mercoledì 27 luglio 2016

Esperimento: paté di finocchietto (usando anche gli steli)

Desiderando utilizzare del finocchietto fresco in alcuni dei miei piatti “sperimentali” ed essendo la stagione ormai avanzata, ho pensato di tentare di produrre un paté usando anche gli steli non lignificati, ancora ampiamente disponibili. Ne ho quindi raccolto una quantità adeguata prediligendo le parti superiori di quelli più teneri e flessibili e alcuni nuovi getti laterali ed evitando, ovviamente, quelli che stavano già diventando legnosi.
Ho dato un bollo agli steli dopo averne eliminato i nodi ed averli tagliati a pezzetti di un paio di centimetri e solo pochi minuti prima di spegnere il fuoco ho aggiunto le cime più tenere con le poche foglioline.
Ho utilizzato pochissima acqua (teoricamente si potrebbero fare anche al vapore, ma ci vorrebbe molto più tempo) in modo da non disperdere odore e sapore, liquido che ho poi usato per ammorbidire il paté senza dover aggiungere troppo olio.
   

Dal mio punto di vista, per ottenere un buon paté si dovrà frullare il tutto aggiungendo certamente dell’olio (ma non troppo), qualche spicchio d’aglio, un po’ di acqua di cottura per regolare la densità, sale, peperoncino ed eventuali altri aromi a seconda dei propri gusti, ma non disdegnare olive nere, cipolle e via discorrendo.
Quelli che vorranno arrischiarsi a produrre questo paté (che molto probabilmente già esiste, ma non ne ho trovato traccia in rete se non per le sole foglie, ricette per lo più siciliane) a questo punto dovranno decidere come utilizzarlo. Io per ora l’ho provato in tre modi:
  • 1) con la pasta (lunga, linguine o vermicelli) soffriggendo qualche spicchio d’aglio tagliato a fettine in olio di oliva e aggiungendo poi il paté
  • 2) ancora con la pasta lunga, ma questa volta usando il paté a crudo, allungato e amalgamato con succo di limone e olio di oliva
  • 3) spalmato su crostini, bruschette o pane tostato

Risultati
nel primo caso se ne deve usare una discreta quantità poiché con la cottura, seppur breve, perde parte del suo aroma mentre per la seconda ricetta se ne può utilizzare di meno e mantiene meglio il sapore originale. Fra le due la mia preferenza va alla versione a crudo. Infine, messo su bruschetta o pane tostato se ne deve usare poco altrimenti il sapore può risultare troppo forte.
Ideato il 18 luglio 2016, nella stessa giornata sono andato a raccogliere il finocchietto e ho preparato il paté come sopra descritto. La sera stessa la versione calda è stata “sottoposta a commissione esaminatrice” nel corso si un pasta party che prevedeva anche linguine con pasta d’acciughe (anche questa fatta da me a partire da acciughe salate siciliane e arricchita con aglio e olive nere infornate) e vermicelli alla chiummenzana (ampiamente trattata in un paio di recenti post).
Le mie cavie umane hanno approvato all’istante e poi si sono svegliate vive e vegete pur avendo fatto ampio onore alle tre ricette arravogliando abbondantemente,  confermando così che niente era velenoso-letale, fatto del quale mi ero già assicurato in precedenza. Infatti il finocchietto (Foeniculum vulgare, finocchio selvatico), pianta erbacea spontanea della famiglia delle Apiaceae che cresce fino a 2 metri di altezza, è commestibile in ogni sua parte (steli, semi, foglie), ovviamente a meno di avere allergie specifiche.



In conclusione, passata la stagione adatta per la raccolta del finocchietto fresco (quando le foglioline sono ancora tenere) è ancora possibile fare un paté con gli steli, a patto che siano ancora verdi e succosi.