferito, quasi esclusivo, del regista) ma gli eventi finali in parte mi hanno lasciato perplesso anche per lasciare in sospeso o nel vago varie situazioni. Dopo averlo guardato, sono andato a leggere qualche recensione per capire cosa fosse piaciuto tanto e ho notato che molti lo giudicano il miglior film di Koreeda. In dissenso, i 3 che avevo visto in precedenza (Like Father, Like Son, Our Little Sister e After the Storm) mi erano tutti piaciuti di più di questo.

5 La città proibita (Yimou Zhang, USA, 2006) tit. or. “Man cheng jin dai huang jin jia” * con Yun-Fat Chow, Li Gong, Jay Chou
IMDb  7,0  RT 66%  *  Nomination Oscar per i costumi
Mi è sembrato composto da due parti assolutamente diverse, la prima più lunga (quasi 3/4 del film ) è un’avvincente, ben congegnata e ben proposta storia di intrighi di palazzo, un subdolo conflitto per il potere all’interno della famiglia imperiale, nella seconda e finale prendono il sopravvento combattimenti ripetitivi e irreali che in più casi coinvolgono migliaia di soldati (fra vere comparse e CGI) che dopo pochi minuti annoiano e infine si conclude in modo troppo melodrammatico. Purtroppo ben lontano da quanto visto nei precedenti “Hero” o La foresta dei pugnali volanti dello stesso Zhang. Al contrario, la rappresentazione degli interni del palazzo imperiale è fantastica, una festa di colori, con un’incredibile varietà di oggetti, utensili e arredamenti. Oltre alla Nomination per i costumi, penso che La città proibita avrebbe meritato anche quella per la scenografia.
Non certo fra i migliori film del più che bravo Yimou Zhang, merita comunque una visione.

4 ¡Ay, Carmela! (Carlos Saura, Spa, 1990) * con Carmen Maura, Andrés Pajares, Gabino Diego  *  IMDb  7,3  RT 73%p   
Uno dei film a soggetto del più recente periodo di Saura, che segue Sevillanas, uno dei tanti film/documentari dedicati alla musica, alla danza e all’arte.
Si tratta di una storia decisamente politica, ambientata alla fine degli anni ’30, in piena guerra civile spagnola. Forse per questo ha ricevuto una più che buona accoglienza in patria ed è spesso raccomandato fra i film prodotti nel secolo scorso, ma non sembra adatto al mercato estero. Lo stesso titolo si riferisce non solo al nome della protagonista (una attrice/cantante/ballerina di un varietà itinerante, interpretata da Carmen Maura), ma era anche la canzone simbolo dei repubblicani, ovviamente vietata in campo falangista. Il film procede lentamente seguendo le disavventure della ridottissima troupe (3 membri).
Si tratta di una produzione italo-spagnola e la “nostra” rappresentanza nel cast è tristemente capitanata da Armando de Razza (fatto conoscere al grande pubblico da Renzo Arbore, molti lo ricordano quale interprete della canzone demenziale “Esperanza d'escobar”) nei panni del tenente Ripamonte e, con i suoi soldati inviati da Mussolini a supporto di Franco, si esibisce cantando “Faccetta nera”.
Un film assolutamente evitabile, lontanissimo dalla qualità di precedenti lavori di Saura come Los golfos (1960), La caza (1966), Cria cuervos (1973), Ana y los lobos (1976),  Mamá cumple 100 años (1979).   

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione.
Spero di riuscire a riorganizzare le micro-recensioni degli anni precedenti importandole nel mio sito. Per ora, e finché Google+ rimarrà attivo, vi si può accedere cliccando sui poster inseriti in queste pagine 

venerdì 4 gennaio 2019

Spigolature ed elogi coyoacanensi (post molto arretrato)


Ancora a Coyoacán, Ciudad de Mexico

Qualche curiosità e qualche nota da questo mio quarto soggiorno a Coyoacán, area decentrata di Ciudad de Mexico, da sempre residenza di personaggi di rilievo, dal conquistador Hernán Cortés a partire dal 1521, ad artisti come Frida Kahlo e Diego Rivera (i quali ospitarono il rifugiato russo Trotski che qui fu assassinato nel 1940 da un sicario per ordine di Stalin), a innumerevoli cineasti e attori della Epoca de Oro del Cine Mexicano, data la vicinanza agli Estudios Churubusco (la Cinecittà messicana).
Tutt'oggi Coyoacán è un affascinante misto di ville moderne e grandi residenze dl secolo scorso, larghe strade alberate, molte delle quali con scarsissimo traffico, stradine acciottolate (verso San Angel), conta 4 musei fra i quali il quello famoso della Casa azul di Frida Khalo e una doppia classica piazza alberata, con tanto di cassa armonica e chiesa in stile coloniale (Iglesia de San Juan Bautista, costruita fra il 1522 e il 1552, su terreno concesso da Cortés ai francescani), un grande parco pubblico (Viveros) dove ci sono sempre migliaia di persone che passeggiano o corrono ordinatamente (sull’anello principale vige un regime di senso unico con i camminatori da un lato e i corridori dall’altro), spazi specifici per bambini e per anziani, un grande slargo centrale dove si “allenano” giovani aspiranti toreri ... (foto in basso)

Per puro caso, negli ultimi 3 soggiorni ho trovato alloggio in case legate al mondo del cinema: di una documentarista (pluripremiata, anche all'estero), una specialista del montaggio sonoro e, a novembre scorso, in quella che fu la residenza di Fernando Soler, il più famoso della famiglia dei poliedrici cineasti messicani che segnarono la Epoca de Oro, fratello di Mercedes, Andres, Julian e Domingo, tutti attori, registi e produttori. Fernando apparve in oltre 100 film, quasi sempre da protagonista come anche nel caso dei suoi 3 lavori con Luis Buñuel: El gran calavera (1949), La hija del engaño (1951), Susana (1951). A un tiro di schioppo c'è la fantastica Cineteca Nacional Mexico (della quale ho già parlato in più occasioni) e, qualche chilometro più in là, la Casa Museo di Luis Buñuel. Ma più a portata di mano di ques'ultima, cè la Monumental Casa de Emilio el "Indio" Fernández, una specie di fortezza dall'architettura a dir poco singolare, nella quale il grande regista, attore e modello per la statuetta degli Oscar (leggi post) visse fino alle fine dei suoi giorni. Si trova all'angolo della c/ Dulce Olivia, così denominata come omaggio a Olivia de Havilland, della quale el Indio era perdutamente innamorato.
Ma anche per i non interessati alla settima arte Coyoacán è un luogo piacevole per soggiornare e passare le serate dopo una giornata spesa fra i tanti eccellenti musei di Ciudad de Mexico (il centro è raggiungibile in 20 minuti con linea diretta della metropolitana, per soli 25 centesimi di euro). Ci sono innumerevoli ristoranti di qualsiasi livello, da quelli che propongono alta cucina a quelli situati all'interno del mercato (dove si può mangiare abbondantemente con meno di 3 euro), da quelli di tendenza ai vegetariani, oltre a tutto il cibo di strada fornito da bancarelle e ambulanti. (nella foto sotto, uno di loro comincia a preparare qualche cipola ...)
Ci sono almeno 4 teatri, dei quali uno grande che propone spesso musical moderni, e uno pubblico con programmi di musica classica (quasi sempre gratuiti), ma anche jazz, musica popolare e rock. Nei week-end ci sono spesso spettacoli in piazza e nei giardini di fronte al mercato di frequente si vedono persone di una certa età che ballano al ritmo di pezzi classici messicani, ma spesso si uniscono a loro anche giovani e giovanissimi (che ballano molto peggio).  

L'arzillo (a dir poco) ballerino delle foto sopra era molto richiesto da signore e signorine di ogni età e non perdeva un ballo. 
In occasione di festività gli eventi si moltiplicano, le strade attorno al centro vengono chiuse al traffico e per la strada a malapena si riusce a camminare.
Un paio di mesi fa ero lì per el Dia de Muertos che in Messico è una vera festa di più giorni, con sfilate, travestimenti, quantità incredibili di cibo e tanta musica. Spesso si esibiscono anche nomi di rilievo, basti dire che nella piazza di fronte al mercato ho potuto assistere al concerto della Sonora Santanera (con la formazione attuale al completo). A molti di voi il nome dirà poco o niente, ma sappiate che è uno dei gruppi più famosi dell'America Latina, vincitore di 2 Latin Grammy Awards per il miglior album tropicale internazionale (nel 2014 e nel 2016; nel 2018 è stato fra i 5 candidati) e che , dal 1955, esegue un vastissimo repertorio di ritmi classici come danzón, mambo, bolero, rumba, chachachá, guaracha e cumbia.

In Messico non ci sono solo le spiagge e le aree archeologiche precolombine, la capitale è una città piena di cultura, con tanti ottimi musei e non è più pericolosa né più inquinata di tante altre grandi città europee o americane.

domenica 30 dicembre 2018

Montaña Guajara, ultima vera escursione del 2018

Alle spalle del Parador c'è El Capricho, sullo sfondo l'imponente Montaña Guajara 
A inizio anno non ebbi l’occasione di andare a verificare la via di accesso a Montaña Guajara alternativa alla classica, l’ho fatto sabato 29 dicembre. Appena un anno fa fu proposto tale collegamento fra la cima di Montaña Guajara (2.718m) e la Degollada de Ucanca, già toccata dal percorso 31 segnalato dal Parque Nacional del Teide.
Certamente non è comparabile con il percorso classico (ruta 5 + ruta 15) né come impegno, né come panoramicità, né come sicurezza, ma c’è da dire che è stato creato per dissuadere gli escursionisti a utilizzare l’ancor più rischioso camino de los alemanes (sentiero dei tedeschi), per lunghi tratti su stretta cengia esposta a NNO, spesso ghiacciata in inverno. Comunque, al già esistente ripido tratto del 31 si aggiunge ora il prolungamento del 15 che include l’impressionante passaggio nella gola rocciosa della Bocáina, una vertiginosa discesa fra rocce e pietre per niente stabili, né quelle del tracciato, né quelle ai lati o della parete ai piedi della quale corre il “sentiero” (infatti all’inizio c’è un chiaro cartello che avverte del pericolo caduta massi).
   
La foto a sx rende bene l'idea del "precipizio", quella a sx non è altrettanto efficace sia per il contrasto fra la luce della caldera e il quasi buoi della gola, sia per essere un tratto quasi in piano, ma è evidente la parete che incombe sul sentiero. 
Dando un semplice sguardo alla mappa si notano i due tratti estremamente ripidi del collegamento occidentale, molto più scoscesi dei due (tutto il e la prima parte della salita del 15) del versante opposto che non raggiungono mai tali pendenze. 
Questo percorso circolare è relativamente breve (circa 11 km) e prevede un dislivello di circa 600 metri, quindi niente di eccezionale, ma bisogna tener conto dell'altitudine e del fondo in gran parte molto accidentato.
In linea di massima è fattibile anche da chi non utilizza mezzi propri visto che il Parador è raggiungibile in guagua (bus) tutti i giorni dell’anno sia dalla costa nord (348 da Puerto de la Cruz) sia da quella sud (342 da Los Cristianos). Tuttavia bisogna tener presente che per entrambe le linee c’è una sola corsa che lascia circa 4 ore e mezza per completare il percorso e non perdere il bus di ritorno. Le viste sono varie ed interessanti, quelle dalla vetta spettacolare. Qui ib basso, nell'ordine: Parador e Roques de García - Llano de Ucanca (il fondo della caldera) - il Pico del Teide (3.718m) con al lato Montaña Blanca (2.748m) - parte del sentiero 31 (meno comoda di quanto appaia) con El Capricho a sx nella foto.
   

   
Se deciderete di andare in cima a Guajara, siate pronti ad affrontare venti abbastanza forti, sia per la quota sia per i passi attraversati (Degollada de Guajara e Degollada de Guajara), dove le raffiche acquisiscono ulteriore velocità. Fra vento e altitudine è possibile che faccia "freschetto".
   
Fra le varietà geologiche che si possono ammirare lungo il percorso, spiccano alcune pareti di pomici (foto a sx - una zona simile più a valle, molto più varia e vasta, è nota come paisaje lunar) e il singolare affioramento di El Capricho (foto a dx), oggi una delle più frequentate palestre naturali di climbing.  

In giro attorno al cono vulcanico del Chinyero


Prima di Natale ho iniziato l'esplorazione di una nuova (per me) area di Tenerife, quella circostante il cono del volcán Chinyero (1.556 m), l'ultimo nato dell'isola, dopo un “travagliato parto” durato una decina di giorni a fine novembre 1909 ... il giovincello è quindi prossimo a 110 anni.
Come è normale, gli ampi campi di lava che lo circondano appaiono ancora quasi del tutto desertici, ma in più punti sono spuntate numerose piante pioniere (così dette per essere le prime ad attecchire e crescere dopo un'eruzione) fra le quali le più evidenti sono i pini, che già da prima costituivano la vegetazione predominante e tutt’ora circondano le colate e gli ammassi di ceneri e lapilli.
   

Il Chinyero si trova lungo le falde occidentali del Teide, a meno di 4 km dal limite del Parque Nacional e a una decina di km dal cono principale che con i suoi 3.718m viene spacciato dagli spagnoli il più alto vulcano d'Europa, ma se lo è amministrativamente, di sicuro geograficamente fa parte della Macaronesia o, tuttalpiù, del continente africano.
Numerosi sentieri segnati (dal Cabildo), piste forestali e altri percorsi storici consentono l'accesso alla ruta circular Chinyero, un circuito di quasi 6 km che gira attorno al cono evitando per quanto possibile le piste e sviluppandosi fra pinete e campi di lava. 
I panorami e gli ambienti sono quindi abbastanza vari e sempre interessanti pur trovandosi in un'area relativamente limitata, sia come superficie che per altitudine, sostanzialmente fra i 1.200 e i 1.600 metri.
Peccato che, nonostante il bel tempo, ci fossero nuvole alte e compatte che raramente permettevano il passaggio dei raggi solari. Quindi la visibilità era più che buona (sullo sfondo di varie foto si vede la cima del Teide, 3.718m) ma non la luce. 
Ho in programma di tornare a breve al Chinyero non solo per esplorare nuovi itinerari, ma anche con la speranza di scatti migliori.
   

sabato 8 dicembre 2018

Animal House e qualche aneddoto

416  Animal House (John Landis, USA, 1978) * IMDb  7,6  RT 95%
con John BelushiDonald SutherlandKaren Allen, Tom Hulce, Kevin Bacon  

Il titolo originale completo è National Lampoon's Animal House ma è normalmente conosciuto come Animal House ed è senza dubbio il primo grande successo di John Landis, quello che fece anche conoscere al grande pubblico John Belushi, fino ad allora noto solo per le sue apparizioni nel Saturday Night Live. L’attore diventò poi immortale per l’altra sua famosa collaborazione con Landis (probabilmente l’unico che lo seppe gestire), vale a dire The Blues Brothers (1980), ultimo vero successo prima della sua prematura morte a soli 33 anni, nel 1982, per overdose con mix di eroina e cocaina. L’unico altro attore di fama era Donald Sutherland, ma molti degli esordienti (o comunque fin allora semisconosciuti) ebbero una carriera cinematografica da non disprezzare: Tom Hulce (Mozart), Karen Allen (vari Indiana Jones), Kevin Bacon (Mystic River, The Woodsman).
  
Varie volte ho citato questo film con cinefili sotto i 40 anni e, con mia grande sorpresa, solo pochissimi ne conoscono l'esistenza. Pur essendo un film assolutamente demenziale, si distingue nettamente da tutta quella serie di film ambientati nelle sorority e fraternity dei college americani, dando una decisa svolta di follia senza regole. Molto di ciò che accade nel film è più che improbabile per l’esagerazione, ma l’essenza, i luoghi, i riti di iniziazione, gli scherzi pesanti, le feste e le sfilate sono tutte cose vere, almeno in quegli anni. Ancora oggi, e specialmente quest'anno in occasione del quarantennale dell'uscita del film, si organizzano visite guidate nei luoghi delle riprese (molti dei quali ancora quasi identici), sia per turisti che per le matricole.
  
Pare che il rettore dell'University of Oregon una dozzina di anni prima avesse negato la disponibilità per ambientarvi parte de Il laureato (1967, di Mike Nichols, Oscar per la regia e 6 Nomination) che andò all’University of Southern California ma, dopo il gran successo del film, se n'era pentito. Appena ricevuta simile richiesta per Animal House concesse l'autorizzazione senza neanche leggere il copione ... e in questo caso si pentì di aver acconsentito. Vari anni dopo l'università tentò addirittura di nascondere la sua partecipazione, ma pur non venendo mai nominata esplicitamente, tutti sanno che il film fu girato proprio lì. Solo la sfilata conclusiva (questa veramente esagerata e quasi palla al piede del film) fu girata a Cottage Grove, piccola cittadina a una quarantina di km da Eugene.

Tuttavia, la Delta House, che avrebbe dovuto essere l’indiscusso highlight dei tour, fu demolita nel 1986 e rimpiazzata con un anonimo edificio, ma sul marciapiede fu posta una targa di bronzo che la ricorda. Curiosamente, proprio in quel periodo risiedevo a Eugene ed ebbi modo di seguire le movimentate fasi dell'abbattimento della Animal House, sede della Delta Tau Chi fraternity. Ho scritto movimentate fasi in quanto, essendo il film già un cult fra gli studenti americani e soprattutto fra quelli di Eugene, appena si sparse la voce dell'imminente demolizione dell'edificio, furono organizzate proteste, sit in, proiezioni speciali ecc. ... la casa fu comunque rasa al suolo. Quella casa fu anche la ragione per la quale Landis scelse Eugene in quanto si trovava proprio al lato di un edificio di una ricca fraternity (ancora in piedi).

Il film comprende una famosa performance di Otis Day and the Knights che interpretano Shout (in occasione del  famoso toga party) e il pezzo è diventato quello ufficiale della locale squadra di football. (non ti perdere il video)
Un film storico per più motivi e ciò è dimostrato anche dal riconoscimento ottenuto nel 2001 dal National Film Preservation BoardNel 1978 fu il secondo miglior film al botteghino in USA e Canada e si deve sottolineare che con un budget inferiore ai 3 milioni di dollari, ne incassò ben 140.

giovedì 22 novembre 2018

Al Festival di Huelva ho riscosso applausi a scena aperta ...

... come paladino dei cinefili e spettatori perbene!
Già ben conosciuto per la mia quasi onnipresenza sia in sala che alle conferenze stampa dalle azafatas (hostess), dagli addetti agli ingressi, da vari giornalisti e aficionados, nonché dall'addetto stampa, quest'ultimo ha avuto la brillante (seppur gentile) idea di menzionarmi per ben due volte nel corso della breve introduzione alla proiezione di Miriam miente (sezione ufficiale del Festival).
Più volte avevo chiacchierato con Rafa (giornalista della rete Onda Cero) il quale mi aveva anche accompagnato in un posto 3B (bueno, bonito y barato = buono, carino ed economico), mi aveva presentato giornalisti specializzati colombiani e peruani, lo staff della delegazione dominicana e altri suoi colleghi, e per questo ieri sera, nella hall del Gran Teatro, mi sono permesso di sollecitare un suo intervento per porre un freno alle frequenti accensioni di smartphone durante le proiezioni, invitandolo a fare un pubblico appello (rimbrotto preventivo) prima dell'inizio del film.

Il buon Rafa si è scusato per non averlo fatto in precedenti occasioni e mi ha detto che già qualcuno si era lamentato la sera precedente, ma non sapeva che probabilmente ciò derivava dal mio battibecco letteralmente plateale (trovandoci in platea) a fine proiezione con un imbecille scostumato che sedeva nella mia fila, per sua fortuna con due signore e sua moglie fra me e lui. Dopo averlo invitato gentilmente più volte a desistere dal suo comportamento, a fine proiezione gliene ho dette di tutti i colori e mentre le due signore redarguivano aspramente la moglie (anche lei colpevole di più accensioni) l’imbecille bofonchiava qualcosa come i bambini che mugugnano pur sapendo di aver torto, inventando le scuse più assurde. L’ho aspettato all’uscita per capire cosa avesse da ridire, ma el cobarde è sgattaiolato via senza farsi vedere.
Rafa ha iniziato la presentazione del film con un panegirico delle opportunità fornite dai Festival di incontrare cinefili di altri paesi e mi ha menzionato (come il señor Giovanni de Italia) quale uno di loro venuto a Huelva apposta per il Festival e presente a quasi tutte le proiezioni ... e fin qui tutto tranquillo. Poi, finita la breve intervista alla giovane coppia di registi di Miriam miente accompagnati dalla figlia Lia di 5 mesi, ha aggiunto che lo stesso señor Giovanni gli aveva fatto presente l'indecenza del diffuso uso di cellulari che illuminano quasi a giorno almeno un paio di file e, facendo sua la mia protesta, senza tanti giri di parole ha invitato il pubblico a comportarsi più correttamente ... e a questo punto è partito uno scrosciante applauso spontaneo, più forte e lungo di quello di prassi rivolto poco prima ai registi.
Ovviamente non era indirizzato a me come persona, ma dimostrava l'ampio sostegno alla mia lamentela nei confronti di quel 5-10% di incivili, purtroppo presenti in quasi qualunque sala (ma in un festival è ridicolo che ciò possa accadere senza che nessuno dica niente).
Spesso avere la faccia tosta di sottolineare comportamenti scorretti e/o molesti porta a buoni risultati. Alcun la reputano maleducazione, ma io la vedo come male minore. Ciò spiega gli applausi di tutti quelli che evidentemente soffrivano in silenzio per non avere la sfrontatezza di redarguire gli scostumati e si sono sentiti sollevati dal fatto che qualcuno (in questo caso io) abbia messo le cose in chiaro.

Dalla mia poltrona, poco più dietro del centro sala, durante tutta la proiezione non ho visto una sola luce di smartphone!

domenica 11 novembre 2018

Scoppio del faro di Punta Campanella: data e dati ufficiali

La ricerca della data esatta dell'evento, iniziata in primavera dopo aver cercato inutilmente notizie certe in loco (Termini e marine di Massa Lubrense), aveva dato i primi frutti quando il Comando Zona dei Fari e dei Segnalamenti Marittimi di Napoli mi comunicò che L’incendio ed il successivo scoppio presso l’infrastruttura in argomento è avvenuto il mattino del 6 agosto 1969 e, considerato che avevo anche chiesto se ci fossero notizie dell’inizio attività del faro, avevano aggiunto: ... il faro è stato attivato a cura del Regno delle due Sicilie nel 1848 su un fabbricato a due piani già esistente.
Come si evince dai post del 9 maggio 2018 (Mercoledì 6 agosto1969: scoppio del faro di Punta Campanella) e dal successivo dell'11 maggio (Spesso accade che la memoria inganni ... scoppio faro Campanella), rimasi dubbioso, in particolare per il fatto di non aver trovato sui quotidiani dell'epoca alcuna notizia in merito. 
Convinto che un ricercatore debba affidarsi ad almeno due fonti (congruenti) per accertare un episodio, in calce al secondo dei suddetti post scrissi:
Non essendo giunto ad un punto fermo, e fino a prova contraria, continuo a prendere per buona la data fornita da Marifari, unica fonte scritta in mio possesso, ma continuerò a cercare un riscontro, possibilmente inconfutabile.
Così cominciai a seguire altre piste contattando vari settori della Marina Militare, dai quali ho sempre ricevuto pronte risposte anche se, il più delle volte, mi rimandavano ad altro ufficio. 
Finalmente, a fine luglio, entrai in contatto con il personale della Direzione fari e segnalamenti del Comando Logistico della Marina Militare che mi assicurò che avrebbero eseguito le dovute ricerche (abbastanza complesse) della documentazione richiesta e mi avrebbero fornito i dati richiesti. 
A fine ottobre (mentre ero all’estero, il che spiega il ritardo nella pubblicazione di quanto segue) ho avuto la gradita sorpresa di ricevere un lungo messaggio con una serie di informazioni, sia storiche che strettamente tecniche, "estratte dal notiziario cartaceo in uso fino ai primi anni 2000 da dove si evincono tutte le modifiche occorse al segnalamento fin dalla sua attivazione da parte del Regno delle due Sicilie nel 1848”, che qui riassumo:
  • 1915: trasformato dalla Marina Militare da luce a petrolio a luce intermittente con APD (Acetilene a Produzione Diretta da carburo di calcio);
  • luglio 1965: trasformato da APD ad IE/AD (Impianto Elettrico/Acetilene Disciolto) con il cambio dell’ottica da OF-375 (Ottica Fissa da 375 mm. di diametro) a TD-500 (Tamburo Diottrico da 500 mm. di diametro) e conseguente potenziamento in portata luminosa;
  • dicembre 1967: variata la caratteristica luminosa;
  • 27 marzo 1969: a seguito del crollo di due solai, il fabbricato del faro viene dichiarato pericolante, portando al ritiro del personale ed al divieto di accesso;
  • 14 aprile 1969: a seguito dei lavori di puntellamento, viene concesso l’accesso al faro limitatamente alla zona puntellata e viene ripristinato il funzionamento con lampeggiatore semplice ad acetilene disciolto e valvola solare per l’economizzazione del gas;
  • 13 giugno 1969: viene installato il LEA (quadretto stagno con dispositivo di accensione e spegnimento automatico del fuoco) per garantire il funzionamento della sorgente IE, provvisoriamente su Torre Minerva; a seguire viene spento ed attivato il nuovo fuoco su traliccio in ferro;
  • mattino del 6 agosto 1969: esplosione del faro verificatasi a seguito di un incendio sviluppatosi all’interno della lanterna, poi propagatosi nei locali sottostanti provocando l’esplosione di 5 bombole cariche di acetilene disciolto;
  • gennaio 1974: il traliccio è stato pitturato a fasce bianche e nere;
  • dicembre 1977: il fuoco è trasformato ad alimentazione a propano;
  • 1988: rinnovato con impianto elettrico a pannelli fotovoltaici lampada bi-filamento e lampeggiatore automatico;
  • 2014: ammodernato con quadro automatico di telemonitoraggio e lampeggiatore a LED.
fonte: Direzione fari e segnalamenti del Comando Logistico della Marina Militare.

Considerato che queste ultime notizie corroborano quella precedentemente fornita da Marifari, si può affermare che non ci siano dubbi in merito alla data dell'evento. Tuttavia, a puro titolo di curiosità personale, continuerò a cercare in emeroteca notizie pubblicate in merito all'episodio in questione e fra i privati altre foto che, da qualche parte, sono convinto che esistano.
scansione da “Portolano del Mediterraneo” (volume 1b, Basso Tirreno, pag. 108)

sabato 10 novembre 2018

Gastronomia messicana, qualche novità e i tradizionali mole


Oltre a scegliere più volte piatti con contorno dei miei amati chilaquiles e mangiare un ottimo alambre (carne con peperoni, cipolla e formaggio) ho sperimentato vari nuovi piatti fra i quali rajas de chile poblano (peperoni, cipolla e formaggio, con mais opzionale - foto a sx), nopales fritti (palette di fico d'india, tecnicamente cladodi - non sono foglie), varie insalate con originali combinazioni come mirtillo palustre rosso, noci e formaggio, o chiles güeros  (peperoni oblunghi chiari -  talvolta piccanti), formaggio panela e verdura cruda, e, soprattutto, ho trovato un buon mole poblano (negro).
Penso valga la pena spendere qualche parola in più in merito ai mole in genere, varietà pressoché infinita di salse, dalle ricette tutt'altro che definite. 

I più famosi sono il mole verde, il poblano (di Puebla) e il negro, ognuno con le sue varianti che si distinguono per la predominanza o l’aggiunta di uno o più degli oltre 20 ingredienti di ciascuno di essi, alcuni sempre presenti. 
Quasi tutti includono almeno 4 tipi di peperoni (qualcuno piccante), aglio, cipolla, sesamo (ajonjolí), estratto di canna da zucchero (piloncillo), arachidi (cacahuates), cannella, chiodi di garofano, pepe nero, pomodori, anice, uva passa, mandorle, tortilla, banane (platano macho - tipo utilizzato in cucina e non come frutta - foto a sx), nocciole, brodo di pollo, semi di zucca, strutto o olio, coriandolo e cioccolato.
Ricordo che nel corso del mio viaggio dell'83, nei mercati di qualunque città o pueblo, specialmente a sud della capitale, c'erano una varietà di contenitori pieni dei diversi tipi di mole che emanavano effluvi inebrianti. Non c'era un solo punto di ristoro che non servisse almeno un mole. 
La settimana scorsa ho mangiato un ottimo pollo con mole poblano negro, con predominanza di cacao, ovviamente accompagnato da tortillas, fagioli e crema (panna acida). Nella maggior parte dei casi si presenta come una massa molto densa, pastosa, e talvolta come un semplice misto di spezie macinate. 

Se ben preparato la predominanza di turno è lieve e il sapore complessivo è chiaramente unico, derivando da tanti diversi ingredienti. Tutti i mole sono senz'altro da provare a meno che non siate allergici a uno dei tanti ingredienti o di quelli che anche nei posti più esotici mangiano pizza e pasta (carbonara e bolognese sono ormai in quasi qualunque menù per turisti) rifiutando qualsiasi nuova esperienza culinaria.
Le foto dei mole sono state scattate negli spazi esterni del Museo de las Cuturas Populares a Coyoacàn, che accoglievano tanti stand riservati ai cibi tradizionali in occasione dei giorni festivi del Dia de Muertos, il che spiega la presenza dei teschi (di zuuchero).