domenica 6 marzo 2016

I “chilaquiles” della fonda El Izote (Mahahual)

Ricerca sui cibi tradizionali messicani

Chilaquiles (pron. “cilachiles”) 

Riso, fagioli e pollo o uova (a scelta), il tutto coperto da totopos sui quali viene aggiunto formaggio, salsa di pomodoro e crema (a metà strada fra panna acida e yogurt). 
I totopos (una specie di tortilla chips, ma più grandi) sono uno dei tanti metodi di riciclare le tortillas. Queste si  tagliano in 4 settori ottenendo così pezzi quasi triangolari e poi si friggono o si tostano. 
Questo piatto di Chilaquiles che ho mangiato a Mahahual era una versione ricca in quanto quella basica, minima, non prevede riso, fagioli, pollo o uova, ma vengono solitamente serviti come contorno. Come si vede dalle foto in basso ho scelto la versione con pollo. 
Le posate possono danno l'idea della grandezza del piatto ... quasi un pranzo, anche se, come los huevos rancheros, è tipicamente servito come desayuno (prima colazione).
  
Sono tornato alla fonda El Izote (yucca) con l'idea di provare la comida del dia (come in qualunque parte del mondo di solito il piatto del giorno è fresco e tradizionale) e ho quindi mangiato sopa de lentejas che, detta così, potrebbe far pensare a una semplice zuppa di lenticchie, forse arricchita con sedano e carota o, a voler esagerare, con un po' di carne di maiale.
  

In quella che ho mangiato oggi le lenticchie rappresentavano meno del 20% del tutto, che comprendeva lardo, salsicha (tipo wurstel), chorizo, carote, chayote (zucca spinosa), uovo sodo, costine di maiale, banane e, a parte, cipolla tritata cruda, chile habanero (peperoncino piccantissimo) e le immancabili tortillas.
Come si nota comparando le foto, le porzioni sono abbondantissime e devono senz'altro considerarsi piatto unico. Basti notare che nella prima foto il livello si trova sulla fascia blù e in questa in basso è molto al di sotto della stessa, eppure c'è ancora tanto da "lavorare" ... 


Direi sullo stesso stile delle sopas canarians nelle quali si riescono a combinare ingredienti apparentemente incompatibili ottenendo, incredibilmente, risultati bilanciati e gustosi.
Consiglio entrambi a tutti quelli che ne tollerano gli ingredienti. Io ho ovviamente fatto onore alle ricette (ottime), lasciando il piatto lustro ... come al solito.

sabato 5 marzo 2016

Alla fine della strada, alla fine del Malecón

Mahahual, Quintana Roo, Mexico - 5 marzo, 7.30pm
Questo piccolo villaggio costiero si trova alla fine di una strada tagliata diritta attraverso foreste e acquitrini popolati da aironi e altri uccelli acquatici, quasi 50km con solo due curve. Termina al faro e da qui a sinistra c'è la parte nuova e da qualche anno (ahimè) addirittura il molo per navi da crociera. 
A destra l'abitato originale, tuttavia già molto modernizzato, con il lungo Malecon invaso durante le ore centrali del giorno dai crocieristi che per fortuna verso le 4 scompaiono e di conseguenza le bancarelle vengono ritirate e vari locali addirittura chiudono. Ancora una volta con po' di fortuna, aiutato anche da occhio e orecchio da viaggiatore, anche a qui a Mahahual ho trovato un paio di posti giusti per rifocillarmi. Alla ricerca di qualcosa di originale, appena arrivato da Tulum e sistematomi, ho percorso tutto il Malecón e giunto quasi alla fine la musica è cambiata, in tutti i sensi, meno cartelli in inglese, meno persone che ti invitano a sedere per mangiare o bere e, come dicevo, la musica caraibica ha dato spazio alla possente voce di Vicente Fernandez. Attratto dalla musica sono così arrivato al penultimo edificio, già quasi isolato dagli altri. Sotto la classica copertura di frasche di palma, davanti al "ristorante" Zapata c'erano solo messicani con un tavolo quasi coperto di birre, tacos, nachos e altro. Ai tavolini sulla spiaggia, sotto le palme, c'era un solo straniero. Ho chiesto quindi il menu, non esposto all’esterno, e ho trovato vari piatti interessanti fra i quali uno dei miei preferiti: pescado entero frito (traduzione superflua).

Qualunque sia il pesce, fritto a dovere è ottimo e la cottura è quasi identica lungo le coste caraibiche, del Pacifico (dal Messico al Perù) e del sud-est asiatico. Riescono a cuocere perfettamente l'interno, che resta comunque umido, facendo diventare croccante, ma non bruciato, tutto l'esterno che non rimane per niente unto. Proprio per essere ben croccanti, le spine dorsali spesso si masticano e si mangiano senza alcun problema. Questo nella foto era il boquinete di poco più di mezzo chilo di ieri, servito con un po' di riso, insalata e tortillas (nell'apposito contenitore, avvolte in un panno per mantenerle calde). Il tutto, incluse due birre, 140 pesos = 7,50 euro. Oggi sono “tornato sul luogo del delitto” e ho provato un pargo nella versione veracruzana, vale a dire coperto di peperoni, pomodori, cipolla e accompagnato da riso, rondelle di banana fritte e verdure. 
   
la forchetta dà l'idea della dimensione del pesce

La sera lungo il Malecón restano aperti solo i ristoranti dei pochi alberghi e quelli specifici per turisti, ma lungo la parallela si trova un ambiente molto più genuino nei tanti piccoli ristoranti, cantinas, loncherías, taquerías, asadores frequentati per lo più dai locali dopo una giornata di lavoro passata sul MalecónQui la scelta è pressoché infinita fra i vari tipi di tacos, gli innumerevoli antojitos mexicanos, ma quello che cercavo ieri sera era un posto dove poter fare colazione stamattina con un bel piatto di huevos rancheros e la scelta è caduta sulla lonchería El Primo (“il cugino” - traduzione necessaria poiché ingannevole).
Nelle foto notate il menù dipinto sul muro della sala così come
anche all'esterno. A destra un consiglio di igiene: 
"per favore lavatevi le mani prima di mangiare e dopo essere andati in bagno".
   

Huevos rancheros sono un classico della tradizione messicana che, si dice, nacquero come "snack" di metà mattinata da servire ai rancheros per poi diventare quasi cibo nazionale. Per lo più è ora un classico desayuno (prima colazione) in tutto il Messico, con minime varianti. 
Stamane alla lonchería El Primo potevo scegliere fra verdes e rojos (verdi o rossi), ho scelto i verdi, meno comuni. Come si può vedere si tratta di 3 uova (talvolta solo due) su tortillas e frijoles (fagioli) con una salsa (in questo caso verde, ma la più comune è rossa) e coperte di cipolle. Differenti guarnizioni, anche a seconda dei prodotti locali o di stagione, possono includere pomodori, aguacate (avocado), peperoni e altro ancora. Nella versione rossa ci sono anche dei pomodori. A gusto si può aggiungere ulteriore salsa piccante, ma ricordandosi di essere in Messico ... meglio non esagerare. La variante huevos divorciados prevede semplicemente due huevos rancheros, di cui uno con salsa verde e l’altro con quella rossa.
Per finire, ecco una foto di tre classici tacos al (o del) pastor, i più richiesti, i più comuni, i più amati. La carne suina, dopo essere stata marinata con spezie, peperoncino e ananas, viene cotta in modo simile al döner kebab turco e il gyros greco e infine tagliata a pezzettini. Anche nella capitale vengono venduti a qualunque ora del giorno, ad ogni angolo di strada, anche al centro, su classici banchetti ambulanti o almeno mobili ... come i carrettini di hot dog americani (paragone azzardato, ma non troppo).
Ed ecco due gallerie di foto:
Birdwatching a Mahahual
insoliti cartelli e segnali di Mahahual

giovedì 3 marzo 2016

Si riprende! Post cumulativo: Tulum, Oscar e cinema

Dopo oltre due giorni e mezzo di viaggio, fra cancellazione volo e ritardi, sono finalmente arrivato a destinazione e con difficoltà (Internet inaffidabile e di una lentezza esasperante) sto tentando di ritornare alla norma. Di conseguenza questo post tratta di argomenti estremamente diversi e ha lo scopo di eliminare un po' di arretrati.   
Sono appena arrivato a Mahahual, un posto non proprio "vergine", ma almeno non ancora affollatissimo, più a sud lungo la cosiddetta Riviera Maya dopo essere stato un paio di giorni scarsi a Tulum, Quintana Roo, Mexico. Questa, qualche chilometro all’interno, deve la sua fortuna alle rovine di una delle rare città Maya sulla costa caraibica, della quale ha assunto il nome. In effetti l’area archeologica non è grande, ma è abbastanza ben conservata, e perfettamente gestita. Anche vari secoli fa aveva dimensioni limitate in quanto la sua importanza era strettamente limitata alla sua funzione di porto commerciale. I suoi edifici, in posizione sopraelevata dei rispetto alla spiaggia, su una piccola altura calcarea, erano ben visibili dal mare e per questo gli abitanti di Tulum furono fra i primi Maya ad avere contatti con gli spagnoli all’inizio del ‘500. Come spesso accade, ed è logico, gli edifici visibili oggi - tutti all’interno del muro di cinta - sono solo quelli pubblici, religiosi e funerari in quanto tutte la abitazioni erano costruite in legno e coperte di frasche e quindi sparite rapidamente dopo essere state abbandonate. Si distingue per la sua luminosità,ventilazione, terreno roccioso calcareo e per l’aria salmastra, nettamente in contrasto con tutte le altre città Maya (Palenque, Chichen Itza, Tikal, ...) che per la maggior parte si trovano immerse nella foresta, una volta circondate e oggi quasi fagocitate da alberi, liane e rampicanti, in un ambiente molto più umido.
Fatto curioso, come i templi del sud est asiatico sono spesso colonizzati dalle scimmie, l’area archeologica di Tulum è dominio delle iguana, interessantissimi rettili. 

Qualcuno avrà già notato ieri la pubblicazione delle tante micro-recensioni relative alla decina di film visti fra ore di viaggio in aereo, bus e durante le interminabili attese. Fra essi, qualche delusione, vari buoni film e una sorpresa, una chicca molto poco conosciuta di quasi 20 anni fa: El milagro de P. Tinto. (ne parlerò più diffusamente a breve, la micro è già online)
Fra gli altri, in linea di massima, raccomando 99 Homes, La Novia, La estrategia del caracol, Voces inocentes e Lucía. 
Trovate tutto qui: 2016: un film al giorno
Avrei voluto commentare a caldo e in dettaglio l’assegnazione degli Oscar, lo faccio adesso ... a freddo e concisamente. Chi ha letto quanto scrissi qualche settimana fa, saprà bene che non sono assolutamente d’accordo con l’Oscar a Spotlight che certamente meritò il Pulitzer per l’inchiesta sui preti pedofili, ma la trasposizione cinematografica non ha questi grandi pregi ... lo vedo come un Oscar “politico”. Per quanto riguarda gli attori 3 su quattro erano nelle previsioni, ma continuo a preferire l’interpretazione di Tom Hardy in The Revenant rispetto a quella di Mark Rylance in Bridge of Spies.
   
Sono rimasto molto soddisfatto dei 6 Oscar a Mad Max su 10 Nomination, come avevo ricordato non è raro che chi ne ha tante rimanga poi a bocca asciutta o ottenga poco (vedi The Revenant). Sono anche contento del riconoscimento a The Big Short per la sceneggiatura che, ripeto, ho trovato veramente buona in quanto la storia era molto più difficile da narrare in un paio d’ore rispetto a Spotlight. A proposito di sceneggiature, dove sono finiti i soggettisti e sceneggiatori? Tante, troppe grandi produzioni si basano oggi su storie vere, biopic o sono tratte da romanzi. Quest’anno giusto restando nell’ambito Oscar ci sono Steve Jobs, Joy, Spotlight, The big short, Bridge of spies, The Danish Girl, Carol e lo stesso The Revenant. E per citarne qualcun altro ricordo le storie di Turing e Hawking fra i premiati dell’anno scorso e film in odore di Nomination come Suffragette e Labyrinth of lies.
Quanti sono in percentuale i film con soggetto e sceneggiatura veramente originali?
Infine, la polemica pretestuosa di Spike Lee in merito all’assenza di “non-bianchi” fra i concorrenti all’Oscar. Mi meraviglio che non si siano fatti avanti altri per categorie separate per sesso fra i registi, questi potrebbero essere anche divisi fra veri americani e stranieri o immigrati, poi divisione per età, ecc. ... follia! Oltretutto ci sono quelli che predicano la parità dei sessi e quindi dovrebbero poi accorpare attrici e attori e quando nella categoria ci sarà una netta predominanza di un sesso quelli in minoranza si batteranno per differenziare di nuovo premi. Oltretutto sembra che tutti dimentichino che Nomination e Oscar sono un gran business e di conseguenza sono “probabilmente” controllati e pilotati. 

domenica 28 febbraio 2016

Post, foto e raccolte (aggiornamenti e anticipazioni)

Aeroporto di Capodichino, domenica pomeriggio, in attesa di partire

Probabilmente nel corso dell’imminente giorno in più (29 febbraio, scelto quale sostituto di bi-sextus (da cui bisestile) «due volte sesto», secondo l’uso romano di contare due volte negli anni bisestili il 6° giorno avanti le calende di marzo) non sarò in grado di aggiornare alcuna pagina, né di postare niente. La pausa forzata deriva dalla quasi impossibilità a connettermi nelle prossime ore e quindi approfitto di questo tempo di attesa per pubblicare questo breve post per aggiornarvi in merito a cambiamenti e novità in varie mie pagine, riorganizzazione dei video, fare una summa delle raccolte create su Google+.
A seguire l'elenco di quelle attualmente in essere che includono i link  alla maggior parte degli album fotografici (viaggi, escursioni, macro, ...) e ai post pubblicati sul questo Blog, divisi per argomenti.

In questo account Google GiovanniVisetti trovate:
***  Viaggiando, mangiando  ***  
ricordi di viaggio (puro) da 45 anni a questa parte, relazioni di viaggio “dal vivo” e divagazioni relative alle annesse esperienze gastronomiche. Sappiate che sono tornato dal Portogallo (ma devo ancora pubblicare qualcos’altro) e che i prossimi post, molto vari, tratteranno di luoghi d’oltreoceano per oltre un mese.
***  Video-escursioni  *** 
tutti i miei video di escursioni (e solo quelli) già pubblicati su YouTube.
***  Macro  *** 
foto macro (per lo più fiori) dell’anno scorso. Le prossime nuove foto saranno pubblicate ad aprile, sperando in una rigogliosa fioritura primaverile.
questa è ormai statica, ma potrebbe essere aggiornata verso fine anno.

In quest’altro account Google GiovanniVisetti1 trovate:
è la raccolta più “attiva” in quanto, come specifica il titolo, viene aggiornato con cadenza più o meno giornaliera. Comprende le micro-recensioni dei film visti nel 2016, con numero d’ordine progressivo che dovrebbe quindi giungere a 366 entro il 31 dicembre. L’obiettivo dichiarato è quello di avere una media di uno al giorno ma non necessariamente uno ogni giorno. Quindi non ci si deve meravigliare se le recensioni sono di più dei giorni trascorsi. Attualmente sono molto in vantaggio sulla media e quindi, prevedendo di guardare molti film nelle prossime 24 ore, ho deciso di pubblicare quasi tutte le recensioni già pronte (domani 29 febbraio, 60° giorno del 2016, ce ne saranno già 66).
raccolta dei post relativi al cinema in generale e di quelli pubblicati in passato con recensioni di film “meritevoli”. Qui martedì 1 marzo dovrei aggiungere un post di commento agli Oscar 2016.
***  Il miei sentieri preferiti  ***  
raccolta dei post relativi alle descrizione delle mie aree preferiti per escursioni sui Monti Lattari, dalla zona a monte di Amalfi fino al termine della Penisola (Punta Campanella) e anche oltre (isola di Capri).

PS - martedì dovrei cominciare a pubblicare panorami per me inediti ... e poi post e foto di altri cibi, altri musei, altre culture, altre musiche, altri film ...

venerdì 26 febbraio 2016

Quanti sono veramente i "sensi"?

A scuola già ai più piccoli si insegna (o almeno si insegnava tanti anni fa) che sono 5: vista, udito, gusto, tatto, olfatto. Eppure con il passare degli anni, con l’esperienza e avendo a che fare con tante persone, ci si rende conto che ce ne sono tanti altri che tuttavia solo pochi hanno, vari che alcuni sostengono di avere ma che neanche esistono, altri ancora che molti dovrebbero esercitare ... nel loro stesso interesse. I pochi esempi che seguono non sono certo una lista esaustiva ma includono, almeno a mio parere, i casi più comuni e ricorrenti e spesso con conseguenze anche sugli altri. Si potrebbe tentare di categorizzarli, raggrupparli o ordinarli, ma vedo la cosa troppo complicata e la lascio agli esperti mentre io affronto il tema più allegramente.
Saltati quindi a piè pari i 5 sensi canonici, comunemente accettati come unici, passiamo direttamente al sesto senso che è chiamato proprio così, quindi non si può spostare nell’elenco. Lo vedo come uno dei più ridicoli, in quanto neanche chi sostiene di possederlo sa dire quale potrebbe essere l'organo percettivo o “emanante”.

Questi sostengono che grazie ad esso hanno fatto scelte giuste o ne hanno evitato altre che sarebbero state disastrose. Tecnicamente si dovrebbe assimilare alla pura fortuna se non si vuole ammettere di aver tenuto conto di indizi "premonitori" seppur senza rendersene conto. Se uno avesse il sesto senso, se fosse una dote effettivamente esistente, i “prescelti” non dovrebbero mai sbagliare. Il più delle volte ci si vanta a posteriori dei successi ottenuti grazie al sesto senso dimenticandosi di inevitabili errori e fallimenti precedenti, in pratica si nega l’esistenza della Fortuna e (o del Caso) e, ancora peggio, di proprie capacità di valutazione e discernimento. Avrete capito che per me non esiste, ma non lo posso sostituire con un altro in sesta posizione in quanto solo lui è il Sesto Senso.
Al settimo posto, in ordine di importanza (molto teorica) ne propongo uno certamente esistente e reale, ma purtroppo trascurato dai più: il Buon Senso (o Senso Comune). Qualcuno potrà obiettare che si basa su valutazioni relative e personali, ma non succede lo stesso, per esempio, con gusto e olfatto? In questo caso non esiste un organo ricettivo ma uno produttivo ed elaborativo che dovrebbe essere il cervello. Il Buon Senso, oltre a valutazioni di opportunità, limitazione dei rischi, lungimiranza, ... dovrebbe includere altri sensi più specifici come quelli di Giustizia, di Compassione, Civico, del DoverePensate agli enormi vantaggi personali e sociali che si otterrebbero se solo più persone lo utilizzassero con criterio, se le stesse fossero talvolta toccate dal Senso di colpa e dal Senso del Pudore (inteso come vergogna sociale e non riferito alla sessualità).
Un gruppo per il quale non saprei scegliere quello che comprende gli altri, o qual è predominante, è composto dal Senso dell'Umorismo, Senso del Ridicolo, Senso dell'orrido e via discorrendo. Certo ognuno di questi ha le proprie peculiarità e settori di uso specifici eppure molte volte uno si serve dell’altro o viene utilizzato per accettare, per esempio, visioni che in ambito “normale” sarebbero improponibili. I problemi sorgono quando si superano i limiti sfociando, come spesso accade, nel cattivo gusto.
Nelle mie vesti di escursionista, orientista e cartografo non posso non citare il Senso di Orientamento, che certamente non esiste pur essendo spesso addotto quale giustificazione “mi sono perso perché non ho il senso dell'orientamento ...” (quante volte ho dovuto combattere con quelli che adducono come scusa tale baggianata).
A prescindere dal vero orientamento che è basato sull’interpretazione di una mappa (solo tecnica e ragionamento), eventualmente con l’ausilio di una bussola, in tutti gli altri casi il riuscire o non riuscire a raggiungere la meta o ritrovare la propria auto, o il proprio albergo se in viaggio, dipende solo da memoria visiva, fotografica, posti, nomi, particolari, posizione del sole, valutazione delle distanze, capacità di invertire destra e sinistra nel percorso a ritroso e comunque sempre e soprattutto ragionamento.
Esempio da viaggiatore: tante volte arrivando un piccolo centro sconosciuto sbarcando in periferia (più o meno vicina al centro storico, meta di qualunque turista) non è indispensabile l’inesistente senso dell'orientamento e pur senza chiedere si può trovare la strada solo con l'attenzione (99% delle volte ci si riesce). Occhio alle chiese più grandi e più antiche e ai loro campanili (individuabili da lontano), notare età degli edifici e loro apparente importanza, strade selciate, strette e tortuose , se esiste un'altura molto probabilmente lì si trovano castello, cattedrale o chiesa principale, se esiste un fiume percorrendone le rive si troverà almeno un ponte antico, via d’accesso al centro.
E si potrebbe continuare con le cose o i fatti Senza Senso, le frasi a Doppio Senso, le strade a Senso Unico e infine, ma è tutt’altra cosa, le cose o le persone che “fanno senso” ... sì, ma quale?


PS - Tornando sul tema delle errate traduzioni, faccio notare che in inglese "to make sense" significa avere senso, riferito a cose plausibili e logiche, quindi si usa per esprimere approvazione, essere d’accordo. Ma se lo sprovveduto di turno usa un traduttore online probabilmente le stesse cose "faranno senso... che significa tutt’altro.

mercoledì 24 febbraio 2016

Una serie di film che proposi 40 anni fa ... li conoscete tutti?

Nel 1975 al Festival di Pesaro ebbi l’occasione di guardare quasi una cinquantina di film della nuova (allora) generazione di cineasti americani. Fra questi c’era anche Medium Cool (appena citato nella raccolta Un film al giorno) e scelsi il suo titolo italiano - “America, America dove vai?” - quale nome identificativo della mia rassegna sul Nuovo Cinema Americano al Teatro Instabile di Napoli nell’inverno successivo (75/76). L’intenzione era quella di proporre e quindi far conoscere anche ad altri il profondo cambiamento iniziato alla fine degli anni ’60 e continuato nei primi anni ’70 del quale furono protagonisti alcuni registi che nei successivi 50 anni hanno dominato la scena Hollywoodiana: Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Steven Spielberg, George Lucas solo per citarne alcuni.
Come potete vedere dalla locandina originale (ne conservo ancora qualche copia), nel novero dei 20 film ce n’erano vari già abbastanza famosi (e di successo al botteghino) diretti oltre che dai succitati registi emergenti anche da altri già affermati come Mike Nichols, Robert Altman, Arthur Penn e Bob Fosse. Li inserii non solo per la loro qualità ma anche per la loro notorietà allo scopo di cercare di rientrare delle spese ... Le sale affollate di Un uomo da marciapiede o Il laureato compensavano quelle semivuote di Truman Capote o Piccoli omicidi.
A questi ne avevo aggiunti altri, cult già allora, dei pochi disponibili a Napoli e che tutt’oggi è quasi impossibile trovare come per esempio Trash e Heat di Paul Morrissey (prodotti da Andy Wharol), Vanishing Point (“Punto Zero”) quello originale e non quello del 1997 con Viggo Mortensen (pessimo), nonché il già citato Medium Cool.
Benché distribuiti poco e male e ormai quasi totalmente dimenticati, varrebbe la pena di guardare di nuovo (o per prima volta) alcuni di questi film che in patria sono considerati dei classici. Quindi, oltre a riportare le valutazioni attuali di tutti i 20 compresi nel programma (come vedete con una media vicina al 90% sul sito specializzato rottentomatoes, sono evidenziati e tre al di sotto dell'85% e l'unico non recensito) fornisco solo poche informazioni in merito a quelli che suppongo siano i meno conosciuti e, a beneficio di chi volesse cercare ulteriori notizie. ho aggiunto i titoli originali, talvolta molto diversi da quelli italiani. 
In particolare, oltre a Medium Cool, segnalo:



    • Trash e Heat fanno parte (insieme con Flesh) della trilogia che Paul Morrissey girò nella Factory di Andy Warhol, sempre avendo Joe Dallesandro come protagonista. In Trash debuttò l'attrice transgender portoricana Holly Woodlawn - nato Haraldo Santiago Franceschi Rodriguez Danhakl - che rimase nel giro Morrissey / Warhol per vari anni. Leggendo questi pochi dati e nomi capirete bene che tutti i film della trilogia attirarono grandi critiche e stroncature così come lodi ed elogi spropositati. Basti notare quanto siano contrastanti i rating sui due più importanti siti di riferimento: rottentomatoes 63 - 90 - 100% e IMDb 5,7 - 5,7 - 5,8/10. A prescindere da tali giudizi, questi sono ormai dei film cult nell’ambito del cinema indipendente.
    • The Glass House di Tom Gries (tit. it “Truman Capote”) vincitore del Festival di San Sebastian e di un Emmy Award, oltre alla Nomination al Golden Globe e al Premio dei Registi. Se lo cercate accertatevi che sia quello giusto ... esistono vari altri film con titoli identici, sia in italiano che in inglese, e tanti che sono tratti dallo stesso romanzo, vale a dire In Cold Blood di Truman Capote. Come Medium Cool anche questo film fu girato riprendendo gli attori in situazioni e ambienti reali, vale a dire in una vera prigione, fra veri carcerati.
    • Little Murders (Piccoli omicidi) è il primo dei due soli lungometraggi diretti dall’attore Alan Arkin (Oscar nel 2007) ed è tratto dalla commedia satirica del famoso cartoonist Jules Feiffer il quale curò anche la sceneggiatura. Ho trovato un vecchio articolo del New York Times che inizia così: "JULES FEIFFER'S ''Little Murders'' is the darkest and perhaps the funniest comedy ever written about what it was like to be alive and half-crazed in the urban American jungle of the late 1960's."
    • Vanishing Point (Punto Zero) classicissimo road movie avente come protagonisti il driver Kowalski (Barry Newman), il cui nome divenne “mitico” a seguito di questo film, e l’auto da lui guidata: una Dodge Challenger R/T bianca del 1970 (circa 7.000cc di cilindrata ...). La colonna sonora è composta da tanti pezzi rock (una novità all'epoca) trasmessi dal disc-jockey Super Soul che dai microfoni di una radio libera accompagna, guida e protegge la cavalcata di Kowalski inseguito dalle auto della polizia attraverso gli stati del sud-ovest degli USA.
      

    NB - Nella locandina ci sono vari refusi (allora non c’erano i computer e si componeva copiando da un pezzo di carta ...):
    • Punto Zero è di Richard Sarafian e non di Spielberg come i due film successivi
    • manca la B. di Bob prima di Rafelson (5 Pezzi facili)
    • è stato scritto Wexter invece di Wexler
    • il nome di Ashby è Hal e non Al,quindi H. e non A.
    • Morrissey doveva essere scritto con doppia rr

    domenica 21 febbraio 2016

    Security check in aeroporto ... che strazio!

    Que maravilha! 
    Questo è stato invece il commento dell'addetta alla sicurezza dell'aeroporto di Lisbona dopo che in pochissimi secondi avevo estratto portatile e tablet, in un attimo erano già sistemati in un contenitore (obbligatorio tenerli separati e fuori dal bagaglio a mano) e borsa in un altro. In effetti, prima di esternare la sua incredulità e ammirazione, mi ha chiesto se avessi indosso cellulare, monete ecc. e dopo che l'ho rassicurata e ho superato "indenne" il metal detector abbiamo commentato rapidamente quanto la lentezza del procedere della fila e le lungaggini dipendano più dalla disattenzione e incapacità di una buona percentuale di passeggeri più che dai controllori. E i rallentamenti talvolta continuano anche dopo nel caso vengano aperti ii bagagli.

    Uomini che arrivano al passaggio attraverso il metal detector ancora indossando giacca e/o cappotto, orologi metallici al polso, cinture con fibbie metalliche, telefonini, monete, fermacravatte e chi più ne ha più ne metta.
    Donne che si ostinano a viaggiare con stivali (che anche all’interno di Scenghen si dovranno obbligatoriamente sfilare mentre con scarpe basse o sandali passerebbero velocemente) e, come appena detto per gli uomini, aspettano di arrivare davanti al metal detector o addirittura tentare di passarlo con indosso collane, braccialetti, orecchini (tutti metallici), borse, borsette, sciarpe, foulard e scialli. 
       
    A sinistra vignetta che sottolinea come ormai nei vari screening non sfugga più niente tant'è che alla signora a sinistra viene annunciata la sua gravidanza mentre al signore a destra viene suggerito di farsi controllare la prostata visto che è ingrossata. Per non parlare dei famosi liquidi (vignetta a destra).
    Tornando da Lisbona la settimana scorsa, la coppia davanti a me ha riempito ben 5 contenitori aiutati dall'addetta alla sicurezza. Più volte hanno tentato di passare ma il metal detector suonava, tornavano indietro e si liberavano di qualche altra cosa, ma avevano sempre qualcos’altro indosso.
    Come è possibile che gente che non sembra assolutamente alla prima esperienza o volo continui a comportarsi così? 
    Una volta lessi un simpatico articolo con suggerimenti per scegliere la fila più veloce che non sempre è quella più corta. Evitare appunto donne con stivali (se li dovranno sfilare) persone con cappotti e giacconi (che si toglieranno e piegheranno), troppi ammennicoli, braccialetti, collane, sciarpe, cappelli, borse e borsette. Notate piuttosto quelli che prima che giunga il loro turno si sono già sfilati ciò che si devono sfilare, hanno riposto le monete e cellulare nella borsa, si sono tolti la cintura e ... non indossano stivali!

    Buon viaggio! 

    giovedì 18 febbraio 2016

    Cozido, aggettivo e sostantivo in piatti tradizionali portoghesi

    Cozido (bollito, lesso) è un termine che si legge spesso nei menù portoghesi, ma è importante sapere cosa sottintende oltre al chiaro significato generale.
    Vado a presentarvi due ricette cardine della cucina portoghese, piatti serviti in tutto il Portogallo anche nei giorni di festa, ricchissimi (in termini di qualità e quantità) e tuttavia per niente elaborati e (almeno una volta) poverissimi in quanto al costo degli ingredienti: bacalhau cozido e cozido à portuguesa.

    Cominciamo con il baccalà. Non viene mai servito solo, talvolta viene specificato qualche ingrediente principale che lo accompagna (batatas = patate o grão = ceci) altre non viene menzionato niente e ciò induce a pensare che sia “com todo” (con tutto). Cosa bisogna aspettarsi da questo “tutto”? Ve lo dico subito: patate, ceci, una verdura (di solito cavolo portoghese, broccoli o fagiolini), uovo sodo, carote. Tutto ciò viene bollito e poi condito a proprio gusto al momento di impiattare con cipolle tritate (che vanno sui ceci e sul baccalà), aglio, olive, prezzemolo, peperoncino o pepe, sale e olio di oliva.
       
    Questa ricetta semplicissima la trovate in qualunque periodo dell’anno, ma sappiate che in Portogallo è il piatto tradizionale di Natale (ve lo posso garantire per esperienza personale avendo partecipato due volte a tali pranzi, ospite di una famiglia portoghese ... e numerosa).
    Al contrario del bacalhao appena descritto il nome del piatto era relativamente chiaro, il cozido à portuguesa. resta molto più misterioso in quanto non c'è alcuna indicazione in merito a quale possa essere l'alimento bollito. Non lo troverete mai scritto in chiaro, ma è molto opportuno sapere in anticipo cosa vi sarà servito ...
    ATTENZIONE! I frequentatori abituali di fast food, ristoranti 8 stelle, 9 cappelli e 12 forchette, così come gli amanti di cibi precotti e/o surgelati probabilmente non sono interessati al seguito di questo post. 
    Il cozido à portuguesa è un piatto ultratradizionale che si serve in tutto il Portogallo con minime varianti che derivano dall'uso di verdure locali o di stagione. Come il precedente è ricchissimo (in termini di varietà e quantità) e tuttavia poverissimo per il costo degli ingredienti che sono i seguenti: pollo, carne vaccina e di maiale con costina, muso, piede, trippa, lardo con cotenna, pancetta, vari tipi di insaccati (almeno due differenti chourizo e morcela),   tutti bolliti,  accompagnati da verza, cavolo portoghese, carote, rape, patate, riso e due tipi di fagioli! Guardare per credere!!!
       
    Queste due foto le ho scaricate da internet, mentre le sottostanti quattro sono la documentazione di come sia nella realtà (almeno è un esempio) un cozido à portuguesa servito in un piccolo ristorante tipico di Alfama (Lisbona). 
    La settimana scorsa, andando in giro per l’ennesima volta nella zona ribeirinha di Lisbona, notai che uno dei tre "pratos do dia" del Tunel de Alfama era il cozido à portuguesa e decisi che non me lo potevo perdere. Proseguii quindi nel mio giro mattutino al limite della Mouraria, in alto fino al Miradouro de Santa Luzia e a est fin poco oltre Santa Apolonia e feci in modo di ritornare lì poco dopo le 13. 
       

       
    Nella sequenza, aperta dalla foto con la sopa che stavo finendo di sorbire ed con il cozido appena arrivato in tavola, potete notare che dopo aver riempito due volte il piatto c’era ancora altro nel vassoio. Nell’ultima foto il mezzo litro di vino stava per finire e ciò che avevo lasciato erano solo due pezzi di patata (la mangio ma non la amo) e le ossa ...
    Oltre a ciò, come mia abitudine, ho anche rinunciato alla sobremesa (dessert) e in attesa del caffè finale ho scambiato ancora una volta quattro chiacchiere con Abel (il gestore) mentre la cuoca Irene portava al loro tavolo due piatti di cozido à portuguesa ... e se l’hanno scelto anche loro è proprio un ottimo segno! 
    Menu abbondantissimo (come si può notare dalle foto) e ottimo (privilegio riservato solo ai clienti), ovviamente non per vegetariani i quali (con tutto il rispetto per loro scelte) non sanno cosa si perdono! 
    Ma la cosa più incredibile è che sopa, cozido, sobremesa, ½ litro di vino e caffè sono tutti inclusi nel menu a prezzo fisso di 6,50 euro!!!

    mercoledì 17 febbraio 2016

    Acculturarsi con il cinema: indios, canyon e maratone

    Uno dei tanti piaceri e vantaggi di guardare un film, anche nel caso non sia un capolavoro, è quello di venire a conoscenza di luoghi, tradizioni, cibi, popolazioni, avvenimenti storici, problemi sociali e via discorrendo fino a quel momento completamente sconosciuti.
    Dal mio punto di vista di infaticabile viaggiatore ed escursionista sono manna dal cielo i film girati per lo più in esterni in paesi lontani e casomai in regioni sperdute come di recente il deserto della Namibia di Mad Max o la Terra del fuoco e le praterie del nordamerica in The Revenant. Paesaggi che non sono cambiati più di tanto nel corso degli anni e quindi poco conta il fatto che il film sia ambientato un paio di secoli fa o nel futuro. Spesso sono un irresistibile richiamo!
       
    All’estremo opposto ci sono pellicole di interesse storico o antropologico che trattano (più o meno bene e con maggiore o minore accuratezza) di avvenimenti del passato, etnie a rischio di estinzione (se non già scomparse del tutto) e per le storie contemporanee scene di vita quotidiana. A mo’ di esempio ne cito giusto qualcuna fra quelle che ho visto quest’anno e non sono filmaccifilmetti:
    • La storia del cammello che piange (fra i pastori nomadi del deserto del Gobi, Mongolia) Oscar nom.
    • Himalaya - L'infanzia di un capo (carovane di yak fra le vette del Nepal) Oscar nom.
    • La Trilogia di Apu (come altri film indiani dell’epoca, seppur non di questo livello, raccontano e mostrano molto di più dei moderni documentari)  Oscar ad Honorem nel 1992 al regista Satyajit Ray
    • Raices (episodi di vita di indios messicani) premio FIPRESCI e nom. per la Palma d’Oro a Cannes
    • Sanshu Dayu (ambientato nel Giappone medievale) Leone d’argento, nom. per il Leone d’Oro a Venezia (quando contava veramente)
    Potrei continuare ancora rimanendo nell’ambito dei film di alta qualità (Redes, Largo viaje, ...) ma, come dicevo, talvolta anche un B-movie ci può aprire gli occhi su realtà, luoghi o popoli particolari. 
    Il titolo del post si riferisce tuttavia a Tarahumara - Cada Vez Más Lejosun altro ottimo film, (premio FIPRESCI a Cannes, nom. per la Palma d’Oro e ai Golden Globe) guardando il quale ho appreso varie cose nuove in merito a questa etnia indigena messicana della quale già conoscevo l'esistenza.
    Sapevo della loro esistenza, ma non avevo mai approfondito il tema prima di guardare questo film.
    La storia riguarda un gruppo di Rarámuri (Tarahumara), letteralmente "piedi leggeri”, i più resistenti corridori del mondo, che tuttora vivono spesso in grotte nei canyon della Sierra Madre nel nord del Messico. Questi indios (indigenas) non sono veloci, ma corrono distanze inimmaginabili; per loro una maratona è una semplice passeggiata. Per fornire un’idea della loro resistenza sappiate che i cacciatori per catturare un cervo lo inseguono all’infinito, senza colpirlo, finché l’animale non si accascia al suolo spossato. 
    Nel film il protagonista “bianco” (ma indigenista, schierato dalla parte dei Rarámuri) spara ad un cervo, mancandolo, e il suo interlocutore gli spiega questa loro tecnica, che ho poi verificato in rete.
       
    Ormai sono anni che, oltre agli antropologi, anche la comunità scientifica si sta interessando a loro, alla loro dieta, al loro modo di correre a piedi scalzi o con semplici huaraches (sandali che assemblano da soli utilizzando copertoni di pneumatici come suola e lacci di cuoi per fissarli ai piedi). Che corrano o meno, in qualunque stagione, gli uomini indossano un tradizionale e distintivo poncho colorato e una specie di gonnellino bianco e le donne ampi vestiti altrettanto colorati.

    Una ventina di anni fa un gruppo di Rarámuri fu invitato e convinto a partecipare ad alcune competizioni negli Stati Uniti, in particolare iniziarono con una gara di 100 miglia (circa 160km) in Colorado. In apparente scioltezza uno di loro (55enne, non un giovanotto) giunse primo e un altro secondo, staccando tutti i superatleti professionisti. L’anno successivo fecero partecipare dei giovani e uno di essi vinse la gara e abbassò il record precedente di quasi mezz’ora.
    Ovviamente gli ultramaratoneti, a part,ire dai vicini statunitensi si sono interessati a loro ed hanno organizzato gare come quella famosa del Caballo Blanco proprio fra i loro profondissimi canyon, molto più del famoso Grand Canyon.
    Trailer del documentario Maria Juliana 
    Ci sono molti video disponibili online, da quelli di atleti professionisti o amatoriali a documentari con base strettamente scientifica o sportiva. In molti di essi è possibile notare che talvolta i partecipanti con i piedi o con un bastone lanciano in avanti una “palla”, in effetti una sfera di legno. 
    Si tratta del gioco nazionale dei Tarahumara: il rarajipari. Si affrontano due squadre di 4 o più che hanno come obbiettivo di raggiungere la meta (spesso a 50-60km di distanza) calciano a turno la loro palla.
    Sembra l’estremizzazione del gioco che quasi ognuno di noi talvolta ha fatto camminando e calciando una pietra, una castagna, un tappo o un qualunque altro oggetto trovato lungo il cammino.