giovedì 19 agosto 2021

Micro-recensioni 211-215: ottimi docufilm di musica etnica

Avevo cominciato con Buena Vista Social Club che però, di nuovo, non mi ha del tutto convinto e quindi ho proseguito con Cuba feliz, molto più semplice e spontaneo, poche chiacchiere (non c’è commento), più musica (mai in palcoscenico) e vera vita quotidiana cubana. Volendo completare una cinquina di world music, ho recuperato Latcho drom, altro documentario non commentato, solo immagini e musica che ricalcano l’itinerario secolare dei rom dall’India alla Spagna, e Iag Bari, affascinante e coinvolgente mediometraggio dalla creazione della brass band balcanica Fanfare Ciocarlia fino ai loro primi successi internazionali. Ho completato con un video riassuntivo del Encuentro Internacional del Mariachi y la Charrería di Guadalajara (2003), il più grande raduno di mariachi al mondo. Trovate quasi tutto in HD su YouTube.

 

Latcho drom
(Tony Gatlif, 1993, Fra)

Questo film non ha praticamente dialogo, le poche parole che vengono scambiate spesso non sono neanche tradotte nei sottotitoli che invece includono i testi significativi come che si riferiscono alle persecuzioni subite da parte dei nazisti e poi di Ceausescu, all’ingiustificato disprezzo di tanta gente, agli sloggiamenti. Inizia in un deserto del Rajasthan (India) e finisce in Spagna, passando per Egitto, Turchia, Romania, Ungheria, Slovacchia e Francia. Tutti i partecipanti, suonatori, cantanti, ballerini e astanti sono effettivamente di etnia rom. Nelle varie tappe è evidente il cambiamento culturale che si riflette su ritmi e strumenti, ma risulta altrettanto palese lo spirito di comunità, l’attaccamento alle tradizioni e l’importanza della musica come elemento aggregante, soprattutto in chiave festiva. Degli interpreti spesso viene citata solo La Kaita (nota cantaora gitana), ma partecipano tanti altri gruppi che, almeno all’epoca, si esibivano regolarmente. Fra questi i più noti erano i Taraf de Haidouks, che potrete apprezzare in questo video con tanti eccellenti violinisti accompagnati da altri strumenti tradizionali fra i quali vari cimbalom. Se Fanfare Ciocarlia è la più veloce brass band balcanica, questi certamente sono i violinisti altrettanto rapidi ... e nessuno ha mai frequentato alcun conservatorio.

Brass on Fire (Ralf Marschalleck, 1993, Ger) tit. or. Iag Bari

I 12 componenti della Fanfare Ciocarlia si definiscono la più veloce brass band balcanica, e probabilmente hanno ragione. Ci sono solo un paio di percussionisti mentre tutti gli altri suonano (magistralmente) clarinetti, sassofoni, trombe, bassotuba, corni. Nel filmato di circa un’ora viene riassunta la loro storia, da quando furono scoperti dal tecnico del suono Henry Ernst nel villaggio di of Zece Prajini (Moldavia, Romania) mentre era alla ricerca di musica rom originale. Ognuno dei componenti ha appreso a suonare nell’ambito della famiglia; localmente erano già molto apprezzati e per questo sempre ingaggiati per matrimoni e feste in genere in tutta la regione. In questo breve e a tratti ironico documentario, si va dalla riunione del gruppo al recupero di strumenti molto malandati, da esibizioni locali fino a scene dei successivi concerti in Germania, Italia e perfino in Giappone. Per un certo tempo sono rimasti assolutamente “naturali”, basti vedere come andavano in giro, e perfino sul palco si presentavano con i loro abiti di uso quotidiano, senza aggiunte e fronzoli. Altro elemento da sottolineare è l’allegria con la quale si esibiscono, concedendo poco o niente allo spettacolo, alla moda e al sensazionalismo. 

Per saperne di più consiglio di leggere questa dettagliata scheda informativa (in inglese) e guardando il video in alto (non un vero trailer, ma un mix di scene) ci si può fare un'idea della folle e contagiosa allegria del gruppo.

  
Cuba feliz (Karim Dridi, 2000, Fra)

El Gallo (all’anagrafe Miguel Del Morales) è un cantautore e chitarrista itinerante cubano, 76 anni all’epoca di questo documentario, conosciuto anche come “memoria vivente del bolero cubano”. Il regista francese Karim Dridi lo segue con la sua piccola videocamera da La Habana a Trinidad, da Guantanamo a Santiago de Cuba e di nuovo a La Habana nei suoi incontri con vecchi amici, giovani rapper, colleghi e ammiratori, mentre canta per strada, in case private o anche nel treno. Sia ben chiaro, tecnicamente non è comparabile con il più conosciuto e professionale Buena Vista Social Club di Wim Wenders (1999), ma i suoi meriti consistono proprio nella maggiore spontaneità ed è un documentario per modo di dire in quanto non c’è alcun commento aggiunto. Per darvene un’idea, vi propongo un clip con una particolare interpretazione della famosa Lagrimas negras, intervallata da strofe estemporanee e duetti scherzosi fra Zaida Reyte sull’uscio di casa e i quattro musicisti in strada (El Gallo è il chitarrista con il cappello e gli occhiali scuri). Nomination a Cannes 2000. Da non perdere. 

Buena Vista Social Club (Wim Wenders, 1999, Ger)

Un po’ documentario su Cuba, un po’ riprese da concerti, un po’ brevi biografie dei grandi musicisti (Compay SegundoIbrahim FerrerRubén González, ecc.) che si esibiscono nel film. Nel complesso molto gradevole, ma quasi nessuno rimane del tutto soddisfatto. Al di là della bravura degli artisti e della piacevolezza della loro musica, Wenders non riesce a fornire un prodotto uniforme e bilanciato. Ry Cooder, certamente ottimo chitarrista e coordinatore del progetto (i cinefili di certo lo ricordano per il tema di Paris, Texas) insieme con suo figlio Joachim è troppo presente, quasi invadente. Anche in vari pezzi dal vivo il suo intervento musicale sembra a dir poco fuori luogo, stonato. Ho riscontrato un’altra piccola pecca: in molti casi la musica è preponderante rispetto alle voci e non sempre si riesce ad ascoltare il testo. Tuttavia i simpatici terribili vecchietti coinvolgono talmente lo spettatore/ascoltatore sia con i loro ricordi che con le loro performance che tutto viene perdonato a Wenders, a Cooder e al tecnico del suono.  Nomination Oscar miglior documentario.

Mariachi, the spirit of Mexico (2003) Placido Domingo

Ogni anno, per 10 giorni, centinaia di mariachi si ritrovano a Guadalajara (Jalisco, Messico) per celebrare la loro musica, nata proprio in quella regione. Ai gruppi messicani se ne uniscono altri dell’America Latina e, sorprendentemente anche di altre parti del mondo (nel filmato c’è una band croata!). Consta soprattutto di semplici esibizioni riprese dal vivo, ciascuna introdotta da un commento di Placido Domingo il quale, alla fine della manifestazione, cantò Paloma Querida (famosissimo pezzo di José Alfredo Jimenez) accompagnato da tutti i gruppi che riempivano il Teatro Degollado, suonando sia sul palco che nella platea. Oltre alle riprese in teatro, vengono mostrate anche esibizioni itineranti per strade e piazze non solo della capitale dello stato ma anche delle cittadine di Tequila e Cocula, culla dei mariachi, nonché sulle rive del lago Chapala. Oltre a quelli più famosi (Mariachi Vargas e Mariachi America) partecipano anche gruppi storici come quello multietnico cubano Real Jalisco e Los Camperos de Nati Cano di Los Angeles (California, USA). Per la XXVIII edizione, che avrà inizio venerdì prossimo, è prevista anche la partecipazione di un gruppo canadese e uno svedese!

lunedì 16 agosto 2021

Micro-recensioni 206-210: crime/mistery/fantasy spagnoli notevoli

Un buon mix, con un paio di crime ispirati a fatti reali (ma uno drammatico e l'altro adattato a commedia), un paio di fantasy di gran qualità e un film crime/sci-fi da metabolizzare con attenzione per cercare di venirne a capo ...

 

El extraño viaje
(Fernando Fernan Gomez, 1964, Spa)

Si sarebbe dovuto chiamare El crimen de Mazarrón essendo vagamente ispirato ad un fatto di cronaca nera, a tutt’oggi irrisolto. Su una spiaggia vicina alla cittadina in questione, nel gennaio 1956, un pescatore trovò due cadaveri e tre coppe di champagne (o forse cava), due delle quali erano state avvelenate. Non avendoci messo mano Rafael Azcona (strano) l’idea per questo film venne al suo grande amico Luis Berlanga, regista e sceneggiatore di tanti film che si trovano sempre citati fra i migliori spagnoli in assoluto e del periodo franchista in particolare. E anche in questo caso nella ben articolata storia inserì tanti personaggi e particolari “contrari alla morale del regime” tanto che appena uscito fu ufficialmente censurato e rimase nei magazzini dei produttori per 6 anni prima di tornare con gran successo nelle sale e diventare il cult che è adesso. Per evitare spoiler, dico solo che la caratterizzazione dei personaggi del piccolo paesino spagnolo è perfetta per una comedia negra (e critica di costume) spaziando dai giovani che seguono le nuove mode (con gran disapprovazione delle più anziane e interesse degli anziani) ai ricchi e avidi del paese che fanno vita riservata spiando ed essendo spiati, dai pettegolezzi da bar a quelli bigotti da chiesa, ma probabilmente ciò che portò alla censura fu l’uomo che indossa abiti femminili, apparendo anche con solo indumenti intimi. La storia è piena di sorprese e passa da un quasi mistery iniziale ad un chiaro thriller finale. Da non perdere, ma dovrete guardare la versione originale; infatti, il film non è mai arrivato in Italia ma d’altro canto potrete apprezzare al meglio le interpretazioni degli ottimi caratteristi protagonisti del film.

El orfanato (J.A. Bayona, 2007, Spa/Mex)

Nonostante la garanzia di Guilermo del Toro che ha prodotto questo esordio alla regia e nonostante il successo ottenuto, a tutt’oggi Bayona ha diretto solo 4 film; dopo questo iniziale e di pari livello Lo imposible (2012, ambientato nei giorni dello tsunami in Thailandia) e A Monster Calls (2016, fantasy concettualmente simile a Il labirinto del fauno), per concludere con il deludente Jurassic World: Fallen Kingdom (2018). I primi tre furono pluripremiati e hanno rating medi di 7,5 (IMDb) e 85% (RT). Tornando a El orfanato c’è da dire che qualcuno lo classifica come horror ma in realtà è tutt’altro, posizionandosi fra un mystery e un thriller, senza vere scene horror. Ben interpretato e con un’ottima ambientazione in un enorme ex-orfanatrofio immerso in un parco, richiama nel complesso The others (2001, Amenábar), ma ci sono anche vere e proprie citazioni di The shining (1980, Kubrick). A chi piace questo genere di storie ambientate in grandi edifici isolati con una propria storia ma al momento abitati solo da poche persone con qualcuno che confonde realtà, ricordi e visioni, suggerisco di guardare i tre film in relativamente rapida successione e paragonare gli stili di Bayona, Amenábar e del maestro Kubrick nel rappresentare corridoi e stanze vuote (o quasi) con il sottofondo di sinistri scricchiolii o nell’assoluto silenzio, nell’interrompere l’apparente calma con improvvise apparizioni, far vedere per pochissimi fotogrammi dettagli importanti nel contesto della storia, creare una vera suspense senza aver bisogno di urla, cadaveri, sangue e mostri pur parlando di morte. Da non perdere.

  

Los cronocrímenes
(Nacho Vigalondo, 2007, Spa)

Dovuta, prevista e gratificante visione di questo film che già mi aveva piacevolmente sorpreso, dopo esserci arrivato leggendo molti commenti positivi e trovandolo spesso nelle liste migliori film. Difficile porlo in una categoria specifica, certamente mistery, thriller e sci-fi, alcuni hanno aggiunto horror (ma non sono assolutamente d’accordo), altri dramma psicologico. In estrema sintesi, si tratta di un brevissimo e casuale viaggio nel tempo di un tranquillo professionista che (ahilui) si trova ad essere inseguito da uno strano individuo con la testa completamente fasciata nel bosco vicino casa sua. Si troverà ad affrontare situazioni assolutamente imprevedibili prima e perfettamente conosciute poi, avendo a che fare con personaggi praticamente irreali e dovrà fare i conti anche con sé stesso. Sceneggiatura a dir poco geniale scritta dallo stesso Vigalondo (qui anche attore, interpreta il giovane scienziato/ricercatore) già candidato Oscar 2005 per il suo corto 7:35 de la mañana. Mi ero ripromesso di guardarlo di nuovo per raccapezzarmi (meglio della prima volta) fra tutti i salti temporali in avanti, all’indietro e ... laterali. Penso che siano in pochi quelli che alla fine del film possano essere certi dell’identità del sopravvissuto e che quindi sia necessario guardare il film - con attenzione - almeno un paio di volte prima di trovare il bandolo della matassa ed interpretare il finale. Nonostante non sia un appassionato di questo genere, consiglio senz’altro la visione di Los cronocrímenes.

El laberinto del fauno (Guillermo Del Toro, 2006, Spa/Mex)

Si tratta del film con il quale Guillermo Del Toro si affermò definitivamente a livello internazionale, ottenendo 3 Oscar (fotografia, scenografia e makeup) e 3 Nomination (miglior film straniero, sceneggiatura e commento musicale); attualmente si trova al 146° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi. Ne fu anche unico sceneggiatore e produttore per poi passare subito dopo a produrre El orfanato del quale ho già scritto in questo post e che, in verità, preferisco a questo per la semplice ragione che è più compatto e focalizzato su una trama più lineare. Al contrario, El laberinto del fauno viaggia un doppio binario mescolando il dramma della guerra civile con il sadico capitano Vidal (Sergi López), che persegue gli ultimi partigiani repubblicani, alla parte fantasy che vede protagonista sua figliastra Ofelia (Ivana Baquero) con i suoi incontri con il Fauno. Seppur ben bilanciato e altrettanto ben realizzato, in fin dei conti i due argomenti di interesse non riescono a fondersi e quindi la narrazione non risulta fluida. Comunque da non perdere per gli amanti dei fantasy, me per l’argomento guerra civile spagnola e ascesa al potere di Franco è stato prodotto di meglio in quanto a contenuti.

El 7° dia (Carlos Saura, 2004, Spa)

Come El extraño viaje, questo misconosciuto film di Saura, uno dei suoi pochi di questo secolo a soggetto non musicale, è tratto da un fatto di cronaca nera dell’agosto 1990 che fece molto scalpore e tuttora viene ricordato come “il massacro di Puerto Hurraco”. Interessante descrizione della vita di un piccolo centro rurale dell’Estramadura, fra le tradizioni mantenute dagli anziani e la modernità dei giovani del postfranchismo. Fra salti temporali e qualche flashback copre una trentina di anni di storia della faida fra due famiglie, segnata da vari assassinii fino alla strage finale. Bella la fotografia e la ricostruzione degli ambienti (molti probabilmente quasi originali), avvincente e pertinente la colonna sonora (Saura non poteva deluderci) con i protagonisti che spesso canticchiano coplas famose ascoltando la radio; buone le interpretazioni. Consigliato.

sabato 14 agosto 2021

Micro-recensioni 201-205: i primi 10 film di Peckinpah (6-10)

Dopo la digressione nel genere commedia (seppur western) in questa seconda cinquina Peckinpah affronta temi, epoche (dal 1881 all’epoca contemporanea) e ambientazioni molto diverse, non solo USA e non solo west, ma anche Messico e UK. Fra essi ce n’è addirittura uno nel quale la violenza si limita a qualche pugno e una rissa da bar e c’è anche il mio preferito, e da questo comincio.

Bring Me the Head of Alfredo Garcia (Sam Peckinpah, 1974, USA) aka Voglio la testa di Garcia

Nei primi minuti sembra un western ambientato in una hacienda messicana a cavallo del secolo, ma improvvisamente si scopre che è tutt’altra cosa e diventa un road movie tendente alla commedia grottesca, con tanti personaggi e ancor più sparatorie. “Volere la testa di qualcuno” è una espressione utilizzata di solito in senso figurato, ma in questo caso c'è un jefe (Fernández) che la vuole fisicamente come prova dell’eliminazione definitiva del giovane Alfredo e quindi il discorso è ben diverso. Ma è solo il titolo italiano a creare l'equivoco, in inglese è molto più chiaro e significativo traducendosi letteralmente come "Portatemi la testa di Alfredo Garcìa", e detta testa farà un lungo e travagliato viaggio per strade polverose e desolate, in pueblos con fiestas e funerali, fra furti, agguati, inseguimenti e sparatorie.

Il protagonista di questa storia originale è il pianista Bennie, interpretato da Warren Oates, un fedelissimo di Peckinpah che compare di solito in ruoli marginali, ma qui promosso a primo attore. Il cast misto hollywoodiano/messicano è molto ricco e fra quelli che hanno brevi ma sostanziali parti, ci sono anche guest stars come Kris Kristofferson (l’anno prima protagonista con James Coburn di Pat Garret & Billy The Kid dello stesso Peckinpah, le star TV Robert Webber e Gig Young (Oscar per Non si uccidono così anche i cavalli?, 1969) e, fra i messicani, il fedelissimo Emilio Indio Fernandéz (stimatissimo regista, qui attore) e la sex symbol dell’epoca Isela Vega oltre a tanti extra e comparse con un’infinità di bambini messicani.

Non meraviglia il fatto che, pur essendo stato un quasi fiasco al botteghino e anche poco apprezzato dalla critica all'uscita, sia poi diventato un cult, definito l'ultimo vero film di Peckinpah il quale dichiarò che questo fu l'unico suo film uscito come lui lo aveva immaginato, quindi un director’s cut senza interventi della produzione. Né meraviglia leggere che, per caratteristiche e contenuti, Bring me the Head of Alfredo Garcia sia fra i film preferiti in assoluto di registi come Tarantino, Lynch e Takeshi Kitano. Da non perdere.

 

Straw Dogs (Sam Peckinpah, 1974, USA) aka Cane di paglia

Film di tema veramente diverso ed ambientato in epoca contemporanea in un paesino sulla costa meridionale dell’Inghilterra, facendone un quadro per nulla lusinghiero. L’apparente tranquillità dell’area rurale e del villaggio nel quale tutti si conoscono, viene presto turbata dall’arrivo di un matematico americano con la giovane e provocante (in entrambe i sensi) moglie, già residente nel paese. Segue un crescendo di tensione e violenza, con minacce, stupri, omicidi e tentativi di linciaggio. Film che fu molto criticato per tanta violenza, anche perché sembrava più realistica, al contrario delle sparatorie esagerate dei western precedenti. Inusuale il cast con Dustin Hoffman protagonista e il resto inglese; Nomination Oscar per il commento sonoro.

Junior Bonner (Sam Peckinpah, 1972, USA) aka L’ultimo buscadero

Si rimane nel west e fra gli ultimi cowboy moderni, ma stavolta si tratta di quelli che partecipano ai grandi rodei. Alla resa dei conti, i tantissimi dettagli, primi piani, il solito rapido montaggio al quale si aggiungono le brevi scene ralenti, lo rendono più simili ad un buon documentario che a una fiction. Ace Bonner, il capofamiglia, sessantenne che ancora partecipa ai rodei, vuole emigrare in Australia, la moglie (separata) è scettica, il figlio Curly (ricco imprenditore) non lo aiuta, toccherà a Junior (Steve McQueen) tentare di procurargli la somma necessaria guadagnandosela in un rodeo. Unico dei 10 film presi in esame a non mostrare armi e non includere morti … in compenso ci sono una buona quantità di scazzottate.

 

Pat Garrett & Billy, the Kid (Sam Peckinpah, 1973, USA)

Mi sono sempre chiesto come e perché Kris Kristofferson sia giunto alla corte di Peckinpah. Non riesce ad andare oltre il suo sorrisetto insulso stampato sulla faccia, qualunque sia la situazione. Oltretutto, in questo film è inevitabile (e impietoso) il confronto non solo con star di Hollywood come James Coburn e Jason Robards, ma anche con tanti altri usuali co-protagonisti utilizzati da Peckinpah. Un altro che non fa una gran figura è Bob Dylan, il quale ebbe una piccola parte nel film ma è ricordato e apprezzato per la colonna sonora, il motivo portante è il famoso pezzo Knockin' On Heaven's Door. Western più o meno classico, anche questo sostanzialmente road movie, che si lascia guardare ma certamente non entusiasma.

The Getaway (Sam Peckinpah, 1972, USA)

Nello stesso anno Steve McQueen fu interprete dei suoi due film diretti da Peckinpah, ma con personaggi quasi del tutto opposti; dopo il cowboy sognatore con problemi famigliari diventa un rapinatore suo malgrado in fuga dai suoi associati. La sceneggiatura si rivela un po’ debole poiché non sarebbe pensabile che uno che passa per essere un professionista del crimine commetta una serie di imperdonabili errori. In quanto a insensatezze è ben coadiuvato da Ali MacGraw (la protagonista di Love Story, 1970, Arthur Hiller), abbastanza incapace sia come compagna che come attrice che infatti conta solo 10 film in carriera fra i quali anche un altro con PeckinpahConvoy, con Kris Kristofferson (altro attore scadente). Il film si riduce ad un rocambolesco lungo inseguimento della coppia in fuga, portato avanti da vari gruppi di malviventi. Finale relativamente originale, ma anch’esso poco plausibile.

mercoledì 11 agosto 2021

Micro-recensioni 196-200: i primi 10 film di Peckinpah (1-5)

Questo ribelle, anomalo regista, proprio a causa del suo carattere, ha diretto solo 14 film, ma gli ultimi 4 sono veramente trascurabili. Fra i primi 10 ci sono invece tutti i migliori, fra i quali vari cult della New Hollywood, a cominciare da The Wild Bunch. Lo si potrebbe quasi definire un Tarantino ante litteram, con tanta violenza e spargimento di sangue nella maggior parte dei suoi film, ma molti annoverano fra i suoi seguaci anche Martin Scorsese e John Woo. I protagonisti sono spesso personaggi particolari avanti con l’età che continuano a credere in certi valori e non si adeguano ai tempi che cambiano. Dedito all’alcool e alle droghe fu capace di litigare con tutti i produttori, licenziato e poi ri-assunto più volte, veniva anche ai ferri corti con le star dei suoi cast ma in fin dei conti tutti lo apprezzavano tant’è che molti attori compaiono ripetutamente nei suoi film: Jason Robards, James Coburn, Emilio Fernández, Warren Oates, Kris Kristofferson, Ben Johnson, David Warner, Slim Pickens, L.Q. Jones and R.G. Armstrong e anche Steve McQueen protagonista di Junior Bonner e The Getaway. Una delle sue frasi preferite (relativamente scherzosa) era: “Quando sono sobrio non riesco a dirigere". Di questo gruppo si può rinunciare solo al suo film d’esordio nel quale, tuttavia, si ritrovano molti degli elementi che ricorreranno nei successivi … una specie di prova generale quando era ancora pressoché sconosciuto. Anche se in alcuni punti l’analisi mi sembra un po’ forzata, in questa recensione di The Deadly Companions vengono evidenziati molti di tali aspetti. Stavolta le microrecensioni sono in ordine cronologico.

  
The Deadly Companions (Sam Peckinpah, 1961, USA) aka La morte cavalca a Rio Bravo 

Al termine della Guerra di secessione americana, durante un assalto ad una banca, un bambino viene accidentalmente ucciso. Uno dei rapinatori si offre volontario per scortare la madre a seppellirlo vicino al marito, in un altro paesino del west, ma il territorio è infestato da banditi e indiani. Il viaggio non sarà per niente facile ...

Ride the High Country (Sam Peckinpah, 1962, USA) aka Sfida nell'Alta Sierra

Questo è il film con il quale Peckinpah si fece notare ed anche questo è una specie di road movie, ma con molti più personaggi del precedente. I protagonisti (pistoleri non più giovanissimi) si conoscono da tempo, ma durante il viaggio fino al campo dei cercatori d'oro, nel breve soggiorno e durante il ritorno si scopriranno i loro veri caratteri.

Major Dundee (Sam Peckinpah, 1965, USA) aka Sierra Charriba

Alla fine della guerra di secessione americana, un plotone di soldati nordisti, integrato da delinquenti e sudisti cooptati, ha il compito di sterminare una banda di Apache che semina terrore e morte, guidati dal capo Sierra Charriba (titolo italiano del film). Oltre a dover controllare i rancori personali per niente sopiti, i due ufficiali protagonisti (il maggiore nordista Dundee/Heston e il sudista "volontario" Tyreen/Harris) dovranno faticare non poco per mantenere la parola data e l'ordine e la disciplina nel gruppo che conta anche 8 volontari colored e, come se non bastasse, dovranno vedersela anche con le truppe francesi all'epoca di stanza in Messico. Cast di gran livello che oltre ai soliti ottimi caratteristi dell’entourage di Peckinpah (come Warren Oates, Ben Johnson, Emilio Fernández, ecc.) vede protagonisti Charlton Heston, Richard Harris e James Coburn.

 
The Wild Bunch (Sam Peckinpah, 1969, USA) aka Il mucchio selvaggio

Come anticipato, questo è il più famoso di Peckinpah ed è ambientato al confine fra USA e Messico nel 1913, in piena rivoluzione messicana con gli scontri fra le truppe di Huerta e quelle di Pancho Villa. Quarto film e quarto road movie western, in questo caso con fuggitivi ed inseguitori americani che però avranno a che fare con il Generale Mapache (interpretato dal famoso regista messicano Emilio “Indio” Fernández) e i suoi rivoluzionari. The Wild Bunch è anche noto dal punto di vista tecnico per le centinaia di brevissime scene (spesso pochi fotogrammi, montate quindi rapidamente) fra le quali ne sono inserite varie al ralenti che, nel complesso, rappresentano il massacro conclusivo, con grande spargimento di sangue. Nella sezione trivia (curiosità) si legge che i 137 minuti del film contengono ben 3.643 inquadrature, vale a dire una media di poco più di 2 secondi ciascuna. Considerando che non mancano scene lunghe, si capisce che molte inquadrature delle sparatorie durano meno di un secondo. Per tale violenza fu aspramente criticato da molti mentre altri lo osannavano come western revisionista che si contrapponeva ai classici dei decenni precedenti nei quali si sparavano sì e no un paio di colpi.

The Ballad of Cable Hogue (Sam Peckinpah, 1970, USA)

Subito dopo The Wild Bunch, ultimo di quattro film sempre più violenti, Peckinpah ne diresse uno inaspettato, quasi per sfida, una commedia western, oltretutto quasi romantica. Nei primi decenni del XX secolo il protagonista Cable mette su un punto di ristoro per diligenze visto che, in modo del tutto inatteso, ha scoperto l’unica sorgente d’acqua nel raggio di 20 miglia. La sua pacifica esistenza viene però turbata (piacevolmente e non) dagli incontri con un predicatore di dubbia morale, con una prostituta e con i suoi vecchi compari. 

domenica 8 agosto 2021

Micro-recensioni 191-195: l’Orson Welles che non ti aspetti …

… anche se dal suo genio ci si poteva aspettare di tutto. In questa cinquina ho raccolto il suo ultimo film (montato e completato postumo) e 2 documentari relativi alla sua realizzazione; gli altri due sono film francesi ai quali sono arrivato, come ai tre succitati, seguendo le tracce di cineasti. Infatti Chabrol e la Audran mi hanno portato al film di Welles nel quale compaiono come sé stessi, nonché alla commedia grottesca Coup de torchon (1981, Bertrand Tavernier) nella quale Stèphane Audran recita al fianco di Philippe Noiret e di Isabelle Huppert, e quest’ultima è la protagonista del celebrato La cérémonie diretto da Chabrol, pluripremiato a Venezia e Miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Non c’è da meravigliarsi se mi dilungherò parlando dei primi tre tutti insieme, lasciando minor spazio agli altri due.

  • The Other Side of the Wind (Orson Welles, 2018, USA/Fra)
  • They'll Love Me When I'm Dead (Morgan Neville, 2018, USA)
  • A Final Cut for Orson: 40 Years in the Making (Ryan Suffern, 2018, USA)

Li ho guardati cominciando dal film, ma agli interessati consiglio di cominciare invece dai due documentari, questi in qualunque ordine. Il film, come sottolineato più volte, è un film nel film e un documentario, con lo stesso titolo. Orson Welles aveva bene in mente cosa volesse realizzare (pur essendo la sceneggiatura in continua evoluzione) e riuscì facilmente a coinvolgere tanti amici nel suo progetto. L'idea di base consisteva nel seguire l'ultimo giorno di vita di un regista che presenta un primo parziale montaggio del suo nuovo film. I partecipanti all'evento sono ripresi da una quantità di reporter in continuo movimento e ovviamente in presa diretta. Il rapido successivo montaggio (che nel cinema è ciò che conta, secondo Welles) appare ancor più movimentato essendo una combinazione di riprese in vari formati: 35mm, 16mm e perfino Super8, a colori ed in b/n. Intercalati fra le discussioni, domande e battute si vedono spezzoni del nuovo film, privo di dialoghi, assoluta avant-garde, quasi sperimentale; nel documentario si sottolinea che, seppur messo in circolazione con oltre 40 anni di ritardo, il film è tutt’oggi all’avanguardia e di genere unico.

Fra i tanti cineasti astanti (alcuni dei quali interpretano sé stessi come Chabrol, Hopper, ...) ci sono vari personaggi fondamentali quali il regista Jake Hannaford (John Huston) e il giornalista Brooks Otterlake interpretato da Peter Bogdanovich. Quest'ultimo, in epoca non sospetta, fu ufficialmente incaricato da Welles di completare il film, "nel caso succedesse qualcosa" ... e così è stato. Ma le particolarità di The Other Side of the Wind non finiscono certo qui. La protagonista del film nel film è l'attrice, scrittrice e regista croata Oja Kodar, dallo sguardo conturbante, magnetico, compagna di Welles durante gli ultimi 25 anni di vita del regista, contemporaneamente alla moglie ufficiale, l’italiana Paola Mori. Oltre ad essere co-sceneggiatrice e attrice in The Other Side of the Wind, fu anche protagonista di altri film incompiuti di Welles come The Deep (1970) e Don Quixote (1972).

 
Le riprese furono effettuate fra il 1970 ed il 1976 in una villa nella Death Valley - poco distante da quella che esplode in Zabriskie Point (1970, Michelangelo Antonioni) - ma, ancor prima della morte di Welles, i negativi di oltre 100 ore di filmati furono bloccati e poi custoditi in un deposito in Francia per questioni di diritti. Infatti uno dei produttori ufficiali era il cognato dello Scià di Persia, deposto dagli Ayatollah nel 1979 con conseguente requisizione di beni e capitali, e quindi da lui non erano più arrivati i finanziamenti promessi. Un tribunale francese stabilì che il titolare del girato non fosse il regista, ma i produttori e quindi solo dopo molti anni si riuscì a sbloccare il contenzioso e trasferire finalmente i negativi (molti dei quali mai sviluppati) da Parigi in California.

Dei due documentari, quello di Suffern – un mediometraggio - è incentrato quasi esclusivamente sulla parte tecnica del recupero dei negativi, della loro scansione e montaggio, ottimizzazione sonoro, doppiaggio di alcuni audio mancanti. In quanto a ciò è incredibile come il figlio di John Huston (Danny, regista e attore) riesca a imitare alla perfezione la peculiare ed inconfondibile parlata di suo padre. Si evidenzia anche la varietà della colonna sonora che include pezzi rock, jazz e, nel finale, perfino una saeta flamenca (classico canto a cappella eseguito al passaggio delle processioni della Semana Santa in Andalusia, nel clip in basso  c'è proprio quella inserita nel film), nonché un commento musicale affidato al maestro francese Michel Legrand. L’altro documentario tratta invece più dei cineasti intervenuti e include tanti aneddoti relativi a Welles e ancor più brevissimi clip di suoi film.

Spero che quanto sommariamente descritto abbia suscitato l’interesse di qualcuno e questi troveranno un altro cumulo di interessanti e quasi incredibili particolari legati a questo film e a chi vi ha collaborato nell’arco di quasi 50 anni.

 
Coup de torchon (Bertrand Tavernier, 1981, Fra)

Commedia grottesca ambientata in Senegal a fine anni ’30, quando era ancora colonia francese. Storia quasi surreale eppure divertente e scorrevole, con personaggi indovinati e ben interpretati da un cast ben scelto.

La cérémonie (Claude Chabrol, 1995, Fra)

Questo invece è quasi in stile classico di Chabrol, dico quasi poiché l’ho trovato un poco esagerato sui presupposti e sulla serie di coincidenze che mettono in contatto una psicopatica ed una che si lascia facilmente influenzare. Conoscendo il regista ci si aspetta certamente l’omicidio ma la situazione ed il contorno sono poco credibili e nel pur originale finale il colpo di scena mi sembra tanto un cosiddetto goof madornale.

mercoledì 4 agosto 2021

Micro-recensioni 186-190: selezione Claude Chabrol (1968-1973)

Pur essendo fra i registi che diedero vita alla Nouvelle Vague, ebbe stile proprio e fu certamente meno sperimentale o all’avanguardia dei suoi ben più noti colleghi Godard e Truffaut. spesso critico nei confronti della borghesia evidenziando di tradimenti, ipocrisia, avidità, sesso e omicidi e, in quanto a questi ultimi, inserendo suspense e twist tanto da meritarsi il soprannome di Hitchcock francese. Ambientò molti suoi film in piccole cittadine di provincia (coinvolgendo a volte anche i loro abitanti) o anche in grandi case isolate, immerse nella natura, ben descrivendo il ritmo lento della vita in campagna ed in questo ricorda Eric Rohmer. Di questi 5 solo La Femme Infidele è accreditata di un 80% di rating positivi su RT, gli altri quattro sono al 100%, e solo in Que la bête meure non compare Stéphane Audran, sua musa interprete di ben 24 suoi film e anche moglie dal 1964 al 1980. Le sceneggiature di questa cinquina (tutte firmate da Chabrol) ruotano attorno a intense passioni e omicidi premeditati e quindi nei brevi commenti descriverò solo ambiente e protagonisti, evitando spoiler.

 

Le Boucher (Claude Chabrol, 1970, Fra)

Fu girato nella cittadina di Trémolat (Périgord, Francia) con coinvolgimento di numerosi abitanti, utilizzando scenari originali, tanto da giustificare la successiva organizzazione di un Festival Chabrol; a giugno scorso si è tenuta l’edizione del cinquantenario con l’intervento dei figli del regista. I primi 10 minuti (festa di matrimonio nel corso della quale i protagonisti fanno conoscenza) sono un piccolo capolavoro, ma anche molte scene con la scolaresca non sono da meno. I personaggi principali sono la direttrice della scuola (Audran) e un macellaio (Jean Yanne) tornato in paese per rilevare l’attività di famiglia dopo molti anni nell’esercito, solo dopo la morte del padre con il quale aveva un pessimo rapporto. Ben descritti i personaggi, anche con l’ausilio di arguti dialoghi.

Que la bête meure (Claude Chabrol, 1969, Fra)

In un paesino del Finistère (nordovest della Francia) un bambino, tornando dalla spiaggia, viene investito e ucciso da un pirata della strada. Il padre (Michel Duchaussoy) giura a sé stesso di trovare chi guidava la macchina e di ucciderlo. La ricerca e l’avvicinamento richiedono tempo e non mancano imprevisti, sorprese e colpi di scena … fino all’ultima scena.

  

Les Biches
(Claude Chabrol, 1968, Fra)

Ricca borghese bisessuale (Audran) incontra a Parigi una giovane artista di strada (Jacqueline Sassard) e la porta nella sua villa a Saint Tropez; fra le due si inserisce un architetto (Jean-Louis Trintignant) creando uno strano triangolo passionale che però non durerà a lungo. Audran Orso d’Argento migliore attrice a Berlino.

La Femme Infidele (Claude Chabrol, 1969, Fra)

Altro thriller psicologico (specialmente per il finale) nel quale un agiato professionista (Michel Bouquet) sospetta, a ragion veduta, che la moglie (Audran) lo tradisca. L’amante (Maurice Ronet) viene scovato facilmente e i due si incontrano per un sincero chiarimento, ma quali saranno gli sviluppi?

Les Noces Rouges (Claude Chabrol, 1973, Fra)

In questo caso i protagonisti maschili (Michel Piccoli e Claude Piéplu) si muovono in ambito politico, con relativi annessi e connessi. Il primo è amante appassionato (una relazione quasi morbosa basata su un’attrazione irrefrenabile) della moglie dell’altro (Audran). Anche in questo caso, fra sorprese e colpi di scena, ci scappa anche qualche omicidio. Nomination Orso d’Oro e Premio FIPRESCI a Berlino

In conclusione, sono tutti da guardare anche se, ovviamente, i primi due citati sono i miei preferiti che quindi consiglio senza dubbio.

domenica 1 agosto 2021

Micro-recensioni 181-185: selezione di film di Jean-Pierre Melville

Cinque film di Jean-Pierre Melville, semisconosciuto fra i non addetti ai lavori ma molto apprezzato non solo dai cinefili ma anche dai cineasti, in particolare fu autore di riferimento per quelli della Nouvelle Vague. Dei suoi migliori, fra i solo 13 diretti, mancano gli ottimi Le silence de la mer (1949, suo primo lungometraggio) e Le doulos (1963), entrambi guardati di recente.

 

Bob le Flambeur
(Jean-Pierre Melville, 1956, Fra)

Primo film a soggetto criminalità francese, con stile inspirato ai simili prodotti americani che il regista dichiaratamente apprezzava. Anche in questo caso risulta evidente quanto Melville desse molto più importanza alle riprese che ai dialoghi, spesso quasi del tutto assenti per svariati minuti. Nel cast non ci sono ancora nomi noti come Delon, Belmondo, Ventura, …, ma sono già presenti un buon numero di fidati caratteristi (a cominciare da Paul Meurisse) che saranno presenti in molti dei suoi film successivi. Al contrario dei suoi altri lavori del genere (dei quali fu sempre anche sceneggiatore) in questo caso spicca il finale molto differente da tutti gli altri, con una evidente vena ironica invece che tragica. Altro elemento che risulterà ricorrente e che qui viene anticipato è il relativamente buon rapporto fra chi dirige le indagini e il criminale protagonista della storia. Il film si è meritato un remake con altro titolo (The Good Thief, 2002, di Neil Jordan, con Nick Nolte) e, come al solito non all’altezza dell’originale … guardate questo del ’56, tutt’altra atmosfera e qualità.

Le deuxième souffle (Jean-Pierre Melville, 1966, Fra)

Dietro al ridicolo titolo Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide con il quale fu distribuito in Italia si cela questo interessantissimo noir francese (IMDb 8,1 RT 100%), per il quale Melville si avvalse di un’ottima sceneggiatura nella quale riuscì a collegare le due storie ben distinte incluse del romanzo originale (Un reglement de comptes) di José Giovanni. Questi fu autore di romanzi e dialoghi per i film, regista e sceneggiatore, personaggio molto singolare e senz'altro discutibile ma fondamentale per i polizieschi francesi per avere una perfetta conoscenza degli ambienti malavitosi essendo stato gangster, collaborazionista dei nazisti, estorsore, assassino, ricattatore e una decina di anni di galera sulle spalle ... non vi sembra abbastanza? A lui la Cinemateca Portuguesa dedicò quasi un’intera pagina delle 4 della dettagliata ed interessantissima scheda del film, insieme ai dati tecnici e commenti di critici e storici del Cinema. Corso, all’anagrafe Joseph Damiani, visse nell’ambiente criminale fino a quando alla fine della guerra, non avendo più protezione, fu arrestato e gli furono comminati 20 anni di lavori forzati; poi, aggiungendo altre condanne, addirittura la pena di morte che però fu successivamente commutata in lavori forzati a vita, poi ridotta e infine fu liberato nel 1956 dopo solo 11 anni di galera. Appena un anno dopo pubblicò il suo primo romanzo (Le trou) con lo pseudonimo José Giovanni edito dalla più prestigiosa casa editrice dell'epoca (Gallimard) ... ma rimaneva l'ex gangster Damiani. Nel '60 fu prodotto l'omonimo adattamento cinematografico (Il buco) e subito dopo un altro suo romanzo-film: Classe tous risques (Asfalto che scotta). Fra sceneggiature, stesure dialoghi e soggetti ha collaborato a oltre 30 film ed è anche stato egli stesso regista 13 volte. Fra i suoi lavori ci sono molti dei migliori film polizieschi francesi degli anni ’60 e ‘70 film di successo in fra i quali, oltre ai già citati, anche Il clan dei siciliani (1969), I 3 avventurieri (1967), Ultimo domicilio conosciuto (1970), Lo zingaro (1975), ... quasi tutti film di primo livello con gli attori più famosi in questo genere come Lino Ventura, Alain Delon, Jean-Paul Belmondo. I suoi precedenti rimasero ben nascosti fino al 1993 quando 2 giornalisti svizzeri rivelarono che dietro lo pseudonimo Giovanni si nascondeva il criminale Joseph Damiani nonché i dettagli del suo passato, ma avendo scontato la pena e chiuso i conti con la giustizia rimasero solo le chiacchiere e minacce di cause e querele non portate a termine.

Tornando al film, l’ho trovato ottimo, avvincente (le 2 ore e mezza non pesano assolutamente), molto ben interpretato. Interessante anche la varietà di personaggi proposti dai due commissari rivali che procedono con metodi completamente opposti, i due fratelli criminali che procedono su binari diversi, il misterioso e ambiguo Orloff, Manuche (proprietaria di un locale apparentemente signorile, rispettata da tutti) e ovviamente l’evaso Gu (Ventura) che si trova preso in una rete di ricatti, tranelli e bugie. Senz’altro un film da non perdere, altro che megaproduzioni moderne con attori iperpagati (e per lo più incapaci) ed effetti speciali a più non posso. Ah, dimenticavo ... ovviamente è girato con un opportunissimo bianco e nero. Di Le deuxième souffle è stato prodotto un (pessimo) remake nel 2007 con un cast improponibile ... Daniel Auteuil nel ruolo di Gu (con tutto il rispetto per Auteil, lo si può paragonare a Lino Ventura e specialmente in nelle vesti di un gangster?) e l’unico fondamentale personaggio femminile fu affidato a Monica Bellucci, che certo grande attrice non è.

  
Le Cercle Rouge (Jean-Pierre Melville, 1970, Fra)

Molto interessante la struttura della trama che scaturisce da una serie di incontri casuali e contatti intrecciati, mentre risulta eccessiva la struttura del minuzioso piano del grande furto … quasi un’americanata. Notevole il cast con il metodico e pacato commissario Mattei (Bourvil) che persegue i criminali interpretati da Alain Delon, Gian Maria Volontè e Yves Montand. Spicca l’abilità di Melville nel delineare i caratteri molto differenti dei personaggi, in questo caso particolarmente attento ai tre che non si conoscevano precedentemente.

L'armée des ombres (Jean-Pierre Melville, 1969, Fra)

In questo film i protagonisti sono i partigiani francesi durante l’occupazione nazista dei primi anni ’40 e, come nel caso di Le silence de la mer (1949), il regista descrive situazioni vissute o quasi. Infatti, nel 1940, entrò a far parte della resistenza e proprio in tale occasione scelse per sé lo pseudonimo Melville, essendo grande estimatore di Herman Melville, l’autore di Moby Dick; il suo vero cognome era Grumbach. Le star di questo film sono Lino Ventura e Simone Signoret, ben coadiuvati da Serge Reggiani, dal solito Paul Meurisse e Jean-Pierre Cassel (padre di Vincent). Certamente più politico e più cruento degli altri, specialmente se confrontato con il suo succitato film d’esordio nel quale l’ufficiale tedesco venne presentato come una persona colta e rispettosa degli altri, certo non lo stereotipo nazista di tanti altri film.

Un Flic (Jean-Pierre Melville, 1972, Fra)

Ultimo film di Melville, di nuovo con Alain Delon come protagonista, ma stavolta dall’altra parte, vale a dire che interpreta il commissario invece che il malvivente come in Le Samurai (1967) e Le Cercle Rouge (1970). Se ho espresso il mio disappunto per il furto alla gioielleria in Le Cercle Rouge, qui esagera ulteriormente con due diversi ed elaborati colpi, il secondo dei quali addirittura con l’utilizzo di un elicottero. Come altre volte, risultano fondamentali i rapporti fra i protagonisti, siano essi di omertà, rispetto o amicizia che quindi costituiscono il vero nucleo del film, lasciando ai crimini parti secondarie. Restano quindi intatte la gran qualità della narrazione per immagini e le buone interpretazioni.

 
A chi si destreggia con l’inglese consiglio la lettura di Jean-Pierre Melville’s Cinema of Resistance, articolo apparso sulla rivista The New Yorker.