sabato 19 marzo 2016

La “maledizione” delle città culturalmente vive

Non si sa come dividersi, è difficile scegliere nell'infinita offerta ed ancora più complicato organizzarsi. Tutto ciò ovviamente a patto che si sia interessati alla attività culturali e non limitarsi a viaggiare per girovagare fra negozi alla ricerca di souvenir o di affari, ristoranti (casomai italiani, senza neanche provare niente di locale) e bar.
Ciudad de Mexico è senz’altro una di queste città maledette, alla pari di New York, Parigi, etc. offrendo una quantità incredibile di spettacoli di qualità in quasi ogni campo. Al di là delle esposizioni permanenti nei tanti musei (ricordo che CDMX è la città con il maggior numero di musei al mondo), molti di questi ne propongono di temporanee di ottimo livello insieme con proiezioni, conferenze, corsi, concerti e spettacoli di danza o teatrali.
A parte il gravoso compito di dover scegliere fra tutto ciò (per fortuna internet aiuta ad avere un quadro pressoché completo e fornisce tante notizie utili per capire di cosa si tratti) c’è il problema oggettivo di combinare orari (alcuni dei quali coincidono o si sovrappongono) e organizzarsi per gli spostamenti.
Non sto qui ad illustrarvi il cartellone di CDMX ma, a titolo esemplificativo, vi racconto in breve la mia giornata di giovedì.
Ho iniziato con una visita al Museo de la Revoluciòn, che illustra abbastanza dettagliatamente con immagini, oggetti, mappe, pannelli, video e foto gli otre 100 anni di continui cambiamenti sociali e politici del Messico, fra sollevamenti, accordi segreti, tradimenti, esecuzioni, colpi di stato e assassinii. Si percepisce che pochi fra i quasi 200 Presidenti abbiano terminato regolarmente il loro mandato (e fra questi il “dittatore” Porfirio Diaz rimasto al potere per 35 anni durante il cosiddetto Porfiriato) e molti siano stati assassinati. Fra i tanti personaggi di rilievo spiccano quelli dei presidenti Madero, Juarez, Obregòn (fra i più amati) così come quelli dei rivoluzionari a tutti gli effetti come Francisco (Pancho) Villa (foto a sx) ed Emiliano Zapata, nomi ben più famosi in tutto il mondo. Oltre a tutto ciò il Museo ospitava due mostre fotografiche, una degli anni ’50 in bianco e nero ed una contemporanea (foto “il bambino del secchio”).
Dopo la necessaria pausa pranzo eccomi al Palacio Nacional, sede dei tanti murales di Diego Rivera fra i quali quello enorme - famosissimo - distribuito sulle tre pareti dello scalone di accesso al primo piano. A voler analizzare solo questo si passerebbe un’intera giornata in quanto le immagini non sono per niente casuali o semplicemente allegoriche, ma molti dei personaggi sono ben riconoscibili, tutte le scritte sono significative (anche se purtroppo data la posizione alcune sono difficili da leggere) ed ogni scena rappresenta un ben preciso evento della storia del Messico dall’epoca prehispanica fino alla Rivoluzione del 1910.
   
Mi sono limitato a scattare qualche foto ascoltando la guida molto preparata (gratuita così come l’ingresso) considerato che l’avevo visto già due volte in passato e che probabilmente ci tornerò e ho atteso il momento della visita all’esposizione temporanea, quindi da non perdere, Máscaras Mexicanas.
Oltre 400 maschere e costumi, corredati da informazioni, foto e video delle feste più popolari nelle quali si ritrovano elementi delle culture e tradizioni indigenas, spagnole e africane (giunte qui con gli schiavi).
Oltre a questa c'era anche un'altra sezione che includeva vari dipinti fra i quali Mi nana y yo (1937) della famosa Frida Khalo, opera meno conosciuta delle altre in quanto si trova  normalmente esposta nel Mueso Dolores Olmedo, disgraziatamente poco visitato. 
   
   
In uno dei cortili, inoltre, erano esposte delle foto contemporanee bellissime 
(sia per soggetto che per tecnica) rappresentanti per lo più indigenas nelle loro attività quotidiane e in occasioni festive. Pur essendo foto di foto ne ho pubblicato una selezione di 45 immagini.
Rimanendo in tema maschere e simboli (e per fortuna in zona, praticamente portone accanto) sono passato ad ascoltare una conferenza su “Cuervo: el transformador en América del Norte” nel Museo de las Culturas. Interessantissima descrizione delle popolazioni della costa occidentale del nordamerica (dall’Oregon fino all’Alaska) che poco hanno a che vedere con gli atri “pellerossa”. 
Certamente ognuno ricorderà di aver visto in qualche film o documentario qualche danza di uno sciamano con un costume con testa di uccello e delle ali legate alle braccia ... rappresentava Cuervo. Egualmente in cima ai totem (che includono tanti simboli e che sono specifici delle suddette popolazioni e non di tutti i nativi americani) si trova sempre lui ... CuervoUna appassionante storia nella quale si intrecciano storia, leggende e antropologia raccontata a braccio durante oltre un’ora e mezza da una studiosa ben avanti con gli anni (giunta in carrozzella) alla quale tutti hanno chiaramente perdonato qualche ripetizione e talvolta la perdita del filo del discorso.
Ma la mia giornata CDMexeña non finiva qui in quanto alla Cineteca Nacional mi aspettava la proiezione di Viaggio in Italia (di Roberto Rossellini - 1954) film poco conosciuto e abbastanza deludente, ma per me molto interessante visto che il titolo poteva anche essere cambiato in Viaggio a Napoli. I protagonisti (interpretati da Ingrid BergmanGeorge Sanders) arrivano dall’Inghilterra per vendere una villa alle falde del Vesuvio, appena ereditata da uno zio. La Bergman, quando non discute con il marito, passa quasi tutto il tempo a fare la turista e quindi oltre varie strade di Napoli si vedono il Museo Nazionale, Pompei, Cuma, l’Antro della Sibilla, la Solfatara, il Cimitero delle Fontanelle ... fra il 1953 e il 154.
   
Andato al centro di Coyocàn per cenare ho infine scoperto che nel Parque era stato allestito un palco e che era in corso la prima di tre serate di jazz.

Innegabilmente il trovarsi in una città come CDMX è una maledizione a tutti gli effetti per quelli di mentalità aperta, interessati alle culture degli altri paesi e alle varie forme di espressioni artistica ...

giovedì 17 marzo 2016

3 dei 5 Film Stranieri nominati per l'Oscar 2016

Negli ultimi quattro giorni ho avuto modo di guardare 3 dei cinque candidati all'Oscar 2016 in questa categoria, fra i quali il vincitore Son of Saul, e dato il breve intervallo di tempo è quasi impossibile non fare paragoni e classifica anche se i film non sono comparabili. 
Da quanto ho potuto apprezzare la pellicola ungherese ha senz'altro pienamente meritato la sua statuetta seppur con beneficio del dubbio in quanto ai due che non visto, vale a dire Theeb (Giordania)  e A War (Danimarca) .
Come ebbi già modo di scrivere un paio di giorni fa nella raccolta Un film al giorno, questo film magiaro è davvero ottimo, girato e montato con tecnica sopraffina.
“Nulla da eccepire per questo Oscar che, al di là della storia, è un ottimo prodotto cinematografico, al contrario (secondo me) di Spotlight che si basa su un inchiesta meritevole aver vinto il Pulitzer (premio di giornalismo) ma lo stesso soggetto non dovrebbe essere sufficiente per vincere un Oscar come miglior film. Camera a spalla, riprese da dietro, poca profondità di campo, fuoco su un personaggio per volta, conseguenti sfondi spesso sfuocati e infine la scelta del formato 1,37:1  che quasi costringe a concentrare l’interesse sull’azione e sul movimento del protagonista in luoghi affollati da disperati e soldati, il tutto accompagnato dalla “colonna sonora” delle grida di dolore e paura dei primi e di comando e minaccia dei secondi.Al contrario Géza Röhrig, attore protagonista, non parla quasi mai essendo solo concentrato a sopravvivere ed a portare a termine il suo pio compito, anche a costo della propria vita. Ripeto ottimo Film, con la “F” maiuscola.”
Le riprese quasi ossessive inseguono il protagonista che si fa largo fra folle vocianti mentre viene spinto, minacciato, ricacciato, sempre con l’espressione di chi vuole isolarsi da ciò che lo circonda ma che allo stesso tempo concentrato nel perseguire il suo obiettivo, al limite dell’ossessione.
   

I film di questa categoria degli Oscar sono di provenienza, struttura, ambientazione temporale e geografica assolutamente diverse e come spesso accade, per affrontare trattare temi fuori dell'ordinario in ambienti estranei al pubblico ed avere interpreti assolutamente sconosciuti, sono snobbati dai distributori e di conseguenza non si riescono a vedere. Quest'anno 3 su 5 sono di produzione europea e quindi più persone dovrebbero poter avere il piacere di vederli, ma sembra che di A War Theeb non ci sia traccia nelle sale.


Veniamo agli altri due. El abrazo de la serpiente mi sembra un'occasione mancata, un ottimo soggetto con due storie quasi parallele distanti 40 anni, proposte intrecciandole fra loro in fase di narrazione. L'alternanza di discorsi seri, fra il filosofico e religioso, con alcuni più triviali non giova al film, così come mi sono sembrati eccessivi i troppi riferimenti a caucheros e assolutamente superfluo l’incontro con l'invasato brasiliano che si crede figlio di Dio. L’arrivo alla missione e lo scontro con il cappuccino che domina la sua comunità di bambini è forse la sola attinente alla storia nel complesso, quella nella quale si percepisce di più l’aggressività e l'invasività (territoriale e umana) degli occidentali nell’area amazzonica. 
   
Soffre di qualche pecca tecnica in particolare durante quasi tutte le scene in piroga che spesso appare ferma mentre in controcampo si vede invece in movimento mentre i protagonisti pagaiano. Infine, non c'è controprova per sapere se la scelta di girare in bianco e nero sia stata giusta o meno. Belle riprese, ma non le definirei memorabili.

Infine Mustang. La storia la conoscono probabilmente tutti, moderna, attuale, eppure ci mostra retaggi e tradizioni quasi medioevali, purtroppo ancora radicati in parecchie regioni del mondo. 
Dei tre questo è senz'altro il più vivace e il più vario, passando in pochi istanti dal dramma alla commedia, a un certo punto con tocco di Bollywood, ma la storia appare raffazzonata, mal descritta temporalmente e con troppe incongruenze, al limite del non plausibile. 
Come è possibile credere che le cinque ragazze cresciute in un piccolo villaggio turco, condizionato da una mentalità bigotta seppur tradizionale, possano essere tanto disinibite e quasi non mostrare cambiamenti nei tanti mesi di prigionia? Alcune scene sono veramente risibili e ridicole come quella del tentativo di passare attraverso uno stretto buco nel muro invece si saltarlo (cosa che fanno poco dopo molto facilmente ...). Il tutto è veramente difficile da mandare giù. 
I loro atteggiamenti, la loro biancheria intima che viene esibita quasi costantemente, il loro stesso aspetto estremamente curato non possono essere compatibili con 5 ragazze segregate in casa per lungo tempo, alcune molestate dallo zio, senza contatti con l’esterno. Forse anche in quanto mi aspettavo francamente di più l’ho trovato veramente mediocre, appena sufficiente.  
Mi sembra che troppe volte nei Festival, ma lo si legge anche nei commenti, si dia troppo valore all’argomento trascurando assolutamente la cinematografia che tuttavia, per fortuna, è talvolta anche di notevole o eccellente livello come per esempio il potente Son of Saul che non è un film sul nazismo, sull’olocausto o sui campi di concentramento è la storia di un individuo che vive fra camere a gas e forni crematori.

martedì 15 marzo 2016

Io viaggio da solO

Parafrasando uno degli hashtag al momento più in voga, “discetterò” sui vantaggi e i piaceri di viaggiare da solo, su qualche problema pratico e oggettivo e fornirò alcuni suggerimenti (come al solito dettati dal quel buonsenso che non tutti sembrano avere o almeno utilizzare) su come ridurre al minimo i rischi che comunque restano, a prescindere dal sesso e dall'età, così come si corrono anche restando nel proprio paese.
In merito al racconto fatto in prima persona dalla furbacchiona paraguaya, vorrei sottolineare che l'hashtag è strumentale e sbagliato in partenza in quanto le ragazze uccise erano in 2 e viaggiavano insieme! Ho la sensazione che abbia voluto romanzare la storia (senz'altro tragica) per trarne notorietà, forse con la speranza di uscire dal suo anonimato e probabilmente è una che non ha mai viaggiato da sola ...
Così come appare - approfittare capziosamente e subdolamente di morti violente - la cosa è tremendamente squallida.
Forte dei miei oltre 40 di viaggi, raramente in compagnia, in 4 continenti diversi e nei primi decenni con budget molto risicati, esprimerò la mia opinione.

Vantaggi e piaceri
L'estrema libertà che di cui si gode viaggiando da soli in quanto a orari, cambi di programma, tempi da dedicare a diverse attività oltre alla scelta delle stesse non è neanche lontanamente ipotizzabile partendo in due o più. 
Anche se uno fosse dominante scegliendo sempre cosa fare e quando, avrebbe una palla al piede, una persona scontenta e questo è tutto fuorché un vantaggio. All'estremo opposto ci sono due persone che per troppa disponibilità faranno cose con non soddisfano completamente nessuno dei due. Altro vantaggio è quello dell'estrema facilità con la quale si riesce a interloquire con i locali, conoscendo veramente un paese diverso dal nostro, ed in seconda battuta con altri viaggiatori a patto di conoscere a sufficienza qualche lingua straniera. Negli ultimi giorni (sono in Messico) ho avuto lunghe conversazioni più o meno casuali, eppure ricercate, con un ultraottantenne, seduto in bus accanto a me, il quale che mi ha raccontato la sua storia, mi ha descritto il suo ranchito nel quale personalmente coltiva patate, cipolle, peperoni, ananas, fagioli, maiz e tanto altro, con un cineasta che ho avvicinato al termine di un film iraniano proiettato al Museo de las Culturas, con un professore universitario di psicologia che mi ha avvicinato nel Museo de Arte Moderno per scambiare opinioni in merito all'esposizione. Questi tre incontri difficilmente si sarebbero verificati se non fossi stato solo, ma per il modo e i luoghi in cui si sono verificati il rischio di imbattermi in un killer seriale o il guru di una setta satanica erano pressoché uguali a zero.
   
Svantaggi (di reativo poco conto rispetto ai Vantaggi)
  • maggiore attenzione necessaria, quasi costante
  • necessità di tenere ciò che importa sempre a vista o con sé (non c'è chi te lo guarda mentre fai una fila o semplicemente in bagno) o almeno al sicuro (pur essendoci sempre un rischio)
  • costi spesso doppi per dormire o comunque di più a meno di andare negli ostelli dove si paga a persona e non a stanza.
  • infine, sicurezza e sopravvivenza (quasi sempre dipendenti da criteri e modi di agire assoluti) richiedono maggior discernimento in quanto qualunque cosa succeda non c’è chi ci assista immediatamente, provveda a chiamare i soccorsi o cercare aiuto.

Tornando al caso delle due ragazze uccise, queste sono andate di loro spontanea volontà a casa di due sconosciuti ... non sono state rapite o assalite per strada. Ho letto che avevano finito i soldi e per questo avevano accettato l'invito dei loro assassini. Non bisogna essere per forza dei viaggiatori per capire che ci sono solo due modi di rimanere all'asciutto: uno capita all'improvviso (rapina, furto, perdita, incendio, ..) mentre l'altro è più lento e si ha tutto il tempo di cominciare a ridurre le spese, farsi mandare dei soldi (ormai arrivano quasi dovunque in poche ore se non minuti basta avere un amico o un parente da qualche parte). Visto che non ho letto niente a riguardo della prima ipotesi si dovrebbe pensare che, pur sapendo che i soldi sarebbero terminati, l'hanno presa alla leggera. Comunque siano andate le cose (e qui vengo a quanto anticipato, alle regole generali di sicurezza, buonsenso e limitazione dei rischi) ci sono tante possibilità per cercare di passare la notte in un posto tranquillo e probabilmente sicuro prima di andare a casa di perfetti sconosciuti.
Di chi ci si può fidare? Cominciamo con istituti religiosi o chiese. Anche se non tutti i religiosi sono dei santi (e non vado oltre) certo si rischia di meno e se non possono ospitare direttamente certamente potranno indirizzarci a una famiglia o istituzione.

Famiglia ... soluzione non facile, ma certamente a basso rischio specialmente se in casa ci sono figli minorenni. Chiedere assistenza, nel loro caso, ad una donna, casomai madre di famiglia, invece che a due ragazzi? Ma la più semplice è di solito quella di affidarsi alla solidarietà di "colleghi" viaggiatori. Qualcuno vi può ospitare "abusivamente" nella loro stanza, altri potrebbero prendere una tripla invece di una doppia (minima differenza di prezzo se non identica) ma potreste anche trovare chi vi paga una stanza per una notte con un vago "poi me li restituisci". Già fra i viaggiatori non è che ci siano normalmente assassini e stupratori e con ulteriore discernimento il rischio è quasi zero (p.e. fra persone che leggono e parlano a bassa voce e fra quelle schiamazzanti con un tavolo pieno di bottiglie e bicchieri vuoti a chi vi affidereste?). Non sono certo dogmi universali, ma le statistiche e le deduzioni logiche hanno un loro valore.
Infine, ho letto che almeno i ragazzi assassini hanno cominciato a bere ... alla seconda birra per le ragazze era già giunto il momento di andarsene. 
Sono dell'idea che ognuno dovrebbe sapersi tirare indietro quando vede che le cose si mettono male, prima di arrivare all’irreparabile, finanche con conoscenti che non vogliono sentire ragioni, figuriamoci con sconosciuti ... 

Soli i gatti hanno 7 vite, noi umani ne abbiamo una sola e ce la dobbiamo tenere ben stretta, non c'è una seconda chance ... donne o uomini non fa alcuna differenza

domenica 13 marzo 2016

¡QUE VIVA (Ciudad de) MÉXICO! ... CDMX

Ieri sono arrivato a quello che fino a poco tempo fa si chiamava D.F. (pron. DeFe - Distrito Federal) nome che dal 2018 scomparirà definitivamente lasciando il posto a CDMX che è più o meno l'acronimo di Ciudad (Cd.) de Mexico (MX). La fase di cambiamento (che non sarà ristretta al nome ma avrà importanti trasformazioni politiche, amministrative, fiscali, ...) è già iniziata a gennaio e sarà completata entro la fine dell’anno prossimo e quindi definitivamente operativo a partire dal 2018. In effetti Ciudad de Mexico diventa il 32imo Stato della Repubblica. Al di là delle cose serie questi tipi di innovazioni innescano sempre anche una serie di interrogativi, polemiche, diatribe che diventano poi argomento di blog, hashtag e movimenti di opinione.
Uno dei primi argomenti di discussione apparso sui social è: questi come si deve pronunciare CDMX? e come si chiameranno i suoi abitanti? Alla lettera dovrebbe essere il quasi impronunciabile termine: SeDeEmeEchis! Tuttavia pare che l’orientamento sia quello di intendere MX come sigla di Mexico ed abbreviarla a Mex con il risultato di ottenere il più semplice SeDeMex. Per quanto riguarda gli abitanti, a parte fantasiose proposte più o meno ironiche già comparse in quantità, pare che le proposte più serie e accreditate fra le quali scegliere quella ufficiale e definitiva siano CDMXeño (pronuncia SeDeMAXegno) e Ciudademexiqueño (Siudademexiquegno).
  
A parte queste novità, ce ne sono altre e tutte positive rispetto al mio soggiorno di 5 anni fa in questa città della quale spesso (a torto) si parla male. Le piste ciclabili (rispettate ed abbastanza protette) si sono moltiplicate a dismisura, quasi dovunque si trovano biciclette in sharing mode, il traffico al centro è stato limitato e i tanti vecchi bus che emettevano nuvole nere sono stati banditi e molti sono stati addirittura sostituiti da veicoli ibridi e ci sono i taxi elettrici. Città del Messico che una volta veniva indicata fra le più inquinate del mondo non è che un lontano ricordo ... altri prendano esempio! Basti guardare queste foto che ho scattato dall'aereo durante la fase di discesa e il cielo sullo sfondo di altre foto. 
Sarà anche dovuto alla stagione e all’aria secca ma non c’è più la cappa di smog di una volta, l’aria è abbastanza pulita (è pur sempre una città di circa 10 milioni di abitanti) e l’inquinamento che più si percepisce è quello acustico in quanto nessuno perde l’occasione per strombazzare con il suo clacson e i tanti controllori del traffico non smettono mai di fischiare anche quando non ce n’è assolutamente bisogno. A tutto ciò aggiungete tutti quelli che strillano per vendere qualcosa, per invitare i passanti a mangiare i migliori tacos del Messico, per offrire un qualche servizio dal semplice giro in ciclotaxi a massaggi e cure sciamaniche.
Anche l'offerta culturale è ulteriormente aumentata con l’apertura di 12 nuovi musei (vi ricordo che CDMX è la città con il maggior numero di musei), proprio ieri iniziava il Festival del Centro Historico il cui programma include tanti concerti di livello internazionale, ho letto dell'apertura di nuovi musei ( almeno un paio) ed in particolare per quel che mi riguarda ha riaperto il mio amato Museo de las Culturas (notare il plurale) che attualmente ha in calendario cicli sull'Iran e sulla Corea che comprendono proiezioni, laboratori, danze, cibo e conferenze e le sale della Cineteca Nacional sono passate da 6 a 10, oltre all'arena all'aperto.

Stamattina in giro per il centro dal Museo de Bellas Artes passeggiando per la Alameda e oltre fino al monumento e Museo della Revolucion ho avuto modo di apprezzare l'esposizione dello scultore nicaraguense Jiménez DerediaUna génesis para la paz”, una quindicina di opere, parte in bronzo e parte in marmo di Carrara. Sì, proprio così, infatti questo artista si è formato fra Carrara e Firenze, ha esposto nelle più importanti città del mondo, ha prodotto una statua per il Vaticano (esposta a San Pietro in una delle nicchie michelangiolesche a scala gigante) ed è stato “il primo artista non europeo presente con una sua opera nel monumento-fulcro della Cristianità”.
Nella enorme spianata dello Zocalo, al lato della Cattedrale, c’erano invece le tre enormi teste di bronzo fuse dall’artista messicano Javier Marín, già esposte nelle più importanti piazze europee, asiatiche e delle americhe. Pesano varie tonnellate e sono del tipo di opere d’arte che si possono toccare, ci si può entrare e ci si può salire sopra ...
Chissà quante altre cose scoprirò qui a CDMX anche se non potrò vedere tutto ed assistere a tutti gli eventi interessanti. A breve foto del primo week-end e a seguire tante altre.

sabato 12 marzo 2016

Bacalar e la sua laguna

Bacalar, potenzialmente posto piacevole con una bella laguna (balneabile), località molto tranquilla, forse troppo, perfino al centro c'è poco vita. Purtroppo la riva accessibile per la balneazione è limitata ma tempo permettendo (io ho beccato due giorni di vento forte) si possono effettuare piacevoli giri in barca visitando vari cenote, il passaggio dei pirati (vero, non un nome per attirare i turisti) avendo anche tempo di nuotare durante le soste.
   
Nel forte/castello di San Felipe (in ottime condizioni) fra piazza e laguna è alloggiato un piccolo museo che fornisce un po’ di informazioni in merito alle comunità indigene, alla conquista della regione da parte degli spagnoli, un po' di storia della pirateria, la guerra delle caste.
   
Essendo destinazione scoperta di recente dal turismo, mi sembra che Bacalar stia tentando di proporsi differenziandosi dai tanti siti costieri e non ponendosi in concorrenza con gli stessi (anche perché non potrebbe competere). L’atmosfera è un po’ alternativa, tendente all'hippy. Al centro si trovano caffetterie e piccoli ristoranti vegetariani o di cucina maya, alcuni dei quali hanno laboratori artistici annessi frequentati e gestiti sia da locali che da "immigrati". 
   
Si vedono molte bici in giro, sia di locali che di turisti, e nei dintorni vengono proposte brevi escursioni nella selva, visite di piccoli siti di cultura Maya immersi nella vegetazione, passeggiate in kayak (la laguna è normalmente ideale per questa attività), nuotate nei vari cenote nei paraggi, alcuni dei quali raggiungibili a piedi dal centro.
Se questo tipo di vacanza non interessa non vale la pena sobbarcarsi grandi spostamenti per fare un giro in laguna e tantomeno per visitare la cittadina (non c'è nulla oltre il forte/museo), ma se vi piace la quiete con un po’ di attività all’aria aperta e vi trovate in zona, Bacalar merita senz’altro una breve deviazione.

giovedì 10 marzo 2016

HOME ... consigliato molto vivamente, per svariati motivi

Home - Storia di un viaggio (di Yann Arthus-Bertrand, Francia, 2009)
Film-documentario prodotto da Luc Bessoncolonna sonora di Armand Amar
Yann Arthus-Bertrand, da sempre appassionato di volo e fotografia naturalistica, in particolare in Africa e soprattutto Kenya, dopo vari anni di foto da aerostato, decise di passare alle riprese cinematografiche di taglio documentaristico e cominciò a lavorare sul progetto Home con il quale voleva descrivere lo stato di salute (più che altro grave infermità) della nostra casa nello spazio, ovverosia la terra. Riesce senz'altro a evidenziare gli enormi contrasti esistenti e soprattutto pone una quantità di interrogativi mettendo in risalto contraddizioni e paradossi.
  
Del documentario esistono numerose versioni, prodotte montando in modo diverso le quasi 500 ore di riprese (quasi tutte aeree) effettuate in oltre 50 paesi diversi di tutti i continenti, poli compresi. La più comune è quella di 1h33’ alla quale ho dato un’occhiata e mi sembra meno affascinante, tendente più al documentario classico.
Quella presentata qui a Bacalar ieri sera era la versione lunga, divisa in tanti brevi segmenti, ognuno inerente ad una specifica nazione. In rete le trovate tutte, anche in alta definizione, comprese brevi clip dedicate ad una singola nazione, trailer, e quella che preferisco è caricata su YouTube in due spezzoni, chiaramente registrata dalla trasmissione televisiva Focus.  
Ecco i link:  prima parte  ***  seconda parte
   
Il film è libero da copyright in quanto nelle intenzioni di Arthus-Bertrand ciò che conta è che circoli liberamente in modo che lo vedano quante più persone possibile e guadagnare non era l’obiettivo primario di questa produzione.
Ha utilizzato una telecamera speciale ad alta risoluzione e opportunamente (ottimamente) stabilizzata registrando immagini fantastiche. Un lato positivo, che ho gradito, é che non sale in cattedra proponendo rimedi sicuri e ricette fantasiose, considerato che probabilmente non esistono. Si tratta più che altro di un grido di allarme, un invito a rendersi conto che molte soluzioni di un problema, che sia l'inquinamento, il cibo, i campi rifugiati, l'energia, l'acqua, il sovrappopolamento, producono spesso conseguenze peggiori.
   
L'oggetto evidente è lo stato di salute della terra analizzato mostrando, seppur sommariamente, cause ed effetti degli enormi e talvolta rapidissimi cambiamenti. Ciò avviene mostrando fenomeni naturali, stravolgimenti causati direttamente dagli uomini, paesaggi, animali, moltitudini di essere umani.
Ma quello che mi ha definitivamente convinto è la cura delle riprese, il montaggio ed in particolare l'esaltazione dei colori, da quelli minerali, ai vegetali a quello dei vestiti degli involontari e talvolta ignari attori.
Yann Arthus-Bertrand ha saputo miscelare alla perfezione il messaggio ecologista (di quelli sani), con le preoccupazioni per l’esplosione demografica e divario di ricchezza-povertà per finire con un'apertura al nucleare. Ha alternato riprese uniche (aree visibili solo dall’alto) di luoghi naturali, con macchinari “mostruosi”, con posti affollatissimi di uomini, auto, baracche. 
C’è sempre un collegamento fra le immagini di un paese e quelle successive e la voce fuori campo ci spiega (o ci ricorda) che ciò che si fa in un punto della terra spesso si ripercuote sulla natura o sulle popolazioni a centinaia e anche a migliaia di chilometri di distanza. Potrei citare tante di queste relazioni a volte insospettate, ma mi limito a proporvi i pochi fermo-immagine inseriti in questo post e vi invito a guardare il film.
A prescindere dall’essere d’accordo o meno sui contenuti e come sono presentati, la visione è un piacere per gli occhi e l’eccezionale colonna sonora quasi mistica curata da Armand Amar, compositore francese cresciuto in Marocco, è un plus non da poco e comprende artisti di tutto il mondo, cantanti, percussionisti, orchestre sinfoniche. Per averne un’idea ecco un trailer che ha come oggetto specifico le musiche e i canti che accompagnano le immagini.

martedì 8 marzo 2016

5 giorni a Mahahual

Bacalar (Quintana Roo, Mexico), 8 marzo

Avevo scelto Mahahual come mia destinazione dopo che alcuni ragazzi di Tenerife me ne parlarono un paio di anni fa e dopo aver fatto un po' di ulteriori ricerche in rete. Paesino di grandi contrasti, pressoché isolato a sud della Costa MayaFino a tutto il XX secolo è rimasto un piccolo villaggio di pescatori a oltre 50 km dal più vicino centro abitato e dalla strada principale, alla quale era collegato tramite una pista sterrata che attraversava selva e acquitrini. 
Solo una dozzina di anni fa, per realizzare il progetto del porto turistico per navi da crociera un paio di km a nord dell'abitato, la strada fu asfaltata e, oltre ad un insediamento completamente nuovo nei pressi del molo, case in muratura e piccoli hotel cominciarono ad apparire attorno al vecchio centro. Attualmente da una a tre navi, 4 o 5 volte a settimana, attraccano e fra le 10 e le 15-16 il malecon (stradone pedonale parallelo alla spiaggia, fra palme a est e negozi, bar, ristoranti, ecc. a ovest) si affolla di crocieristi e di persone che tentano di vender loro cibo, drink, servizi, tour, souvenir e questa è ormai la princiale fonte di reddito.
   
Perché Mahahual? Per vari semplici motivi: mare pulito, spiaggia sulla quale mangiare e bere all'ombra delle palme, aspetto di villaggio autentico, largo malecon pedonale che nei giorni di presenza delle navi, si riempie di bancarelle, artigiani e massaggiatori e infine il famoso Banco Chinchorro, riserva della biosfera. Si trova una trentina di km al largo di Mahahual e viene presentato come il secondo più grande atollo corallino, paradiso dei sub che se lo possono permettere, attività top per i crocieristi. Lungo il malecon e sulla spiaggia si possono comprare escursioni di diving e snorkeling per destinazioni più vicine, molto più economiche di quelle per il Banco, visto che la barriera si trova a meno di un centinaio di metri da riva.
A seguito di questo improvviso sviluppo e relativo benessere, Mahahual si è organizzata e modernizzata pur mantenendo, all'interno, l'aspetto e i ritmi di una sonnacchiosa vita messicana d'altri tempi. Di conseguenza vari anni fa  cominciarono ad arrivare con regolarità i primi viaggiatori indipendenti, soprattutto quelli che non gradivano la folla delle spiagge di Cancun, Tulum, Playa del Carmen, Cozumel, Isla Mujeres, anche se via terra Mahahual è rimasta poco accessibile e solo da pochi mesi è stata istituita una linea regolare di bus che collega il villaggio con i centri turistici più importanti, ma sono solo tre corse al giorno, con pulmini da 16 posti.
In attesa dello sbarco dei crocieristi Guillermo (uno dei tanti "procacciatori di affari" di stanza sul malecon, arrivato a Mahahual 35 anni fa) mi ha raccontato che prima che fosse pavimentata la strada di accesso i collegamenti e gli scambi commerciali con l’interno si limitavano ad un camion (trasporto misto passeggeri e merci) che arrivava il venerdì e ripartiva la domenica ... nient'altro. Lungo quello che oggi è il malecon c'erano solo poche "case" (più che altro cabañas) di pescatori, simili a quelle che tuttora si vedono lungo le due parallele e la "selva" arrivava praticamente sulla spiaggia.

In questa serie di foto (note nei commenti) si può apprezzare la differenza fra il malecon, la strada principale (parallela a neanche 30 metri di distanza con negozietti, tortilleria, piccoli ristoranti e ora qualche hotel economico) e la seconda parallela che sul lato ovest ha solo baracche di legno e foresta ... nessun edificio in muratura. 
Questa è tutta Mahahual, paesino che non ha neanche la classica piazza, né la chiesa (stanno tentando di costruirne una) e non ho visto ufficio postale, né banche, né posto di polizia, né farmacie degne i tal nome (solo prodotti da banco) in compenso tanti posti per mangiare buon cibo tradizionale messicano.
Quindi soggiorno per persone tranquille, anche quando ci sono tre navi entro le 16 tutti i crocieristi sono spariti, ottima spiaggia libera, possibilità di fare snorkeling e non da ultimo è un ottimo posto per fare birdwatching anche semplicemente passeggiando sulla spiaggia. Garzette, pellicani, fregate, avvoltoi, aironi e vari uccelli più piccoli si lasciano avvicinare abbastanza da poter scattare foto senza aver bisogno di teleobiettivi.


altre foto del Pellicano bruno del Caribe (che qui in alto fa toeletta)
album di uccelli di varie specie: avvoltoi, fregate, altri aironi