domenica 18 dicembre 2022

Microrecensioni 341-345: gruppo fra noir e commedia, con un docu-film

Due noir di Clouzot, uno dei vari ottimi registi francesi di età secolo scorso stimati dai conoscitori ma poco noti al grande pubblico al di fuori della Francia, come per esempio Melville. Noir che però hanno anche una buona parte di commedia; certamente non sono dark e seri come Le corbeau (1943) e Les diaboliques (1955) che sono i suoi più apprezzati lavori del genere. Completano il gruppo un buon docu-film familiare-naturalistico, un’altra Ealing comedy e il noir messicano del quale ho già scritto.

 

Quai des Orfèvres (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942)

Tratto da un romanzo di Stanislas-André Steeman, con sceneggiatura e dialoghi (pertinenti e credibili) dello stesso Clouzot. Sono ottime anche fotografia e interpretazioni, fra le quali spicca quella di un relativamente giovane Bertrand Blier (30enne), ma sono bravissime anche le due prime donne Suzy Delair e Simone Renant, nonché Louis Jouvet (l’ispettore di polizia) e Charles Dullin nei panni del viscido e inquietante Brignon. Film interessantissimo e di ritmo rapido che non consente distrazioni da parte del pubblico; quasi in ogni scena c’è qualche elemento che può essere visto come un indizio, una trascuratezza dell’assassino, un rischio di rivelare una bugia. A metà strada fra un dramma della gelosia ossessiva e un noir con mille risvolti e colpi di scena; situazioni facilitate dalle continue bugie raccontante anche quando non sono necessarie. Tempi e dettagli sono tutti ben studiati e posizionati alla perfezione nella scaletta. Premo internazionale per la regia e Nomination per il Gran Premo internazionale a Venezia.

L'assassin habite ... au 21 (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942)

Per un crime (in effetti commedia thriller) l’asserzione del titolo (assolutamente vera) può apparire come un controsenso, ma non è così in quanto l’indirizzo è quello di una pensione nella quale alloggiano molti tipi strani e sospetti. Sotto falsa identità l’ispettore si introduce nella comunità travestito da sacerdote e alternando scene da thriller e da commedia si seguono gli sviluppi delle sue indagini, piene di colpi di scena e sorprese. Come in Quai des Orfèvres, l’elemento di disturbo è il personaggio di Suzy Delair (l’intrigante moglie dell’ispettore) che si presenta a sorpresa e sotto mentite spoglie. Molti paragonano Clouzot a Hitchcock per il suo far vedere senza mostrare e per il senso dell’umorismo. Piacevole, ben diretto e ben interpretato.

  

Alamar (Pedro González-Rubio, Mex, 2009)

Si potrebbe definire un documentario familiare in quanto i protagonisti sono quasi esclusivamente un padre messicano (pescatore indigeno) e suo figlio di 4 anni che normalmente vive a Roma con la madre, ma temporaneamente sta con lui su una palafitta presso la Costa Maya. Pesca responsabile e giusto approccio con la natura sono quindi il tema del film, nel quale ognuno interpreta sé stesso. A parte qualche altro pescatore locale, riveste un ruolo importante uno più anziano ed esperto che vive nella stessa essenziale capanna e fa da mentore al padre e figlio. Brevi apparizioni all’inizio e alla fine del film sono riservate alla madre del fortunato ragazzino, che certamente non avrà dimenticato l’esperienza del repentino passaggio da una moderna città europea ad una casa di legno circondata dal mare, praticamente senza niente, dalla quale parte ogni mattina alla scoperta della barriera corallina, imparando a sommozzare, a pescare, a pulire il pesce che poi mangeranno. Ci sono anche escursioni a terra ed il tentativo di addomesticare un guardabuoi (un tipo di airone). Film d’apertura Generation Kplus a Berlino.

The Ladykillers (Alexander Mackendrick, UK, 1955)

Alle 3 Ealing Comedies guardate di recente ho voluto aggiungere questa, la più famosa, ma non direi la migliore in assoluto. Rispetto alle altre è troppo grottesca e ciò sminuisce la qualità complessiva, nonostante la buona sceneggiatura che ottenne la Nomination Oscar. Oltretutto Alec Guinness è meno brillante del solito e anche Peter Sellers, nel suo primo ruolo di una certa importanza in un film, è ben lontano dall’attore che poi diventerà. Ne è stato prodotto un remake nel 2004 con protagonista Tom Hanks e sceneggiatura dei fratelli Coen … nonostante ciò è stato un flop come la maggior parte dei remake.

Después de la tormenta (Roberto Gavaldón, Mex, 1955)

Di questo ho già trattato, seppur concisamente, nel post precedente, allargando il discorso ad altri buoni film e scritti su temi simili cioè sostituzioni di persona e false identità. 

mercoledì 14 dicembre 2022

Sostituzioni di persona ... fra realtà, letteratura e cinema

Fra i tanti autori che nel corso dei secoli e in varie forme si sono cimentati in questo tipo di storie più o meno misteriose, talvolta reali e/o irrisolte, si trovano personaggi di tutto rispetto. La scintilla che mi ha spinto a scrivere questo post è stata la visione di un bel film che recentemente è stato riproposto in Messico.

Después de la tormenta (1955) fu diretto da Roberto Gavaldón, su un soggetto (El Otro Hermano) di Julio Alejandro, fra gli sceneggiatori preferiti di Buñuel avendo scritto Nazarín (1959), Viridiana (1961), Simón del desierto (1965), Tristana (1970). Questo inusuale noir ambientato sull’isola caraibica Isla de Lobos, Veracruz, narra di due gemelli che escono a pesca ma, a causa di una improvvisa tempesta, ne ritorna solo uno, che sembra essere Melchor, ma sostiene di essere Rafael, e ognuna delle spose pensa sia suo marito. Non a caso i due fratelli sono interpretati dallo stesso attore (Ramón Gay) mentre le due donne sono in effetti le star (Marga López e Lilia Prado).

Storia simile, ma a fini economici e non sentimentali e dal punto di vista femminile, con un’attrice che impersona entrambe le protagoniste, è un precedente noir diretto da Gavaldón, La otra (1946), un classico della Epoca de Oro del Cine Mexicano. La star con doppio ruolo è Dolores Del Rio, il co-protagonista, Victor Junco. Di questo nel 1964 fu prodotto un remake (Dead Ringer, diretto da Paul Henreid) con Bette Davis e Karl Malden. Il soggetto (dell’americano Rian James) narra due gemelle solo in apparenza identiche, ma di caratteri opposti; chiaramente la cattiva tenta di prendere il posto dell’altra.

 

Ma non finisco qui, queste storie mi hanno riportato alla mente anche Il ritorno di Martin Guerre (Nomination Oscar, 1982, Daniel Vigne, Fra) adattato da The Wife of Martin Guerre (1941) scritto dall’americana Janet Lewis sulla base degli atti di un famoso processo del 1560 per sospetto furto d'identità, reale caso trattato anche Alexandre Dumas nella sua serie Les Crimes célèbres, 1839–1840.

L’intrigante tema delle riapparizioni sospette fu affrontato perfino da Bram Stoker, autore di Dracula, un personaggio emblematico della letteratura gotica. Il suo poco noto racconto The Coming of Abel Behenna (1893), è incluso nella collezione Dracula's Guest And Other Weird Stories e, chi volesse, lo può leggere scaricandone qui il testo originale in pdf.

 

Infine, tornando al cinema e pur essendo di tema solo parzialmente attinente, reputo opportuno citare L'enigma di Kaspar Hauser (3 Premi a Cannes, 1974, scritto e diretto da Werner Herzog) nel quale si descrive l’apparizione del misterioso personaggio che fu realmente trovato nel 1828 a Norimberga, interpretato dall’ineffabile Bruno S. (vale la pena leggere qualcosa sulla vita di questo attore per caso). In questo caso il dilemma era: si trattava di un povero sventurato quasi incapace o di un astuto impostore?

Ovviamente, di film e storie di gemelli che fingono di essere l’altra/o, o di impostori che provano ad assumere l’identità di altri ne sono a centinaia, ma questi citati sono certamente fra quelli di miglior qualità. Consiglio di approfondire  il tema e guardare e/o leggere almeno qualcuno dei succitati titoli.

lunedì 12 dicembre 2022

Microrecensioni 336-340: gruppo estremamente mix, in ogni senso

Probabilmente chi legge conosce solo Picnic at Hanging Rock che, ormai quasi 50 anni fa, ebbe un buon successo … i più giovani, forse, non lo hanno neanche sentito nominare, nonostante rimanga nella storia come primo film australiano ad ottenere notorietà oltreconfine. Lo accompagnano un film politico/sociale neorealista che per anni fu bandito negli USA, uno dei migliori provocatori drammi di Fassbinder, l’ultimo film di Truffaut, tributo al suo adorato feticcio Alfred Hitchcock. e una commedia prodotta in Bhutan (!). Si tratta quindi di 5 film particolari, prodotti in 5 paesi diversi, di temi, ambienti ed epoche assolutamente differenti, poco conosciuti dal grande pubblico, ma in generale apprezzati dal pubblico (media 7,2 su IMDb) e con buone recensioni degli addetti ai lavori (85% su RT).

Vivement dimanche! (François Truffaut, Fra, 1983)

In questo suo ultimo lavoro (sarebbe morto l’anno successivo), un crime con vari aspetti di commedia, François Truffaut si ispira palesemente e dichiaratamente ad Hitchcock, che notoriamente riusciva ad inserire dell’umorismo nei suoi crime e thriller. Si avvale di due ottimi e noti attori (Fanny Ardant e Jean-Louis Trintignant) nei panni di una intraprendente segretaria che, nonostante sia stata appena licenziata dal suo datore di lavoro (un agente immobiliare), correndo vari rischi tenta di aiutarlo a scagionarsi dall’accusa di uxoricidio e vari altri omicidi. Ambientato nel sud della Francia, direi che tende più alla dark comedy che al thriller ed è ben lontano dalla qualità hitchcockiana, ma certamente è una piacevole visione.

 
In a Year of 13 Moons (Rainer Werner Fassbinder, Ger, 1978)

C’è molto della vita privata di Fassbinder, dichiaratamente omosessuale, in questo film messo in cantiere e completato in poche settimane del quale lui è praticamente autore unico, essendosi accollato l’onere di regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia, montaggio e produzione. Lo spunto e la spinta a realizzarlo fu il suicidio del compagno nell’estate del '78, uno dei soli 6 anni per secolo con 13 lune nei quali, si dice, le persone sensibili siano particolarmente turbate. A parte le molto discusse immagini del mattatoio (nel quale il protagonista del film lavorava) il film è tragico e deprimente per la storia di Erwin/Elvira, figlio illegittimo abbandonato in orfanatrofio, sposo e padre, omosessuale che per amore cambia sesso, ma viene abbandonato. La sua depressione la porterà a cercare ed incontrare tutte le persone importanti della sua vita, ma senza risolvere niente. A prescindere dalla trama che potrebbe disturbare molti trattando temi e ambienti non accettati da tutti, il film è di eccellente qualità tecnica (chi fa da sé fa per tre) in tutti i sensi, ma in particolare per la fotografia ed inquadrature.

Salt of the Earth (Herbert J. Biberman, USA, 1954)

Basato su eventi reali, narra dello sciopero ad oltranza di buona parte di lavoratori, per lo più immigrati, in una miniera di zinco del New Mexico (USA). Per risolvere la questioni sollevate (sicurezza sul lavoro, salario e pari diritti), dopo che il picchettaggio è stato proibito ai minatori, in quanto dipendenti, interverranno le donne, non senza l’opposizione degli stessi mariti. Si assisterà ad incidenti con la polizia, con lavoratori giunti da altri posti, con i dirigenti della compagnia. La maggior parte delle scene furono girate proprio nelle aree delle miniere, così come gli “attori” interpretavano sé stessi (solo 5 erano professionisti). Già sul set intervenne la polizia, la produzione fu dichiarata sovversiva e filocomunista (all’epoca imperava il maccartismo), la protagonista fu deportata in Messico, il montaggio fu realizzato di nascosto e la pellicola fu conservata in un deposito segreto. Bandita, circolò più o meno clandestinamente in USA (e solo dopo molti anni riabilitata), fu invece apprezzata in Europa e attualmente conta sul 100% di recensioni positive su RT. Mi ha ricordato molto l’ottimo Matewan (1980, John Sayles), di simile genere ma riferito alla strage di minatori di carbone di tale cittadina del West Virginia, ricordata come massacro di Matewan (1920).

 

Picnic at Hanging Rock
(Peter Weir, Aus, 1975)

Film che fece conoscere la cinematografia australiana nel mondo, molto curato per le immagini (fotografia, costumi e scenografia) ma lento e un po’ inconsistente. Eppure servì a lanciare Peter Weir a livello internazionale e a farlo trasferire a Hollywood dove ebbe una brillante carriera in crescendo, basti citare L'attimo fuggente (1989), The Truman Show (1998) e Master & Commander (2003). Come anticipato, questo film sembra più un esercizio di fotografia, ricostruzione degli interni e costumi di un collegio d’epoca coloniale (siamo nel 1900) e scene in ambiente naturale (meno incisivo, nonostante il fascino della natura). Nella trama non ci sono grossi sviluppi e molte incognite non verranno definitivamente risolte, rimanendo sospeso fra lo spirituale, il mistero e il mistico.

The Cup (Khyentse Norbu, Bhutan/Aus, 1999)

Veramente mi aspettavo qualcosa di più da questo film che fu addirittura la proposta bhutanese per i film non in lingua inglese agli Oscar (per conoscenza diretta, hanno prodotto film migliori). La particolarità è che si svolge quasi interamente in un monastero che accoglie i profughi tibetani dopo l’invasione dei cinesi che distrussero migliaia di monasteri nel loro paese. Almeno in questo caso, da come viene mostrato nel film interpretato quasi esclusivamente da non professionisti, la vita degli allievi e i loro rapporti non sono molto differenti da quelli nei collegi del resto del mondo. Oltretutto è evidente che molti si trovano lì non per vocazione ma per necessità. L’elemento scatenante è la passione che alcuni di loro hanno per il calcio e quindi faranno il possibile per noleggiare un televisore (e relativa parabola) per guardare la finale della Coppa del Mondo 1998. Riusciranno a convincere lo scettico abbate e suo braccio destro? Non è un gran film ma è interessante guardarlo per curiosità.

lunedì 5 dicembre 2022

Microrecensioni 331-335: Alec Guinness e altri 2 neo noir

Dopo aver guardato gli ultimi due dei sette neo noir selezionati una decina di giorni, ho completato la cinquina con tre comedie in classico stile inglese di metà secolo scorso, tutte con protagonista Alec Guinnes e tutte prodotte dagli storici Ealing Studios, fondati nel 1902 ed ancora in attività. Fra il 1947 e il 1957 sfornarono una serie di dark comedies molto apprezzate che sono tuttora conosciute, nel loro insieme, come Ealing comedies. Queste tre sono fra le più famose e apprezzate, insieme con il cult The Ladykillers (1955, La signora omicidi), oltre che con Alec Guinness anche con un’altra icona del cinema inglese: Peter Sellers. I due neo noir, pur avendo dei meriti, non mi hanno convinto del tutto.

 

The Lavender Hill Mob
(Charles Crichton, UK, 1951)

Un integerrimo impiegato modello di una banca ha il compito di controllare le spedizioni di lingotti d’oro, dall’inizio alla fine, perfino viaggiando all’interno del furgone che li trasporta. Dopo 20 anni di onorata carriera progetta un piano per far sparire una buona quantità di lingotti, ma ha bisogno di soci. A partire da questo punto, dalla ricerca dei complici all’attuazione del piano, dovrà superare un incredibile numero di imprevisti. Come concetto può essere assimilato al famosissimo (in Italia) La banda degli onesti (1956, con Totò e Peppino De Filippo). La storia è narrata in flashback, ovviamente con sorpresa finale.

The Man in the White Suit (Alexander Mackendrick, UK, 1951)

Qui Alec Guinness lavora in una fabbrica tessile e, più o meno di nascosto, porta avanti un suo progetto di realizzazione di una fibra praticamente indistruttibile, resistente a tutto, perfino a qualunque tipo di sporco. Quello che non immagina è la sua idea sarà contrastata praticamente da tutti. Film che fa buona satira sugli industriali sia quando si fanno concorrenza, sia quando si riuniscono in cartello, e anche sui suoi colleghi di lavoro e sui sindacati. Anche in questo caso sorprese e intoppi si susseguono a ritmo quasi frenetico, ma la vera star della storia è una imperturbabile ragazzina che spunta dal nulla nei momenti critici. Anche questo da non perdere, a patto che apprezziate l’umorismo inglese.

  

Kind Hearts and Coronets
(Robert Hamer, UK, 1949)

Questo è il più quotato dei tre, ma è quello che, pur piacendomi, ho gradito di meno per essere troppo esagerato e più lento degli altri, anche un po’ scontato e con un eccessivo uso di voce fuori campo. In questo caso, tecnicamente, il protagonista è Dennis Price ma Alec Guinness interpreta ben 8 personaggi, tutti appartenenti alla sua famiglia, che lo aveva ripudiato per un matrimonio al di fuori del loro ambiente nobiliare. Magistrali come sempre le interpretazioni dei personaggi che variano per età e sesso.

The Chaser (Na Hong-jin, Kor, 2008)

Neo noir abbastanza violento, come molti coreani del genere, che vede protagonista un ex-poliziotto convertitosi in gestore di un giro di prostitute. Per sua sfortuna varie ragazze scompaiono senza lasciare traccia e lui si mette alla ricerca dell’ultima che non è più tornata dall’appuntamento, ma non sa neanche dove sia andata esattamente. Il protagonista si scontrerà più volte con i suoi ex-colleghi che non credono ad una sola parola di ciò che dice, mentre il sadico serial killer sembra godere di maggior credibilità. Ci sono vari buoni twist, ma le continue liti e i tanti inseguimenti in una città incredibilmente quasi vuota sono poco credibili, e la tendenza allo splatter è proposta troppo spesso … inutilmente.

Nocturnal Animals (Tom Ford, USA, 2016)

Senz’altro il più noto di questo gruppo, quindi molti sapranno che si sviluppa su tre livelli diversi, due reali ma distanti una ventina d’anni e il terzo fittizio, ma con gli stessi ipotetici protagonisti. Questo è il segmento senza dubbio più interessante in quanto è un vero noir che si svolge lungo le strade deserte del sud-ovest americano, che mi hanno fatto pensare a Hell or High Water, dello stesso anno. Inoltre in questa storia, e solo qui, è presente l’unico bravo attore del film Michael Shannon (Nomination Oscar non protagonista), ammesso e non concesso che Jake Gyllenhaal e Armie Hammer possano essere definiti attori. La proiezione dura quasi due ore … eliminando le parti pseudo romantiche e i litigi fra Amy Adams (che si difende) con i suoi partner ed sviluppando un po’ quella del libro che dà il titolo al film, Tom Ford (che è anche sceneggiatore) avrebbe potuto realizzare un miglior prodotto.

martedì 29 novembre 2022

Microrecensioni 326-330: ecco 5 neo noir

Cinquina apparentemente omogenea, ma con film molto diversi, sia come argomento che come co-genere, sia come qualità e paesi e anni di produzione.  

 
Dark City (Alex Proyas, Aus, 1998)

Mai sentito nominare e di genere misto neo noir e sci-fi (non il mio preferito), guardato fidandomi dei rating, liste di preferenze ed alcuni commenti, è quello che mi ha piacevolmente sorpreso e mi piaciuto non poco. La trama è senza dubbio originale e ben sviluppata, pur avendo vari punti in comune con tanti altri film, a cominciare dalla amnesia del protagonista. La scenografia e gli effetti speciali descrivono alla perfezione l’atmosfera pesante che opprima questa città che non vede mai il sole. La situazione ricorda molto Paris qui dort (Parigi che dorme) ottimo e originale mediometraggio muto diretto da René Clair nel 1923 (consigliato). Alex Proyas (nato in Egitto, da genitori greci e poi emigrato in Australia) è bravo regista ma con molti alti e bassi; senz’altro l’altro suo film di livello è The Crow (1994), a qualcuno potrebbe essere piaciuto anche I, Robot (2004). Singolare la composizione del cast nel quale, al lato del protagonista Rufus Sewell, compaiono star come William Hurt (che non ha bisogno di presentazioni), Jennifer Connelly (Oscar in A Beautiful Mind) e Richard O'Brien (il Riff-Raff del cult The Rocky Horror Picture Show, 1975), ma ci sono anche Ian Richardson e Kiefer Sutherland. Consigliato.

Memories of Murder (Bong Joon-ho, Kor, 2003)

Questo è il più conosciuto e apprezzato della cinquina, addirittura al 196° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi, direi abbastanza sopravvalutato. La sceneggiatura (tratta da un lavoro teatrale) è più che buona ma viene rovinata dall’esagerazione dei comportamenti dei poliziotti, dal commissario ai due detective e al poliziotto violento. Anche la fotografia e il montaggio meritano, come è lecito aspettarsi da Bong Joon-ho, co-autore della sceneggiatura. Vi ricordo che il regista coreano nel 2020 ha ottenuto ben 4 Oscar con Parasite (miglior film, film straniero, regia e sceneggiatura) e 34° posto nella classifica IMDb, assolutamente esagerato.

   
Body Heat (Lawrence Kasdan, USA, 1981)

Noir quasi classico, con una torbida storia passionale con la vista e rivista pianificazione dell’omicidio di un uomo, perpetrato dalla moglie insoddisfatta e dal suo amante. L’ambiente è quello della ricca borghesia di una cittadina sulla costa della Florida, con un taglio decisamente erotico (soft). I personaggi principali sono interpretati da William Hurt e Kathleen Turner, nel suo primo ruolo da protagonista. Non un gran film, ma ben messo in scena; forse riducendo il numero delle scene passionali sarebbe stato più scorrevole, ma è inutile negare che tali riprese attirano il pubblico, ergo …

Devil in a Blue Dress (Carl Franklin, USA, 1995)

Non un granché ... ha l’originalità di un noir moderno (seppur ambientato nel 1948, in California) di matrice afroamericana. La trama, un po’ troppo densa di avvenimenti (e morti), pone quasi tutti i “neri” dalla parte dei più o meno buoni e i bianchi da quella dei cattivi. Aggiungete quelli che stanno a metà strada, politici che concorrono alla carica di sindaco, pedofili, persone dal grilletto molto facile, storie d’amore, ricatti incrociati e il protagonista (Denzel Washington) che i guai se li va a cercare e concorderete che per un’ora e mezza di film è un carico eccessivo. Mi ha inoltre lasciato perplesso, in un film nel quale si tratta più volte il tema del razzismo, la rappresentazione della comunità afroamericana che vive tranquillamente e pacificamente in un ordinatissimo quartiere con strade larghe adornate con palme, aiuole perfettamente tenute davanti alle moderne case, macchine moderne e splendenti e via discorrendo. Qualche merito glielo riconosco, soprattutto per la fotografia e la caratterizzazione di alcuni personaggi (altri, come quello di Don Cheadle, sono quasi ridicoli), ma in linea di massima è appena sufficiente.

Brick (Rian Johnson, USA, 2005)

Film fra un’indagine indipendente di un giovane e intraprendente studente sulla misteriosa morte violenta di una sua ex e una guerra fra giovani spacciatori di droga. La trama sembra tanto una variante studentesca di Per un pugno di dollari, con il protagonista che, pur essendo regolarmente e pesantemente malmenato, riesce a infiltrarsi fra i probabili assassini e, facendo il doppio gioco, riesce a mettere gli uni contro gli altri. Film evidentemente prodotto a basso budget con scene quasi sempre ridicolmente deserte (strade, scuole, campi sportivi, …) e con cast molto poco convincente.

sabato 19 novembre 2022

Microrecensioni 321-325: ecco 5 road movie cult

Si tratta di 5 classici, quasi tutti alternativi, indipendenti e senza grandi nomi. I co-generi, e quindi i personaggi principali, sono molto diversi; nell’unico con star ci sono due evasi in fuga (a piedi), nel secondo dei fanatici di gare illegali su strada, nel terzo un ex-pilota, professionista delle consegne auto da uno stato all’altro, braccato dalla polizia, nel quarto, al contrario, il protagonista è proprio un poliziotto motociclista (che aspira a diventare detective) e infine ci sono due amici presi in ostaggio (con la loro auto) da un evaso. Oltre ad essere road movies, vari sono accomunati dalle location, strade desolate del sudovest americano, rettilinei senza fine nel deserto, piste sterrate fino alla California e anche al Messico. Due sono degli anni ’50, gli altri 3 degli inizi degli anni ’70, in pieno periodo di fermenti giovanili, comunità hippy e sulla scia del progenitore Easy Rider (1969, Dennis Hopper). Comincio con due super-cult (per i cinefili).

 
Vanishing point (Richard C. Sarafian, USA, 1971) tit. it. Punto Zero

Film che ha immortalato un’auto (la 1970 Dodge Challenger R/T 440 Magnum) e un nome, quello del protagonista: Kowalski. La macchina in questione (di serie, da portare da Denver, CO a Los Angeles, CA) era un mostro di 7.200cc, da 375 cv, 8 cilindri a V, modelli simili di tale potenza erano relativamente comuni negli USA all’epoca. Pensate che nel 1985 ho personalmente guidato una Pontiac Lemans del 1969 (6.100 cc, 330 cv) inviata da una madre di Los Angeles, CA a sua figlia che studiava a Eugene, OR (come se fosse una vecchia utilitaria!) e non persi l’occasione di percorrere la mitica Highway 101, la spettacolare strada costiera spesso a picco sul mare e con tante curve che avrete visto in centinaia di film! Il cognome Kowalski è stato utilizzato in vari altri film successivi, l’orologio e gli occhiali sono state citazioni, nel 1997 è stato prodotto un remake (scadente) con Viggo Mortensen. Oltre a Super Soul, conduttore (cieco) di una piccola radio indipendente che assiste a distanza l’ex pilota, militare e poliziotto, ci sono tanti altri personaggi incredibili che fanno brevissime apparizioni: dal catturatore di serpenti a sonagli, a comunità religiose, alla coppia gay Just Married che tenta di rapinarlo, un’affascinante autostoppista (una giovane Charlotte Rampling, scena tagliata nella prima versione), una ragazza completamente nuda su una moto Honda nel bel mezzo del deserto. Ottima la colonna sonora che mette insieme pezzi rock, country, soul e gospel. Film molto datato ma certamente rappresentativo di quell’epoca di rivoluzione giovanile, guerra in Vietnam, droga, rock, hippies, capelli lunghi, promiscuità e vestiti coloratissimi.

Two-Lane Blacktop (Monte Hellman, USA, 1971) tit. it. Strada a doppia corsia

Il titolo italiano, in questo caso, è quasi letterale in quanto blacktop si riferisce alle strade asfaltate (quindi nere) per distinguerle da quelle in cemento (grigie) comuni negli States. I protagonisti sono tre, tutti senza nome: the Pilot, the Mechanic e GTO (dal tipo di auto che guida). In effetti, per una parte del film c’è anche una autostoppista, ovviamente identificata con un vago the Girl. Warren Oates è lo sbruffone che viaggia da solo su una Pontiac GTO nuova della quale si vanta e sfida i due ragazzi che con una vecchia Chevrolet 1955 ampiamente modificata con la quale partecipano a gare legali e non dovunque si svolgano. Monte Hellman è regista semisconosciuto ai più, ma molto apprezzato fra i cineasti, è stato finanziato da Roger Corman ed ha influenzato Quentin Tarantino. In questo film, chiaramente indipendente, solo Warren Oates fu l’unico attore professionista, il pilota fu interpretato dal famoso cantautore James Taylor (100 milioni di dischi venduti) mentre per il ruolo del meccanico Dennis Wilson (batterista dei The Beach Boys) fu ingaggiato appena 6 giorni prima dell’inizio delle riprese. La prima versione montata da Monte Hellman era di 3 ore e mezza, per contratto fu obbligato a ridurla a 1h42’. Altro film specchio dell’epoca, con tanti giovani che impazzivano per gare su strada fra auto, dal quarto di miglio alle interstato (come in questo film) e moto modificate (chopper e co.).

  
The Hitch-Hiker (Ida Lupino, USA, 1953)

Ida Lupino fu stimata e conosciuta attrice dai primi anni del sonoro a metà anni ’50, ma fu anche una delle poche registe di qualità (una mezza dozzina di titoli), poi si dedicò alla tv sia come attrice che come regista. Anche questo viene reputato un classico cult, con mix di generi, fra road movie, crime, thriller, nonostante il cast “povero” che conta solo su caratteristi certamente bravi ma con nomi sconosciuti ai più. Due amici che avevano programmato di andare a pescare hanno la malaugurata idea di prendere a bordo un autostoppista che immediatamente si rivelerà essere un pericoloso criminale senza scrupoli, appena evaso e quindi braccato dalla polizia americana e poi anche da quella messicana visto che la fuga prosegue in Baja California.

The Defiant Ones (Stanley Kramer, USA, 1958)

Questo è quello con i grandi nomi a cominciare dal regista, ma si tenga presente che i due fuggitivi protagonisti del film sono interpretati da una coppia d’eccezione: Tony Curtis e Sidney Poitier. Ottenne 2 Oscar (sceneggiatura e fotografia) e ben 7 Nomination, 4 delle quali per le interpretazioni dei protagonisti e non protagonisti, le altre 3 per miglior film, regia e montaggio. Secondo me sopravvalutato e così sembrerebbe anche dalla poca notorietà, nonostante premi e star coinvolte. L'immancabilmente ridicolo titolo italiano è La parete di fango ...

Electra Glide in Blue (James William Guercio, USA, 1973)

Altro nome sconosciuto ed il fatto non meraviglia visto che questo è l’unico film diretto da James William Guercio. Tuttavia, in quell’epoca nella quale i road movies americani si affermavano, fu la proposta americana al Festival di Cannes del 1973. Senz’altro il meno avvincente del gruppo e l’inesperienza di Guercio come regista si fa notare; ebbe certamente molto più successo come produttore discografico … tutt’altra attività.

domenica 13 novembre 2022

Microrecensioni 316-320: strano mix, solo due connessi

A un turco di pregevole estetica , un australiano politico/razziale, un coreano drammatico ho affiancato due film unanimemente reputati pietre miliari del cinema, con tema per molti versi comune. I due vanno molto di pari passo, con folli dittatori avidi di conquiste, sottomissioni e progetti di genocidi e stermini come protagonisti. In entrambe i casi gli stessi attori (Charlie Chaplin e Peter Sellers) interpretano anche un ruolo ben diverso, impegnati a salvare il mondo da una catastrofe o, quanto meno, da tali pazzi guerrafondai. Ovviamente, per cogliere i vari riferimenti (per lo più grotteschi) alla realtà storica del momento è imprescindibile sottolineare l'anno di produzione: 1940 (inizio della II Guerra Mondiale) per quello con tanto di caricatura del Fuhrer, 1964 per Kubrick che invece fa satira sulla guerra fredda e minacce nucleari fra le due superpotenze palesemente indicate come USA e URSS. Con tutte le dovute differenze, personalmente preferisco di gran lunga il secondo, sia per la regia (Kubrick è regista, Chaplin doveva limitarsi a fare le sue solite macchiette che, a suo danno, porta anche nel film) sia per la qualità delle sceneggiature evidentemente non paragonabili per sagacia e dialoghi, sia perché Chaplin non può competere con Peter Sellers.

 
Time to Love (Sevmek Zamani, Tur, 1965)

Pellicola ottimamente restaurata, ed il fatto è significativo in quanto il film conta molto sull’estetica dell’ottima fotografia. La storia, veramente sui generis e ben proposta, narra di un imbianchino pittore di appartamenti che si innamora di una gigantografia del volto della proprietaria di un appartamento di villeggiatura su una della Isole dei Principi nel Bosforo, nei pressi di Istanbul. Solo dopo un anno, mentre lavora in un’altra villa, incontrerà la donna con la quale inizierà un insolito rapporto in quanto lui si dichiara innamorato esclusivamente dell’immagine, mentre lei è palesemente interessata all’uomo proprio per tale motivo. Interessanti i due co-protagonisti: il collega del pittore suonatore di ud (o oud che dir si voglia) e il gelosissimo pretendente della ragazza. Un po’ esagerato ed emblematico il finale che mette in risalto tutti i limiti di Süleyman Tekcan come attore, ma il resto del film merita certamente un’attenta visione per la qualità della fotografia.  

Slam (Partho Sen-Gupta, Aus/Fra, 2018)

Molto interessante per i temi affrontati: immigrazione, accoglienza dei rifugiati, legami famigliari, pregiudizi razziali, protesta tramite la poesia. La buona sceneggiatura e le buone interpretazioni mantengono costantemente vivo l’interesse per questa storia che comincia con la sparizione di una rifugiata siriana in Australia e influisce in modo drammatico non solo sulle vite della madre e del fratello (e della sua famiglia) ma anche sulla funzionaria di polizia che si interessa del caso e che ha i suoi bravi problemi, in qualche modo legati alla missione australiana in Siria. Si rivela un miscela di drammi familiari, indagini di polizia, razzismo. Merita la visione.

  
Dr. Strangelove (Stanley Kubrick, USA, 1964) tit. it. “Il dottor Stranamore” *

Kubrick è stato un regista che si è divertito a cimentarsi in nei generi più vari anche se ha forse avuto una predilezione per i film di guerra, mostrando sempre la sua avversione alla stessa. Questo è una feroce parodia dell'ambiente politico-militare, in particolare quello ai massimi gradi e dei loro rapporti internazionali. Più che il sempre bravo Peter Sellers (che interpreta 3 personaggi diversi), impressiona l'ottima prova di George C. Scott nei panni di un generale, ovviamente al limite della follia. Nel cast tanti altri bravi caratteristi (p. e. Sterling Hayden e Slim Pickens) che attuano alla perfezione le direttive del regista. I dialoghi sono di una logica stringente ma, partendo da presupposti fasulli o errati, giungono a conclusioni folli, esilaranti e allo stesso tempo tragiche. Il film segue tre storie parallele e interconnesse che si sviluppano contemporaneamente nell’arco di poche ore in una base militare americana, su un bombardiere B-52 diretto in Russia con armi nucleari e al Pentagono nella sala del Consiglio di guerra. Dr. Strangelove fu il primo film a trattare ampiamente il tema delle armi nucleari e fu aspramente criticato per il modo caricaturale in cui lo fece, con una esaltazione dell'illogicità della guerra in generale e delle minacce, delle rappresaglie e degli ordini irrevocabili in particolare. Se ci fosse qualcuno che ancora non lo ha visto, che rimedi al più presto. Al 68° posto fra I migliori film di tutti i tempi secondo IMDb, 4 Nomination Oscar (miglior film, regia, Peter Sellers protagonista e sceneggiatura).

The Great Dictator (Charlie Chaplin, USA, 1940) 61° 5N

Pur dovendo ammettere che non ho mai apprezzato più di tanto Chaplin, né come comico che come regista, penso che senza essere prevenuto sia più che onesto affermare che questo film è sempre stato nettamente sopravvalutato, indipendentemente dal paragone con Dr. Strangelove al quale qui l’ho abbinato. Non riesce mai a prendere una direzione decisa, barcamenandosi fra macchiette, capriole e parti serie; non convincono i due personaggi da lui interpretati nel film, il grande dittatore e il suo oppositore barbiere smemorato, né la storia romantica, né tutto il resto. Il discorso finale dichiaratamente pacifista è troppo forzato, ma certamente ha fatto storia nel cinema essendo ripreso per certi versi nei contenuti non solo dal film di Kubrick ma anche da un altro famoso film (messicano) quale Su excelencia (1967, Miguel M. Delgado, con Cantinflas come protagonista). Al 61° posto fra I migliori film di tutti i tempi secondo IMDb, 5 Nomination Oscar (miglior film, Charles Chaplin protagonista, Jack Oakie non protagonista, sceneggiatura e commento sonoro).

Peppermint Candy (Lee Chang-dong, Kor, 1999)

Veramente deludente, nonostante la tanto decantata costruzione cronologicamente al contrario, e con salti temporali irregolari. Il moderno cinema coreano, per nostra fortuna, conta su molti altri ottimi registi. Non lo consiglio.

venerdì 4 novembre 2022

Microrecensioni 311-315: slapstick, musical e 3 screwball

A tre buone commedie romantiche / sofisticate quasi grottesche basate su pregiudizi e differenze di classe ho aggiunto altre due classici paradossali di ottimo livello una slapstick (manco a dirlo dei fratelli Marx) e un musical con finale grandioso … tranne una, sono tutte degli anni ’30. Anticipo che le tre commedie romantiche sono effettivamente sullo stesso tema ma, benché spesso le due più note siano associate e reputate una remake dell’altra, fra loro ce n’è una terza che è effettivamente l’originale dell’ultima, messicana e del 1955. In tutti e tre i casi i protagonisti (involontariamente sotto mentite spoglie) vengono assunti da ricchissime famiglie come maggiordomo nel primo caso, come autista negli altri due. Dall’atteggiamento dei presunti barboni assunti per la smodata filantropia della padrona di casa (completamente svagata, fuori di testa) è chiaro dall’inizio che sono persone di una certa cultura e che, in precedenza, era abituati a trattare con i membri dell’alta società o, quanto meno, con quelli dell’ambiente degli straricchi. Escuela de vagabundos, più che un remake, sembra una copia conforme di Merrily We Live (quasi del tutto sconosciuto) ed alcune scene, a cominciare da quella iniziale, sono assolutamente identiche. Dei tre, forse anche perché non lo conoscevo, quest’ultimo mi è sembrato quello più arguto e divertente, nonostante il finale quasi slapstick, e da questo comincio.

Merrily We Live (Norman Z. McLeod, USA, 1938)

Con un cast di nomi semisconosciuti conquistò ben 5 Nomination Oscar (ma nessuna statuetta) ed è rimasto pressoché ignoto ai più. Rispetto al simile My Man Godfrey di due anni prima, le due sorelle non sono in totale contrasto, manca il fratello e ci sono due simpatici cagnoni. I dialoghi, specialmente quelli con la svampita padrona di casa (Billie Burke, Nomination non protagonista), sono ancor più surreali eppure arguti. La sceneggiatura è un adattamento del romanzo The Dark Chapter: A Comedy of Class Distinctions (1924, E.J. Rath), poi prodotto a Broadway nel 1926 come They All Want Something da Courtenay Savage e infine già portato sullo schermo nel 1930 da George Crone con il titolo What a Man!, eppure viene di solito associato a My Man Godfrey nei cui titoli non compare nessuno dei suddetti autori fra i collaboratori alla sceneggiatura. Io lo consiglio, tit. it. Gioia di vivere.

 
Escuela de vagabundos (Rogelio A. González, Mex, 1955)

Come anticipato, questo è un vero remake di  Merrily We Live, diventato subito un classico della Epoca de Oro, da molti giudicato uno dei migliori film di Pedro Infante, il più noto e amato attore / cantante di allora, prematuramente scomparso 2 anni più tardi. Ma se la sua partecipazione ha dato lustro e importanza al film, allo stesso tempo è diventata una palla al piede della commedia poiché, inevitabilmente sono state inserite una mezza dozzina di canzoni a discapito del buon ritmo della trama.

My Man Godfrey (Gregory La Cava, USA, 1936)

Come detto questo è il più famoso dei tre, con un gran cast che meritò ben 4 delle 6 Nomination ottenute dal film: Carole Lombard e William Powell protagonisti, Alice Brady e Mischa Auer non protagonisti. Le altre due andarono a alla regia e alla sceneggiatura, ma anche in questo caso nessuna delle 6 si trasformò in Oscar. A ben vedere i punti di contatto con le altre commedie simili sono pochi, solo il (pre)concetto della valutazione delle persone per il loro aspetto o per la loro situazione momentanea sono uguali così come la ridicolizzazione della ricca svampita filantropa padrona di casa. Alla fine regnano i buoni sentimenti ed il più che previsto lieto fine. Certamente buono, ma continuo a preferire Merrily We Live.

 

Gold Diggers of 1935 (Busby Berkeley, USA, 1935)

Busby Berkeley più che regista era coreografo molto apprezzato a Hollywood e non fatevi ingannare dal titolo che letteralmente significa “cercatori d’oro” in quanto questi non c’entrano assolutamente niente. All’epoca Gold Digger era un termine comunemente usato per indicare le ragazze, o donne, in cerca di un marito straricco; la storia si sviluppa in un grande albergo che definire di lusso sarebbe un diminutivo. La prima parte del film è una commedia molto divertente, con personaggi bizzarri non solo fra gli ospiti dell’hotel, ma anche fra il personale. Tutti quelli che hanno o hanno avuto a che fare con questo ambiente lavorativo dovrebbero vederlo ... da allora niente è cambiato. La parte finale volge più al musical classico con due coreografie affollatissime, la prima delle quali coinvolge un numero incredibile di pianoforti che si muovono come in un caleidoscopio ... e non è un gioco di specchi, sono veramente tanti! Se è piaciuto a me che non sono amante di questo genere di film penso che possa piacere anche a tanti altri.  Oscar per la miglior canzone e Nomination per la coreografia.

Monkey Business (Norman Z. McLeod, USA, 1931) tit. it. Quattro folli in alto mare

Primo film originale e non tratto da lavoro teatrale dei fratelli Marx. Il regista Norman Z. McLeod li diresse anche nel successivo Horse Feathers (1932) e in tutta la sua carriera gravitò nel genere commedie più o meno grottesche con comici famosi come W.C. Fields, Danny Kaye e Bob Hope ... si direbbe che solo per Merrily We Live non gli fu messo a disposizione nessun gran nome. La lunga prima parte della storia è certamente la più divertente e si svolge su un transatlantico, sul quale i 4 ineffabili fratelli viaggiano come clandestini e, ovviamente, portano scompiglio se non caos. La parte finale ha meno mordente e perde di vivacità. In stile classico dei Marx Brothers, è indispensabile conoscere l’inglese (ancora meglio l’americano) per cogliere le sfumature linguistiche e i giochi di parole.