giovedì 5 novembre 2015

Sferisterio di Napoli, storie di fine anni '70

Come scrivevo qualche giorno fa parlando del Frontón Mexico e jai alai, a parte le tante similitudini in quanto a campo e regole di gioco, l'ambiente dello sferisterio partenopeo era completamente diverso. L’imponente edificio ebbe vita relativamente breve in quanto, inaugurato negli anni ’50, smise di ospitare manifestazioni sportive (jai alai prima e tamburello poi) a seguito dei gravi danni subiti in occasione del terremoto del 23 novembre 1980 (foto in basso) e poi fu incendiato a fine dicembre 1986 


Tornando a parlare delle persone che ne frequentavano la tribuna, dimenticate i ricchi borghesi e i nobili decaduti messicani. Le attività erano per lo più notturne, si iniziava in tardissima serata e si andava avanti fin verso le 4 del mattino. Al frontón Fuorigrotta più passavano le ore e più personaggi strani arrivavano. Lenoni che facevano una pausa dopo aver "parcheggiato le signorine", ladri, imbroglioni di ogni genere e, se fosse già arrivata l'era dello spaccio a tappeto, sarebbero giunto anche qualche pusher.
Si aveva la netta sensazione che soldi che circolavano fossero quasi tutti di dubbia o illecita provenienza, salvo per i pochi curiosi, nottambuli e studenti che di solito si limitavano ad assistere agli incontri, divertendosi ad osservare questo zoo umano più unico che raro, e talvolta a piazzare una scommessa, ovviamente con la puntata minima.
Questa foto è tratta da un post su Diario Partenopeoche consiglio di leggere
Vi troverete anche altre foto particolarmente interessanti anche perché rare.

Le partite più importanti e seguite erano quelle a 30 punti, fra squadre di due, separate da vari mini tornei a 6 giocatori individuali. Ma il vero clou della serata era quella che si svolgeva verso le 2 (del mattino, ovviamente).
L'affluenza per il resto non era significativa, ma già verso 1:30 cominciavano ad arrivare tanti spettatori-scommettitori che regolarmente parcheggiavano le loro auto proprio davanti all’ingresso dello sferisterio, in seconda e terza fila, tanto erano tutti lì per lo stesso motivo.
All'epoca c'era ancora il tram notturno (linea 1, Bagnoli-stazione) che restava puntualmente bloccato dalle auto in sosta selvaggia. I tramvieri navigati, conoscendo l'andazzo e il motivo di quell’ostacolo, non protestavano né si perdevano d'animo, ma semplicemente invitavano tutti i passeggeri a scendere, chiudevano il veicolo e tutti insieme entravano per assistere alla partita tanto sapevano che, finché non fosse finita, nessuno sarebbe uscito per spostare l'auto.
Ho trovato in rete un simpatico e arguto commento relativo agli scommettitori incalliti i quali dopo aver perso all’ippodromo prima e al cinodromo poi, tentavano la fortuna allo sferisterio come ultima spiaggia. Leggi tutto il post su il napoletano, la pelota casca.
Altra significativa differenza, strettamente connessa con la "qualità" del pubblico era l'esistenza di una rete metallica, dal suolo al soffitto, fra pubblico e campo di gara. Ufficialmente serviva per proteggere gli spettatori da eventuali pallinate completamente fuori bersaglio, ma in effetti proteggere i giocatori dalle ire degli scommettitori. Quasi tutti erano convinti, o sapevano per certo, che molti incontri, se non tutti, erano combinati eppure nonostante l'enorme scritta che campeggiava sulla parete di fronte a loro "Chi non ha fiducia non scommetta" insieme con “La decisione dell’arbitro è inappellabile” continuavano imperterriti a scommettere, a perdere e a prendersela con i giocatori e, come in ogni altro sport, con l’arbitro. Gli atleti avevano dei nomi ufficiali (p.e. Lenci, Passetto, Vitale, Florio) che comparivano sul tabellone segnapunti, ma per il pubblico erano ‘o Cavallaro, Faccia Janca (faccia bianca), ‘o prufessore, ...
Solo avendo buona dimestichezza con il vernacolo si potevano apprezzare appieno i commenti, le prese in giro, le offese tra le più variegate e inusuali possibili che mettevano in evidenza la ben nota creatività partenopea. Molte locuzioni, similitudini e abbinamenti includevano vegetali e/o animali del tipo, per esempio, del famoso modo di dire “Tiene cchiù corna ca nu panaro 'e maruzze” (hai più corna di un paniere di lumache).
Impossibile descrivere la varietà di personaggi singolari che si incontravano nello sferisterio flegreo e ogni sera si poteva essere testimoni di situazioni sempre diverse ed estreme che tuttavia, per fortuna, raramente andavano oltre coloritissimi insulti a qualche spintone. 
Eppure una volta ho visto uno che, dopo continue discussioni a proposito di imbrogli e incontri combinati, si sfilò una scarpa e cominciò a batterla sulla testa di chi sedeva davanti a lui, a mo’ di novello Krusciov (1960, all’ONU - guarda gli 8" del video di Repubblica La ''scarpa di Krusciov''), quindi tenendola per la punta e colpendo con il tacco.
Pur essendoci molti malavitosi, almeno presunti tali, soprattutto di basso rango, lì si andava per passare il tempo, divertirsi, prendersi in giro, per il "brivido" della scommessa e, non da ultimo per insultare i giocatori che, a onor del vero, restavano per lo più o meno impassibili essendo abituati al “vivace e pittoresco pubblico”.
E proposito del rapporto quasi diretto, data la vicinanza, fra spettatori e giocatori ricordo un altro episodio che penso non dimenticherò mai. Al termine di un incontro combattutissimo (almeno apparentemente) i giocatori si avviarono a passo lento verso gli spogliatoi. Al termine di ciascun incontro tutti rientravano negli spogliatoi e quindi, per raggiungerli, quelli che si trovavano a sinistra della tribuna percorrevano la striscia fra il campo di gioco a gli spettatori, camminando lungo la rete di protezione. Uno scommettitore che chiaramente non aveva gradito il risultato finale cominciò a prendersela in particolare con Faccia Janca (non ne sono certo, ma mi sembra di ricordare fosse lui) e affiancandolo, seppur diviso dalla rete, lo insultò in ogni modo possibile tirando in ballo parenti, ascendenti, madre, sorelle, il suo onore, insomma di tutto, senza che il giocatore reagisse minimamente. Continuava a procedere lentamente, imperturbabile, come se non sentisse o pensasse che lo scommettitore non ce l’avesse con lui. 
Giunti in prossimità della porta degli spogliatoi, Faccia Janca, mantenendo la stessa apparente flemma, si voltò e, con “gesto di grande eleganza”, sputò in faccia allo spettatore e uscì dal campo. Nei minuti successivi un attento ricercatore avrebbe potuto raccogliere e catalogare quasi tutto lo scibile in merito al turpiloquio napoletano in quanto lo scommettitore, a ragione ancor più imbestialito di pocanzi, sciorinò una sequela interminabile di improperi aggrappato alla rete (ora capite a che serviva veramente), arrampicandovisi e scuotendola furiosamente, meglio e con più impeto della più arrabbiata delle scimmie.
Con un minimo di buon senso e prudenza, si potevano quindi passare un paio di ore spendendo poco, o anche niente, divertendosi a guardare pubblico e giocatori, alcuni dei quali non proprio ragazzini e con qualche chilo di troppo, eppure dotati di tecnica sopraffina, che mettevano a frutto semplicemente caracollando da un punto all’altro del campo e facendosi trovare pronti all’appuntamento con la palla ... a meno che non volessero. 

martedì 3 novembre 2015

Chi dice che a novembre ci sono pochi fiori?

Ieri mattina, approfittando della giornata quasi primaverile, ho deciso di riprendere l'obiettivo macro ed andare al Vuallariello, certo che avrei trovato interessanti soggetti.







Nel corso di una brevissima passeggiata sono riuscito a scattare foto decenti (almeno così mi sembra, nonostante in vento che spesso non mi facilitava il compito) di oltre una dozzina di specie, alcune delle quali assolutamente fuori stagione come la cicerchia porporina (Lathyrus clymenum) il cui periodo di fioritura viene indicato, come norma, da marzo a giugno.
  
Le Bellis (margheritine, pratoline) la fanno nettamente da padrone con il loro bianco (ma spesso con del rosso nella pagina inferiore delle ligule) che spicca in mezzo a tanto verde. Numerosissimi sono anche gli arisari (Arisarum vulgare), la rucola, bocche di leone, mentuccia, vitalba (clematis vitalba), cicoria, mirto.

La prossima stagione degli asparagi (asparagus acutifolius) promette bene.
Considerato che il collegamento fra Cercito e Campo Vetavole, passando per le vicinali Le Selve e Vuallariello, è stato reso praticabile solo pochi mesi fa dopo decenni di abbandono, per molti la primavera 2016 sarà la prima occasione di godersi una fioritura spettacolare lungo quel sentiero, oltre al continuo panorama su Capri e tutto il golfo di Napoli. Tutto questo a poche centinaia di metri da Termini (frazione di Massa Lubrense).
Se questo è (parte di) ciò che si vede novembre ... provate a immaginare come si presenterà il Vuallariello ad aprile e maggio!
   
Chiudo con un quesito: 
cosa si staranno raccontando i due Arisarum della foto a destra?

domenica 1 novembre 2015

Lucertole, serpenti, superstizioni, coccodrilli e “sottigliezze linguistiche”

Qual è il nesso? Tutto nasce da una scena che mi colpì, un paio di giorni fa, guardando il film di Pedro AlmodóvarChe ho fatto io per meritare questo?” (1984, uno dei suoi primi lungometraggi, non certo dei migliori). Una signora dice alla sua amica “Lagarto, lagarto!” riferendosi ad una vicina avente fama di portare sfortuna e accompagnando le parole con il gesto delle corna, come in Italia. Delle origini di questo modo di dire non ho trovato notizie certe e pare che non sia eccessivamente comune, tuttavia è citato nella Dizionario della Real Academia Espanola, equivalente della nostra Accademia della Crusca. In particolare associa la ripetizione della parola, almeno due volte, come “antidoto” al solo menzionare un serpente che, in alcune regioni spagnole, viene reputato di cattivo augurio, pessimo se sognato.
Nel dizionario si legge che questa è abitudine delle persone superstiziose che usano dire “Lagarto, lagarto!” anche in casi più generali, nei quali altri dicono “Toco madera!” (Tocco legno!” come nei paesi anglosassoni e similmente al nostro “Tocco ferro!”). Oltre che come antidoto verso qualche persona o cosa di malaugurio, presunto jettatore o semplicemente al passaggio di un gatto nero, l’espressione spagnola si utilizza anche quando le cose vanno più che bene al fine di scongiurare eventuali pericoli o intoppi, anche se al momento imprevedibili, e per scacciare cattivi pensieri e preoccupazioni.

Ma se il lagarto in Spagna è solo una lucertola (ricordate il Lagarto tizónGallotia galloti - delle Canarie? foto in alto) in quanto, come nel resto d’Europa, non ci sono sauri più grandi, in America latina, il termine viene normalmente associato a rettili simili ma ben più grandi: tutti quelli appartenenti alla famiglia dei coccodrilli (che oltre alle varie specie di coccodrilli include caimani e alligatori). Negli stessi paesi le lucertole vengono indicate come lagartijas, che invece nella penisola iberica sono solo una tipo di lucertola. In questa serie di nessi siamo così arrivati ai coccodrilli, mancano solo i cartelli.
Aneddoto di vita vissuta: viaggiando da San Cristobal de las Casas (Chiapas, Mexico) al Lago Atitlán (Guatemala) il bus si fermò in un ameno posto lungo la strada, per consentire ai viaggiatori di sgranchirsi le gambe e di mangiare qualcosa. Nei pressi del comedor c’era un bel prato con al centro una pozza d’acqua (quasi un laghetto) bordata da varie palme. Su un tronco faceva bella mostra di sé un cartello con questo breve ma significativo avviso: “Cuidado con los cocos y los lagartos” (Attenzione ai cocchi e ai lagartos). Dovete sapere che uno dei pochissimi passeggeri non messicani o guatemaltechi era un giornalista catalano con il quale durante il viaggio avevo scambiato informazioni e notizie in merito alla precaria situazione in Guatemala (sparatorie attorno al Lago Atitlán, ponti fatti saltare, ...). Era da poco arrivato in centroamerica e non si era ancora abituato al loro vocabolario né al loro modo di parlare e per di più il suo spagnolo risultava spesso incomprensibile per i locali. Dopo aver mangiato e bevuto si avviò tranquillamente verso lo specchio d’acqua ed io gli feci notare l’avviso, pensando che non lo avesse visto ... e lui, un po’ infastidito mi rispose: “Che c’è, hai paura delle noci di cocco o delle lucertole?” in quanto così aveva interpretato. Intanto era giunto quasi al margine del laghetto, ma non avete idea della velocità con la quale se ne allontanò dopo che gli ebbi fatto notare che in America Latina lagarto sta per coccodrillo e che, quasi contemporaneamente, vide il muso di un caimán (lagarto de Indiasaffiorare dalla superficie!
Caiman crocodylus fuscus, Brown Caiman, Guatemala
Talvolta è singolare come con vari collegamenti sottili e casuali si associno argomenti apparentemente lontani e completamente distinti. Partendo da una delle mie passioni (il cinema) mi sono incuriosito per una espressione in spagnolo (idioma straniero preferito) che mi ha portato a parlare di rettili (animali secondo me fantastici) che, per puro caso, erano stati oggetto del post di pochi giorni fa (il pitone Gennarino) per finire poi a parlare dello stesso viaggio del 1983 in centro America del quale ho parlato l'altro ieri a proposito del Jai Alai.

venerdì 30 ottobre 2015

Jai Alai al Frontón México (1983)


Ciudad de México, marzo 1983

Accingendomi a tornare per la terza volta a Città del Messico sto riscorrendo mentalmente le mie esperienze precedenti, per determinare quali voglio approfondire, quali ripetere (ove possibile e seppur con gli inevitabili cambiamenti derivanti dal tempo trascorso) e in quali luoghi voglio tornare.
Fra le esperienze assolutamente irripetibili, in quanto troppo legate alle persone e all’ambiente umano, sono le serate passate al Frontón Mexico nell’83. Ricordo che più che altro ci andai per assistere ad un incontro di Jai Alai (pelota vasca o cesta punta) uno sport del quale avevo spesso sentito parlare in termini più che positivi, in particolare per la sua spettacolarità. Infatti, ormai solo pochi se ne ricordano, la pelota si giocava anche nello Sferisterio di Napoli, a Fuorigrotta, ma quando fui abbastanza grande da andarci già era scomparsa e lì si giocava solo a tamburello (non quello da spiaggia, chiaramente). Ma di questo parlerò in altro post.
Terminata questa divagazione, passo a raccontare ciò che ricordo delle mie frequentazioni del Frontón Mexico nel 1983, un posto affascinante e interessantissimo dal punto di vista sociologico, ancor più che per quello sportivo, assolutamente da non sottovalutare. Al di là dell’intrattenimento fornito dagli spettatori c’è da dire che la pelota è un gioco altamente spettacolare, specialmente se giocato da professionisti. Su YouTube si trovano tanti video di incontri di Jai Alai, per ora accontentatevi di queste poche foto. I salti apparentemente incredibili dei giocatori sono veri e possibili in quanto sfruttano il muro per spingersi in alto. Potrete immaginare il tempismo e la coordinazione necessari per arrivare lassù nel momento esatto nel quale giungeva anche la velocissima pallina.


L’edificio, inaugurato nel 1929, aveva una capienza di circa 2.000 spettatori e un campo di 54m di lunghezza (il più lungo fra quelli regolamentari). In occasione delle Olimpiadi del 1968, in omaggio alla grande popolarità, la cesta punta, che nel frattempo aveva avuto successo anche negli U.S.A., fu addirittura inserita nel programma olimpico ed ovviamente il Frontón ospitò le partite più importanti. Per regolamenti, misure, tipi di incontri, e tutto quanto relativo al gioco vi rimando alle solite facili ricerche in rete, limitandomi ora a descrivervi quello che accadeva fuori della cancha (campo di gioco).
Come quasi tutti i luoghi nei quali si scommette (ippodromi, cinodromi) il Frontón attirava un pubblico molto eterogeneo, ma le categorie più numerose erano ricchi borghesi per lo più anziani nobili e malavitosi di un certo livello (almeno così apparivano). Infatti dovete sapere che non era possibile scommettere ufficialmente solo pochi spiccioli e che la puntata minima era di ben 500 pesos. Per avere un termine di paragone vi dico che il mio budget medio giornaliero con il quale coprivo le spese per un letto in un posto spartano ma decente, tre pasti al giorno, trasporti, ingressi, ecc. era di 750 pesos (all’epoca equivalenti a soli 5 dollari!). La suddetta puntata minima era quindi ben oltre le possibilità di molti messicani.
In uno sferisterio gli spettatori siedono tutti da un lato del campo in quanto gli altri tre presentano un alto muro che viene utilizzato per far rimbalzare la palla, come è ben evidente in questa splendida foto del Frontón de la Habana, Cuba, scattata nel 1904. (ingranditela, è di ottima qualità)

Nella foto è possibile notare vari personaggi fra pubblico e campo, quelli seduti sono chiaramente arbitri, ma chi saranno mai quelli in piedi, in giacca bianca, con un basco sulla testa (tutti gli altri hanno cappelli con tesa), rivolti verso il pubblico? Sono gli allibratori il cui basco, almeno nel 1983, era di un rosso vivo e avevano un curiosissimo modo di riscuotere le puntate e consegnare le relative ricevute. Durante tutto un incontro gridavano continuamente le loro quote, fino a quando mancava un solo punto alla conclusione del match. Negli incontri ai 30 tantos (punti) si affrontavano due squadre di due giocatori ciascuna, contraddistinte dai colori azul (azzurro) e rojo (rosso). A seconda dell’andamento della partita si passava, per  esempio, dalle grida “80 azul” a “90 azul” e dopo aver passato la parità, a “90 rojo” e via discorrendo, ma in caso di recupero si tornava a “xx azul”. 
Quindi gli interessati a scommettere, raramente in prima fila, alzavano la mano e l’allibratore gli lanciava una pallina da tennis con un taglio lungo circa mezza circonferenza, chiaramente fatto all’uopo. Premendo i poli al limite del taglio la pallina si apriva e lo scommettitore infilava la banconota di 500 o 1.000 pesos, o anche più banconote all’interno e quindi la rilanciava all'allibratore il quale contava i soldi, scriveva la ricevuta riportando l’importo e la quota di quel momento e con lo stesso metodo la restituiva allo scommettitore. 
Questo poster spagnolo del 1894 (sotto) pubblicizza due incontri fra Valenciani Baschi, contraddistinti in questo caso dai colori bianco e azzurro, con squadre di 4 giocatori che si sarebbero affrontati sulla distanza di 60 e 50 tantos.
   
Chiaramente per consentire un buon numero di scommesse i giocatori facevano spesso delle pause e riprendevano solo quando il “traffico di palline” diminuiva. In questi intervalli chi come me non era interessato a scommettere aveva tutto il tempo per osservare gli spettatori ed in particolare gli scommettitori che, posso assicurare, erano uno spettacolo nello spettacolo. In particolare ricordo una signora, sulla settantina, che scommetteva con grande continuità e quindi consistenti somme di denaro. Ma la cosa che non dimenticherò mai era la sua prontezza di riflessi e l’abilità nell’afferrare la pallina al volo, con una sola mano e senza mai fallire un colpo!
Come dicevo non ero il solo ad osservare gli altri ed in un’occasione la mia attenzione cadde su un paio di scommettitori seduti poco distanti da me che osservavano con grande insistenza un persona di origine asiatica vestito in modo molto appariscente e con vario oro ben in mostra, con due accompagnatori ben piantati che davano tutta l’idea di essere guardaspalle. Ascoltare i loro commenti era “interessantissimo” e divertente. Uno dei due invitava costantemente l’altro a replicare le scommesse del chino, seppur puntando molto meno del probabile “boss”, in quanto presumeva, come del resto tanti altri, che le partite fossero per lo più combinate. Un commento che, ammiccando, ripeté più volte al suo amico e che ricordo con estrema precisione era: “El chino sabe ...” (il cinese sa ...).

Tutto ciò, tuttavia, era ben lontano dalle scene al limite del surreale alle quali era facile assistere nelle interminabili notti di tamburello allo Sferisterio di Napoli, ma di questo parlerò un’altra volta in quanto necessita, e merita, un post a sé.

mercoledì 28 ottobre 2015

Uomini e serpenti ... breve storia del pitone Gennarino

Nei giorni scorsi a Termini, ma anche a Massa Lubrense ed in altre frazioni, si è parlato molto di un “enorme serpente” avvistato nella’area di Monte san Costanzo. Qualcuno affermava che date le sue dimensioni (oltre 2 metri e “doppio” quanto un palo di pergola, ma con le mani indicavano circonferenze ancora maggiori) era in grado di ingoiare un cane intero. Altri sostenevano che rappresentasse un pericolo imminente e quasi letale per tutti i terminesi e per gli escursionisti che, oltretutto, sarebbero potuti morire di spavento al solo incontrarlo.
Per fortuna, il giovane Pitone reale (Python regius), di appena 110cm, è stato trovato e accudito per quanto possibile dal personale della Technosky gruppo ENAV che poi si è anche attivato per il suo recupero in sicurezza, senza arrecare il minimo danno al serpente. Ieri 27 ottobre Gennarino (nome affibbiatogli dai suoi “sostenitori” e strenui difensori terminesi, ovviamente tifosi del Napoli) è stato preso in consegna dagli esperti dell’Ass. Erpetologica Erpisa,  che collabora con il Corpo Forestale dello stato, nucleo CITES di Salerno, con l'Università Federico II di Napoli e con la Regione Campania.

Quindi avventura a lieto fine anche se ad un certo punto si prospettavano scenari peggiori, simili a quelli visti tante volte nei film horror con una folla inferocita armata di forconi, bastoni e torce che assedia il luogo dove si nasconde il “mostro” di turno: vampiro, lupo mannaro, Frankenstein, ..., sobillata da pochi individui forti di “ottime” - secondo loro - ragioni basate unicamente su ignoranza, leggenda e superstizione. Nel nostro caso, per fortuna, nonostante l’impegno di alcuni ad aizzare ed istigare i più facinorosi, nessuno si è armato di roncole o più moderne motoseghe per andare a confrontarsi con gli impavidi ed eroici tecnici della Technosky, che avrebbero dovuto interpretare il ruolo degli strenui difensori dell’orribile creatura.

Tornando alla realtà, gli esperti erpetologi della Erpisa hanno confermato quanto avevo detto a chi mi aveva mostrato la foto del serpente e cioè che si trattava di un pitone, che il pericolo maggiore e imminente per l’animale era il freddo e non certo la fame e infine, ma cosa più importante, che il Python regiusè uno dei serpenti più timidi e mansueti in assoluto” di lunghezza media compresa fra i 130 e i 150 cm, fra i più comuni e amati non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Ma urge spendere due parole per chi ha abbandonato, anzi peggio gettato, il serpente del quale voleva evidentemente disfarsi oltre la recinzione del cosiddetto "radar" di Monte San Costanzo. Questo gran *!?%^"/§ñ¿!! (noto insulto fumettistico che comprende tutti i peggiori epiteti conosciuti) visto che ha comprato il pitone, e quindi almeno un poco era interessato a lui, non poteva regalarlo a qualche altro erpetofilo, riportarlo al negozio, consegnarlo allo zoo o liberarsene in altri modi più semplici e per di più legali? 

Senza ulteriori citazioni da parte mia, invito gli interessati a visitare il sito pitonereale.it nel quale ci sono tutte le informazioni scientifiche, legali, comportamentali e via discorrendo relative all’acquisto, detenzione e accudimento del pitone reale.

lunedì 26 ottobre 2015

La lenta natura talvolta procede più velocemente degli uomini ...

Massa Lubrense, lunedì 26 ottobre

Come altre volte, pubblico in questo blog un post di interesse prettamente locale, anche se si pò facilmente leggere in senso quasi universale.
Nei giorni scorsi ho profittato del bel tempo per andare a effettuare una ricognizione su un paio di sentieri interessati dagli incendi dei mesi scorsi. In linea di massima si può ben dire che la natura fa il suo buon corso e che anche dalla maggior parte dei cespugli più rovinati dalle fiamme i nuovi germogli stanno crescendo bene.
Sabato pomeriggio ho percorso il giro di Santa Croce e ho constatato che le strade vicinali Le Selve e Vuallariello (sentiero da Cercito a Vetavole) sono ormai ben battute ed evidenti e, finora, le piogge non lo hanno reso né fangoso, né scivoloso.
    
I danni dell’incendio vanno scomparendo e, come potete vedere in queste foto, sia il pendio a valle del radar che quello a valle della cappella si stanno colorando di nuovo di verde.
Qui ci sono anche altre foto dell'escursione.  
   
Anche lungo il Sentiero delle Sirenuse, in particolare nell’area circostante il Pizzetiello, la nuova foglie sono ben evidenti ma, purtroppo ho dovuto constatare che i lavori di ripristino del sentiero, degli scalini e del passamano in legno si sono fermati. Dopo il buon  inizio del mese scorso, sembra che non ci sia stato alcun avanzamento in tutto ottobre e i paletti forniti per la realizzazione degli scalini giacciono ancora inutilizzati in cima alla ripida salita.
   
Speriamo che i lavori riprendano a breve e che il percorso sia ripristinato al più presto.
Infine, segnalo che nella pineta delle Tore sono stati assemblati tavoli e panchine costituiti da pezzi di tronchi spaccati a metà longitudinalmente. 
   
Speriamo che sopravvivano ai dementi, novelli Attila. 

venerdì 23 ottobre 2015

Quanta confusione nella denominazione dei cibi

Tante ricette e tanti piatti sono associati a località, città o regioni intere dove sono completamente diverse, poco note o del tutto sconosciute. Per esempio, quanti cibi sono associati alla tradizione napoletana?
Mi riferisco a quelli che napoletani non sono o, quanto meno, non sono esclusivi di Napoli né tradizionali.
A Puerto de la Cruz (Tenerife) uno dei dolci da prima colazione più comuni, quanto i croissant per intenderci, era la Napolitana. Si tratta di una specie di cannolo di pasta sfoglia, ripieno di cioccolata, che si trova dovunque in tutta la Spagna. In effetti è praticamente identico al pain au chocolat francese. (foto al sx).
In Argentina è famosa la milanesa napolitana consistente in una classica cotoletta successivamente infornata ricoperta di pomodoro e “mozzarella” (sarà di bufala o è una “bufala”?).
Viene comunemente chiamata salsa napolitana una qualsiasi salsa a base di pomodoro preparata per condire la pasta, qualunque siano gli altri ingredienti. Pertanto nel suddetto sugo potrete trovare - oltre all’obbligatorio pomodoro - porri, cipolle, carote, funghi, ecc. ed è quasi sempre aromatizzato con origano.
Tutti conoscerete, almeno per averli visti, i wafer al cioccolato di una famosa marca commercializzati come Napolitaner.
E nella foto accanto vedete le Napolitaines (o Biscuits napolitains) dolce molto diffuso e, pare, tipico delle Mauritius, commercializzato anche in Francia con tale nome.
Non entro nel campo della pizza come concetto generale in quanto già solo per il tipo di cottura (forno elettrico o a legna) e spessore si è scritto di tutto e di più. Ma chi va in giro come me (all’estero mi diverto a leggere i menù “presunti” italiani) avrà certamente notato che come pizza napoletana (nella lista, quindi con riguardo al condimento) si trovano molte varianti e spesso viene confusa con la romana.
Tuttavia per onestà si deve dire che i napoletani non sono esenti da queste attribuzioni indebite in quanto è risaputo che la nostra genovese è del tutto sconosciuta a Genova e la pasta alla siciliana vera non è quella al forno che prepariamo noi.
   
Passando ai nomi che si riferiscono a cibi completamente diversi, si possono citare casi classici come le braciole, che al sud sono involtini di carne (di norma di vitello, ma in Puglia anche di cavallo) mentre in quasi tutta Italia costate di carne di maiale. (vedi sopra)
Anche più a breve raggio si possono creare equivoci: i friarielli napoletani sono una varietà di broccoli amari che benissimo si sposano con le salsicce (sasiccia e friarielli, ottimi in un panino, come secondo piatto, condimento per la pasta, sulla pizza, ...), ma in penisola sorrentina a chi li ordina arriverà un piatto di peperoncini verdi. Più semplice la distinzione fra le capresi: insalata o dolce di cioccolata e mandorle.
In conclusione cito invece una orripilante storpiatura non del solo nome o origine di un cibo, ma della preparazione di una famosissima e ottima ricetta tipica quale è la carbonara che nel mondo, ahimè,  viene proposta da almeno il 90% dei ristoranti che ne elencano gli ingredienti preparata la con la panna! Del pecorino neanche a parlarne ...

martedì 20 ottobre 2015

Don Tancredo, un Carneade per i non ispanici

Per l'ennesima volta, guardando un film, mi sono imbattuto in una storia strana, singolare eppure assolutamente vera, che ha anche generato un modo di dire tutt'ora utilizzato in Spagna. Il film in questione è "El inquilino" (1955, regia di José Antonio Nieves Condes) con un giovane Fernando Fernán Gómez  nei panni di Evaristo, il protagonista della pellicola che, avendo un disperato bisogno di soldi, accetta di fare il Don Tancredo. In questo video, anche se non conoscete una parola di spagnolo, è molto facile intendere la successione degli avvenimenti: spiegazione di ciò che deve e che non deve fare al riluttante Evaristo, travestimento, attuazione nell'arena. Certamente per chi ha dimestichezza con l'idioma la scena è ben più godibile.
Come mio solito, incuriosito, ho effettuato una rapida ricerca in rete ed ecco quanto ho appreso. Quasi tutti concordano nell'individuare in un poco capace e ancor meno valente torero valenciano, tale Tancredo López, l'origine del nome. Alcuni sostengono che fu lui il creatore di questa breve rappresentazione tragicomica altri invece affermano che la copiò avendola vista eseguire da un suo collega a La Habana, Cuba. Comunque siano andati i fatti il questo breve spettacolo durò dal 1899 fino alla metà circa del secolo scorso anche se, negli ultimi anni, era già ufficialmente proibito.

Il Don Tancredo, vestito completamente di bianco e con la faccia infarinata, si sistemava su un piedistallo al centro dell'arena e doveva rimanere lì immobile. Si supponeva che il toro, entrato furiosamente alla ricerca di qualsiasi essere vivente che si muovesse per caricarlo e possibilmente incornarlo, si disinteressasse ben presto dell'oggetto immobile, limitandosi ad avvicinarsi per odorarlo per poi allontanarsi. 
Il suddetto López fu incornato più volte così come molti suoi emuli dimostrando la poca consistenza della teoria dell'immobilità. L'attuazione rimase relegata in spettacoli di basso livello in quanto quel pubblico dimostrava di apprezzare questo tipo di intermezzo fra una toreada e la successiva. Il fatto che si potessero guadagnare soldi "facili" attirava per lo più disperati, gente senza una peseta, che erano disposti a farsi incornare per risollevarsi da una situazione economica disperata. 

Fin qui la storia del Don Tancredo, reale e documentata, ci sono perfino elenchi completi dei più famosi, così come delle date degli incidenti più gravi (numerosi).

Nel già accennato uso comune, il "titolo" è stato affibbiato a numerosi personaggi politici, primo fra tutti Zapatero, e di norma si attribuisce a quelli che, sia in ambito politico che lavorativo, aspettano che i pericoli passino, ignorandoli e facendo finta di niente.

Leggende metropolitane (di vario genere): 
* si dice che anche il Generalísimo Francisco Franco facesse iDon Tancredo e che per questo motivo avesse due fascicoli sulla sua scrivania: "questioni che il tempo ha risolto" e "questioni che il tempo risolverà".
i tori non caricavano pensando di trovarsi davanti ad una statua di marmo. Ma come potevano riconoscere il marmo, considerato che oltretutto ci vedono poco? 
correva voce che Tancredo López ipnotizzasse i tori. 

domenica 18 ottobre 2015

Ultimo post tinerfeño (per ottobre)

Puerto de la Cruz, domingo 18 de octubre de 2015

Due settimane di sole e di caldo (28-31° durante il giorno) mi hanno tenuto lontano dalle escursioni, in particolare quelle attorno al Teide, senza un filo d’ombra, e quindi mi sono per lo più “adattato” a passeggiare in riva al mare approfittandone, ovviamente, per fare anche qualche nuotata. Ciò fra un’attività culturale e un’altra, fra qualche caña e vari spuntini.
A mio giudizio trovo che l’accessibilità al mare di Puerto de la Cruz sia veramente ottima. Ci si può bagnare in tanti posti diversi facilmente raggiungibili a piedi, per lo più lungo itinerari solo  pedonali.
   
A sinistra la foto satellitare del centro di Puerto, con il frequentatissimo Paseo di San Telmo e il lago Martianez, un complesso di una piscina enorme e una mezza dozzina più piccole. Questo è l’unico posto che prevede il pagamento di un biglietto di ingresso, tutte le atre spiagge e spiaggette sono libere ma – badate bene – regolarmente sorvegliate dagli addetti del salvamento (con evidenti divise rosse), pulite, con docce e rubinetto basso per levarsi la sabbia dai piedi. L’unica spesa che potreste voler fare è quella di un “lettino” (di buona qualità) che vi costerà la bellezza di 3 Euro! Dal Charco de los Piojos (alla base del paseo) si può entrare in acqua molto comodamente utilizzando le varie scalette d’acciaio e qualche scala in pietra, oltre che dal piccolo arenile di ciottoli. Semplicità e funzionalità e tutti sono contenti, dai bambini agli ottuagenari.
   
A ovest del centro (foto satellitare in alto a destra) ci sono tre spiagge nere  ben più lunghe, con la più lontana che termina a ridosso delle case di Punta Brava, a quasi due km di distanza. Conosciute nel loro insieme come Playa Jardin, sono limitate da un lungo e comodo passeggio (privo di barriere architettoniche) che corre fra gli arenili e le aree a giardino ricche di fiori, cespugli, cactacee e alberi, chiuse a monte dalla strada. Non mancano bar e caffetterie e panchine in quantità.
   
Personalmente, fra tutte le spiagge che non siano quelle bianche tropicali, le nere vulcaniche sono fra le mie preferite in quanto la maggior parte delle altre sono troppo polverose, basta un po’ di vento per spargere sabbia dovunque e qualche onda per intorbidire l’acqua.
Penso che con l’aggiunta di questo post sia chiaro, se non lo fosse stato abbastanza in precedenza, che Puerto de la Cruz è un posto che mi piace per essere vivibile, organizzato (trasporti pubblici, mercato, bagni, ecc.), ha tanto verde e tanto mare, offre una certa varietà di attività culturali, temperature primaverili nell’arco dell’intero anno, prezzi accessibili e, non da ultimo, vi si svolge un ottimo Carnevale. A questo proposito non pensiate che sia un fatto di pochi giorni in quanto i festeggiamenti ufficiali durano quasi due settimane, ma già adesso ci sono gruppi di giovani che percorrono le strade del centro a ritmo di batucada, battendo furiosamente i loro tamburi di tanti tipi diversi, accompagnati da qualche ballerina).
Ci saranno altre occasioni per parlare di Puerto de la Cruz e di Tenerife in genere, spero delle cañadas del Teide in particolare.

venerdì 16 ottobre 2015

3 tipi di scene che non sopporto nei film

Ne parlerò fra poco, ma comincio con i trailer. Ormai tutti quelli di film di azione, terrore, guerra e simili si risolvono in una serie di dissolvenze al nero intervallate da pochi fotogrammi, accompagnate da suoni bassi e cupi che ti rimbombano alla bocca dello stomaco e altri improvvisi e forti (esplosioni, crolli, ecc.) che giungono da un lato o addirittura alle spalle grazie all’effetto surround
Ieri 3 dei 4 trailer proposti erano di questo tipo, praticamente identici, “brutti” e, almeno per me, per niente attraenti, ma del resto rispecchiano l’andazzo di produrre e proporre film di scarsissimo valore basato solo su effetti speciali, con poca regia e zero interpretazione.
Per fortuna The visit (La visita, in uscita in Italia a fine mese), dal quale non mi aspettavo più di tanto, si è rivelato non certo un capolavoro, ma senz’altro sui generis, un mystery leggero mascherato da horror, a volte tendente alla commedia, con numerose trovate originali.

Ed eccomi all’oggetto del post: scene che si ripetono da anni con minime varianti, che dovrebbero creare tensione e invece tendono al ridicolo e spesso sono trascinate per vari minuti. Film che fino a quel punto si erano tenuti sui binari della verisimiglianza (o almeno ci provavano) si perdono cadendo quasi nel ridicolo. 
1 * gli inseguimenti, in particolare quelli in auto
Si sono aggiornati in quanto ai mezzi di trasporto e alle strade, ma restano pessime copie degli inseguimenti a cavallo dei quali ben pochi sono memorabili. Quante volte avrete visto ripetersi passaggi a velocità folle su marciapiedi gremiti (senza riuscire a investire nessuno), corse contromano in autostrada, salti di corsie e “macchine volanti in avvitamento sopra ad altre” (solo grazie a rampe ben posizionate altrimenti, e logicamente, lo schianto sarebbe stato inevitabile)? Ogni tanto mostrano anche un tachimetro che indica velocità notevoli pur essendo chiaro che le scene sono girate a velocità ridottissime?

2 * quelli che corrono davanti ad un’auto o che la inseguono
Avrete certamente presente tante scene nelle quali qualcuno corre, spesso goffamente e senz’altro non velocemente, davanti ad un’auto alla cui guida c’è qualcuno che tenta chiaramente di investirlo. Il corridore nella migliore delle ipotesi può percorrere brevi tratti a 20km/h mentre l’auto, anche partendo da ferma, raggiunge tale velocità in un paio di secondi. Ergo, l’arrotamento dovrebbe essere quasi istantaneo eppure per interminabili secondi la scena si stiracchia e raramente il genio di turno pensa di levarsi dalla strada invece di continua a correre al centro della carreggiata. Per quanto riguarda i tempi, la situazione non cambia con quelli che corrono dietro ad un’auto che parte a gran velocità eppure non riesce a distanziare il corridore.

3 * resto sul fattore tempo con i conti alla rovescia
Avete presente la bomba che sta per scoppiare e il nostro eroe che deve evitare l’esplosione? Oltretutto, dov’è la tensione se siamo sicuri che ci riuscirà in quanto siamo a metà del film e non può ancora morire e quindi bisogna sorbirselo fino alla fine? Ma non è solo questo. Per esempio, avete mai notato come dal momento in cui viene mostrato il timer (o sveglia vecchio tipo che sia) che indica il tempo rimanente prima dell’esplosione questo viene esteso a dismisura, anche raddoppiato o triplicato, ed in pochi secondi succede di tutto e di più. La dilatazione del tempo è tutt’altra cosa.

Concludo sottolineando che tuttavia ci sono stati grandi film di vari generi (western, road movies, polizieschi) nei quali simili scene sono state trattate in modo quasi perfetto tanto da diventate cult.
Ne cito uno per tutti in quanto interamente basato su un inseguimento e nel quale, per di più, non appare mai l’inseguitore ... si vede solo il suo braccio sinistro sporgere dal finestrino del’enorme e minaccioso camion. 
Parlo di Duel (1971) uno dei primi lungometraggi diretti da Steven Spielberg, prodotto per la televisione e poi rimontato per le sale con l’aggiunta di varie scene. 
A chi non lo conoscesse suggerisco di effettuare una ricerca con le parole Duel e Spielberg, troverà un’infinità di notizie e commenti in tutte le lingue, clip di varie scene e probabilmente anche il film completo.