giovedì 21 luglio 2016

Escursionismo: con un po’ di fantasia si trovano sempre itinerari nuovi

Anche in territori straconosciuti come per me sono quelli della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana si riescono a ideare nuovi percorsi e nuove rotte. In particolare in terreni vari e scoscesi, segnati da una miriade di sentieri, stradine e antiche scalinate, pur rimanendo nella stessa area, l’attento escursionista può “inventarsi” passeggiate piacevoli in qualunque stagione, tenendo conto di temperature, fioriture, punti di interesse temporanei e via discorrendo.

Con la riapertura di una vecchia comunale sorrentina (via Acquacarbone, impercorribile per decenni) sono oggi possibili tanti nuovi possibili itinerari fra Sant’Agata sui 2 Golfi, Massa Lubrense e Sorrento.
Ieri sono andato a verificare lo stato di uno dei tanti possibili percorsi, ideato in un primo momento per utilizzare un’altra stradina “abbandonata” (fra San Giuseppe e San Francesco), ma al momento fattibile solo percorrendo utilizzando via Bagnulo (solo un po’ meno panoramica della precedente), eppure egualmente gradevole, silenziosa e in piena campagna.
In questo breve post appena pubblicatosu Google+ trovate alcune foto scattate nel corso del sopralluogo del 20 luglio 2016 e la mappa, mentre qui di seguito c’è la descrizione testuale dettagliata di questo percorso di 4.600 metri, con 280 metri di dislivello in discesa e soli 30 in salita, dai 395m di Sant’Agata ai 145m di Massa.
   

Si inizia nel centro storico di Sant’Agata imboccando via Termine, girando a sx dopo il ristorante Mimì, subito prima dell’arco e di nuovo a sx davanti all’hotel Iaccarino. Dopo un paio di centinaia di metri all’ombra dei noccioli si gira a destra in leggera salita e dopo poco si è già in piena campagna sullo sterrato della panoramica via Olivella. La si segue fino al termine, prima in piano e poi in leggera discesa, quasi sempre al fresco fra allori, querce, castagni e tanti altri alberi ed essenze.  Giunti sull’asfalto, si prosegue per qualche decina di metri nella stessa direzione e subito dopo la prima curva, all’inizio della ripida discesa in fondo alla quale si trova in Nastro Verde, si imbocca la sterrata via Acquacarbone che attraversa un caratteristico castagneto ceduo per la produzione dei pali da pergola.
Usciti dal bosco si percorre un breve tratto parzialmente selciato in discesa e quindi si gira a sx su un altro sentiero sterrato limitato a valle da una rete al di là della quale si nota un piccolo vigneto. 
Circa 200 metri dopo aver facilmente scavalcato un piccolo corso d’acqua si torna su fondo duro e si prosegue senza ulteriori deviazioni fino al Nastro Verde (ss 145 Sorrentina, fra Sant’Agata e Sorrento) che attraverserà senza grandi problemi trovandosi al centro di un lungo un rettilineo. 
Si prosegue quindi verso valle per un centinaio di metri, si imboccano le scalette in cemento subito dopo l’hotel Il Nido e alla base di esse ci si troverà su un piacevole sentiero in dolcissima pendenza fra ulivi e limoni che termina proprio di fronte alla chiesa di S. Atanasio a Priora. Di qui si potrà andare a Sorrento imboccando la discesa a sx della chiesa o seguendo la rotabile verso destra; per Massa, invece, si segue la rotabile via Crocevia verso sinistra per circa 300m e, pochi metri prima dell’incrocio con il Nastro Verde, proseguire diritti attraverso la piazzola portandosi a monte del tornante.
   
Qui si dovrà fare molta attenzione ad attraversare ed imboccare via San Giuseppe, infatti dallo stesso punto iniziano tre stradine, quella più a sinistra, in salita, è via San Giuseppe (c’è la tabella toponomastica); se non la si vede, seguire le indicazioni per Villa Eliana e, giunti in vista del suo ingresso, imboccare la stradina a dx. Dopo pochi metri si supera la cappellina di San Giuseppe e fra tratti sterrati e selciati si prosegue lungo la via omonima fino al termine. Di nuovo su una stretta rotabile (via Bagnulo) si prende a sx e si procede di nuovo fra giardini, alberi e orti e, pochi metri dopo essere passati sotto un arco, si deve girare a dx e seguire la stretta e tortuosa rotabile che in breve conduce su via Massa - Turro (strada per Sant’Agata) in corrispondenza di un imponente pino. Si attraversa e dopo poche decine di metri si prende la traversa pianeggiante a sx (via Maldacea) che termina nel cuore dell’antico casale di Mortora, a soli 200 m dalla piazza di Massa Lubrense. Se non si vuole allungare la passeggiata andando verso Santa Maria, si conclude il percorso scendendo a destra per via Mortella fino a Rachione e si è praticamente giunti al centro. 

Anche i percorsi rurali possono risultare molto piacevoli ed interessanti!

mercoledì 20 luglio 2016

Imparate qualche altra lingua ... meglio premunirsi

Un paio di giorni fa su quasi tutti i giornali sono apparsi articoli in merito alle previsioni dell’uso degli idiomi nei prossimi anni. Il dato che veniva evidenziato da tutti era il notevole calo dell’utilizzo dell’inglese che, pur rimanendo lingua franca dominante, viene avvicinato da cinese e spagnolo che entro il 2020 dovrebbero far registrare incrementi notevoli. Si prevede che anche altri idiomi facciano grossi balzi in avanti potendo contare su popolazioni numericamente significative, seppur non sempre parimenti importanti a livello economico.
Con la sempre maggior diffusione di internet, anche in paesi fino a pochi anni fa quasi del tutto fuori dalla rete e lontani dall’esponenziale aumento della popolazione collegata, ci saranno significativi balzi in avanti del cinese (+58%), russo (+73%), portoghese/brasiliano (+50%), spagnolo (+27%), turco (+36%) e anche arabo (+39%).
Al contrario paesi economicamente solidi, ma con popolazioni meno significative o lingua parlata in poche nazioni, si troveranno con fette di mercato minori come per il tedesco (-25%), giapponese (-10%), italiano (-14%), olandese (-31%). Il francese rimarrebbe invariato, mentre l’inglese, come anticipato, passerebbe dall’attuale 42,4 a 33,1 con una perdita quindi del 22%.
Pur sembrandomi assolutamente esagerate le previsioni dell’abbandono della lingua di Albione come standard internazionale, in particolare in rete, queste previsioni statistiche nel loro complesso dovrebbero almeno dimostrare chiaramente che conoscere un’altra lingua oltre l’indispensabile inglese può portare notevoli vantaggi.
Nel corso dei prossimi anni le persone intraprendenti, dinamiche e, soprattutto, lungimiranti faranno bene a mirare ad essere un po’ più poliglotti per veder aumentare le loro possibilità di carriera, studio e/o successo.
In base allo studio ripreso a mezzo stampa, l’ipotesi che una conseguenza della globalizzazione potesse portare il mondo intero a parlare una lingua unica sembra allontanarsi. Dopo che l’ipotesi esperanto, vecchia di oltre un secolo, sembra definitivamente tramontata (pare che al giorno d’oggi solo 1,6milioni di persone siano in grado di parlarlo) ora sembra che anche l’inglese (principale candidato in tempi più recenti) stia perdendo punti.
Se i dati si rivelassero veritieri (non c’è da attendere molto ... solo 4 anni) molti fra quelli la cui lingua madre non compare ai primi posti della “classifica” dovranno correre ai ripari. Ciò vale in quasi tutti i campi, non solo nel commercio, ma anche nel turismo, nella ricerca, nella politica, nelle arti.
A fronte di questo relativamente lungo preambolo, si deve purtroppo registrare la ritrosia di molti giovani ad applicarsi nello studio di lingue straniere. Anche se qualcuno si vanta di “parlare solo italiano” dovrebbe essere evidente a tutti che in un paese come il nostro, che vive anche (e tanto) di turismo, la conoscenza di più idiomi è un plus non indifferente. 
Qualunque siano le mansioni, il poter comprendere almenosemplici frasi e fornire altrettanto semplici informazioni in inglese, francese, tedesco, spagnolo, ecc. apre tante porte e, una volta entrati nell’ambiente, starà alle capacità di ognuno il fare una brillante carriera.
Nel corso dei quasi 25 anni di attività di guida escursionistica ho incontrato tante persone che, senza aver fatto nessuno studio particolare, molti solo con licenza media, erano in grado di svolgere il proprio lavoro avendo a che fare con turisti di tutto il mondo, anche con quelli che non conoscevano una parola di inglese. Ci vuole solo la buona volontà ... non ci prendiamo in giro.
Il consiglio che mi sento di dare ai giovani, qualunque siano i loro obiettivi, capacità, preparazione e settori di lavoro è quello di imparare quante più lingue possibile, quantomeno faciliteranno i loro viaggi all’estero ... a chi non piace viaggiare?

Nota conclusiva
Ancor più autolesionista del rifiuto di apprende altri idiomi, mi sembra l’idiosincrasia che tantissimi manifestano nei confronti delle scienze esatte ed in particolare della matematica. 
Trovo incredibile che ci sia tanta gente, in particolare giovani, che anche per semplicissime addizioni o sottrazioni debba ricorrere a calcolatrici e nel caso battano un tasto sbagliato e esca un “numero al lotto” non battano ciglio ... e spesso il risultato errato è a loro danno.
I numeri, che vi piaccia o meno, sono alla base di tutto!

domenica 17 luglio 2016

Non ci possiamo salvare

Post di sconforto ... siamo alla frutta!
Avevo già letto di questa ultima follia e, come tanti, non le avevo dato importanza, ma da quanto è ora sotto gli occhi di tutti è evidente che il fenomeno in pochi giorni ha raggiunto livelli preoccupanti. In qualunque giornale o notiziario se ne trovano notizie, talvolta con toni derisori, in altri casi sono solo report di fatti conseguenti al comportamento di dementi.
Chiaramente sto parlando di Pokemon Go, da quanto ho capito una app per smartphone, da utilizzare in combinazione con il gps. Non so molto di più e non ho alcuna intenzione di approfondire l'argomento, ma vi sembra possibile che adulti (o quanto meno adolescenti in età avanzata) si lascino coinvolgere in questo modo dal immagini virtuali pilotate da altri?
Nella versione online di Repubblica ieri c'erano addirittura 4 titoli di seguito, a metà pagina, nella colonna di destra, relativi a Pokemon Go e ai suoi aficionados che stanno creando non pochi problemi, in ogni parte del mondo dove è già stato reso disponibile.
Guardate questo video montato da Repubblica TV e, se siete curiosi, su YouTube ne troverete un'infinità simili in quanto in tanti stanno documentando questa follia di massa e spesso si percepiscono anche i loro commenti poco lusinghieri. Questo in basso si riferisce ad un'altro "avvistamento" in un parco pubblico a Bellevue e oltre ai tanti studenti e adulti si nota anche un genitore irresponsabile che corre sul prato spingendo un passeggino.

Chi non ha seguito le cronache si chiederà: "Cosa sarà successo mai?". Come si evince dal video molti, in particolare quando sono in gruppo, non si rendono assolutamente conto di dove stiano andando e di chi e cosa sia intorno a loro. Si sono già verificati incidenti, blocchi del traffico, sovraccarico della rete, i cacciatori sono stati vittime di furti e violenze. Se prima solo di tanto in tanto qualcuno veniva investito da un'auto o un treno per avere lo sguardo fisso sullo schermo si prevede che d'ora in poi questi eventi saranno più frequenti.
Qualcuno ha già tentato di correre ai ripari vietando il "gioco" (è un gioco?) in musei e altri luoghi pubblici, ma c'è da tener conto che a ciò si aggiunge l'irresponsabilità dei gestori che, ho letto, hanno fatto apparire un pokemon addirittura ad Auschwitz! ... oserei dire un po' fuori luogo. 
Trovo abbastanza inquietante il fatto che qualcuno (il gestore del gioco o peggio qualcuno che si inserisce nel sistema) possa avere la possibilità di manovrare, manipolare e distrarre masse di imbecilli attirandoli in un certo luogo in un determinato momenti.
Leggendo alcuni commenti, molti dei quali da estremisti pro e contro, ho scoperto che vari sostengono che sia un fatto positivo in quanto così i ragazzi almeno escono invece di stare a casa davanti alla Playstation e ovviamente i "contrari" li hanno coperti di insulti. 
Oltretutto li trovo davvero brutti e considerate che questi raffigurati nella foto in basso sono definiti i migliori Pokemon di sempre!

Non vorrei sembrare "bacchettone", ma da ragazzo giocavo con i miei coetanei, non necessariamente amici, parlavo con loro, si discuteva, si litigava, si facevano progetti, e se Pokemon Go è quanto di meglio riesca a offrire la tecnologia moderna sono molto contento di aver vissuto la mia gioventù tanti anni fa, senza elettronica. E parlando di quelli un po' più grandicelli, hanno mai preso in considerazione l'eventualità di leggere un libro o guardare un buon film invece di correre dietro a qualcosa che non esiste?

PS  filmato pubblicato stamattina sul New York Times  da non perdere! 

giovedì 14 luglio 2016

Holbox ... isola misteriosa

Pochi giorni fa, nel corso di una delle mie solite ricerche in rete mi è capitato di leggere ancora una volta: Holbox. Si tratta di un toponimo unico, riferito ad una isola piccola, ma non piccolissima, a pochi km dalla costa settentrionale della penisola dello Yucatán, Messico. Oggi ci sono resort con piscina come questo, ma qualche decennio fa era molto differente.
Ebbi la fortuna di sentirne parlare nel 1983 da altri backpackers nel corso del mio primo viaggio in Centro America e, essendo un luogo ancora “vergine”, decisi di andarci e, ovviamente, ci andai. Trentatré anni fa l’isola non era stata ancora scoperta dal turismo di massa, ci si arrivava con molta difficoltà, non c’era nessuna struttura ricettiva degna di tal nome. Si andava prima a Valladolid (Yucatán) poi 150 km di bus per il piccolo porto di Chiquilà (Quintana Roo) e di lì ci si imbarcava su un vecchio mezzo da sbarco militare americano adattato a traghetto ... un veicolo per volta e persone e merci nel poco spazio che restava. Situazione simile alla foto di sx, dimensioni come il mezzo di dx, molto più piccolo. 
    
Ma veniamo al “mistero”. Sembra che quest’isola cambi di forma continuamente, da secoli, tant'è che sulle mappe viene rappresentata con forme diverse ed incongruenze anche molto evidenti, perfino sulle quelle presenti al momento su Google. Le due immagini in basso rappresentano esattamente la stessa area, nella versione “map” e “satellite”. Teoricamente, e logicamente, l’isola dovrebbe avere almeno gli stessi contorni e invece la discrepanza è enorme e ciò non è dovuto ad una semplice confusione circa il limite fra barriera corallina con la terra in quanto è più che evidente la striscia di sabbia bianca a nord.




Nelle successive immagini oltre a cambiare forma e distanza dalla costa (errori plausibili per le mappe più antiche) a volte è rappresentata come una sola lingua di terra, altre divisa in due. In alcune mappe (come oggi da satellite) sembra quasi che sia prossima ad collegarsi con Cabo Catoche ad ovest creando una grande laguna.
   

   
Causa di tutto ciò potrebbero essere i tanti uragani che si abbattono su quelle coste con conseguenti mareggiate e spostamenti di sabbia. Quello del 2005 (Wilma) fu particolarmente devastante.
Ricordo perfettamente le poche notizie che circolavano all'epoca della mia visita dell'83 che descrivevano Holbox come una striscia di terra bassa, per lo più sabbia, lunga una quindicina di chilometri e larga fra 500 e 1.500 metri.
Sbarcati sull'isola ci si trovava sulla "strada" principale, larga sì ma sabbiosa, che in meno di 1 km arrivava sulla costa nord. 
Come già detto, per dormire bisognava arrangiarsi, chi era a conoscenza della situazione arrivava con la sua amaca e cercava una "stanza", vale a dire un posto con 4 pareti e ganci per appendere l'amaca ... bagno in comune fuori e acqua solo fredda (ma anche sulla terraferma l'acqua calda era una eccezione). In queste zone è tuttora normale trovare i ganci per le amache anche nelle stanze con letti normali ... come ho constatato solo pochi mesi fa a Mahahual e Bacalar (Quintana Roo).  
Il problema più grosso era mangiare, poiché la maggior parte delle poche centinaia di abitanti mangiavano a casa e c'erano solo un paio di posti che servivano birre e qualcosa da mangiare e per di più chiudevano alle 19. C'era però la possibilità di farsi cucinare un bel pesce intero dalla padrona di casa a costi irrisori (meno di un dollaro), accompagnato da tortillas e qualche vegetale. 
L'economia dell'isola si basava sulla pesca e c'erano solo due grandi edifici in muratura: la "fabrica de hielo" (ghiaccio) e la "empacadora" dove si confezionava il pescato con il ghiaccio e si spediva nelle località turistiche come Cancun, Tulum e Isla Mujeres, all'epoca già famose e affollate. 
Passai 5 giorni molto piacevoli sull'isola, fra nuotate e lunghe passeggiate sulla spiaggia di giorno, interminabili partite di pallacanestro serali nel piccolo parco in piazza (l'unico posto con fondo duro) e ovviamente pesce fresco a volontà.

martedì 12 luglio 2016

Chiummenzana ... qualche altro tassello

Erano simili a questi i famosi (una volta) pomodori di Chiomenzano?

A seguito della pubblicazione del relativo post culinario link ricevetti una gradita mail del sempre attento Gaspare Adinolfi il quale mi segnalava l’esistenza di un toponimo sorrentino che poteva avere una qualche relazione con la ricetta: Chiomenzano
I limiti dell’area non sono perfettamente delineati, ma certamente il fondo in questione (ora per lo più edificato) era ubicato appena fuori del centro storico, a monte di Corso Italia e ad est del “vallone dei mulini”. Il toponimo sopravvive oggi come nome del parcheggio Stragazzi, quello a via Fuorimura, in corrispondenza del mulino. Nel testo del messaggio era inclusa una citazione tratta da Strade e luoghi della Penisola Sorrentina (Goffredo Acampora, 2001) riferita ai toponimi Chiomenzano e Ciomenzaniello:
<<Denominazioni dall'etimo incerto attribuite a due fondi agricoli che producono agrumi e frutta in quella amena località del comune di Sorrento posta fra Via Casarlano, Via San Renato ed un rivolo incassato fra i valloni. Per essere la zona ricca di vigneti, che ancora producono buon vino, il nome di questo casale [sic!] potrebbe risalire all'etimo latino Vinum Chii attribuito al celebre vino dell'isola greca di Chios o Chius famoso per il suo gusto con il quale forse ben si confrontava quello del vino prodotto in questa contrada sorrentina>>.
Gaspare, pur invitandomi a prendere i toponimi in considerazione per un possibile legame con la ricetta, esprimeva le sue perplessità in merito alla etimologia suggerita da Acampora (che anch'io ritengo molto azzardata) e proponeva un’altra ipotesi:
"Pur non condividendo l'etimologia proposta dall'Autore ... (omissis) ... mi è sembrato opportuno suggerirti questa probabile traccia, che a mio avviso trova spiegazione nella natura del corso d'acqua sottostante:
*chiumm/ciumm, corruzione di fiume/ruscello, un tempo più consistente dell'attuale;
-zano nel senso di sano, intero: forse perché la località era posta prima degli opifici che, sfruttando il corso d'acqua per azionare i loro macchinari (quello che oggi si indica come mulino era, come già sai, una segheria) "rompevano" il regolare flusso idrico; oppure nel senso di non interrato, o quantomeno a vista, in relazione al tratto tombato a causa del riempimento del Vallone/Piazza Tasso (metà Ottocento).
Ovviamente le mie sono solo ipotesi, che non so in che misura potrebbero toccare la tua chiummenzana."
Ieri, finalmente, sono riuscito a parlare con Anna Iaccarino, titolare e cuoca del ristorante La Primavera di Massa Lubrense fin dalla sua apertura nel 1959, la quale mi ha confermato che i miei ricordi erano giusti e, senza che facessi alcun riferimento alle informazioni ricevute da Gaspare, mi ha citato il toponimo Chiomenzano quale origine certa del nome della ricetta. Discutendo in merito ai pomodori da usare, infatti, mi ha raccontato che esisteva una qualità di pomodorini simili a quelli del Piennolo del Vesuvio (lontani parenti di quelli che oggi si chiamano datterini o ciliegini), coltivati in quel fondo e comunemente denominati "di Chiomenzano".

Quindi la nostra velocissima salsa dovrebbe prendere il nome dalla qualità di pomodori utilizzati ... e mi sembra che questa spiegazione ha una sua logica. Inoltre il sito www.saporivesuviani.it riporta: 
Il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P. viene apprezzato sul mercato sia allo stato fresco, che nella tipica forma conservata “al Piennolo”, oppure anche come conserva in vetro, secondo un’antica ricetta familiare dell’area, denominata “Pacchetella”
Così siamo tornati anche alle pacchetelle ... 

In conclusione, il nome della ricetta (a quanto mi risulta più conosciuta a Massa Lubrense che a Sorrento) dovrebbe quindi derivare da una qualità di pomodori tipici di un fondo sorrentino, Chiomenzano, la cui etimologia al momento resta per me misteriosa.

Ciò contrasta quindi con la "presunta" origine e quindi tipicità caprese della chiummenzana.

sabato 9 luglio 2016

Per quanto tempo ancora eseguiremo ricette tradizionali?

Quanti di noi, di quelli che amano il buon mangiare, riescono ancora a ritrovare o riprodurre gli antichi sapori?
Saremo condannati ad adattarci ai cibi precotti, pre-preparati, verdure fuori stagione insapori, dolci senza zucchero, caffè senza caffeina e tè senza teina, insalate già pronte che resistono per vari giorni (ma come fanno?), latte e yogurt scremati (ieri ho dovuto faticare per trovare uno yogurt con la giusta percentuale di grassi, circa 5%)?
  
Vari ingredienti tradizionali con i quali sono cresciute generazioni intere sono ora vietati dalle normative europee o, nella migliore delle ipotesi, sono condannati ad essere “implasticati”. E se qualcuno se li può ancora procurare, certamente sono assolutamente banditi nelle cucine di ristoranti e trattorie.
Ammesso e non concesso che si riescano a trovare tutti gli ingredienti giusti, resta il problema del sapore. Che fine hanno fatto le succose e saporite costolette (braciole) di maiale? Oggi nel 90% dei casi si trovano le classiche suole di scarpe, asciutte, aride, senza un po’ di grasso. Questa è un’altra mania e il ritornello ricorrente in salumeria è: “il prosciutto bello magro, per favore” o “mi leva il grasso?”.    
La maggior parte di frutta, verdura e ortaggi si trova ormai in qualunque mese dell’anno e continuo a sbalordirmi di fronte a quelli che comprano prodotti “freschi” fuori stagione a carissimo prezzo non curandosi della mancanza del giusto sapore.
Purtroppo anche per i prodotti veramente freschi esiste il problema sapore, dovuto però alle colture intensive. Sembra che tutti si occupino più dell’apparenza e dell’aspetto del prodotto che del suo sapore e della giusta maturazione. Quanti buttano frutti interi a causa di una piccola parte scura, semplicemente troppo matura? Stesso discorso per vermetti, lumachine e simili in quanto solo pochissimi si rendono conto che la loro presenza è un indicatore inequivocabile di genuinità o almeno di un non eccesso di anticrittogamici. Verdure e frutti con ospiti sono i senz’altro i migliori, gli animali sanno scegliere. La didascalia sotto la foto a lato recitava:
Frutta doc (con verme di garanzia)…
Tornando ai cibi naturali e genuini voglio far presente che quando si ha l’occasione di mangiarne di quelli cosiddetti “paesani”, ma quelli veri non semplicemente indicati come "biologici", si nota veramente una grande differenza di sapore.
Chiudo con un interrogativo, un problema relativamente recente che assilla i cuochi (anche quelli molto dilettanti come me): quante ricette tradizionali sono ancora proponibili ad un gruppo di persone variamente assortito?

Vi parlo per esperienza personale. Mi piace cucinare, eseguire ricette etniche e piatti tipici così come varianti molto audaci e talvolta azzardate, ho amici che gradiscono la mia cucina (continuano a venire e raramente lasciano qualcosa nel piatto), ma ogni volta che invito più di una mezza dozzina di loro cominciano i mal di testa: 3 vegetariani (1 convinto, due pescetariani), 1 allergico ai crostacei e molluschi, 1 allergico ai peperoni e in parte alle melanzane, 1 allergico all’aglio e un paio evitano le cipolle, un paio non mangiano piccante (che a me piace molto ed in alcuni piatti trovo sia indispensabile), e potrei ancora continuare andando su ingredienti minori e opzionali o parlando di ciò che semplicemente non piace.
Una volta eravamo quasi tutti veramente onnivori ... che cosa è successo negli ultimi 30 anni???

giovedì 7 luglio 2016

Via Campanella: buone nuove, cattive vecchie

Breve resoconto di ciò che ho notato nel pomeriggio di ieri, mercoledì 6 luglio.

Prima buona nuova

Sulle basi di pietra create sui muri di protezione lato valle della strada, che qualcuno aveva già notato nelle settimane scorse, sono stati sistemati vari pannelli informativi (stampati su forex), corredati di alcune foto e disegni, con testo in italiano ed inglese.
Quasi tutti sono in posizione molto panoramica con viste non solo sull'isola di Capri ma anche sulla Torre di Fossa Papa e su quella di Punta Campanella (Torre Minerva). 


   
L’altra buona nuova è che si continua a scavare alla ricerca del tracciato antico, almeno così ho interpretato.

A suo tempo pubblicai le foto che mostravano la parte di selciato venuta alla luce in corrispondenza del bivio di Rezzale ... da allora sono stati eseguiti vari saggi (ne ho visti almeno tre) a valle della strada. Penso di poter affermare che lì il tracciato attuale sia sovrapposto a metà dell’antica strada, spostato verso monte. Provvederò ad informarmi rivolgendomi ad esperti.

Questa non so se classificarla fra le buone o le cattive notizie

Parte del cemento è stato rimosso e sostituito con terra battuta che, molto probabilmente, alla prima pioggia seria scenderà fino al faro e quindi si tornerà alla situazione degli anni scorsi. Allo stesso tempo ora è visibile una bella scalinata, che dovrebbe essere della mulattiera, non di epoca romana. 
Giudicate voi ...

Ecco le cattive nuove ... vecchie.
   
Le pietre smosse sono molto aumentate, chiara conseguenza del continuo transito di moto, anche molto pesanti. Ieri nel tardo pomeriggio, almeno una mezza dozzina di grossa cilindrata, moto più passeggeri = da 2 a 3 quintali ...
Degli annunciati ulteriori cartelli dissuasori e cartina con divieto in più lingue non si hanno notizie certe. A quanto mi è stato detto, ci sono state lentezze burocratiche, in particolare da parte della Sovrintendenza a rilasciare parere favorevole.
Spero che si faccia qualcosa al più presto per limitare il transito veicolare, specialmente nell’ultimo tratto, quello più ripido, non ricostruito con pietre “nuove” ma in lastricato antico e cemento, ora in parte anche terra battuta.




Invito tutti quelli che ne hanno la possibilità ad andare a constatare di persona (A PIEDI) le suddette novità (pannelli, pietre, cemento, terra battuta, scale, ...) e a far presente gentilmente ai motociclisti che non dovrebbero oltrepassare Cancello e certamente non gli ultimi uliveti. Avendo parlato con alcuni di loro ho constatato che alcuni pensano che i cartelli siano un residuo dei lavori (terminati, quindi divieto non più valido), altri dicono di non aver visto il primo e non reputato operante il secondo (su transenna mobile). Informarli non guasta, molti sono ricettivi anche se è vero che ci sono quelli che ben conoscono di essere in difetto na non se ne curano assolutamente.

Le foto del post sono anche in questo album, insieme ad altre.


martedì 5 luglio 2016

Nuova carta dei Sentieri CAI dei Monti Lattari (ed. 2016) - recensione

Sabato scorso è stata ufficialmente presentata in pompa magna la “nuova carta dei Sentieri CAI dei Monti Lattari: Penisola Sorrentina, Costiera Amalfitana e Isola di Capri”, realizzata dalle sezioni CAI di Castellammare di Stabia, Cava de’ Tirreni e Napoli in collaborazione con il Consorzio Turistico Amalfi di Qualità.
Buona la veste grafica generale, la stampa, il supporto e soprattutto l’impaginazione scelta, vale a dire la divisione dell’intero disegno sulle due facce, mantenendo una ampia fascia di sovrapposizione (praticamente solo per lunghissime camminate ci sarà bisogno di consultare entrambe le parti). Se la vecchia cartina in scala 1:30.000 era enorme e molto poco pratica proprio per le sue dimensioni, questa nuova a scala maggiore (1:25.000) se stampata su un sola faccia sarebbe diventata quasi inutilizzabile in escursione.
Per le caratteristiche fisiche dei Monti Lattari sarebbe stato addirittura più utile aumentare ulteriormente la scala a 1:20.000 in modo da poter descrivere meglio la morfologia del territorio e inserire un maggior numero dei quasi infiniti sentieri, passaggi e scalinate che caratterizzano la costiera e quindi, pur capendo che sono richiesti determinati standard, resto convinto che per situazioni particolari dovrebbero essere concesse deroghe. 
Questo purtroppo è un punto dolente, una carenza della carta e i motivi sono diversi. Alcuni sono limiti assoluti, come il fatto che a quella scala è impossibile rappresentare tutto e, nel caso ci si riuscisse assottigliando le linee e riducendo le dimensioni dei simboli, la carta risulterebbe illeggibile per eccessiva abbondanza di particolari o come il problema di classificare i tanti sentieri extraurbani (quelli che più interessano agli escursionisti) in modo che sia chiara all’utente la difficoltà e la facilità di identificazione. A questo riguardo, tutti quelli che hanno percorso i sentieri CAI dei Monti Lattari sanno che molti di questi sono impervi ma di facilissima individuazione (non presentando alternative plausibili), altri sono comodi ma risulta difficile seguirli in quanto attraversano boschi o campi aperti con scarsa pendenza e pochissimi punti di riferimento (in primavera - estate la vegetazione copre quasi del tutto le tracce meno frequentate e gli eventuali segnavia al suolo).
La carta è stata prodotta dal CAI e quindi, giustamente dal loro punto di vista, è stato dato il massimo risalto ai sentieri individuati e segnati, tuttavia penso che nelle prossime edizioni (e ancor prima online) sia opportuno integrare i suddetti almeno con i percorsi principali utilizzati da escursionisti locali e turisti in quanto estremamente evidenti ed di conseguenza importanti sia come punti di riferimento, sia come potenziali vie di fuga o di accesso. Per fare un esempio che dovrebbe essere chiaro ai più, faccio notare che manca il sentiero Praiano - San Domenico - Cannati (Sentiero degli Dei), regolarmente utilizzato soprattutto dagli escursionisti stranieri che soggiornano fra Positano, Vettica e Praiano che in questo modo evitano di andare in autobus fino ad Amalfi per poi prenderne un altro per Bomerano.

Il progetto di questa carta è andato avanti per vari anni e quindi è comprensibile che gli autori volessero cominciare a produrre qualcosa di tangibile anche se, al tempo stesso, hanno pubblicamente dichiarato che, pur essendo soddisfatti del risultato ottenuto a tutt’oggi, la carta necessita ancora di numerosi aggiustamenti e di conseguenza i lavori di rilievo e miglioramento continueranno. Del resto questa è la storia di ogni carta, così come di ogni guida turistica, in quanto dai rilievi alla stampa passano mesi se non anni e, non potendo vigilare costantemente le centinaia di chilometri di sentieri e le migliaia di strade, stradine e viottoli, è ovvio che nessuno potrà mai affermare che una carta è aggiornata allo stato attuale dei luoghi. In considerazione di ciò sarà comunque di fondamentale importanza aggiornare il disegno ogni volta che se ne presenti l’occasione, senza aspettare una futura revisione generale. Per fare un esempio personale, solo nell’ultimo anno ho dovuto aggiornare la mia cartina di Massa Lubrense e Sorrento (quindi un territorio molto più limitato, già in giro da oltre 25 anni),  per segnalare varie interruzioni, una variazione di percorso, la riapertura di sentieri storici come il Vuallariello e Acquacarbone, chiusi per anni e ora frequentati di nuovo da escursionisti ... la cartografia è un lavoro in continuo divenire, non ha un termine.
I previdenti coordinatori del progetto hanno opportunamente scelto di non utilizzare una base cartografica come quella dell’I.G.M. che, seppur di ottima qualità, sarebbe sempre rimasta di proprietà di quell’ente e hanno preferito la strada più lunga, complicata e onerosa di far disegnare una carta base ex-novo in modo che rimanesse di loro esclusiva proprietà. Anche se adesso i risultati sono lontani dalla perfezione (ma per definizione la carta non può esistere) in futuro avranno la possibilità di aggiornarla digitalmente quasi in tempo reale e a costo zero.
Inoltre, idea ancor più brillante, hanno reso disponibile tutta la carta ad ottima definizione sul neonato sito www.caimontilattari.it nel quale è possibile consultare le schede dei singoli itinerari complete di cartina, profilo altimetrico e traccia gps. La ricerca dei sentieri risulta estremamente facile immettendo anche uno solo dei dati nella apposita finestra, a scelta fra numero o nome di un sentiero o anche per località di partenza o di arrivo.
La nuova carta è ottima per programmare le escursioni in quanto fornisce una visione generale del territorio, con tutti i sentieri CAI ben in evidenza. Sarà quindi facile progettare itinerari che comprendono più sentieri, scegliere e valutare tempi le distanze, operazioni molto facili in particolare se si utilizzano le informazioni del sito sul quale si possono anche vedere i profili altimetrici.
Nella lettura fine, invece, è ancora molto carente e al più presto si dovrebbe provvedere al lavoro di rendere congruenti tracce gps con le isoipse e con i sentieri o strade effettivamente percorsi. Come scrissi tempo fa su questo stesso blog, è praticamente impossibile che una traccia gps, per quanto possa essere accurata, si sovrapponga con precisione alla descrizione altimetrica per mezzo delle isoipse. Necessariamente il disegnatore (con l’aiuto del rilevatore o almeno di qualcuno che conosca bene il percorso) dovrà adattare le curve di livello alle tracce gps o viceversa, altrimenti si forniscono informazioni dettagliate errate.

A mo’ di esempio riporto la traslazione verso nord del percorso per il Molare. Nell’immagine si vede chiaramente che, pur essendo l’andamento del percorso sostanzialmente corretto, il modo in cui è stato sovrapposto alla carta base induce l’escursionista ad andare a cercare una salita dal versante settentrionale (scalata impossibile per un non-arrampicatore) allontanandolo dal percorso esistente e normalmente praticato dal lato sud.
Qualcuno fra quelli con i quali ho discusso di questi problemi ha sottolineato, giustamente, che quasi nessuno effettivamente “legge” la carta, talvolta per mancanza di capacità ma soprattutto per la cattiva abitudine di tenerla ben ripiegata nella sua custodia, all’interno dello zaino. Tuttavia, il malcostume ed i limiti di tanti non possono essere una ragione valida per rinunciare alla precisione a favore dell'approssimazione. 
A proposito di quelli che non usano consultare le cartine scrissi un post consigliando di portare in tasca fotocopie del percorso di giornata, avendolo sempre a disposizione, potendo aggiungere notizie lungo il cammino e, non da ultimo, non rovinando in alcun modo la carta originale. Adesso non avranno più scuse potendo stampare la scheda del percorso o anche utilizzarne il file pdf salvato sul proprio tablet o smartphone. 

In conclusione:
  • è più che apprezzabile il lavoro complessivo che sintetizza l’intera rete di circa 500km di sentieri segnati dalle sezioni Stabia e Cava del CAI sui Monti Lattari;
  • carta base chiara, in particolare per quanto riguarda la morfologia del territorio evidenziata non solo dalle isoispe (lavoro non da poco), ma anche da una buona ombreggiatura
  • la viabilità minore e i sentieri non CAI sono stati un po' trascurati, sia per quantità che per rappresentazione, ma entrambe le carenze possono essere facilmente sanate anche se, ovviamente, ci vorrà del tempo;
  • sono troppi i punti quotati in mezzo al niente, vaghi e quindi inutili, non agganciati ad elementi notevoli, mentre sono insufficienti quelli significativi relativi a cime, selle, incroci e luoghi facilmente individuabili come le estremità dei percorsi;
  • trovo che vari simboli siano troppo grandi come le invadenti e onnipresenti bandierine con i numeri dei sentieri e i simboli delle neviere (per fortuna pochissime), delle grotte e dei siti di arrampicata. Per quanto riguarda gli ultimi due simboli, penso che debbano essere aggiunti i collegamenti con i sentieri segnati, ma la conseguenza più grave è che per la loro dimensione e quantità in vari punti coprono tanti dettagli significativi della mappa (perché sprecare tempo a disegnare particolari importanti per poi coprirli con un’icona?);
  • è un grande passo avanti avere la numerazione aggiornata e la rappresentazione dei percorsi oggi esistenti in quanto molti sono stati aggiunti e qualcuno dei vecchi è stato abbandonato;
  • al momento è senza ombra di dubbio l’unica valida carta generale dei sentieri dei Monti Lattari, molto più leggibile della precedente del CAI che pur godendo di una base più dettagliata (tavolette IGM) era ormai obsoleta e inoltre molte delle linee rosse sovraimpresse (rappresentanti i percorsi) si distaccavano dall’andamento reale degli stessi anche di varie centinaia di metri e oltre 100 metri di differenza di quote. Nella nuova, anche in mancanza della collimazione esatta traccia/sentiero, le discrepanze sono limitate a qualche decina di metri;
  • inutile paragonarla alla carta prodotta dal Parco dei Lattari in quanto quella era assolutamente improponibile (leggi altro in questo post);
  • altre carte (come quella Kompass) sono in scala troppo piccola, imprecise e assolutamente insufficienti per andare in giro in un territorio così vario, scosceso e ricco di sentieri come quello della penisola sorrentino-amalfitana
  • ottima l’impostazione del sito www.caimontilattari.it, in italiano ed in inglese, che non solo non ha uguali in zona, ma risulta essere veramente innovativo e facile da navigare. La carta CAI è sovrapposta a quella Google ed è possibile selezionare i livelli da consultare. In ogni scheda percorso in calce alla mappa è riportato il profilo altimetrico ed è possibile scaricare la traccia gps, da utilizzare in combinazione la cartina! Anche questa è scaricabile, completa di itinerario, quote, dislivelli, lunghezza, tempi di percorrenza e difficoltà.
Gravoso e meritorio lavoro se considerato un punto di partenza, spero che si continui su questa strada. Comunque sia, i promotori, rilevatori e collaboratori meritano un plauso ed un ringraziamento.

domenica 3 luglio 2016

"Chiummenzana", ricetta quasi precisa, etimologia molto dubbia

Avendo riscontrato un certo interessamento al post di qualche giorno fa nel quale discettavo in merito agli spaghetti alla puveriello, ho pensato di proporre un’altra ricetta tipica, molto semplice e antica: la chiummenzana.
Questa non ha in effetti nessuna particolarità speciale e piatti molto simili o addirittura identici sono certo si trovino in quasi qualunque luogo dell’Italia meridionale, soprattutto lungo le coste. Infatti i 4 ingredienti principali (e secondo me unici e imprescindibili, senza ulteriori aggiunte) sono tipici della cucina mediterranea: olio, aglio, pomodoro e origano. Potremmo dire anche pasta arrecanata (o arraganata) in quanto la sua caratteristica rispetto agli infiniti tipi si sugo al pomodoro è proprio la prevalenza dell’arècheta (o areteca).
Facendo la mia usuale (e dovuta) breve ricerca fra rete e testi, ho scoperto che sembra che solo a Capri questa ricetta si chiami chiummenzana e che attualmente vari ristoratori attenti alla tradizione (un plauso a loro, anche se non sono d’accordo sulle numerose fantasiose varianti) la stanno riproponendo nei loro menù come ricetta tipica caprese. Certamente il termine è poco comune, quasi raro, e forte dalla mia lunga esperienza mangiatoria, specialmente relativa ai piatti poveri e tradizionali, posso dire che lo conoscevo come ricetta tipica massese (di Massa Lubrense, NA) tanto che ogni volta che mi capitava di menzionare la chiummenzana con napoletani o perfino con sorrentini (Sorrento si trova a soli 5 chilometri da Massa) i miei interlocutori mi guardavano perplessi e chiedevano spiegazioni. Anche nel corso del mio girovagare in Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana non ho mai incontrato nessuno che avesse mai sentito il termine.
Vista la vicinanza dei due territori, separati solo dai 5 chilometri di mare della Bocca Piccola di Capri, fra Punta Campanella (Massa Lubrense) e Punta del Capo (Capri), niente di più facile che la ricetta sia migrata da una costa all’altra e che il nome chiummenzana si sia tramandato solo in zona e, non vedendola come una questione di campanile, poco importa dove sia effettivamente nata. Ma di due cose sono certo: 
  • ogni massese almeno 50enne conosce la ricetta 
  • già una cinquantina di anni fa era fra i miei piatti preferiti quando con mia nonna andavo a mangiare a La Primavera, (il che dimostra che allora era servita anche in qualche ristorante massese).
   
Tuttavia, neanche con una rapida inchiesta fra casalinghe e chef massesi di lungo corso sono riuscito a definire la ricetta in modo univoco, ma aglio, olio e pomodori sono certi al 100%, origano al 95%.  Il maggior dubbio resta quello del basilico proposto da quasi la metà degli intervistati e da aggiungere ovviamente alla fine ... da non cuocere assolutamente, ma la mia obiezione al suo uso è che non era un ingrediente disponibile tutto l’anno. A riguardo della stagionalità del piatto, è bene chiarire che d’estate si usavano pomodori freschi (tipo San Marzano) tagliati a pezzetti o a filetti, mentre d’inverno erano disponibili quelli conservati “a pacchetelle” (o “paccuscelle”), di solito sotto forma di lunghi spicchi che a fine estate pazientemente si infilavano uno alla volta nei colli delle bottiglie, nella stessa sessione della tradizionale preparazione di pelati e passata.
Venendo al nome, l’etimologia di chiummenzana proposta in rete non mi convince per niente, anche se sembra essere l’unica disponibile. Si nota che in quasi tutti i siti si riferisce di aver letto questa, per me, fantasiosa origine:
L’espressione alla chiummenzana sta per alla maniera della chiummenza; quest’ultima è un ampliamento dispregiativo nell’ uso parlato della voce chiorma che letteralmente vale ciurma; ma mentre con la voce chiorma si indicò la ciurma in mare, con chiummenza si intese la ciurma a terra in attesa di chiamata d’imbarco e tale ciurma a terra diede il nome alla ricetta in esame, in quanto fu la ciurma a terra fu quella cui era possibile procurarsi gli ingredienti per preparare la ricetta: la ciurma in mare si doveva contentare di gallette secche e carne o pesce salati, non potendosi consentire il lusso di tirarsi dietro per piú e piú giorni di navigazione e/o pesca ingredienti deperibili o di difficile conservazione; ... leggi tutto qui
Brak potrebbe anche essere nel giusto, ma per me chiorma è solo ciurma o, per estensione, ciurmaglia e chiummo è piombo (che non ha nessun nesso con questa ricetta leggera). Assonante è anche chiummazzo = gomitolo, piumacciuolo, ma anche questo non mi sembra poter aver nesso o, al limite potrebbe averlo solo per gli eventuali spaghetti, non certo per il sugo. Classificherei quindi il termine chiummenzana senz’altro fra quelli di etimologia incerta o sconosciuta.

   
Le foto per questo post le ho appena scattate, dopo aver preparato la mia chiummenzana essenziale e canonica, come l’ho sempre conosciuta, quindi solo olio, aglio a fettine, pachetelle di pomodori (gentile omaggio della mia vicina, al termine di una lunga conversazione sul soggetto) e origano, da aggiungere solo prima di mettere la pasta nella padella. Mi è sempre stato detto che questo velocissimo sugo si prepara mentre si cuoce la pasta ... ho acceso il fuoco per l’olio dopo aver calato i miei 200g di linguine, ho aggiunto l’aglio e poi i pomodori che non devono cuocere ma solo essere scottati conferendo all’olio il caratteristico colore rosato.

venerdì 1 luglio 2016

Grandi registi ai “primi giri di manovella” ... nei mercatini

Come qualsiasi altro buon collezionista mi piace frequentare mercatino, fiere dell’usato e vendite di beneficenza, in particolare quando sono all’estero. Vagando fra bancarelle, scavando in scatoli di cartone o cassette di plastica o guardando a distanza i contenitori dei dvd stesi su un telo di plastica (ci vogliono buoni occhi), si trovano classici, ottimi film poco conosciuti e - con la stessa gioia - si scoprono titoli sconosciuti che pur non essendo capolavori, talvolta veri filmacci, vale la pena di acquisire per essere firmati da registi che solo anni dopo hanno diretto buoni film. 

In Spagna ho imparato a non limitare la ricerca indirizzando lo sguardo solo sulle classiche custodie di dvd in quanto si trovano ottime serie in custodie più sottili e meno appariscenti e, soprattutto a non tralasciare le sottili custodie quadrate di cartoncino che spesso scompaiono fra le custodie più grandi e i libri. Una volta “capito il trucco”, l’occhio sa cosa cercare e le sorprese non mancano (nella foto in alto ci sono ben 14 dvd nei loro contenitori, , poggiati su uno di dimensioni classiche). Non avendo praticamente dorso, si devono sfogliare uno per uno e leggere attentamente non solo i titoli (anche in Spagna talvolta si esibiscono in traduzioni fantasiose) ma anche registi ed interpreti.
   
In questo modo ho notato, per esempio, che sulla copertina di Compañeros mortales, che a orecchio non mi diceva niente, né mi ispirava e di certo non avrei comprato, c’era il nome di Sam Peckinpah e ciò è bastato a convincermi.
Per la cronaca, il titolo originale è Deadly Companions (1961), tit. it. La morte cavalca a Rio Bravo (sic!), ed è stato il suo primo lungometraggio; fino al 1960 aveva diretto esclusivamente telefilm.
   
La burla del Diablo l’ho comprato per la regia di John Huston, per il cast d’eccezione (Humphrey Bogart, Peter Lorre, Jennifer Jones, Gina Lollobrigida) e per la partecipazione di Truman Capote (sceneggiatura) e di Robert Capa (fotografia). Con tutto ciò Beat the Devil, (questo il titolo originale, quello italiano è Il tesoro dell’Africa, sic!) fu un fiasco al botteghino e non è certo memorabile, ma per me ha un significato particolare in quanto girato in luoghi della Costiera Amalfitana come Ravello, Atrani e Minori che conosco a menadito (tanto altro in questo post)
In queste sottili custodie ho trovato anche il cult The Little Shop of Horrors di Roger Corman, con una breve partecipazione di Jack Nicholson, e tanti kolossal classici fra i quali Moby Dick (John Huston, 1956), 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968) e L’ultimo imperatore (Bertolucci, 1987).
   
Infine due parole su un film, anch’esso scoperto casualmente, che mi riprometto di guardare nei prossimi giorni: Dementia 13 di Francis Ford Coppola (in questo caso anche sceneggiatore). Girato nei primi anni ’60, fu uno dei suoi numerosi “fiaschi” iniziali, dei quali nessuno raggiunge la sufficienza su IMDb. Effettuando la dovuta ricerca, ho letto che Coppola alla corte di Corman diresse un po’ di tutto, dalla commedia softcore all’horror, dal western alla fantascienza. In quest’ultimo caso si trattava di una riedizione di un film russo del 1959, Nebo zovyot, che fu rimontato dopo aver effettuato vari tagli e aggiunto qualche scena e proposto nel 1962 come Battle beyond the Sun. I cinefili sappiano che questa ripresentazione è di pubblico dominio e si trova su archive.org, sito dalquale è possibile scaricarlo o guardarlo online. L’ho già scaricato e dopo Dementia 13 (IMDb 5,7/10) mi sorbirò Nebo zovyot versione americanizzata (IMDb 4,5/10). 
Appena visti, pubblicherò le recensioni su 2016: un film al giorno, come al solito.