sabato 18 giugno 2016

Il tempo: aspettare o iniziare, aspettare o riposare

El tiempo es justiciero y vengador (Il tempo è giustiziere e vendicatore), frase resa celebre dal testo di una canzone messicana (Hace un año), adattamento del più semplice e comune modo dire “El tiempo es justiciero”. L’italiano “Il tempo è galantuomo” è simile ma più blando, in alcuni casi possono essere sinonimi “Tutti i nodi vengono al pettine”, “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”ed altri ancora. Penso che ormai si sappia che amo proverbi e detti e quindi nessuno si dovrebbe meravigliare di questa apertura per un post che riguarda un paio di altri aspetti della percezione del tempo e del nostro rapporto con esso.
Comincio con il ritardo cronico che alcuni scienziati (?) da qualche anno a questa parte vorrebbero far passare per malattia o disturbo mentale, ma ufficialmente non è riconosciuto come tale. In rete si trovano pagine e pagine di giustificazioni per i ritardatari, modi per limitare i ritardi, suggerimenti di come trattare questi malati immaginari.
Francamente non li capisco in quanto in parte si rovinano la vita e spesso, facendo innervosire chi li aspetta, non migliorano certo i loro rapporti sociali. Certamente ci sono prassi consolidate e cattive abitudini che tuttavia nella maggior parte dei casi sono abbastanza facili da curare (anche se non è il termine più adatto, non trattandosi di una malattia).
Personalmente sono abbastanza puntuale (a tutti può capitare talvolta di far tardi) ed in tutte le attività che ho organizzato e continuo ad organizzare inizio in perfetto orario, a meno di casi eccezionali. Il risultato è stato che, dopo le prime esperienze, l’80% dei ritardatari abituali sono diventati puntuali e il 20% non si sono fatti più vedere. Non potendo accontentare tutti, penso che si debbano rispettare di più quelli che si sono dati da fare per arrivare in orario che quelli che se la prendono con comodo.
Per le cene uso il doppio orario: “apertura porte” (per aperitivo e chiacchiere) e “piatto in tavola” (si inizia a mangiare e non è garantito che si lasci qualcosa ai ritardatari). Anche questo sistema ha funzionato alla perfezione e chi cucina (nella fattispecie io) non deve accendere e spegnere i fornelli in continuazione per sincronizzarsi con i ritardatari ... questi mangeranno cibi freddi, scotti o troveranno i piatti vuoti. Vi assicuro che imparano presto.
Venendo alle escursioni, stesso sistema ma con una possibile scappatoia: chi è in ritardo (solo se si tratta di pochi minuti) può chiamare per frasi aspettare però paga il caffè a tutti. Anche questo metodo ha funzionato con i ritardatari che quindi avevano ben tre opzioni:
  • perdersi l’escursione
  • rincorrere il gruppo partito in orario
  • pagare il caffè a tutti (può risultare caro)
In linea di massima, dopo tanti anni di esperienza, posso affermare che puntuali e ritardatari possono pacificamente convivere a patto che i primi non aspettino e che gli altri non si offendano per non essere stati aspettati.
A proposito delle escursioni e del tempo, ecco un concetto che sembra sia particolarmente ostico per i “lenti”, pur essendo facilmente comprensibile e spiegabile con un semplice calcolo. Per chi non lo sapesse, ho guidato escursionisti per oltre 20 anni e posso garantire che all’atto pratico non esistono gruppi omogenei. Infatti, fra stato di forma, capacità fisiche e interessi ognuno ha il proprio ritmo ideale differente dagli altri. I più veloci sono costretti ad aspettare i più lenti, indipendentemente da chi siano quelli che procedono ad un passo diverso dalla media prevista. Se i “lenti” sono tali per l’incapacità di tenere il passo degli altri, una volta raggiunto il resto del gruppo vorrebbero riprendere fiato ed effettuare una pausa. I “veloci” dopo la sosta forzata per aspettare gli altri vorrebbero partire appena il gruppo si è riunito.
Voi vi siete riposati di più” opposto al “Vi abbiamo aspettato abbastanza” ...
Bianconiglio: Sono in ritardo! In arciritardissimo! (Alice nel paese delle meraviglie)

Visto che di solito si usufruisce di mezzi di trasporto comuni il tempo totale dell’escursione è identico per tutti e dovrebbe essere ovvio che chi impiega più tempo a completare il percorso avrà meno tempo per riposarsi (anche se presumibilmente è più stanco).
Analogamente molti sbagliano fin dall’inizio dicendo: “Andate avanti voi, ché noi siamo più lenti”. Assolutamente sbagliato ... i più lenti devono partire per primi, al loro passo, e i più veloci avranno senz’altro l’occasione di raggiungerli e superarli, aspettando di meno in occasione del successivo raggruppamento. Anche questa è matematica spicciola.
A freddo tutto ciò sembra logico (e lo è) ma nella maggior parte dei casi chi è in affanno, per di più innervosito dagli sguardi o altre manifestazione di insofferenza degli altri, spesso non coglie la sottile differenza fra aspettare e riposare.

giovedì 16 giugno 2016

"The Blues Brothers" (John Landis, USA, 1980)

Rivisto per la quarta volta, a distanza di una decina d’anni dall’ultima, e questa volta in versione originale The Blues Brothers mantiene intatto il suo appeal. Parlandone in giro mi sono reso conto che il film (cult per qualunque over 50) è quasi sconosciuto fra i più giovani, ma del resto lo sono anche molti dei tanti interpreti famosi della colonna sonora.
Molto del successo è dovuto all’esplosiva sceneggiatura di John Landis e Dan Aykroyd, il primo regista e il secondo co-interprete principale insieme con John Belushi. Questi con il suo fisico, la mimica facciale e l’aspetto assolutamente da antidivo ci ha messo molto del suo nelle vesti di Joliet Jake e, come spesso accade, è diventato un mito a seguito della sua morte per overdose di cocaina ed eroina meno di due anni dopo l’uscita del film. Di lui in effetti si ricordano solo questo e il meno conosciuto Animal House - nel quale ricopriva un ruolo secondario - guarda caso diretto dallo stesso John Landis.

Essendosi dedicato per lo più a commedie spesso demenziali molti hanno sottovalutato questo regista, ma ad un occhio attento appare chiaro che sa scegliere le inquadrature, valutare i tempi e dirigere gli attori in modo egregio.
Classe 1950 fece parte del gruppo che rinnovò completamente il cinema americano, insieme con Spielberg, Scorsese, Lucas, ecc. e si può dire che è cresciuto nell’ambiente cinematografico. Lasciata la scuola prima del tempo, cominciò a lavorare come fattorino per la 20th Century Fox, apparve (non menzionato) in Il buono, il brutto, il cattivo (1966) e C’era una volta il West (1968), a 20 anni era già assistente di produzione e al seguito di una troupe venne in Europa e vi restò lavorando come comparsa, controfigura e attore in vari spaghetti-western, e tornato negli States iniziò la sua carriera da regista nel 1973 con Schlock, commedia demenziale horror.
Tornando a The Blues Brothers, quanto più si sa di cinema e di musica, tanto più si apprezzano dettagli, le citazioni e le prese in giro. Già all’inizio tutta la sequenza della visita alla suora (da loro chiamata "il pinguino") viene proposta in chiave horror, con le riprese quasi verticali delle scale con l’incombente crocifisso, le porte che si aprono e si chiudono da sole, raggi di luce sinistra, la religiosa che si sposta senza muovere i piedi ... come un vampiro. Si potrebbe similmente commentare quasi qualunque altra scena trovando riferimenti a film specifici o stereotipi di genere come quelli relativi ai poliziotti, ai musicisti e ambiente country, gli inseguimenti, le fogne, gli attentati, e via discorrendo.
A tutto ciò si va ad aggiungere una straordinaria colonna sonora che include classici pezzi Rhythm and Blues, Rock'n'Roll, Soul interpretati da nomi famosi dei rispettivi generi e in vari casi “dal vivo”. Vari di loro infatti hanno partecipato al film in qualità di attori che tuttavia appaiono solo nella scena musicale, mentre altri si ascoltano solo in sottofondo come Robert Johnson, Otis Redding, Sam & Dave.
La mia preferita è senza dubbio Aretha Franklin che potete apprezzare un questo spezzone mentre si esibisce nel suo locale, con grembiule (ben macchiato) e in ciabatte, accompagnata dalle tre fantastiche ragazze del coro/ballerine (eccezionale la postina, in azzurro).
Senz’altro notevoli sono anche le performace di James Brown, Ray Charles, John Lee Hooker e Cab Calloway.
Come mio solito non mi soffermo sulla trama (gli interessati la troveranno facilmente) ma voglio concludere sottolineando lo spirito con il quale si realizzavano questi film negli anni ’80 con grande collaborazione di parenti e amici, anche quelli famosi. Quale esempio cito il caso del cameo dell’allora trentaquattrenne Steven Spielberg, già conosciuto in tutto il mondo per Lo squalo (1975) e Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). 
Da menzionare sono anche le presenze di Carrie Fisher (la Principessa Leia della saga di Guerre Stellari) nelle vesti della misteriosa donna che tenta di ucciderli, l’allora famosissima modella Twiggy nei panni di un’affascinate giovane ragazza alla guida di un’auto sportiva di lusso (ancor più breve la sua parte ... pochi secondi alla stazione di servizio e giusto un paio più avanti), mentre fra le comparse ci sono anche lo stesso Landis e Judith Pisano, moglie di Belushi.
   

  • Se non avete ancora visto The Blues Brothers ... provvedete a questa vostra carenza.
  • Se già lo conoscete guardatelo di nuovo ... non vi deluderà, anzi lo apprezzerete di più.
  • Se siete in grado di affrontare la versione originale (e conoscete un po’ gli americani) vi divertirete ad ascoltare i vari accenti e John Belushi che si adatta a quello dei suoi interlocutori di turno.
The Blues Brothers(di John Landis, USA, 1980) 
sceneggiatura di John Landis e Dan Aykroyd * con John Belushi, Dan Aykroyd

lunedì 13 giugno 2016

Proverbi ... saggezza dei popoli

Sarà vero? Secondo me l’affermazione è molto vicina alla realtà, pur avendo degli ovvi limiti visto che le condizioni di vita sono molto cambiate nel corso dei secoli. Eppure, ancora oggi continuiamo ad usare, a proposito, detti latini vecchi di oltre 2000 anni. E poi ci sono quelli greci, quelli cinesi e praticamente se ne trovano in qualunque cultura di qualsiasi parte del mondo.
Come per la maggior parte dei miei post, anche in questo caso c’è una causa ed è stata una stampa della prima metà del ‘600 che ha attirato la mia attenzione al Rijksmuseum di Amsterdam, visitato la settimana scorsa.
Su quel foglio Claes Jansz Visscher (incisore, disegnatore e cartografo) ha rappresentato in forma caricaturale 8 proverbi con schizzi acquerellati, accompagnati dal relativo testo. Purtroppo i due olandesi ai quali ho mostrato disegni e didascalie non sono riusciti a comprendere tutto con esattezza in quanto si tratta di fiammingo antico. Non sono riuscito a trovare la traduzione neanche in rete, ma nel corso della ricerca mi sono imbattuto in un altro “gioiello”, ancora più affascinante: “Proverbi fiamminghi” di Pieter Brueghel il Vecchio (1559, olio su tavola, 117x163 cm). (foto in basso)



Nei tantissimi personaggi, animali, oggetti e situazioni rappresentati in questo dettagliatissimo dipinto tutti gli studiosi hanno identificato molte decine di proverbi, alcuni addirittura oltre 100. Qui di seguito propongo alcuni dettagli con traduzione e breve spiegazione dei detti.
   

   

   
Concludo con un proverbio spagnolo che sembra essere proprio quello del primo disegno dell'incisione in apertura ed il fatto è più che ragionevole considerato il dominio della Spagna nelle Fiandre fra il a cavallo fra il XVI e il XVII secolo:
Cuando guían los ciegos, ¡ay de los que van tras ellos!
(Quando guidano i ciechi, poveretti quelli che li seguono!)

sabato 11 giugno 2016

Amsterdam, a piedi e non in bici, e i suoi musei

Campo di grano con volo di corvi   (Vincent Van Gogh, 1890)
Sono convinto che per poter cogliere l’essenza, la storia e la vita di qualunque città la si debba percorrere in lungo e in largo, a piedi. La capitale olandese non fa eccezione e consiglio di non fare l’errore di girare in bici poiché ciò significherebbe vedersi sfrecciare ciclisti locali da ogni lato, rimanere intruppati in masse di turisti che non sanno dove andare, avere problemi di parcheggio (è proprio così), dover portare a mano la bici in varie strade del centro in quanto il transito in sella è vietato, non potersi fermare facilmente quando si vede qualcosa di interessante.
Passeggiando invece a piedi, in particolare lungo le sponde alberate dei canali, è molto più piacevole e rilassante, pur dovendo prestare una certa attenzione alle bici che quasi tutti i locali utilizzano. 
Dai ragazzi ai professionisti vestiti elegantemente, dagli anziani alle mamme con bici dotate di un grosso contenitore di legno (una specie di barchetta) davanti nel quale sistemano figli e/o spesa.
Appena fuori del centro storico, tuttavia ancora al centro, ci sono vari parchi con vasti prati che si affollano appena esce un po’ di sole e proprio per essere molto frequentati sono necessarie alcune limitazioni per garantire il quieto vivere. Ecco due divieti che ho aggiunto alla mia collezione di segnali “strani”, di quelli che non si trovano nel Codice della Strada.
   
Anche per i musei (cari ... 17,50 per il Rijksmuseum, 17,00 per il Van Gogh, 15,00 per il Marittimo o 12,50 per il nuovissimo MOCO con opere di Banksy e Warhol) ci sono particolarità alcune delle quali mi sono sembrate eccellenti idee. Per esempio, nel Museo Van Gogh è vietato fotografare ma insieme ai relativi avvisi si fa presente che le immagini di tutte le opere esposte sono liberamente consultabili e scaricabili dal sito ufficiale del Museo (il catalogo completo è disponibile solo nelle versioni inglese e olandese). Quali esempi vi propongo le immagini di un paio delle sue opere più famose (oltre a quella inserita in apertura) che ho scaricato in alta definizione, ma che ho ridotto per praticità. Nei file originali (circa 5MB, 3840 pixel di larghezza) è possibile apprezzare le singole pennellate come si si usasse una lente di ingrandimento, ma ovviamente i colori non potranno mai essere uguali agli originali
   
Altro esempio di libera circolazione di opere esposte viene dal Museo Marittimo, che tuttavia mi è sembrato un po’ disorganizzato e con oggetti male esposti pur avendo un edificio enorme a disposizione. Nella sala degli atlanti (1500-1700) questi sono esposti in varie vetrine che si illuminano premendo un interruttore ma, ovviamente si vedono - male - solo un paio di pagine o solo il frontespizio. Ma ecco la trovata geniale e lodevolissima: nella sala ci sono anche due schermi touch screen di circa 50” usando i quali è possibile sfogliare molti interi atlanti, alcuni dei quali anche di 500 pagine che appaiono appaiate come in un libro aperto (cosa necessaria in quanto molte tavole sono così disposte).
    
E non finisce qui ... nell’angolo in alto a sinistra di ogni visualizzazione si legge “send an email” e in effetti cliccando si accede ad una finestra nella quale si digita un indirizzo e si invia. In questo modo “mi sono inviato” varie mappe e qualche illustrazione originale ed interessante (alcune già pubblicate ieri). 

giovedì 9 giugno 2016

Idee per l'armadio di via Jeranto

Tornando brevemente all'armadio di via Jeranto e riprendendo il commento postato da Dario Russo nel quale proponeva di dipingerlo verde mimetico, vorrei fare alcune considerazioni e proporre altre soluzioni, già viste, che mi sono tornate in mente.
   
I colori mimetici suggeriti (verde e nero) andranno anche bene, ma solo se l'armadio sarà spostato a monte del sentiero. In caso contrario dovrebbe essere circondato da cespugli per "scomparire" veramente.
Restando le cose come stanno vedrei più qualche tonalità di azzurro che possa confondersi con il mare e/o il cielo alle spalle. Osando di più, e continuando a tener presente lo sfondo marino, perché non incaricare uno dei tanti giovani artisti per una decorazione più composita, artistica e casomai spiritosa?
Per chiarire quest'ultima idea, della quale non mi attribuisco certo la paternità, semplicemente l'ho vista messa in pratica in Nuova Zelanda, sono andato a recuperare varie foto scattate durante il mio soggiorno a Auckland, NZCi sono vari esempi di mimetismo urbano per cabine, armadi e quadri elettrici di varie forme e dimensioni, alcuni dei quali passano veramente quasi inosservati come quelli proposti in apertura del post. Non ne sono sicuro, ma per come sono realizzati, penso che sia un vero obbligo "mascherarli".


Agli antipodi rispetto al sensato suggerimento di Dario, c'e una recriminazione postata su FB di qualcuno che sostiene che sarebbe stato meglio lasciare in piedi il traliccio che così avrebbe coperto, almeno parzialmente, l'armadio. 
In parole povere si sostiene che sarebbe opportuno conservare brutture e rifiuti esistenti in modo che successivamente possano servire da schermo per nasconderne altri ... idea a dir poco geniale!
   

mercoledì 8 giugno 2016

Oggi scrivo da Amsterdam

Pur restando attento, per quanto possibile, agli sviluppi delle vicende relative a via Campanella e via Jeranto, torno a parlare di viaggi con le prime considerazioni su Amsterdam oltre 40 anni dopo la mia ultima visita in Olanda, patria di Vincent van Gogh, qui in basso nell'autoritratto del 1887 esposto al Rijksmuseum, niente a che vedere con i selfie
Grazie anche alle belle e lunghissime giornate (oggi il sole tramonterà alle 22) è sempre piacevole passeggiare lungo i canali con sponde per lo più alberate. Il lato negativo è il traffico ... sì, proprio il traffico ma mi riferisco soprattutto alle biciclette. Come è noto le due ruote sono il mezzo più utilizzato per spostarsi in tutta l’Olanda ed in particolare nella capitale. Il problema deriva dalla enorme quantità di bici che oggi sfrecciano lungo le strade e le piste ciclabili, ma i più insofferenti non esitano a lasciare queste ultime e superare passando sui marciapiedi, fra le auto o andando contromano. Aggiungete i motorini che utilizzano le stesse piste ciclabili, i tanti turisti che pensano di essere in zona pedonale e non si rendono conto di stare su una pista ciclabile, i tanti incroci e semafori differenzianti per auto, tram, bici e pedoni, le rotaie dei tram che obbligano i ciclisti a scarti più o meno improvvisi per attraversarli (chi va in bici sa di cosa parlo). Ovviamente anche il parcheggio è più o meno selvaggio e spesso recuperare il proprio mezzo è una vera impresa con manubri e pedali che si incastrano.  
   
Molto è comunque ormai globalizzato anche qui e di conseguenza ci sono gli onnipresenti bus rossi della City SightSeeing, ma in versione acquatica, si trovano tutte le cucine del mondo e in qualunque luogo di interesse si è “ossessionati” da chi si fa un selfie -ormai quasi sempre con la sua prolunga di ordinanza - e chi scatta foto ai compagni di viaggio in posa ... e che pose!
Per fortuna ci sono anche i musei nei quali, oltre a godere della vista di tante opere magnifiche e spesso uniche, il fenomeno foto è limitato ed in parte controllato. 
 
Andando in giro mi diverte cercare dipinti che, con maggiore o minore fantasia, rappresentano luoghi e panorami partenopei (estesi a tutto il golfo). 
Anche al Rijksmuseum, il più grande e importante di Amsterdam nel quale ieri ho passato quasi l’intera giornata, ne ho trovati tre: 
* una vista della Grotta di Posillipo (A. S. Pitloo, 1826)
* un paesaggio avente sullo sfondo le inconfondibili sagome delle isole Flegree (J. A. Knip, 1818)
* un molto vago panorama del Golfo dipinto quale originale decorazione di un clavicembalo.

L’opera più famosa del museo è senz’altro quella conosciuta come Ronda di Notte (Rembrandt), anche se non è il vero titolo e non è delle proporzioni originali in quanto ne manca una larga striscia a sinistra. 
   
Nelle foto in alto il quadro esposto attualmente (a sx) ed una copia, giudicata molto fedele, di dimensioni ridotte a destra.

I vari personaggi rappresentati nel dipinto sono stati separati e ne sono state anche ricreate le parti non visibili in una serie di statue bronzee posizionate i piazza Rembrandt in luogo aperto al pubblico e quindi preso d’assalto dai “fotografi creativi”.
   

domenica 5 giugno 2016

Al peggio non c’è mai fine ... rimosso il traliccio, compare altro!

Lungo il sentiero per Jeranto, dove una volta c’era uno dei tralicci della vecchia linea elettrica dismessa negli anni ’50, finalmente rimossi appena pochi mesi fa, da pochi giorni è apparsa un’altra bruttura: un palo alto circa 5 metri in cima al quale sono state montate alcune apparecchiature di sorveglianza, un pannello solare e un “armadio/centralina” simile a quelli ENEL o di telefonia che si vedono lungo le strade.
   
Fin qui niente di eccessivamente strano visto che sappiamo come vanno queste cose, ma la cosa più incredibile è che il committente è nientemeno che il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.
Fatta una breve ricerca in rete, ho visto che in tanti stanno evidenziando questo scempio e di conseguenza stanno protestando, con toni più o meno opportuni. Leggendo questa “determinazione conclusiva” (link fornito da Sergio Galano su FBprotocollata in data 12/11/2014 potrete saperne di più. 

Di queste centraline che dovevano essere sistemate in vari punti strategici della costa ne avevo avuto notizia un paio di settimane fa, ma non sapevo dove sarebbero state posizionate. Preso atto di questa idea a dir poco infelice, spero che per le altre siano scelti luoghi più adatti o, quanto meno, sia almeno mimetizzate per quanto possibile.
Da quanto si apprende dai documenti del Ministero, questo costoso progetto è finalizzato alla monitoraggio e quindi salvaguardia delle acque dell’Area Marina Protetta Punta Campanella. Ammesso e non concesso che sia un buon progetto, e anche volendo ipotizzarne  una reale efficacia con un giusto rapporto costi/benefici (chi controllerà i dati e chi intraprenderà affettive azioni conto i trasgressori?), sarebbe stato tanto difficile o dispendioso posizionare il tutto in altro luogo o almeno in modo diverso?
  • Perché a ridosso di un noto e frequentatissimo sentiero escursionistico?
  • Perché l’armadio è tutto fuori terra e a vista invece di essere addossato al pendio o mascherato da cespugli?
  • Perché ingombrare un luogo aperto ed estremamente panoramico con cavi e pannello solare (oltre all'armadio)?
   
E infine:
  • perché quei “galantuomini” della ditta installatrice (ricordate ... appaltata dal Ministero dell’Ambiente) hanno lasciato spezzoni di fili elettrici, fascette di plastica e nastro isolante in loco invece di portare il tutto a riciclo? Mi sono perso qualche circolare del Ministero dell’Ambiente che sancisce che la plastica è diventata biodegradabile e quindi può essere abbandonata nella natura? 
Spero che al più presto Comune, AMP e Sovrintendenza prendano almeno le distanze dal modo nel quale sono stati effettuati i lavori (nei quali avevano limitata voce in capitolo) e si adoperino per far spostare o almeno mascherare l’armadio.

giovedì 2 giugno 2016

1) Tutti esperti con i gadget elettronici * 2) bambini vegani (loro malgrado)

Un paio di settimane fa ho scritto di quelli che pensano di diventare esperti o atleti di prima fascia comprando abbigliamento all’avanguardia e attrezzature costose. (L’abito non fa il monaco)
Fra ieri e oggi, a poche ore di distanza, sullo stesso giornale online (La Repubblica) sono apparsi sue articoli attinenti a ciò e tuttavia contrastanti fra loro. Nel primo si dava notizia di una class action contro i produttori di fitness tracker, “bracciali che misurano i diversi parametri legati allo sforzo fisico, dalle pulsazioni al numero di passi compiuti, ...
Sono tantissimi quelli che li utilizzano (spesso senza comprendere il significato dei dati ricavati dal e sensore e mostrati sul display), ma molti di quelli più attenti che volevano solo un ulteriore controllo della loro attività fisica si sono ben presto accorti che qualcosa non andava.
Si sono quindi effettuati studi seri comparando i dati forniti dai gadget con quelli di vere apparecchiature scientifiche testate ed è venuto fuori che il ritmo reale differiva da quello riportato dai “giocattoli” anche di 20 battiti/min, che è un’enormità e potrebbe anche avere serie conseguenze per la salute. La ditta destinataria della più importante class action è la FitBit e queste polemiche si vanno ad aggiungere a quelle sulla miriade di app disponibili per computer e smartphone. (leggi tutto l’articolo)
Proprio stamane un nuovo articolo (“Fitness: 15 gadget tecnologici per migliorare le prestazioni”) iniziava l’elenco parlando della corsa e del Fitbit Blaze 

“Braccialetto che rileva in tempo reale la frequenza cardiaca dal polso, in grado di archiviare le prestazioni (passi, distanza percorsa e calorie bruciate) e di tracciare anche la qualità del sonno, per raggiungere un benessere a tutto tondo. si elencavano i gadget sportivi”.“Niente più allenatore in carne e ossa: il coach è infatti diventato digitale grazie a una serie di soluzioni tecnologiche che controllano l’attività sportiva, mettendo in luce eventuali errori e correggendo il tiro laddove necessario. Non a caso utilizzare la tecnologia per misurare le proprie performance e migliorarsi da soli è ormai un fenomeno di massa.”
Secondo voi un apparecchio elettronico può davvero sostituire un allenatore che è in grado di combinare molti più dati, conoscere il vostro stato di forma, la vostra tecnica, la vostra esperienza, nel caso della corsa il fondo sul quale correte ecc. ecc. ecc.? Questi gadget hanno una loro valenza solo se i dati sono interpretati da persone esperte, altrimenti si rischiano danni fisici e malanni come quelli che derivano dalla medicina fai da te.
   

Concludo ancora sul tema salute menzionando un altro articolo che, per le fonti che citate, mi sembra senz’altro serio ed affidabile:
"Sempre più bimbi mangiano vegano", i pediatri in allarmeBoom di casi: spesso c’è carenza di vitamina B12. “Difficile compensare l’assenza di carne, latte e uova”
Opinione strettamente personale (ognuno mangia ciò che vuole): rispetto i vegetariani (molti dei quali si dichiarano tali, ma si concedono prodotti ittici), ma trovo che i vegani siano esagerati in particolare se impongono il regime alimentare ai loro figli, ovviamente non in grado di scegliere. 
   

Da quel poco che so, non proprio pochissimo, le diete non onnivore non sono le più adatte per i bambini in fase di sviluppo e leggendo l’articolo potrete conoscere vari gravi danni permanenti che possono causare quelle vegane. Inoltre, dal punto di vista etico, perché non abituarli a mangiare tutto e lasciarli decidere autonomamente più in là, quando saranno in grado di farlo con raziocinio? Libero arbitrio?