lunedì 4 aprile 2016

New York 30 anni dopo

Come succede in qualunque parte del mondo i cambiamenti, anche sostanziali, sono all’ordine del giorno. Per turisti e viaggiatori (come lo sono io) ci sono tanti indubbi vantaggi, ma il rovescio della medaglia è spesso la perdita dell’identità di alcuni luoghi. In particolare nelle grandi città (e quindi a New York, già famosa per essere un melting pot) l’arrivo di tanti nuovi “immigrati” sta creando tanti altri ambienti che si vanno a sovrapporre alle comunità storiche che avevano un proprio “quartiere” come Little Italy, Chinatown o le aree del Bronx, Queens e Brooklyn
   
Nel corso di questa mia seconda visita a New York, dopo quella nel novembre 1985, ho sentito parlare tantissimo spagnolo latino, molto più di allora, pure fra il personale dei nei musei, dei trasporti, degli agenti della sicurezza e delle forze dell’ordine, ma anche altri idiomi inclusi russo e arabo
Little Italy è quasi scomparsa, un po’ fagocitata dalla confinante Chinatown (vedi insegne con caratteri cinesi al lato di "Welcome to Little Italy") un po’ per il cambiamento che investe tutta ManhattanVari dei pochi locali storici rimasti sono gestiti da stranieri e proprio sulla strada principale Mulberry st. ho dovuto ascoltare gli insistenti inviti di un cameriere russo che mi voleva convincere che entrando in quel ristorante (evidentemente italo-russo visto che il primo piatto della lista era "ravioli vodka") avrei provato la migliore pizza del mondo.  
Aspettando le mie amiche Nicole e Jenn per andare a provare (finalmente) il classico piatto italo-americano spaghetti with meatballs in uno storico ristorante di Brooklyn (è lì dal 1900) mi sono messo a chiacchierare con Giovanni e con Mario, gestore della macelleria Mario & son, il cui padre era originario di Fontanarosa (AV). Lui è nato a Brooklyn, parla poco italiano e mi ha confermato che ormai la vecchia comunità italiana si è quasi del tutto disgregata. Tornando alla pasta, come spesso accade, il sugo era sulla pasta che di conseguenza era scondita, ma almeno sono riuscito a mangiarla più che al dente avendone avanzato specifica e chiara richiesta al cameriere. Buoni gli spaghetti, ma niente di memorabile, molto migliori le penne rigate con broccoli e tanto aglio e peperoncino, seppur spacciate per rigatoni.

Per strada si sentono parlare le lingue più disparate e non solo nelle affollatissime aree turistiche ma anche fuori del centro. Se da un lato si può facilmente trovare di tutto, e non solo nel campo della ristorazione nel quale si moltiplicano i piccoli locali che propongono cucina etnica, mi è sembrato che cogliere lo spirito e l’essenza della Grande Mela stia diventando sempre più difficile.
Turisti e nuovi immigrati sembrano essere la maggioranza, almeno nei luoghi pubblici, in particolare durante la settimana. In ogni caso New York resta una destinazione obbligatoria per i viaggiatori (almeno una volta nella vita), eppure la maggior parte dei visitatori riusciranno a conoscere solo la sua parte turistica. 
Rispetto al caos,  al traffico e alla frenesia di Manhattan la stessa Washington (dove ho passato i 5 giorni precedenti) ha un aspetto molto più “americano” nel senso del comune immaginario collettivo, con un ambiente molto più piacevole e rilassato nonostante la presenza, per ovvi motivi, di tanti agenti di sicurezza.
In conclusione entrambe le grandi città della costa est meritano una visita e chi è interessato alla cultura e musei deve prevedere parecchi giorni di soggiorno. 
Pronto al rientro, da domani ricomincerò a camminare su sentieri, a caccia di altri tipi di foto e di novità.

domenica 3 aprile 2016

Opera d'arte il cui movimento incanta adulti e bambini

George Rhoads (classe 1926) è un grande artista contemporaneo fuori dal comune ... pittore, scultore, maestro di origami ma soprattutto genio delle “sculture audiocinetiche” come questa 42nd Street Ballroom.

Detta definizione già fornisce un’idea dei lavori che lo hanno reso famoso ma penso sia opportuno scendere un po’ più nei dettagli. Si tratta di complessi percorsi (alternativi gli uni agli altri) predisposti per lo più per oggetti sferici, come biglie o palle da biliardo, che rotolano per gravità causando direttamente o indirettamente dei suoni, ma talvolta anche per acqua. L’unica parte in movimento è di solito una semplice catena mossa da un motorino elettrico che aggancia le sfere (o pompa l’acqua) e le porta all’altezza massima dalla quale queste iniziano la loro discesa più o meno veloce e più o meno “contorta” fino a tornare in linea per essere poi riportate in alto. 

Descriverò per semplicità una delle sue prime sculture, la già citata 42nd Street Ballroom, visibile in una sala del Port Authority Bus Terminal, al centro di Manhattan, 42nd Streetancora nello stesso posto dove la ricordavo dalla mia prima visita a New York, 30 anni fa, novembre 1985.
In questo caso ha utilizzato palle da biliardo (pool, 125, quelle classiche americane numerate da 1 a 15) tirate su da “forchette” a due rebbi, distanziate fra loro in maniera non regolare. Il percorso inizia su una piastra triangolare gialla in pendenza dalla quale sporgono asticelle metalliche disposte in struttura diagonale che portano ciascuna palla a imboccare un percorso diverso. Quindi è già chiaro che il tempo che trascorre fra la partenza di una biglia e la successiva varia, anche se il ciclo poi si ripete, e che gli effetti sonori di ciascuna discesa saranno ben distinti.  
   
Chiaramente, nel breve filmato non ho potuto mostrare tutti i movimenti e spesso il suono non corrisponde a ciò che si vede in quanto ci sono sempre numerose palle in movimento. Comunque sono ben distinguibili la catena di sollevamento, la piastra gialla di selezione percorsi, spirali, giri della morte, passaggi su barre metalliche tipo xilofono, campanelli, gong, una specie di bascula che si muove quando da un lato saranno 4 pale che la faranno abbassare, campane tubolari, scivoli tipo toboggan, martelletti, pendoli e altro.
L'opera, commissionata proprio per questa destinazione, diede grande fama e notorietà a Rhoads che da allora ne ha prodotte tante altre, anche di grandi dimensioni, oggi presenti in aeroporti, musei (anche al MoMa) e luoghi pubblici non solo negli Stati Uniti, ma nelle più svariate parti del mondo ... Singapore, Tokio, Osaka, Città del Messico, Siviglia, Taipei.
  
Qui a destra vedete la scultura Newton Daydream, esposta nel Clark Planetarium di Salt Lake City, alta una decina di metri e con uno sviluppo di percorsi di circa 100 metri.

venerdì 1 aprile 2016

Chiedete indicazioni a persone affidabili ... ma quali sono?

Al di là della didascalia della foto postata scherzosamente qualche giorno fa “Mai fidarsi dei canguri”, l’assunto è estendibile a molti umani che “teoricamente” dovrebbero essere affidabili, ma in effetti non lo sono. Ciò è ben noto ai camminatori ed escursionisti, merce rara, che spesso si trovano ad avere a che fare con persone che rispondono per solo gentilezza o per dovere, ma non sanno assolutamente di cosa parlano e di conseguenza forniscono informazioni completamente errate.
Dalle parti nostre (dove ormai la stragrande maggioranza si muove su 4 o 2 ruote) è ben noto che pochi conoscono stradine e sentieri e spesso anche agenti delle forze dell’ordine, ai quali un turista si rivolge con la massima fiducia e grande aspettativa, non conoscono che le strade. Ma non ci flagelliamo per questo né gettiamo la croce addosso a nessuno perché non è una prerogativa italiana e anche negli States si verifica esattamente lo stesso.
Martedì, approfittando della bella giornata soleggiata, ho deciso di percorrere parte del mio tragitto di ritorno a piedi invece che in metropolitana. Consultata la mappa ho visto che dal centro c’erano ben tre ponti che superavano il fiume Potomac e raggiungevano l’altra sponda, in Virginia, mia destinazione. Conoscendo come vanno le cose qui, mi sono prima preoccupato di sapere se uno dei tre fosse anche pedonale e, nel caso, quale di essi. Ho chiesto ad un primo poliziotto (addetto al traffico) che mi ha detto di non andare per la 15th, dove mi trovavo, ma di passare sulla 14th. Detto fatto, dopo un isolato, stessa richiesta ad una guardia della security opposta risposta ... “No way!” torna sulla 15th ... (ma dovete sapere che le due strade non sono esattamente parallele e si congiungono prima di raggiungere la sponda del fiume, ergo ...).

In attesa del verde al semaforo per attraversare l’ultima strada prima del parco al lato del Potomac, ho adocchiato altri due poliziotti addetti al traffico (che si suppone dovrebbero conoscere la viabilità dell’area) e appena giunto dall’altro lato mi sono diretto verso di loro. Vi riassumo per punti salienti la divertente conversazione avuta con questi due simpatici e sorridenti agenti di colore (lei sulla quarantina, lui un po’ più avanti con gli anni e molto di più con i chili ... 1 quintale e 20 una buona stima) che parlavano con l’adorabile accento del sud tipico della loro gente.
“Uno dei ponti è pedonale?”
“Dove vuoi andare?
“Dall’altro lato del fiume”
“In Virginia??? A piedi?”
“Sì”
“Non è possibile, nessuno ci va”
“Ok, ma non è possibile perché è vietato o perché c’è solo la strada senza marciapiede?” 
“No, non è vietato, ma perché non prendi la Metro?”
“Mi piace camminare e vorrei andarci a piedi”
“Non è possibile, è lontano”(n.d.r. il fiume è largo meno di un km)
“Quindi l’unico modo per passare il fiume è in auto o bus su strada o in Metro? Neanche in bici?”
“ Le bici possono andare con le auto”
“Comunque non è proibito andarci a piedi, non infrango nessuna legge”
“No, ma non ci si va a piedi ... that’s why we have the Metro! (“ecco perché abbiamo la metropolitana!”)  
Tanti sorrisi e ci siamo salutati, loro con la convinzione di aver incontrato un pazzo e io con quella di aver chiesto a due simpatici pigrissimi agenti.
Ma non mi sono arreso, ho attraversato il parco e ho cominciato a cercare qualcuno fra i tanti che lo affollavano in occasione del Festival dei Ciliegi in Fiore che non fosse sovrappeso, che sembrasse un gran camminatore o podista, che non fosse turista. Dopo un paio di americani, sportivi ma in visita a Washington, sono riuscito a fermare un mio coetaneo su bici vecchiotta, con zainetto e auricolari ... il tipo adatto, e così è stato. 

La possibilità c’era ed era una bella e larga pista ciclabile (evidente sul lato sinistro della foto) frequentata anche da podisti, ben divisa dalla strada a 4 corsie per senso di marcia da un muretto di cemento sovrastato da rete metallica rigida mentre dal lato fiume c’era un’altra rete altrettanto alta. Detto ponte si trovava a circa un chilometro dal luogo in cui stazionavano i miei due (ormai) amici agenti.
Per la cronaca, anche sull’altra sponda c’era una pista ciclabile, ancora più larga, che continuava fino ad Alexandria (mia destinazione). Ho abbandonato (e proseguito in Metro) alle porte di questa storica cittadina perché era quasi buio, dopo aver percorso una decina di chilometri senza attraversare una sola strada! Come si evince dalla mappa tutti i ponti sono forniti di pista ciclabile separata; io ho attraversato quello più a sud e ho continuato oltre l'aeroporto. 

Per esperienza diretta, in ogni paese cambiano gli atteggiamenti e le risposte standard, e anche nel caso le indicazioni siano più o meno giuste, le distanze sono errate e di molto. Nei paesi orientali, in particolare in Giappone, nessuno vi negherà una risposta anche se non hanno capito di cosa stiate parlando e continueranno a sorridervi ed “inchinarsi”. In molte città con rete di strade perpendicolari le distanze vi verranno fornite a isolati (blocks, cuadras, manzanas) ma questi possono avere lato di 50 o 200 metri, quindi il quadruplo della distanza e in molti casi sono irregolari essendo più piccoli al centro e molto più grandi verso la periferia.
Per quanto riguarda i nostri sentieri i più affidabili sono i contadini, cacciatori, in genere gli anziani (anche se costoro non possono essere del tutto aggiornati), conduttori di muli e ovviamente altri escursionisti locali.
In ogni, avendone la possibilità, chiedete a più persone e ricordate che una mappa, anche se non eccellente, aiuta molto.

mercoledì 30 marzo 2016

4 giorni a Washington ... fra belve, spari e musei

Fortunato con il tempo, mi sono potuto muovere senza intoppi e piacevolmente fra un museo e l’altro, passeggiando nel grande rettangolo a verde lungo oltre 3 chilometri area fra il Capitol e il Lincoln Memorial e l’ultimo giorno da Washington sono tornato in Virginia passando il Potomac e percorrendo una quindicina di chilometri fra prati e piste ciclabili lungo il fiume, con tanti ciliegi in fiore.
   
Per gli amanti dei musei Washington è una vera pacchia ... ce ne sono tanti e almeno quelli del gruppo Smithsonian Institution (19 musei e 9 centri di ricerca) sono tutti completamente gratuiti e aperti tutti i giorni, tranne che a Natale. 
Quindi, come qualcuno già saprà avendo letto il post di domenica e visto le successive foto, ho iniziato con la sede distaccata dell’Air & Space Museum (vicina all’aeroporto) e ho proseguitocon il Museo di Storia Naturale, l’Orto Botanico, lo Zoo (anche questo Smithsonian), la sede cittadina dell’Air & Space Museum e l Museo degli American Indians (i cosiddetti indiani, o pellerossa).
Lo zoo era vasto ma gli spazi per gli animali erano grandi e di conseguenza non presentava un’enorme varietà di specie, ma una selezione di grande qualità che include i panda giganti (con il recente arrivo Bei Bei), rettili molto interessanti (per fortuna area meno affollata in quanto tanti si rifiutano perfino di guardarli), flamingo rossi, e via discorrendo. 
Musei tutti molto interessanti, ampi e ben organizzati e in particolare quello dedicato ai nativi mi ha molto coinvolto con le chiare spiegazioni (documenti, mappe, foto e video) relative alle tante popolazioni assolutamente  diverse che per gli europei sono una sola e che per tanti anni sono stati bollati come selvaggi. Ma le cose stanno cambiano, gli “indiani” moderni hanno rispolverato i vecchi trattati e sono riusciti a far riconoscere la loro validità e i loro successi presso la Corte Suprema sono sempre più frequenti.  

A chi ha dimestichezza con l’inglese e fosse interessato all’argomento suggerisco di guardare qualche video nei quali appare Suzan Shown Harjo  (cheyenne e muscogee) poetessa, scrittrice, attivista per i diritti dei nativi ai quali ha già fatto recuperare 4.000 kmq di terre usurpate, co-fondatrice del Museo presidente del Morning Star Institute (per i diritti dei nativi americani) e altro ancora. Dal 1960 si batte per contrastare l’uso denigratorio e spesso associato alla violenza di nomi indiani, specialmente nello sport. Nel 2013 due terzi delle squadre avevano già cambiato nome e rinunciato alle loro mascotte e nel 2014 anche i famosi (e ricchi) Washington Redskins hanno dovuto cedere all’ingiunzione legale.
nota esplicativa del disegno su pelle rappresentante la battaglia di Little Bighorn (foto in alto)
Nel Museo questo concetto di usurpazione mascherato con la legalità di trattati e annessioni è allargato anche alle Hawaii, anche se la popolazione locale è di tutt’altra origine (polinesiana) e il metodo è stato diverso essendo più vicino al colpo di stato che all’invasione, ma in compenso quasi per niente cruento.
Gli spari si riferiscono all’uomo che ha fatto convergere al Capitol decine e decine di auto di polizia, security, secret service (la casa bella è che hanno questa scritta sulla divisa ... dov’é il secret?), federali, camion e ambulanze dei pompieri e infine un numero spropositato di van che arrivavano fin dove era consentito e poi scaricavano cavalletti, telecamere, microfoni e una/un giornalista. Ad ogni angolo di strada c’era una troupe che cercava di accaparrarsi per un’intervista uno dei turisti che era all’interno dell’edificio al momento degli spari ... una scena da film al 100%.
   
Fra le mie raccolte in Google+ già ci sono molte foto e altre saranno caricate (appena avrò un po’ di tempo ...)

martedì 29 marzo 2016

Fra i film meno noti si trovano piacevoli sorprese

"Un film al giorno": i miei primi 100 film del 2016

Cinefili, critici, semplici appassionati e cine-dipendenti come me potranno certamente trovare qualche titolo interessante dando una scorsa alle mie micro-recensioni, anche se poco affidabili, poiché trattano di titoli poco conosciuti e molti che non sono mai giunti in Italia e che, probabilmente, da noi non circoleranno mai. Numerosi li ho trovati eccellenti e qualcuno appena guardabile, ci sono classici non proprio imperdibili, buone commedie e film con interessanti contenuti e ambientazioni che ci trasportano in mondi lontani sia per distanza che per tempo.

Da qualche giorno ho lasciato il Messico con ben 21 film visti in 14 giorni arrivando a quota 104 dopo che il 22 marzo (82° giorno del 2016) avevo raggiunto quota 100, molto in anticipo rispetto alla media che mi sono proposto. Lì mi sono molto avvantaggiato andando spesso al cinema e soprattutto alla Cineteca Nacional Mexico dove sono riuscito a guardare gran parte dei film della 60° Muestra Internacional de Cine, così come avevo fatto a Lisbona dove avevo approfittato abbondantemente dell’ottima programmazione della Cinemateca Portuguesa.

      
Oltre ad aver visto, come molti, quasi tutti quelli con Nomination Oscar nelle categorie più importanti (mi manca solo Trumbo) e altri recentissimi, ho continuato le mie ricerche nelle cinematografie dell'America Latina, ho guardato o ri-guardato pellicole di qualche anno fa e anche di molto tempo fa, fra le quali alcuni eccellenti muti degli anni '20 come The passion of Joan of Arc di Dreyer e Sunrise di Murnau la cui visione consiglio a tutti.
Ho avuto grandi delusioni, ma le piacevoli sorprese sono state, per fortuna, molto più numerose. Fra queste segnalo in particolare questi tre titoli dei quali sapevo ben poco o addirittura niente e che, pur non essendo pietre miliari della storia del cinema mi hanno colpito e prima o poi li riguarderò con piacere e con maggior attenzione:
Gold Diggers of 1935 (Busby Berkeley, 1935), Redes (E. Gómez Muriel e Fred Zinneman, 1936) e il recentissimo, fantastico Tangerine (Sean Baker, 2015) girato con 3 iPhone 5!
        
Aggiungo qualche dato statistico per dare un’idea della varietà dei paesi "di origine" (per le co-produzioni ho tenuto conto del più rilevante) e dei periodi di appartenenza.
Dei primi 100 film 31 sono nordamericani (30 USA e 1 canadese), 12 dei quali del 2015, e 34 del vasto gruppo hispanico (ben 16 messicani oltre agli 8 spagnoli e 10 dell’America latina, ai quali si sono subito dopo aggiunti un venezuelano e un brasiliano. Dei rimanenti, 17 sono asiatici (fra i quali 5 dell’Iran e 4 ciascuno di India e Giappone) e 17 europei (senza contare quelli spagnoli, già considerati) al quale va aggiunto l'unico italiano, Viaggio in Italia di Rossellini.
Nella tabella sottostante ho invece raggruppato i film per periodo di uscita ed anche in questo caso sono abbastanza ben distribuiti.
Per una rapida scorsa dei titoli potete dare uno sguardo alle locandine dei film visti, mentre nella raccolta 2016: Un film al giorno ... (366 essendo bisestile) ci sono tutte le micro-recensioni, numerate e inserite in ordine cronologico, leggendo le quali potrete conoscere i dati salienti (regista, cast, anno e paese di produzione, rating) avendo così un’idea di cosa si tratti.

Spero che qualcuno dei lettori-cinefili possa trovare qualche novità interessante.

domenica 27 marzo 2016

Macchine e oggetti volanti ... reali e dal vivo

E ora ... qualcosa di completamente diverso (come il titolo di uno dei film dei Monty Python). 

Ma non è proprio così in quanto comunque parlo di un museo e, in parte, di viaggi(in alto il primo Concorde francese, in basso lo Shuttle)
Ieri sono stato alla sezione distaccata dell'Air & Space Museum (uno degli Smithsonian), quella che si trova nei pressi dell'aeroporto internazionale di Washington. In un hangar lungo oltre trecento metri, costruito all'uopo, sono raccolte varie centinaia di aerei militari e commerciali, prototipi, elicotteri, navicelle di aerostato e spaziali, alianti, aerei per una ragione o per un'altra famosi, detentori di record, la navicella che, attaccata ad uno speciale aerostato, portò Felix Baumgartner a quota 38.969 metri e dalla quale si lanciò stabilendo il record di velocità raggiunta in caduta libera (1.357,64 km/h) e addirittura lo Shuttle Discovery!


Oltre a quast'ultimo, ci sono aerei che veramente hanno hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia moderna e non sto parlando di modello di o di una serie come gli Spitfire o i Mig russi, ma di velivoli specifici come il tristemente famoso B-29 Enola Gay che il 9 agosto 1945 rilasciò su Hiroshima la prima bomba atomica.
Ce ne sono altri famosi e affascinanti per la loro linea come il famoso aereo-spia Lockheed SR-71A Blackbird che dopo 24 anni di servizio per lo più sui cieli sovietici, proprio venendo a Washington per essere definitivamente sistemato in questo museo, ha stabilito il record di velocità raggiungendo i 3.608 km/h. 
Ma, come vedete, è un "oggetto" bello a prescindere, con delle linee fantastiche ed è importante rammentare che fu progettato "senza l'ausilio di computer"! (un'altra foto è in fondo al post)

E poi c'è il Virgin Atlantic GlobalFlyer con il quale Steve Fossett stabilì nel 2005 il record di volo intorno al mondo in 67 ore e 1 minuto, il primo aereo passeggeri pressurizzato ed il primo jet di linea, ma ancora più affascinati per l'idea, per il design e per l'ardire di chi li ha pilotati sono alcuni minuscoli aerei progettati "per pendolari", da tenere nel garage di casa, come questi in basso. 
A sinistra l'aereo capace di volare più piccolo del mondo (certificato da Guinness) e a destra uno che fa venire in mente un incrocio fra i vecchi modelli di Lambretta e Ape.

   
Quasi dimenticavo di citare le "ali volanti" e non mi riferisco solo a quelle tipo deltaplano, ma anche a piccoli aerei come questo.
Le foto di velivoli grandi e piccoli sono raccolte in questi due album:


venerdì 25 marzo 2016

¡Hasta pronto Coyoacàn!

Attualmente ben inglobata nella enorme area metropolitana di Ciudad de Mexico, Coyoacán (“il luogo dei coyote”, dal náhuatlufficialmente “delegación Coyoacán, colonia Del Carmen”) ha una sua storia e continua ad avere un appeal molto particolare e diverso dal resto di CDMX. Già comunità prehispanica, fu la prima residenza del conquistador Hernán Cortés (1521) e poi fu scelta da personaggi famosi del calibro di Frida Kahlo con il suo due volte marito, il famoso muralista Diego Rivera, e Lev Trotskij passò qui gli ultimi anni del suo esilio forzato fino al giorno in cui fu assassinato da un sicario di Stalin. Furono proprio i due artisti nel 1937 a convincere il governo messicano a dare asilo all’esule russo che andò ad abitare vicino casa loro, a Calle Berlín dove ora è la sua casa-museo. Per pura e strana coincidenza, sto scrivendo da Calle Berlín e la mia finestra affaccia sul giardino posteriore della Casa Azul (Museo e già residenza di Frida Kahlo).
Oltre alle case-museo Frida Kahlo e Trotskij ospita il Museo Nacional de Cultura Populares e vari centri culturali. A ovest ci sono i Viveros (vivai) che oltre ad assolvere alla loro funzione, sono per la maggior parte fruibili dal pubblico e quindi frequentati da tanti podisti dilettanti e persone che semplicemente passeggiano all’ombra degli alti alberi, fra tanti uccelli e scoiattoli. 
A parte queste e altre notizie facilmente reperibili in rete, mi preme sottolineare la tranquillità di questo quartiere residenziale abbastanza vasto, con una rete di larghe strade (tutte alberate) e con un ampio parque costituito da due giardini boscosi (nella foto a sx la fontana dei coyote) uniti dal sagrato della Iglesia de San Juan Bautista, rimodellata sulla prima chiesa risalente all’epoca di Cortés, parco sempre affollato da famiglie, studenti, anziani, venditori ambulanti, artisti di strada, musicanti e ovviamente turisti. 
   
Poche centinaia di metri a nord c’è la Cineteca Nacional (foto a dx) con le su dieci sale e, soprattutto, la sua programmazione di ottimo livello che prevede dai 15 ai 20 film al giorno. La funzionale, anche se spesso affollata, metropolitana permette di arrivare in centro in soli 15 minuti al prezzo di 5 pesos (0,25 Euro).

Varie ed eventuali ...

Raccolta rifiuti (quasi) differenziata, (quasi) porta a porta
Dovunque ci si trovi a Coyoacán, di mattina si sente un campanaccio e si vede camminare da solo in mezzo alla strada l’uomo che lo suona con insistenza. Guardando un centinaio di metri alle sue spalle si vedrà un grande camion per la raccolta rifiuti attorniato da residenti in fila che portano i loro contenitori e vari operatori che eseguono una ulteriore cernita. Il rumoroso campanaccio avverte con almeno un paio di minuti di anticipo dell’arrivo del camion e ognuno avrà il tempo di scendere in strada.

Foto in bianco e nero


In vari punti della città ci sono banchetti che vendono foto in vari formati, quasi esclusivamente in bianco e nero. La cosa che colpisce è che tutt’oggi le più richieste sono quelle relative alla Rivoluzione e quelle dei divi cinematografici e cantanti di oltre cinquanta anni fa (Pedro InfanteJorge NegreteMaria FelixDolores del RioPedro Armendariz e, ovviamente, Cantinflas). 




Fra quelle della Rivoluzione Francisco “Pancho” VillaEmiliano Zapata e Adelita la fanno da padroni. Ancor più curioso è il fatto che perfino i più giovani e comprano o chiedono ai loro genitori quelle foto.

Statue viventi

Qui ce ne sono poche e non posano assolutamente immobili per lunghi minuti come di consueto in altre parti del mondo, più che altro si prestano a farsi fotografare con chi ne ha voglia. I più richiesti sono anche i questo caso i rivoluzionari, armati di tutto punto, con carabina, cartucciere e sombrero e gli unici a fare loro concorrenza sono personaggi dei fumetti e supereroi, ma chiaramente solo fra i più piccoli.
   

mercoledì 23 marzo 2016

Dove meno te l’aspetti ... ti puoi sposare con chi vuoi!

Ciudad de Mexico, 19 marzo 2016

BODAS COLECTIVAS

L’immensa spianata dello Zocalo, davanti alla Cattedrale metropolitana e limitata dagli altri lati dal Palacio Nacional e altri edifici pubblici si è riempita di spose e sposi accoppiati a seconda dei loro gusti e tutti uniti in matrimonio (boda). Quest’anno si sono celebrati oltre 2.000 (proprio così, DUEMILA) matrimoni superando il record dell’anno scorso (1.690). 
Matrimonio civile gratuito, sorteggiati due viaggi di nozze ad Acapulco offerti dal Municipio, così com’era fornita musica dal vivo su un grande palco e il rinfresco.
   
L’annuncio/invito è stato emanato con un mese di anticipo e, come risulta chiaro dai manifesti che si trovavano in ogni punto della città e nelle stazioni della metropolitana (quasi 200 stazioni, circa 4.000.000 di passeggeri al giorno! ... e funziona), veniva sposata qualunque coppia, comunque composta.
   
Eppure il Messico continua ad essere additato come paese machista (maschilista) e l’Italia sarebbe il paese avanzato in termini di tolleranza ...


Altre note e curiosità dai dintorni dello Zocalo

Zocalo (CDMX) e p.za S. Gaetano (Napoli) ... cosa hanno in comune?

Prima dell’invasione dei telefonini ed internet, chi a Ciudad de Mexico cercava un manovale, un elettricista, un imbianchino o un muratore, si recava allo Zocalo al lato sinistro della Cattedrale (ma probabilmente anche in altri punti della città) e lì trovava l’uomo adatto. 
Attualmente sono rimasti in pochi, tuttavia ancora ce ne sono lì ad aspettare, con la loro borsa con gli attrezzi del mestiere e con un cartello con l'elenco delle loro specializzazioni, da una singola a numerose. Come vedete a sinistra, qualcuno si preoccupa anche di essere esplicito anche per chi non sa leggere (ma questi si contano sulla punta delle dita).
   
Da partenopeo posso asserire con certezza che fino a qualche decennio fa questa prassi veniva ancora seguita anche a Napoli e che il classico punto di ritrovo era piazza San Gaetano, zona decumani.

Danzas indigenas


In questo caso si mischia autenticità, folklore e spettacolo per turisti. Ci sono vari gruppi che si esibiscono in diverse aree attorno alla Cattedrale, vestiti da indigenas (ma qualcuno è chiaramente abbastanza fasullo) e soprattutto con grossi cascabeles (sonagli, termine riferito anche al serpente culebra de cascabeles). 
Alcuni sono gruppi seri, che forniscono informazioni agli astanti circa le loro tradizioni, i significati delle danze, la loro situazione sociale attuale e con la loro attività raccolgono fondi, mentre altri pensano solo a far soldi, a farsi pagare per qualche foto in posa e consentono a turisti xxx (chiamateli come volete voi) di indossare i cascabeles e unirsi a loro nelle danze.
Se state in zona saprete subito dove si stanno esibendo, sarete attratti dall'incessante e ritmato suono del tamburo.

Ci sono anche danzatrizici molto, molto in erba, certamente originali ...