martedì 17 marzo 2020

Micro-recensioni 61-70 del 2020: "The Big Red One" di Fuller è migliore di "1917"

Strana decina questa … molti buoni film, ma nessuna eccellenza e solo uno a mio parere scadente (Cotton Club) ma ormai è noto a tutti che Coppola ha i suoi alti e bassi.

   

Ci sono 3 americani degli anni ’80 e di genere molto diverso fra loro, ma tutti diretti da registi che hanno fatto storia, due quali emblemi del Nuovo Cinema Americano (Coppola e Spielberg, ancora sulla breccia) e da un anarchico (per il cinema) quale Samuel Fuller.
The Big Red One (Samuel Fuller, USA, 1980-2004)
The Cotton Club (Francis Ford Coppola, USA, 1984)
Empire of the Sun (Steven Spielberg, USA, 1987)
In quanto al primo c’è da precisare che l’edizione del 1980 giunse in sala drasticamente tagliata dalla produzione (1h53’) ma nel 2004 le riprese furono riassemblate in 2h42’, in base al progetto originale di Fuller (morto nel 1997). Inizialmente il regista aveva presentato un film di circa 4 ore, poi ridotte alla metà, ma la produzione lo estromise completamente e fecero di testa loro. The Big Red One reconstruction fu curato da Richard Schickel, assistito dal montatore Bryan McKenzie e da Peter Bogdanovich. Da questa opera di restauro e ricostruzione è stato prodotto anche un documentario di 5h16’. Non da ultimo, si deve sottolineare che Fuller partecipò attivamente alle campagne europee della WWII tanto da essere anche pluridecorato, mentre Lee Marvin (protagonista) partecipò come marine alle azioni nel Pacifico; varie esperienze reali sono state riprodotte in questo eccellente B-movie bellico. Come sottolineò un critico, le grandi produzioni si basano sulla guerra e le grandi manovre, i B-movie sui combattenti, ma non per questo sono di qualità inferiore. Nel complesso, lo giudico migliore e certamente più credibile dell’acclamatissimo 1917, pur essendo costato solo 4,5 milioni (equivalenti a 14 attuali) contro i 100 milioni del film di Sam Mendes.
Gli altri due sono ben noti e quindi scrivo solo poche parole. Il primo è limitato non solo da sceneggiatura scadente ma anche da un cast mal assortito, guidato dall’incapace Richard Gere; l’altro mi è sembrato un po’ troppo fuori dalla realtà, a tratti quasi onirico/allegorico ma si può riconoscere il merito a Spielberg di aver scoperto e lanciato Christian Bale, all’epoca 13enne.

 
Gli altri due di Hollywood sono western degli anni ’50 con registi e attori di grido:
Vera Cruz (Robert Aldrich, USA, 1954) 
Warlock (Edward Dmytryk, USA, 1959)
Entrambi sono singolari anche se il secondo ricalca la trama classica del pistolero-sceriffo con spalla. La sua singolarità consiste nell’essere un adattamento del romanzo di Oakley Hall che fece storia nel 1958 per essere fra i finalisti del Premio Pulitzer pur essendo del solitamente disprezzato genere “western”. Henry Fonda è il pistolero, Anthony Quinn la sua spalla, Richard Widmark il terzo incomodo. Ovviamente ottimamente interpretato, ben orchestrato e con una trama dai vari risvolti non proprio scontati.
Anche l’altro conta su due ottimi attori quali Gary Cooper e Burt Lancaster, soci ma anche in costante antagonismo, diretti dall’affidabile Aldrich, ma la storia ambientata in Messico fra rivoluzionari, austriaci di Massimiliano d’Asburgo Imperatore del Messico in fuga e avventurieri americani è ben poca cosa, di una banalità a volte sconcertante.
 
L’altra metà è composta da 2 giapponesi, 2 svedesi aventi in comune Hasse Ekman e un film d’animazione sulle conseguenze di un ipotetico attacco nucleare.
Children in the Wind (Hiroshi Shimizu, Jap, 1937)
Cash Calls Hell (Hideo Gosha, Jap, 1966)
Sete - Thirst (Ingmar Bergman, Swe, 1949)
Girl with Hyacinths (Hasse Ekman, Swe, 1950)
When the Wind Blows (Jimmy T. Murakami, UK, 1986)
Quello di Shimizu propone l’ennesimo spaccato della società giapponese degli anni ’30, girato con garbo e mano sicura pur senza contare su avvenimenti notevoli. L’altro giapponese è un buon noir, ben girato, ma con la pecca di avere varie lacune e banalità intercalate in una storia al contrario originale e con vari twist.
   
Interessanti e rigorosi i due svedesi, che sono in un certo senso collegati fra loro in quanto uno dei protagonisti del film di Bergman (allora ancora poco conosciuto) è il regista dell’altro.
L’ultimo è un film d’animazione inglese che si va ad aggiungere alla serie di produzioni che negli anni ’80 trattarono del rischio di guerra nucleare e delle ipotetiche conseguenze. Giustamente drammatico, certamente non per giovincelli, risulta un po’ limitato negli spazi e ripetitivo nei discorsi e azioni della coppia di anziani (un po’ svagati) che vivono in una casa isolata di campagna.

lunedì 16 marzo 2020

Cronaca di una escursione esplorativa, con “consigli didattici” (4)

Cap. 4 – scelta di percorso e sostanziale cambio programma 
Quarta e ultima parte dell’esplorazione, con tematiche diverse da quelle discusse in precedenza. Come dovreste ormai sapere, l’obiettivo era a vista, non mi restava che decidere da dove volessi iniziare l'ascesa e per dove pensassi di passare. Secondo logica avrei dovuto iniziare dal punto più alto del sentiero e salire seguendo il crinale lungo l’asse maggiore di quella specie di ellissoide che è la pianta della Montaña Punta de Maja. Nella dettagliata mappa in basso (equidistanza 5m) è evidente che nella parte bassa la pendenza è leggermente minore di quella del Cerrillar e molto minore di quella dei versanti nord e sud, la parte alta (limitata da due piccoli crateri) è stretta ma quasi pianeggiante. 
In terreni non coesi come questi vulcanici, i crinali e le “salite di petto” sono spesso da preferire per offrire un miglior e più sicuro appoggio del piede. Data la non eccessiva pendenza della breve salita, il problema che si prospettava era più che altro quello di trovare un passaggio sicuro attraverso la densa vegetazione (sotto a sx) evitando però le parti troppo sabbiose e quelle di grosse pietre instabili. Prima di partire alla ventura, ho quindi percorso avanti e indietro varie decine di metri del sentiero 2, studiando attentamente ciò che vedevo a monte.
 
Quando si ha la possibilità di studiare un territorio a vista, prima di avventurarsi fuori sentiero, è bene fare mentalmente un progetto di massima e scegliere dei punti di riferimento evidenti. Una volta messisi in cammino nella vegetazione la percezione dei luoghi può cambiare drasticamente e si rischia di ritrovarsi da qualche altra parte.

Effettuata la mia scelta, mi sono arrampicato con cautela e ho raggiunto il piccolo pianoro al margine meridionale del cratere ovest. Di lì è stato poi un gioco da ragazzi raggiungere la cima vista la mancanza di vegetazione e la presenza di rocce più grosse (sopra a dx) e, soprattutto, stabili. Dopo aver superato il punto più alto, evidenziato da un blocco di pietra usato come punto trigonometrico (sotto a sx), ho proseguito fino al margine di questa specie di stretto altopiano e mi sono affacciato sul cratere est, ben più pronunciato del precedente, con il fondo oltre una cinquantina di metri più in basso. Al fine di poterlo osservare meglio e scattare foto (sotto a dx), sono sceso fino alla stretta spalla a SE della piccola ma pronunciata depressione. 
 
A questo punto, consultata attentamente la mia mappa e fatto un accurato esame dei dintorni, ho deciso di non tornare sui miei passi (e quindi la risalita in cima) bensì di scendere nel vasto e assolutamente pianeggiante Llano de Maja, 50m di quota più in basso. Tranne che per un primo breve tratto (ripido) la pendenza si presentava dolce e l’unico relativo problema sarebbero stati i soliti compatte barriere di cespugli … e così è stato. (foto sotto)
Come si evince dal mio percorso (evidenziato in giallo nella mappa in basso) ad un certo punto sono stato costretto a tornare indietro di alcuni metri e cercare un passaggio comodo più a est. Nella peggiore delle ipotesi, avrei potuto proseguire lungo la “barriera verde” verso est fino alla pista forestale 8 e di lì portarmi sul sentierino che intendevo raggiungere e che mi avrebbe permesso di ritornare comodamente sul 2. Solo qualche centinaio di metri in più, senza quasi dislivello.

Quando si conosce con certezza la propria posizione e si sa dove si vuole andare (al fine di ottimizzare il percorso), perdere un po’ di tempo per trovare un passaggio che certamente esiste è il minore dei problemi. 

Percorso reale seguito per il raggiungimento delle due "cime di giornata": Montaña el Cerrilar (2.346m) e Montaña Punta de Maja (2.364m).



Senza avere le mappe non si possono completare in sicurezza giri interessanti come questo. Naturalmente, è anche necessario saperle interpretare e saper effettuare scelte che non comportino rischi oltre a quelli intrinsechi dell’escursionismo. Senza cartine non si può prevedere ciò che troveremo più avanti. Tuttavia, il gps può essere utile per fornire posizione assoluta e per indicare direzioni di massima, nonché, come già detto, per registrare i percorsi e poi arricchire le mappe esistenti.

domenica 15 marzo 2020

Cronaca di una escursione esplorativa, con “consigli didattici” (3)

Cap. 3 – soprese, ipotesi istantanee e successive indagini
Tornato quindi sulla “retta via”  (sentiero 2) ho raggiunto il bivio 37 (vedi mappa nel primo post), ho superato i due tornanti già citati nel post precedente quali “incolpevoli corresponsabili” del mio girovagare, e sono arrivato nell’ampia e quasi pianeggiante sella fra due alture, presupposti essenziali di questa escursione.
Invertendo l’ordine del mio piano iniziale, ho scelto di affrontare per primo il Cerrillar in quanto, almeno alla vista, presentava un pendio regolare, seppur su materiale vulcanico non coeso (pomici, lapilli e sabbia) e quindi pesante da superare nonostante la lieve pendenza. La vegetazione, pur essendo generalmente rada, in più tratti ai lati del fondo era quasi impassabile (vedi foto sotto), ma questo si annunciava come unico minore ostacolo … ci voleva solo un po’ di pazienza. Ovviamente, ho lasciato il sentiero solo quando ho individuato un passaggio e dopo pochi minuti stavo già affrontando la salita, zigzagando fra i cespugli (le macchie grigie sono i cespugli secchi, "peggiori" di quelli verdi).
 
Giunto quasi in cima, con mia grande sorpresa, ho intercettato una traccia non battuta ma evidente per i classici allineamenti di pietre lungo i bordi (foto sotto). Ho quindi pensato che a partire da qualche punto della valletta (Llano Maja Chico) o addirittura dal sentiero 2 vari anni fa fosse stato creato questo tracciato per la vetta (ottimo punto di osservazione) ma, con mia ulteriore sorpresa, il sentierino proseguiva oltre la stessa.

Ciò mi è sembrato strano visto che si dirigeva verso pendenze molto maggiori e che nelle vicinanze non esiste altro sentiero segnato ufficialmente dal Parco. Inutile dire che, incuriosito, l'ho seguito per un poco cercando di comprenderne la ragione: altro punto panoramico? ritorno sul 2 costeggiando il versante meridionale del Cerrillar? ripida discesa verso las Cañadas (sent. 4)?

Quando ci si imbatte in sentieri non riportati su mappa e potenzialmente interessanti, vale senz’altro la pena percorrerne almeno varie decine di metri per capire se prosegue con simile qualità, per ipotizzare la sua possibile destinazione e per valutare un possibile futuro utilizzo da parte nostra. Tuttavia, è opportuno non sottovalutare il tempo “perso” in tali esplorazioni e le distanze e dislivelli che si vanno a sommare a quelli previsti.
Come risulta evidente dallo stralcio di mappa con il mio percorso, saggiamente mi sono fermato appena la costa iniziava a divenire più ripida, avendo oltretutto visto che continuava verso valle e non accennava a dirigersi verso la sella (a sx). Per di più dovevo tener presente i tempi di risalita e che dopo la prima ora e mezza già trascorsa il mio programma era ancora ricco sia di progetti che di incognite.
Tornando sui miei passi, ho ovviamente seguito la suddetta traccia fin dove è stata riconoscibile (tratteggiato verde più spesso) ma giunto nella parte con più vegetazione si perdeva completamente così come nella valletta non ce n’era indizio. Ciò è perfettamente plausibile considerati gli effetti dei cicli vegetativi e quelli della coltre di neve che d’inverno riempie tale avvallamento.

I disegni dei miei girovagare fuori sentiero sono evidentemente ripresi (e adattati) da tracce gps, ma è molto meglio andare in giro utilizzando una buona mappa ancorché incompleta. In terreni privi di dati, il gps serve a poco e c'è da aggiungere, purtroppo, che la maggior parte della mappe generali on line sono di qualità, precisione e affidabilità ben inferiori a quelle disegnate specificamente per determinate aree. Personalmente, durante l'escursione utilizzo il gps solo come cronometro e odometro; una volta rientrato, scarico la traccia e ne ricavo eventuali dati utili da riportare sulle mie mappe.  

In conclusione, per individuare il percorso reale, seppur a spezzoni, avrei solo dovuto indagare utilizzando foto satellitari e vecchie mappe … ma ora sapevo dove e cosa cercare. Lo studio e confronto del materiale online ha confermato che il tracciato giungeva sull'ampia pista carrabile 4, quasi esattamente di fronte alla traversa 4.1
Raggiunto il mio primo obiettivo, mi sono riportato sul 2 pur se ho doveuto cercare un posto in cui superare la barriera verde fra il fondo valletta e il sentiero; quindi ho cominciato ad esaminare visivamente la successiva altura in programma, della quale parlerò nel prossimo e ultimo post di questa breve serie: Montaña Punta de Maja.

giovedì 12 marzo 2020

Cronaca di una escursione esplorativa, con “consigli didattici” (2)

Cap. 2 – distrazione e riposizionamento
Procedendo velocemente sovrappensiero, pensando soprattutto a levarmi davanti la metà della salita del giorno mentre scattavo le prime foto e già con la testa alla sella fra le due alture, ho seguito una larga e chiara traccia senza meravigliarmi del tornante superato dopo poche centinaia di metri in quanto ne ricordavo una coppia ed in effetti dopo altri 250m circa ce n’era un secondo. Però, con mia sorpresa, dopo altri 300m, la pista terminava improvvisamente con vari spazi privi di vegetazione ai lati, ma il sentiero non proseguiva da alcuno di essi, neanche come traccia di dimensioni ridotte; c’erano vari muretti costruiti nei dintorni. Dove ero finito? La traccia seguita era chiarissima e larga e il versante del Cerrillar era certamente quello giusto.
Dopo essere andato un po’ in giro a cercare una continuazione, mi sono messo a studiare con attenzione la mia mappa per capire dove potessi stare. Avevo certamente lasciato il percorso 4 e imboccato il 2, avevo sempre camminato in salita percorrendo vari tornanti (il primo verso destra), sopra di me c’era il Cerrillar e alle mie spalle Portillo e Centro Visitantes. La carta invece riportava il primo tornante molto più avanti e quindi l’unica spiegazione era che mi trovavo su un sentiero non segnato. Ho dedotto che fosse un tentativo (poi abbandonato) di creare pista con qualche tornante in più per diminuire la pendenza o che la piazzola fosse considerata "punto panoramico". (foto sopra)

Guardando in alto, alla mia sinistra c'era una valletta relativamente profonda (foto sopra) ed era l'unica del genere nell'area; si trattava quindi di quella ben evidente sia nella mia mappa che in quella in basso (scaricata poi la sera, insieme alla foto satellitare a dx); quindi l’unica incertezza restava la quota esatta ma a quel punto ero sicuro che, attraversando detta valletta, dopo poche decine di metri dall'altro lato avrei incrociato il sentiero 2.
Questa era anche la soluzione più opportuna per non perdere quota inutilmente e quindi ho cercato – e trovato – un punto per attraversare la valletta e dopo pochi metri ho effettivamente intercettato la Ruta 2, lì sensibilmente più stretta sia della sua prima parte che del percorso errato da me seguito (come si vede nella foto).
 
Avendo potuto consultare e scaricare dette immagini dall’ottimo sito del Cabildo di Tenerife, ho avuto conferma delle mie ipotesi e che la distrazione è stata lieve in quanto la pista da me seguita era ben più evidente di quella (poco) segnata. 
Si dovrebbe sempre avere con sé una stampa della mappa (anche b/n va benissimo) sulla quale riportare tutto ciò che di rilevante si incontra. Al rientro, cercare di capire dove conducano i sentieri dei quali si è visto l’inizio consultando altre mappe e/o foto satellitari, o almeno ipotizzare dove vadano a finire. Questi appunti cartografici dovrebbero certamente essere conservati ed eventualmente riportati su una mappa generale “casalinga”.
Come ogni buon orientista a fine gara analizza le sue scelte cercando di capire dove e perché ha sbagliato, anche ogni escursionista che ha attraversato aree da lui poco frequentate dovrebbe annotare i punti notevoli rilevati, attacchi di sentieri non riportati in mappa (da andare a verificare successivamente), deviazioni varie e questo è ciò che ho fatto. Qui sotto a sx vedete il dettaglio del bivio sentiero 2 (stretto) e pista larga (quella che ho imboccato), a dx la piazzola terminale della suddetta pista.
 
Quando ci si rende conto di non essere sul percorso che si intendeva seguire o ci si trova al termine di un sentiero (cieco), ci si deve fermare e cercare di capire dove ci si trovi; avendo una mappa a buona scala, di solito - ragionando e osservando - ci si riesce. In caso contrario, è fondamentale tornare indietro fino a ritrovarsi in un punto certo. Non è assolutamente consigliabile continuare all’infinito sperando in un miracolo!
Se l’ambiente lo consente, e sapendo più o meno dove siamo, c’è tuttavia una valida alternativa a patto che si legga attentamente la mappa: 
dirigersi direttamente verso un elemento lineare imperdibile (in orientamento: linea d’arresto) quali possono essere corsi d’acqua, linee elettriche, strade, sentieri sicuramente evidenti, e simili, o anche elementi puntiformi (cima, rudere, …) dai quali si può poi ripartire su percorso certo.
I miei movimenti effettivi sono evidenziati in giallo, la linea tratteggiata verde più spessa rappresenta la pista larga, quella più sottile il fuori sentiero, la valletta è indicata con la lettera a.

Prima che qualcuno me lo ricordi, ribadisco che:
non è opportuno andare in giro da soli (come faccio io tante volte). Nel caso fosse necessario, lasciate detto dove pensate di andare e, approfittando della tecnologia, di tanto in tanto mandate un messaggio o una foto che indichi la vostra posizione … non si può mai sapere.

mercoledì 11 marzo 2020

Cronaca di una escursione esplorativa, con “consigli didattici” (1)

PROLOGO
Come spesso mi accade, comincio a fare qualcosa e poi tento di perfezionarla strada facendo, e ciò vale non solo per le mie uscite escursionistiche, ma anche per i post e tanto altro. La mia prima intenzione era quella di descrivere la mia bella camminata esplorativa di ieri (qui alcune foto) spiegando anche i miei vari ragionamenti e le scelte che mi hanno portato ad effettuare cambiamenti in corso d’opera. Ho cominciato quindi a scrivere ma, dopo poco, mi sono reso conto che sarebbe stato un post eccessivamente lungo e quindi, non volendo rinunciare all’obiettivo, ho deciso di dividere la descrizione in più post alternando spiegazioni e consigli, questi basati su fatti oggettivi, esperienza e, non da ultimo, buonsenso.
Cap. 1 - progettazione
Come ho sempre fatto, ed in particolare volendo raggiungere nuove mete, mi sono messo a studiare le mappa dell’area. In questo caso, si trattava di un mio lavoro e quindi lo reputavo affidabile (il che è un gran vantaggio). Tuttavia, lunedì sera impiegai molto tempo nel pianificare l’uscita di ieri nel Parque Nacional del Teide, in quanto mi ero imposto molte condizioni, non facili da soddisfare al meglio in un unico itinerario. Mio obiettivo principale era quello di raggiungere la cima di 2 vette minori, fuori sentiero e per me inedite (Cerrillar 2.346 e Punta de Maja 2.364) e, a completamento, pensavo di andare alla ben nota Fortaleza (2.163), visto che ci mancavo da molto. Tutto da combinare in un giro di una ventina di km (+o- 10%) da concludere in circa 5h30', visto che dipendo dall'orario dell'unica guagua (bus) e quindi conta anche la scelta del punto di partenza. Dovevo oltretutto non sottovalutare l'incognita dei tempi dell'esplorazione e il tempo per fotografare e infine volevo cercare di trovarmi quanto più spesso possibile in situazioni di luce favorevole (p.e. dalla Fortaleza verso le 15.00 il Teide si trova perfettamente in controluce). Neanche in questo caso, pur contando su una buona rete di sentieri, è possibile avere tutto.
Per portare un paio di esempi “casalinghi”, è noto che, da San Costanzo e dintorni, Capri appare ben illuminata di mattina e Jeranto nel pomeriggio e, pur restando fermamente convinto che il miglior modo di percorrere il crinale sia quello in salita, talvolta al fine di includerlo evitando ripetizioni o lunghi giri, risulta conveniente farlo in discesa.
Ho preso in considerazione diversi punti di partenza e quindi itinerari ben distinti che però includessero la parte centrale della Ruta 2 - Arenas Negras che passa fra le due cime. La più interessante (lineare, con inizio dalla fermata Montaña Blanca) la prevedeva però nell'ultimo paio d'ore e quindi l’ho scartata preferendo avere la parte più flessibile del programma nella seconda parte del giro … e bene ho fatto (leggi prossimo capitolo).
Per quanto possibile, riservare le “esplorazioni” nella prima parte dell’uscita, non sapendo quanto tempo richiederanno, per puro piacere, per ulteriori indagini o a causa di ostacoli imprevisti.
Quando non si esce per andare a percorre sentieri così come sono proposti, pedissequamente, è opportuno leggere attentamente la carta dell’intera area, valutare – seppur approssimativamente – distanze, dislivelli e pendenze (orienteering docet). Farsi un’idea della velocità alla quale si potrà (si pensa di) procedere per rendersi conto del tempo necessario e valutare quello a propria disposizione.
Non partire se non si ha un’idea ben chiara di dove si voglia andare e, soprattutto, di ciò che si trova attorno, per essere pronti a trovare alternative o vie di fuga. Ovviamente, è fondamentale portare con sé la mappa … ma non nello zaino!
Alla fine ho optato per un circuito da Portillo, vedi mappa sopra. Dal Centro Visitantes ruta 4, poi la 2 con deviazioni per le due alture e ritorno sulla 4; via 4.1 a Portillo Alto, sentiero non ufficiale per il 24 e 1 fino alla Fortaleza (circuito 36); ritorno a Portillo via 1 completo. Circa 18,5km senza contare le deviazioni per Cerrillar e Punta de Maja.
Nel Cap. 2, se avrete la pazienza di leggerlo, vedrete che non è andata proprio così e spiegherò perché.
Tutte le mappe dei sentieri del Parque Nacional del Teide (incluso il quadro d'unione) le trovate in questa pagina.  

lunedì 9 marzo 2020

Eventi musicali ed escursioni sono attività completamente diverse

Tradizionalmente Turismo e Spettacolo venivano abbinati da un punto di vista amministrativo, ma erano epoche in cui l’escursionismo quasi non esisteva o era settore di nicchia che contava ben poco. Ora lo si dovrebbe separare certamente dagli Spettacoli, ma forse anche dal Turismo e, volendolo abbinare ad altro, certamente un settore molto più affine sarebbe l’Ambiente.

Turismo e Spettacolo  .......  Escursionismo e Ambiente

L’escursionismo, o sentieristica che dir si voglia, non è spettacolo
Al contrario, è silenzio e tranquillità, non musica, casomai amplificata.
 
Qualcuno riuscirà mai a capacitare l’assessore al Turismo che l’escursionismo si promuove con interventi strutturali, continui e coordinati e non con feste e festicciolle, sagre o spettacoli che invece hanno la loro sede naturale e appropriata nei teatri, nelle piazze e negli stadi? Oltretutto, se gli eventi proposti nel programma Natura in concerto richiamassero effettivamente molta gente, ci si rende conto del conseguente notevole danno ambientale? L’operazione è un assoluto controsenso ed uno spreco di risorse in quanto si dovrebbe sperare che ci siano solo pochi spettatori. Più sono e più si calpesterà l'erba al di fuori dei sentieri battuti, ci saranno quelli che ci si stenderanno sopra schiacciando (distruggendo) fiori e piante, altri incivili abbandoneranno bottigliette di plastica, fazzolettini e altri rifiuti che dovranno essere poi raccolti da personale comunale, quindi con ulteriori costi. 
Con gli stessi soldi si potrebbero invece pagare guide locali per condurre varie decine di escursioni (gratuite per i partecipanti) che sarebbero sì una vera pubblicità, non solo per la località visitata, ma per l'intero territorio massese, considerato che una qualunque buona guida parlerà anche di storia, architettura, gastronomia e prodotti locali. 
Oltretutto, si favorirebbero concretamente un certo numero di giovani locali, volenterosi e preparati, invece di pagare migliaia di euro a pochi “artisti” che, per un impegno di un'ora o poco più, ricevono anche rimborso spese viaggio, vitto e alloggio.
 
Quante volte è stato raccontato agli escursionisti che non si poteva fare molto a causa dei pochi soldi disponibili e ora che ci sono (somma oltretutto non attinta dalle casse comunali, ma dalla Città Metropolitana) li si sprecano in manifestazioni singole che durano poche ore e alle quali assistono poche persone, in maggioranza locali ... quindi, come attrattori turistici, non valgono un bel niente
Al contrario, sarebbe opportuno, come dovrebbe suggerire il buonsenso, investire quanto più possibile in elementi che durino nel tempo, quali segnaletica, mappe, sito web ben realizzato in più lingue e via discorrendo. Invece di invitare artisti, perchè non portare in giro giornalisti specializzati, fotografi, webmaster di siti di escursionismo e autori di guide? Libri e riviste durano anni se non decenni, quanto pubblicato in Internet è teoricamente eterno.
Mi riservo di parlare di dei “sentieri parlanti tramite delle placchette metalliche” e del “catasto dei sentieri”, quando e se saranno forniti ulteriori dettagli … al momento mi sembrano entrambi argomenti poco sensati.

domenica 8 marzo 2020

Micro-recensioni 51-60 del 2020: ottimo Gremillon, deludente Oshima, ma c'è altro

Decina con molte novità e sorprese, estremamente varia seppur con qualche ripetizione di registi con quella fondamentale ed estremamente gradita di Jean Grémillon, regista francese stimato benché poco conosciuto, scoperto per puro caso in quanto a lui era dedicata la retrospettiva in corso alla Cinemateca  Portuguesa nel mio unico giorno libero a Lisbona.
 
Gardiens de phare (Jean Grémillon, Fra, 1928)
Remorques (Jean Grémillon, Fra, 1941)
In quanto al primo non si può non pensare al recentissimo, e ottimo, The Lighthouse (di Robert Eggers, 2019, candidato Oscar per la fotografia). Qui i due guardiani del faro, isolato a causa del mare in tempesta sono padre e figlio e il loro rapporto è ben diverso da quello fra i personaggi in continuo contrasto interpretati da Willem Dafoe e Robert Pattinson, e oltretutto cambia molto con il passare dei giorni, fino al tragico finale. Ben diretto e interpretato, con pochissimi cartelli, ottima fotografia.
Anche il secondo è irrevocabilmente legato al mare in tempesta ma la parte principale è più melodrammatica che avventurosa. Jean Gabin è il capitano di un rimorchiatore d’alto mare con una moglie un po’ oppressiva e una potenziale amante salvata da una nave in pericolo. All’ottima descrizione dell’ambiente marinaresco del piccolo porto francese, con l’equipaggio pronto a partire in qualsiasi momento e, ovviamente, con condizioni meteo quasi proibitive, si contrappongono pessime scene in mare (modellini scadenti in vasca con onde esagerate).
Ho preferito il primo, ma entrambi meritano la visione.
 
The War of the Worlds (Byron Haskin, USA, 1953)
An Inn at Osaka (Heinosuke Gosho, Jap, 1954)
Seguono due film che non hanno niente in comune se non la novità (per me).
Il primo è il più famoso adattamento cinematografico del racconto del 1898 di H. G. Wells e, specialmente considerata l’epoca in cui è stato girato, è senz’altro meritevole di aver ben proposto l’arrivo dei conquistatori alieni e i successivi scontri con raggi mortiferi da un lato e armi convenzionali (ma fino all’atomica) dall’altro. Pur non essendo assolutamente appassionato del genere, mi è sembrato un prodotto ben fatto, snello e piacevole da seguire.
Al contrario, il film di Gosho rientra in una tipologia che apprezzo particolarmente, vale a dire i film giapponesi degli anni ’40-’50 che descrivono i vari ceti sociali alla disperata ricerca di un ritorno alla “normalità” dopo la disastrosa fine della guerra. In questo caso si propone il contrasto fra una moralità tradizionale e la spregiudicatezza di affaristi senza scrupoli, sullo sfondo della società ricca che ancora organizza festini con prostitute, geishe e tanto sakè che contrasta con la classe di lavoratori sfruttati e malpagati. Si tratta del primo film di questo regista che mi capita di guardare, ne cercherò altri … in più situazioni ricorda Ozu … il che è senza dubbio un titolo di merito.
   
Death by Hanging (Nagisa Ôshima, Jap, 1968)
Boy (Nagisa Ôshima, Jap, 1969)
L'impero dei sensi (Nagisa Ôshima, Jap, 1976)
Regista giapponese a cavallo fra i classici del dopoguerra e la nouvelle vague, divenuto improvvisamente famoso nel mondo per l’ultimo dei 3 succitati (da non confondere con il successivo L’impero della passione, 1978), con tanto sesso esplicito, oltre l’erotico, da alcuni definito porno artistico. Devo dire che non mi ha particolarmente avvinto e che, seppur con storie e ambientazioni completamente diverse fra loro, trovo che tenda ad essere estremamente ripetitivo.
Il primo è una commedia dell’assurdo di tipo kafkiano, portata avanti quasi in tempo reale. Un coreano condannato a morte, sopravvive all’impiccagione creando panico e sconcerto fra guardie, giudice, sacerdote, boia e secondini che si confrontano duramente tentando di risolvere il busillis: un’esecuzione si può ripetere? I punti di vista, sostenuti con veemenza, sono quindi tecnici, legali, medici, spirituali o anche filosofici. Alterna momenti arguti e interessanti ad altri divertenti, ma due ore sullo stesso tema sono troppe.
Boy sembra invece essere l’antesignano dei film basato su famiglie asiatiche dedite a truffe e reati minori rappresentati (con successo) nei moderni Shoplifters (2018, Hirokazu Koreeda, Jap, Nomination Oscar) e il recentissimo Parasite (Kor, Bong Joon Ho, 2019, 4 Oscar). In questo caso si tratta finti incidenti automobilistici, ma l’essenza del film sta nella relazione fra i tre protagonisti.
Il terzo, come detto il più famoso all’estero, pur se tecnicamente ben realizzato, risulta noioso o, per gli amanti del porno, insufficiente. Per me il peggiore dei tre.
   
Frances (Graeme Clifford, USA, 1982)
Quills (Philip Kaufman, UK/Ger/USA, 2000)
Le placard (Francis Veber, Fra, 2001)
L’ultimo terzetto è molto vario, ma i film (elencati in ordine cronologico) possono accomunarsi con l’espressione senza infamia e senza lode.
Il primo è un biopic dell’attrice Frances Farmer la cui carriera, dopo una rapida ascesa, si concluse più o meno repentina a causa dei suoi comportamenti. Pare che la versione dei fatti presentati nel film siano stati oggetto di aspre contestazioni. Nomination Oscar per Jessica Lange protagonista e Kim Stanley non protagonista.
Quills ha qualcosa in comune sia con L'impero dei sensi che con Frances. Con il primo per parlare di rapporti sessuali poco convenzionali (anche se mostra molto meno) e con il secondo per voler narrare l’ultimo periodo di vita di De Sade (ma con pochi fatti reali e grande fantasia). La scadente sceneggiatura è tenuta in piedi dal notevole cast nel quale si distinguono il sempre affidabile Michael Caine e Geoffrey Rush (Nomination Oscar protagonista), mentre Kate Winslet e Joaquin Phoenix mi sono sembrati molto meno convincenti.
Le placard risulta forse il più piacevole, essendo una commedia di costume senza pretese. La finzione di essere omosessuale al fine di mantenere il posto di lavoro, scatena una serie di eventi divertenti, in parte esagerati, ma sostanzialmente plausibili … una buona critica di costume, basata sulla ormai radicata ossessione del politically correct.