sabato 21 novembre 2015

Le querce su Monte San Costanzo restano avvolte nel mistero ...

... ma forse si intravede qualcosa. Ecco cosa ho trovato su Google, ma è solo questo in quanto non è possibile saperne di più poiché entrambe i link riconducono a pagine di 4 giorni fa (quindi 17 novembre) oggi non più esistenti. 

Non voglio dubitare né di Google, né di Telestreetarcobaleno.tv, né del WWF né di Claudio d’Esposito che lo rappresenta in Penisola Sorrentina, ma penso che qualcuno di loro dovrebbe essere in grado di confermare o o smentire categoricamente la notizia e, nel primo caso, spiegare ciò che qualche giorno fa dichiaravo di non capire (post “Cose che non capisco” del 17/11).
Sinceramente non penso proprio che Claudio d'Esposito sia l'autore materiale dell'intervento; sono più propenso a credere che abbia patrocinato una proposta senza aver poi modo di controllare materialmente l'operazione. Ma questo solo lui lo può dire.
Capita spesso che da Termini in su tutto sia avvolto da una densa nube (erroneamente definita nebbia) ma non capisco il perché di questo silenzio da parte di chi ha piantato gli alberelli, chiunque sia. Se chi ha lasciato così le balze pensa di aver fatto cosa giusta (e sono certo che lo abbia fatto in buona fede, forse solo mal consigliato e comunque poco pratico), perché non spiega agli ignoranti come me le motivazioni che lo hanno spinto a farlo? Avrà la possibilità di convincermi e senz’altro plaudirò alla sua iniziativa.
Chi si è dato tanta pena è senz'altro amante della natura e pensava di fare cosa giusta e saggia. Può capitare a tutti di pensare di fare bene e invece raggiungere  risultati con bilancio benefici/danni negativo. E nel caso ci fossero ragioni non evidenti a tutti che riportano il bilancio in attivo dovrebbero essere spiegate e ottenere il giusto merito.
   
Ho ricevuto vari messaggi personali di sostegno sia alle perplessità esposte nel precedente post di pari oggetto che alla dichiarazione “del fatto che si piantino alberi sono sempre contento” in quanto non sono assolutamente contrario al rimboschimento anche se qualcuno sembra non aver capito molto di quanto ho scritto. Mi hanno riferito di un intervento a sproposito su una pagina FB (social network del quale non sono utente) nel quale l'autore mi accusa di sostenere il taglio selvaggio e sconsiderato di alberi e addirittura di appoggiare l'apertura di un chiosco-bar a Punta Campanella. Tutto chiaramente risibile, con attacco personale fuori luogo e fuori tema (San Costanzo vs Campanella, distruzione gariga vs taglio di alberi) e certamente non lo querelerò per diffamazione come qualcuno (egualmente a sproposito) mi ha suggerito di fare. 
Il commento  talmente irreale e lontano dalla realtà che non vale neanche la pena di smentirlo ... mi vedete a vendere CocaCola (bevanda addirittura bandita da casa mia) lungo via Campanella? Chi mi conosce, seppur minimamente, potrebbe eventualmente immaginarmi in una più realistica e consona cantina ... ma quanto durerebbe il vino con quel sole? Per continuare su questo tono quasi surreale, aggiungo che finanzierò personalmente uno studio per costruire un ascensore che dalla Torre Minerva arrivi direttamente alla grotta Salara senza dover discendere la "scala osca" e di lì far partire un tunnel sottomarino che conduca alla grotta Zenzinada (alias "del presepe") e che poi prosegua per le due spiagge di JerantoOra tutti i creduloni e le malelingue avranno motivo di dare libero sfogo alla loro penna, o più probabilmente tastiera, criticando questo mio "progetto".
Purtroppo mi sembra che la brutta abitudine di attaccare (spesso gratuitamente) il singolo o concentrarsi su una determinata situazione stia diventando prassi relegando quasi nel dimenticatoio discussioni di carattere generale, basate su una congrua casistica, che pertanto restano valide anche per lo specifico,
Spero ancora che qualcuno possa aiutarmi a capire la logica (forse anche altri sono interessati) e, dimostrando di aver operato nel giusto, avrà anche tutto il mio sostegno. 
A prescindere, penso che sarebbe stato più opportuno piantare quelle stesse querce in una delle tante aree andate a fuoco, dove c'erano querce ... Quando tornerò, se sarà approvato un progetto con queste finalità, sarò ben lieto di partecipare come semplice manovale (sono tutt'altro che un pollice verde) chiaramente come volontario e a titolo gratuito. 
Spero in un pronto chiarimento ed in una fattiva collaborazione fra tutti quelli che hanno a cuore le sorti di quello che per i terminesi è 'o Monte.



NB - ribadisco che non sono utente FaceBook, mi capita raramente di leggere lì notizie e ancor meno i commenti e comunque non posso rispondere. 
Chi vuole intervenire può commentare questo post o, per messaggi riservati e diretti, inviare email a giovis@giovis.com

venerdì 20 novembre 2015

I miei sentieri preferiti (2)

Nel titolo ho scritto (2) anche se questo è il primo post specifico. Ho considerato come (1) l'introduzione al tema che inserii in calce alle considerazioni sull'esistenza de "il migliore".
Gli attenti lettori, e ancor di più gli escursionisti navigati, avranno notato che nella mia lista 5 delle 7 preferenze vanno a zone di crinale e le rimanenti 2 si sviluppano con pendenze poco significative, quasi in costa, lungo pendii molto 
scoscesi se non a tratti verticali che consentono di avere magnifiche viste, non solo verso il basso ma anche alzando lo sguardo. Pertanto, in quasi tutti i casi è bene avere passo sicuro e non soffrire di vertigini anche se non li definirei in alcun modo "pericolosi".
Ne consegue che appare evidente, anche a chi non mi conoscesse, la mia predilezione per i panorami vasti, per i luoghi un po' distanti dall'invadente antropizzazione, per gli ambienti aperti, senza tuttavia disdegnare le uscite in ambienti boschivi o nelle valli e nelle forre , in particolare quelle in cui corre ancora acqua (sorgiva ...).
Tre Calli - Capo Muro (+Monte Catiello)
Comincio con questa area (schizzo a sx, estratto dal mio planner) in quanto è la più orientale e proseguirò muovendomi verso ovest approdando sull'isola di Capri per la settima descrizione.
In linea di massima preferisco pianificare escursioni più lunghe evitando inutili andirivieni, ma in questo caso i più pigri (molto relativamente considerati i dislivelli) potranno ridurre all'osso la passeggiata partendo imboccando il sentiero CAI in prossimità del crocifisso al lato del tornante della strada di Paipo, ascendere al Tre Calli, proseguire fino a Capo Muro e lì decidere se vorranno anche affrontare gli ulteriori 300m circa di dislivello per la cima di Monte Catiello. A quest'ultimo tratto (necessariamente andata e ritorno a meno di affrontare percorsi strani fuori sentiero) l'anno scorso dedicai un breve post e qui in basso c'è il video di quell'escursione (10 maggio 2014) (FOTO).
Il tratto principale che è l'effettivo motivo dell'inclusione nella lista è quello fra Capo Muro e il crinale a sud del Tre Calli, vale a dire quello che si spinge verso Paipo. La parte di sentiero segnata, di conseguenza la più battuta, si sviluppa a momenti lungo il crinale ma più spesso aggira le varie piccole alture poco pronunciate fra la sella a nord del Tre Calli e Capo Muro. Il mio consiglio-suggerimento è quello di lasciare la traccia di tanto in tanto per raggiungere migliori punti di osservazione e alcuni dei miei preferiti sono quelli che si raggiungono di scendendo il crinale verso Paipo, ma fermandosi prima che diventi troppo scosceso (ricordandosi che si deve tornare in cima).
Altri due punti forti sono i panorami verso Positano, Li Galli e Capri, simili ad altri ma praticamente unici in quanto hanno il vantaggio della quota (circa 1.100m) e della prominenza verso il mare, e le viste del massiccio di Sant'Angelo a Tre Pizzi da quasi qualunque posto del crinale ed in particolare dalla pietraia fra Monte Calabrice e Capo Muro.
La foto a sx fu scattata in occasione del concerto Alba Magica 2013, che praticamente concluse la Notte dei Tammurrianti.
Osservando la cartina qui in basso si possono prendere altri spunti circa il come accedere all'area da ovest e notare che, anche se c'è modo di scendere da Capo Muro verso la strada di Paipo per poi percorrerla quasi interamente verso Bomerano (Agerola), in questo caso pur essendo "nemico" delle andata-e-ritorno vale senz'altro la pena percorre il crinale nei due sensi, è molto ma molto meglio ... 


martedì 17 novembre 2015

Cose che non capisco ...

Proprio non ci arrivo, ma certamente altri sanno quello che fanno.
Oggi su Monte San Costanzo ho visto numerose piantine che qualcuno spera diventino querce visto che al mio occhio poco esperto sono sembrati lecci (Quercus ilex) e roverelle (Quercus pubescens).
   
Ma non è questo il problema, del fatto che si piantino alberi sono sempre contento, ma perché in un’area che è già tutta verde e che rimane verde da anni nonostante gli incendi? A mio modesto parere sarebbe molto più opportuno piantare alberi in zone che necessitano verde e non dove non ce n’è alcun bisogno.
Mi permetto di fare qualche altra osservazione:
  • per quanto ne so, lungo i pendii di Monte San Costanzo da secoli sono stati eretti muretti a secco in modo da creare terrazzamenti da utilizzare a fini agricoli. Una volta che i campi sono stati abbandonati, una notevole varietà di arbusti ed erbacee della macchia mediterranea ha “naturalmente” provveduto a ricoprire tutto di verde. Sono mai esistite querce sul Monte? Si sta “ripristinando lo stato dei luoghi” o si (e)seguono le idee - per me balzane - di qualcuno?
  • per mettere a dimora queste piantine era veramente necessario scavare tanto tutt’intorno rovinando la vegetazione “naturale”, spontanea e locale? Guardate il disastro con le tante radici sono state lasciate esposte ... chi ha scavato non sembra essere tanto esperto, né rispettoso della natura.

  • ove mai queste piantine diventassero effettivamente querce (ma ne dubito visto anche il precario stato di alcune di loro già adesso) si sarebbe ottenuto solo una cortina di fogliame, un ostacolo ad uno splendido panorama.
Sono sicuro che a breve l’ideatore di questo intervento o chi lo ha messo in atto (nel caso non fossero la stessa persona) spiegherà a noi del volgo le finalità e l’essenza dell’operazione. Probabilmente interverranno sostenitori e detrattori, agronomi e botanici che la pensano in modo diametralmente opposto e altri che, pur non capendo assolutamente niente di flora e non conoscendo neanche i luoghi, si getteranno con gran piacere nella mischia.  
Sembra che viga ancora il vecchio detto: “Chi si sveglia per primo comanda ...”

Monte San Costanzo è un luogo bellissimo che però, per ragioni diversissime fra loro, viene continuamente “attaccato” da interventi umani, alcuni forse giusti, altri socialmente utili o dannosi per la salute, altri ancora misteriosi: pineta (anni ‘50-‘60), strada aperta con dinamite per il “radar” e poi lo stesso modificato più volte (radiazioni eccessive?), più recentemente l’invasione delle croci (assolutamente troppo invasive, benissimo aggiustare il sentiero e anche sistemare una Via Crucis, ma non sarebbe stato meglio evidenziare le stazioni in modo più “leggero” ed eventualmente artistico?), i pini ai lati della salita verso la cappella (anche questo lavoro a mio parere fuori luogo e mal eseguito visti i risultati) e infine le querce! 
Di queste ultime non si sente proprio la mancanza in quanto, se crescessero, farebbero scomparire alla vista il pendio della foto in alto, che all'inizio della primavera si tinge del rosaceo degli asfodeli.

Quanto altro dovrà sopportare ‘o Monte?

domenica 15 novembre 2015

Ha senso chiedere “Qual è il/la migliore?”

Domande di questo tipo erano ricorrenti e fra le più frequenti che gli escursionisti (in particolare gli americani) che facevano parte dei gruppi che guidavo lungo i sentieri mi ponevano.
Qual è il/la migliore xxx?” riferendosi a pizzerie, gelaterie, vini, pasticcerie, ristoranti, caffè, sentieri, alberghi, e via discorrendo. Ho sempre trovato domande di questo tipo assolutamente oziose, futili, inutili, e potrei continuare con quasi-sinonimi che ai più suscettibili potrebbero apparire offensivi. Per tutti gli esempi appena proposti il metro di giudizio è estremamente soggettivo e quindi dare un consiglio-valutazione di quel tipo ad una persona che non si conosce per niente diventa ancora più campato in aria, senza senso e inopportuno.
Per fare qualche esempio, la pizza napoletana (originale) è morbida e sottile, ma molti la preferiscono croccante o spessa quanto una focaccia. Come si fa ad indicare la migliore ammesso che si abbia avuto l’occasione di mangiare in “tutte” le pizzerie dell’area?
Discorso simile vale per i gelati e ancor di più per i vini non sapendo se l’interlocutore preferisce i secchi, corposi, rossi o bianchi, ad alta o bassa gradazione per non parlare dell’accoppiamento con i cibi.
Per gli alberghi dipende da ciò che si richiede: tranquillità, panorama, piscina, centralità ... e tuttavia si dovrebbe presupporre che chi risponde dovrebbe conoscere un numero spropositato di alberghi.
Qualunque sia l’argomento neanche gli “esperti”, veri o presunti che siano, riescono a concordare su alcuna decisione tant’è vero che nemmeno sui più famosi e semplici dualismi sportivi si contrappongono opinioni contrastanti: Coppi vs Bartali, Mazzola vs Rivera, Messi vs CR7 ...
Penso sia chiaro che è inutile pormi questo tipo di domande e nei casi nei quali non posso fare a meno di rispondere non fornisco risposte nette ed univoche ma una lunga e articolata discettazione composta di tanti “se” (ipotesi iniziali) seguiti dalle relative conclusioni.
Al contrario, trovo molto utili le liste di “suggerimenti” (brevi o lunghe che siano) in quanto comprendono una buona varietà di proposte fra le quali ognuno potrà scegliere quelle che più si addicono ai propri gusti, capacità e possibilità economiche. Per esempio in una lista di dieci o più buoni film o libri (senza alcun ordine di merito) senz’altro ognuno potrà trovarne alcuni che fanno al caso proprio. 
Tutto quanto detto finora è perfettamente applicabile anche ai sentieri in quanto, come ho già scritto tante volte, non può esistere il migliore poiché si dovrebbero considerare una marea di fattori che vanno al di là dei pochi elementi oggettivi quali lunghezza, dislivello e pendenze, includendo periodo dell’anno, condizioni meteo e capacità e forma dell’escursionista.

Sulla scorta di queste premesse nei prossimi post suggerirò una serie di sentieri che, a mio parere, sono fra i più interessanti e spettacolari. Descriverò concisamente i meriti quanto più oggettivi possibile di alcuni tratti, ma non escursioni complete, aggiungendo qualche suggerimento per includerli in un percorso più lungo che ciascuno organizzerà liberamente.
Nell’intento di evitare che qualcuno possa interpretare la lista in calce come una classifica, ho elencato i sentieri in base alla loro posizione procedendo da est verso ovest, in direzione di Punta Campanella e Capri. Ripeto, a scanso di equivoci, che io stesso non saprei comporre una classifica fra essi poiché potenzialmente sono tutti egualmente affascinanti se affrontati nei giorni adatti, con tempo, visibilità e temperatura giusti, per le persone che siano in grado di goderseli senza “farsi uscire gli occhi di fuori” ...
  • Tre Calli - Capo Muro (+Monte Catiello)
  • Crinale Conocchia (+Molare)
  • Caserma Forestale - frana 4 gennaio 2002
  • Punta Bandera - Casa del Monaco (+Cerasuolo)
  • Capodacqua - Monte Comune - cancello di Arola
  • Campanella - San Costanzo (+Vuallariello)
  • Migliera - Cocuzzo - Solaro - Cetrella 

Il migliore in assoluto non esiste, ma probabilmente ognuno potrà trovare il suo personale preferito nelle "liste dei migliori".

venerdì 13 novembre 2015

30 febbraio, 38 luglio, ventordici ottembre

Date strane, inesistenti, eppure la prima è stampata sul mio passaporto degli anni ’80.

Copacabana (Bolivia), 30 febbraio (!!!) 1980

Nel corso del mio primo viaggio oltreoceano, dall’Ecuador mi spinsi a sud percorrendo tutto il Perù fino ad Arequipa ed al Lago Titicaca
Da Puno, città più importante sulle rive occidentali del lago, decisi poi di effettuare una escursione in Bolivia, accedendo da Copacabana, cittadina di frontiera a sud della parte più grande del bacino, ad oltre 3.800m di altitudine. Sappiate, per pura curiosità, che la estremamente più famosa Copacabana brasiliana (quartiere e spiaggia di Rio de Janeiro) deve il suo nome proprio a questa cittadina andina in quanto nel XVIII secolo venne costruita cappella dedicata alla Virgen de la Candelaria de Copacabana, patrona della Bolivia, che ha uno dei più importanti santuari a lei dedicati proprio vicino alle acque del Lago Titicaca.
Tornando alla mia escursione, sappiate che non sono mai riuscito a raggiungere la cattedrale in quanto le disposizioni dell’epoca, emanate allo scopo di tentare di contrastare il contrabbando, prevedevano che chi attraversava la frontiera, prima di rientrare in Perù, dovesse rimanere in Bolivia almeno 48 ore. Tutto ciò lo scoprii solo dopo che mi ebbero timbrato il passaporto e, dopo aver spiegato che non potevo restare in quanto senza alcun bagaglio, praticamente fui “espulso” dopo aver effettuato un breve giro nella terra di nessuno fra le due frontiere. 
Solo per questo motivo sul timbro triangolare di ingresso in Bolivia fu annotato con pennarello verde “Anulado” e non perché qualcuno si fosse reso conto della data insistente. Comunque, avevano sforato di un solo giorno poiché il 1980 era bisestile e quindi il 29 febbraio esisteva, ma certamente non il 30. Nell’immagine delle due pagine intere del passaporto si può vedere chiaramente il timbro dell’Ecuador con la data reale: 1 marzo 1980.

Altre date “strane” sono state invece inventate di sana pianta e qualcuna è anche diventata abbastanza famosa, come per esempio il “38 luglio” (video YouTube)  titolo di una delle più famose canzoni degli Squallor. Questo gruppo musicale demenziale produceva testi fra l’assurdo e il surreale che venivano più recitati che cantati e incredibilmente vari loro versi diventarono una specie di tormentone che molti giovani dell’epoca usavano.
Dato che il loro linguaggio scivolava quasi sempre nello scurrile, o quanto meno nel molto equivoco e allusivo, erano praticamente banditi dalle radio nazionali e non si esibirono mai in pubblico. Penso che la foto a destra sia abbastanza significativa ...
Facevano parte del gruppo famosi parolieri come Daniele Pace e Giancarlo Bigazzi, ma di tanto in tanto collaborarono con loro vari personaggi noti come Gianni Boncompagni e Gigi Sabani.
In questo post del blog The voice of voiceless, troverete molte notizie sugli Squallor e potrete anche ascoltare vari loro pezzi. I nostalgici ed i curiosi troveranno facilmente tanto altro materiale in rete.

L’ultima data citata nel titolo (ventordici ottembre) è ancora più particolare in quanto non solo non esiste quel giorno sul calendario, ma nemmeno il numero e il mese. Non penso si conoscano i geni che hanno creato questi neologismi spacciati per numero e mese (probabilmente la stessa mente scellerata) eppure hanno avuto grande successo, in particolare il primo. 
In effetti in questa pagina Nonciclopedia viene riportata una storia relativa all’origine di ventordici (la grafia "corretta" è qui a sinistra), ma suggerirei di non prenderla troppo sul serio. Al contrario, alcune delle tante peculiarità del numero - elencate nella stessa pagina - sono molto interessanti e dimostrano che chi l'ha creato sa anche di matematica.
  • È l'ultimo dei numeri primi e il primo dei numeri ultimi
  • Non è divisibile nemmeno per se stesso
  • Moltiplicato per 1 dà 0
Anche ottembre ha la sua pagina Nonciclopedia nella quale si apprende il vero calendario di 19 mesi, anche se nella stessa pagina si ipotizza che possano essere settordici.
Sembra che i due vocaboli qui brevemente presentati siano stati i primi e sono certamente i più conosciuti della serie che conta tanti altri numeri e mesi. 
I loro nomi sono stati scelti per club, pagine FB, nickname e avatar.
  
Né la demenza creativa né la creatività demenziale hanno limiti o confini, ma almeno questi tipi di follia provocano danni molto limitati ... se ne causassero alcuno .

mercoledì 11 novembre 2015

Un po' di "filosofia" del viaggiare

“Viaggiare è fatale per i pregiudizi, l’intolleranza e la ristrettezza mentale. Nessuno acquisisce una visione ampia, generosa e salutare se rimane in un angolo della sua terra per tutta la vita.” (Mark Twain)
Viaggiando in rete fra blog di viaggi e viaggiatori mi sono imbattuto in uno che descrive dal didentro Madrid, vista con gli occhi di un “madrileño de nacimiento y de corazón”.

Pur non essendo incentrato sui viaggi in senso lato, il blogger Titinet nelle sue informazioni personali si presenta come un viaggiatore da sempre e ne dà merito a suo padre che soleva dire “Viaggiare dovrebbe essere materia obbligatoria in qualunque piano di studi” e aggiunge “Viaggiare ti arricchisce, ti aiuta ad essere più tollerante nei confronti di altre culture e religioni e anche ad avere una mente più aperta e ricettiva. Viaggiare apporta qualcosa che libri e ore di studio, per quanto ti possano dare, non potrà mai essere eguagliato”.
Non c’è molto da argomentare in merito a tutto ciò e ovviamente sono perfettamente d’accordo così come i tanti altri che nei secoli, da Sant’Agostino a Maometto e Lao Tzu, hanno sostenuto gli stessi concetti. Eppure attorno al viaggiare si può continuare a discutere pressoché all’infinito senza parlare di alcuna destinazione né di alcun mezzo di trasporto. Per esempio, Patricia Almarcegui scrittrice, filosofa e tanto altro, esperta di Medio Oriente, nel corso del suo intervento al Festival Periplo propose affermazioni insolite come:
viaggiare è “amorale” (prescindere dalla propria morale) il che non corrisponde in alcun modo ad essere “immorale”.
Sottolineò anche una differenza storico-culturale (certamente generalizzata, tuttavia interessante) in merito al confronto con il resto del mondo spiegando all’attenta platea che “gli orientali tendono a leggere ed ascoltare, mentre gli occidentali vogliono guardare, possibilmente di persona”. Le enormi distanze fra città e culture di Medioriente ed Asia comparate con la ricchezza di diversità della piccola Europa hanno certamente influito.

Ci sono anche altri concetti che meriterebbero ampia discussione ed approfondimenti, sostanziali per i viaggiatori consapevoli, come per esempio:
  • viaggiare non solo con il corpo ma anche con l’anima
  • disponibilità ad incontrare “altri” e volontà di tentare di comunicare
  • analisi delle tre fasi del viaggio: partenza (allontanarsi dalle sicurezze fornite dal proprio ambiente), trasferimento e arrivo (in un ambiente nuovo, geografico, sociale, culturale e umano), ritorno (vita più di routine, ma arricchiti della nuova recente esperienza).

Un'altra considerazione che fu portata all’attenzione del pubblico nel corso del PERIPLO, più attinente al suo argomento centrale “Literatura de Viajes y Aventuras”, è la sostanziale divisione delle tre esperienze, profondamente diverse ma assolutamente indissolubili: viaggiare - scrivere - leggere.
Le prime due azioni hanno necessariamente lo stesso soggetto, ma anche la terza (in questo caso) si riferisce allo scrittore-giornalista-blogger che rivive, anche a distanza di anni, i suoi viaggi intrapresi nel passato.
Dalla mia pur limitata esperienza in quanto a stesura di testi di viaggio, aiutato dalle verifiche oggi possibili con ricerche in rete che confermano le mie idee, soglio affermare che un buon viaggiatore ricorda buona parte di ciò che ha visto o vissuto ma certamente non tutto e che la memoria di alcuni eventi viene arricchita (in totale buona fede) da particolari che probabilmente non sono del tutto precisi e veritieri.
Restano tuttavia inalterati i concetti, la vicende, talvolta le “morali” degli avvenimenti e, sopratutto, il piacere di condividere le proprie esperienze con chi ha la voglia o la bontà di ascoltare o leggere. Le percezioni e i ricordi, in particolare di tempi e distanze, dopo vari anni possono essere assolutamente differenti. Le persone, o meglio i personaggi, sono più reali e veritieri però anch’essi talvolta vengono associati ad altre situazioni o luoghi.
Ma visto che non si è su un banco di testimoni in tribunale, va bene così.
Ci sono quelli che ovviamente “ci marciano” raccontando spesso gli stessi episodi e storie (anche non di viaggio) e le persone attente che l’ascoltano più volte colgono i continui arricchimenti che man mano vengono aggiunti nel tentativo di catturare l'attenzione. Molte di queste storie, di entrambe le tipologie, ripetute tante volte e passate di bocca in bocca con ulteriori arricchimenti e mescolanze sono spesso all’origine di alcune leggende metropolitane delle quali a un certo punto si cambiano (o non si conoscono) luogo, data, protagonisti e addirittura l’essenza dell’evento originale.

Il viaggio non è morto, non tutto è turismo.

domenica 8 novembre 2015

Avete mai aiutato a mettere in moto un treno a spinta?

In autoferro da Ibarra a San Lorenzo (Ecuador), gennaio 1980

Altra avventura irripetibile, non perché eccezionale o unica, ma per il semplice fatto che non esiste più la possibilità di viverla di nuovo, per nessuno. Infatti, il viaggio su rotaia fra Ibarra e San Lorenzo non è più replicabile ormai già da alcuni anni ed il breve tratto sopravvissuto alla inarrestabile, seppur giustissima modernizzazione, è diventato una mera e costosa attrazione turistica. L'antica linea era famosa fra i viaggiatori più avventurosi per essere percorsa da un particolarissimo mezzo di trasporto (l'autoferro) lungo un tracciato spettacolare immerso nella vegetazione, senza alcuna stazione intermedia (anche se qualche sosta in aperta campagna era effettuata, a richiesta) dalle Ande alla costa dell'Oceano Pacifico.

Gli autoferro, utilizzati anche su altre linee ecuadoriane, erano in effetti dei piccoli bus (20-30 posti, nel senso di sedili) i cui “normali” cerchi e copertoni erano stati sostituiti da ruote metalliche che lo mantenevano (ma non sempre) sui binari di tipo ferroviario della linea a scartamento ridotto. Il motore non veniva sostituito e quindi in salita, a seconda della pendenza, il conducente doveva cambiare più volte marcia. Il numero di posti indicati pocanzi era assolutamente indicativo in quanto si sistemavano almeno tre passeggeri per ogni coppia di sedili, poi c’erano gli strapuntini improvvisati, gente in piedi, altri sul tetto e i pochi spazi rimasti venivano riempiti con ogni genere di bagaglio o mercanzia, inclusi maialini e galline.

"Moderno" autoferro in servizio fino a pochi anni fa. 
Nel 1980 il suo "antenato" era più piccolo e più affollato. 
Ibarra (situata a circa 2.400m s.l.m. lungo la strada Panamericana) in effetti non era molto interessante, né grande, ma gravitava nell'orbita di Otavalo (25 km a SW) che vantava il più importante mercato del nord dell’Ecuador.
San Lorenzo, al contrario, era un piccolo villaggio praticamente unico nel suo genere, per vari motivi molto diversi fra loro che vi riassumo concisamente:
  • La quasi totalità degli edifici erano costruiti in legno, come le cittadine dei pionieri del Far West.
  • Se esisteva una rete elettrica era minima ... io non me ne ricordo.
  • Era quasi completamente circondata da acqua salmastra dalla quale emergevano boschi di mangrovie.
  • Essendo il villaggio costiero più settentrionale dell'Ecuador, a meno di 20 km dal confine con la Colombia, il dedalo di canali fra le mangrovie era molto frequentato da veloci canoe contrabbandieri.
  • La popolazione era a maggioranza di discendenza africana (ex schiavi di colore).
  • Non esisteva alcuna strada di accesso diretto. Per raggiungere San Lorenzo, da Esmeraldas si raggiungeva La Tola (fine della strada ... sterrata) in un "bus" simile a quello della foto in basso e di lì si proseguiva in lancia per Limones (alias Valdéz), una decina di facili km abbastanza diretti, e quindi almeno un'altra ventina in un labirinto di mangrovie. All'epoca, l'unica alternativa era quella di scendere da Ibarra con l'unico autoferro giornaliero (poco affidabile), ma ora esiste una rotabile.
Se pensate che l’ambiente, le aspettative e le sorprese non rendessero il viaggio abbastanza eccitante, aggiungete il modo di viaggiare in Ecuador all’epoca, in particolare al di fuori delle linee principali, piacevole e divertente per i viaggiatori rilassati, estremamente stressante per europei e nordamericani, quasi normale per un napoletano come me. L’orario ufficiale di partenza e il posto numerato attribuito erano scritti sul biglietto, ma mai rispettati. Nel mio caso il conducente arrivò in ritardo, andò a fare colazione, poi a farsi radere ed infine, dopo qualche chiacchiera con il personale della stazione, salì a bordo e partimmo. Solo due olandesi (unici altri stranieri oltre me) si lamentarono un poco, ma non più di tanto essendo già da un po’ in giro in Sudamerica e quindi conoscendo l’andazzo. C’erano solo due vetture sulla linea Ibarra - San Lorenzo che percorrevano la tratta una sola volta al giorno. La linea era a binario unico e quindi il primo autoferro che arrivava all’unico punto di scambio (una ventina di metri a doppio binario) si doveva fermare e aspettare che giungesse l’altro ... se arrivava. Io fui relativamente fortunato in quanto, pur arrivando prima, l’attesa fu di neanche mezz’ora durante la quale scesero tutti per sgranchirsi le gambe e sperare di udire il rumore di un motore. Il problema grosso, non raro, sorgeva in caso di blocco di uno dei due prima di giungere all’appuntamento in quanto, di conseguenza, l’altro non sarebbe potuto giungere a destinazione fin quando non si fosse liberata la linea.
Ho trovato questa foto di Limones, non so di che anno. 
San Lorenzo si presentava in modo simile ... con meno tecnologia (35 anni fa)
Giunti a San Lorenzo, la  vettura veniva parcheggiata su una piattaforma girevole di diametro poco superiore alla distanza fra gli assi. I passeggeri venivano quindi invitati a “ruotare” l’autoferro spingendone la parti sporgenti e posizionandolo in modo che fosse pronto a ripartire il mattino dopo.
Il conducente svolgeva anche servizio di consegna posta. Giunti in prossimità di qualche finca isolata cominciava a suonare furiosamente, rallentava un poco e, appena compariva qualcuno, lanciava la lettera o il piccolo pacco dal finestrino senza fermarsi.
Spero di aver fornito almeno una seppur vaga idea del mio indimenticabile viaggio di oltre 8 ore per coprire i circa 170 km fra Ibarra e San Lorenzo.

Dimenticavo ... l’autoferro sul quale viaggiavo non deragliò (pare che fosse incidente molto frequente), ma nell’unico tratto in leggera salita il motore si spense e ovviamente la batteria era a terra! 
Il conducente quindi invitò “Todos los hombres a empujar! ” (Tutti gli uomini a spingere!) ... e ora sapete che a chi mi pone l’insolita domanda del titolo posso rispondere: “Io sì!”

giovedì 5 novembre 2015

Sferisterio di Napoli, storie di fine anni '70

Come scrivevo qualche giorno fa parlando del Frontón Mexico e jai alai, a parte le tante similitudini in quanto a campo e regole di gioco, l'ambiente dello sferisterio partenopeo era completamente diverso. L’imponente edificio ebbe vita relativamente breve in quanto, inaugurato negli anni ’50, smise di ospitare manifestazioni sportive (jai alai prima e tamburello poi) a seguito dei gravi danni subiti in occasione del terremoto del 23 novembre 1980 (foto in basso) e poi fu incendiato a fine dicembre 1986 


Tornando a parlare delle persone che ne frequentavano la tribuna, dimenticate i ricchi borghesi e i nobili decaduti messicani. Le attività erano per lo più notturne, si iniziava in tardissima serata e si andava avanti fin verso le 4 del mattino. Al frontón Fuorigrotta più passavano le ore e più personaggi strani arrivavano. Lenoni che facevano una pausa dopo aver "parcheggiato le signorine", ladri, imbroglioni di ogni genere e, se fosse già arrivata l'era dello spaccio a tappeto, sarebbero giunto anche qualche pusher.
Si aveva la netta sensazione che soldi che circolavano fossero quasi tutti di dubbia o illecita provenienza, salvo per i pochi curiosi, nottambuli e studenti che di solito si limitavano ad assistere agli incontri, divertendosi ad osservare questo zoo umano più unico che raro, e talvolta a piazzare una scommessa, ovviamente con la puntata minima.
Questa foto è tratta da un post su Diario Partenopeoche consiglio di leggere
Vi troverete anche altre foto particolarmente interessanti anche perché rare.

Le partite più importanti e seguite erano quelle a 30 punti, fra squadre di due, separate da vari mini tornei a 6 giocatori individuali. Ma il vero clou della serata era quella che si svolgeva verso le 2 (del mattino, ovviamente).
L'affluenza per il resto non era significativa, ma già verso 1:30 cominciavano ad arrivare tanti spettatori-scommettitori che regolarmente parcheggiavano le loro auto proprio davanti all’ingresso dello sferisterio, in seconda e terza fila, tanto erano tutti lì per lo stesso motivo.
All'epoca c'era ancora il tram notturno (linea 1, Bagnoli-stazione) che restava puntualmente bloccato dalle auto in sosta selvaggia. I tramvieri navigati, conoscendo l'andazzo e il motivo di quell’ostacolo, non protestavano né si perdevano d'animo, ma semplicemente invitavano tutti i passeggeri a scendere, chiudevano il veicolo e tutti insieme entravano per assistere alla partita tanto sapevano che, finché non fosse finita, nessuno sarebbe uscito per spostare l'auto.
Ho trovato in rete un simpatico e arguto commento relativo agli scommettitori incalliti i quali dopo aver perso all’ippodromo prima e al cinodromo poi, tentavano la fortuna allo sferisterio come ultima spiaggia. Leggi tutto il post su il napoletano, la pelota casca.
Altra significativa differenza, strettamente connessa con la "qualità" del pubblico era l'esistenza di una rete metallica, dal suolo al soffitto, fra pubblico e campo di gara. Ufficialmente serviva per proteggere gli spettatori da eventuali pallinate completamente fuori bersaglio, ma in effetti proteggere i giocatori dalle ire degli scommettitori. Quasi tutti erano convinti, o sapevano per certo, che molti incontri, se non tutti, erano combinati eppure nonostante l'enorme scritta che campeggiava sulla parete di fronte a loro "Chi non ha fiducia non scommetta" insieme con “La decisione dell’arbitro è inappellabile” continuavano imperterriti a scommettere, a perdere e a prendersela con i giocatori e, come in ogni altro sport, con l’arbitro. Gli atleti avevano dei nomi ufficiali (p.e. Lenci, Passetto, Vitale, Florio) che comparivano sul tabellone segnapunti, ma per il pubblico erano ‘o Cavallaro, Faccia Janca (faccia bianca), ‘o prufessore, ...
Solo avendo buona dimestichezza con il vernacolo si potevano apprezzare appieno i commenti, le prese in giro, le offese tra le più variegate e inusuali possibili che mettevano in evidenza la ben nota creatività partenopea. Molte locuzioni, similitudini e abbinamenti includevano vegetali e/o animali del tipo, per esempio, del famoso modo di dire “Tiene cchiù corna ca nu panaro 'e maruzze” (hai più corna di un paniere di lumache).
Impossibile descrivere la varietà di personaggi singolari che si incontravano nello sferisterio flegreo e ogni sera si poteva essere testimoni di situazioni sempre diverse ed estreme che tuttavia, per fortuna, raramente andavano oltre coloritissimi insulti a qualche spintone. 
Eppure una volta ho visto uno che, dopo continue discussioni a proposito di imbrogli e incontri combinati, si sfilò una scarpa e cominciò a batterla sulla testa di chi sedeva davanti a lui, a mo’ di novello Krusciov (1960, all’ONU - guarda gli 8" del video di Repubblica La ''scarpa di Krusciov''), quindi tenendola per la punta e colpendo con il tacco.
Pur essendoci molti malavitosi, almeno presunti tali, soprattutto di basso rango, lì si andava per passare il tempo, divertirsi, prendersi in giro, per il "brivido" della scommessa e, non da ultimo per insultare i giocatori che, a onor del vero, restavano per lo più o meno impassibili essendo abituati al “vivace e pittoresco pubblico”.
E proposito del rapporto quasi diretto, data la vicinanza, fra spettatori e giocatori ricordo un altro episodio che penso non dimenticherò mai. Al termine di un incontro combattutissimo (almeno apparentemente) i giocatori si avviarono a passo lento verso gli spogliatoi. Al termine di ciascun incontro tutti rientravano negli spogliatoi e quindi, per raggiungerli, quelli che si trovavano a sinistra della tribuna percorrevano la striscia fra il campo di gioco a gli spettatori, camminando lungo la rete di protezione. Uno scommettitore che chiaramente non aveva gradito il risultato finale cominciò a prendersela in particolare con Faccia Janca (non ne sono certo, ma mi sembra di ricordare fosse lui) e affiancandolo, seppur diviso dalla rete, lo insultò in ogni modo possibile tirando in ballo parenti, ascendenti, madre, sorelle, il suo onore, insomma di tutto, senza che il giocatore reagisse minimamente. Continuava a procedere lentamente, imperturbabile, come se non sentisse o pensasse che lo scommettitore non ce l’avesse con lui. 
Giunti in prossimità della porta degli spogliatoi, Faccia Janca, mantenendo la stessa apparente flemma, si voltò e, con “gesto di grande eleganza”, sputò in faccia allo spettatore e uscì dal campo. Nei minuti successivi un attento ricercatore avrebbe potuto raccogliere e catalogare quasi tutto lo scibile in merito al turpiloquio napoletano in quanto lo scommettitore, a ragione ancor più imbestialito di pocanzi, sciorinò una sequela interminabile di improperi aggrappato alla rete (ora capite a che serviva veramente), arrampicandovisi e scuotendola furiosamente, meglio e con più impeto della più arrabbiata delle scimmie.
Con un minimo di buon senso e prudenza, si potevano quindi passare un paio di ore spendendo poco, o anche niente, divertendosi a guardare pubblico e giocatori, alcuni dei quali non proprio ragazzini e con qualche chilo di troppo, eppure dotati di tecnica sopraffina, che mettevano a frutto semplicemente caracollando da un punto all’altro del campo e facendosi trovare pronti all’appuntamento con la palla ... a meno che non volessero. 

martedì 3 novembre 2015

Chi dice che a novembre ci sono pochi fiori?

Ieri mattina, approfittando della giornata quasi primaverile, ho deciso di riprendere l'obiettivo macro ed andare al Vuallariello, certo che avrei trovato interessanti soggetti.







Nel corso di una brevissima passeggiata sono riuscito a scattare foto decenti (almeno così mi sembra, nonostante in vento che spesso non mi facilitava il compito) di oltre una dozzina di specie, alcune delle quali assolutamente fuori stagione come la cicerchia porporina (Lathyrus clymenum) il cui periodo di fioritura viene indicato, come norma, da marzo a giugno.
  
Le Bellis (margheritine, pratoline) la fanno nettamente da padrone con il loro bianco (ma spesso con del rosso nella pagina inferiore delle ligule) che spicca in mezzo a tanto verde. Numerosissimi sono anche gli arisari (Arisarum vulgare), la rucola, bocche di leone, mentuccia, vitalba (clematis vitalba), cicoria, mirto.

La prossima stagione degli asparagi (asparagus acutifolius) promette bene.
Considerato che il collegamento fra Cercito e Campo Vetavole, passando per le vicinali Le Selve e Vuallariello, è stato reso praticabile solo pochi mesi fa dopo decenni di abbandono, per molti la primavera 2016 sarà la prima occasione di godersi una fioritura spettacolare lungo quel sentiero, oltre al continuo panorama su Capri e tutto il golfo di Napoli. Tutto questo a poche centinaia di metri da Termini (frazione di Massa Lubrense).
Se questo è (parte di) ciò che si vede novembre ... provate a immaginare come si presenterà il Vuallariello ad aprile e maggio!
   
Chiudo con un quesito: 
cosa si staranno raccontando i due Arisarum della foto a destra?

domenica 1 novembre 2015

Lucertole, serpenti, superstizioni, coccodrilli e “sottigliezze linguistiche”

Qual è il nesso? Tutto nasce da una scena che mi colpì, un paio di giorni fa, guardando il film di Pedro AlmodóvarChe ho fatto io per meritare questo?” (1984, uno dei suoi primi lungometraggi, non certo dei migliori). Una signora dice alla sua amica “Lagarto, lagarto!” riferendosi ad una vicina avente fama di portare sfortuna e accompagnando le parole con il gesto delle corna, come in Italia. Delle origini di questo modo di dire non ho trovato notizie certe e pare che non sia eccessivamente comune, tuttavia è citato nella Dizionario della Real Academia Espanola, equivalente della nostra Accademia della Crusca. In particolare associa la ripetizione della parola, almeno due volte, come “antidoto” al solo menzionare un serpente che, in alcune regioni spagnole, viene reputato di cattivo augurio, pessimo se sognato.
Nel dizionario si legge che questa è abitudine delle persone superstiziose che usano dire “Lagarto, lagarto!” anche in casi più generali, nei quali altri dicono “Toco madera!” (Tocco legno!” come nei paesi anglosassoni e similmente al nostro “Tocco ferro!”). Oltre che come antidoto verso qualche persona o cosa di malaugurio, presunto jettatore o semplicemente al passaggio di un gatto nero, l’espressione spagnola si utilizza anche quando le cose vanno più che bene al fine di scongiurare eventuali pericoli o intoppi, anche se al momento imprevedibili, e per scacciare cattivi pensieri e preoccupazioni.

Ma se il lagarto in Spagna è solo una lucertola (ricordate il Lagarto tizónGallotia galloti - delle Canarie? foto in alto) in quanto, come nel resto d’Europa, non ci sono sauri più grandi, in America latina, il termine viene normalmente associato a rettili simili ma ben più grandi: tutti quelli appartenenti alla famiglia dei coccodrilli (che oltre alle varie specie di coccodrilli include caimani e alligatori). Negli stessi paesi le lucertole vengono indicate come lagartijas, che invece nella penisola iberica sono solo una tipo di lucertola. In questa serie di nessi siamo così arrivati ai coccodrilli, mancano solo i cartelli.
Aneddoto di vita vissuta: viaggiando da San Cristobal de las Casas (Chiapas, Mexico) al Lago Atitlán (Guatemala) il bus si fermò in un ameno posto lungo la strada, per consentire ai viaggiatori di sgranchirsi le gambe e di mangiare qualcosa. Nei pressi del comedor c’era un bel prato con al centro una pozza d’acqua (quasi un laghetto) bordata da varie palme. Su un tronco faceva bella mostra di sé un cartello con questo breve ma significativo avviso: “Cuidado con los cocos y los lagartos” (Attenzione ai cocchi e ai lagartos). Dovete sapere che uno dei pochissimi passeggeri non messicani o guatemaltechi era un giornalista catalano con il quale durante il viaggio avevo scambiato informazioni e notizie in merito alla precaria situazione in Guatemala (sparatorie attorno al Lago Atitlán, ponti fatti saltare, ...). Era da poco arrivato in centroamerica e non si era ancora abituato al loro vocabolario né al loro modo di parlare e per di più il suo spagnolo risultava spesso incomprensibile per i locali. Dopo aver mangiato e bevuto si avviò tranquillamente verso lo specchio d’acqua ed io gli feci notare l’avviso, pensando che non lo avesse visto ... e lui, un po’ infastidito mi rispose: “Che c’è, hai paura delle noci di cocco o delle lucertole?” in quanto così aveva interpretato. Intanto era giunto quasi al margine del laghetto, ma non avete idea della velocità con la quale se ne allontanò dopo che gli ebbi fatto notare che in America Latina lagarto sta per coccodrillo e che, quasi contemporaneamente, vide il muso di un caimán (lagarto de Indiasaffiorare dalla superficie!
Caiman crocodylus fuscus, Brown Caiman, Guatemala
Talvolta è singolare come con vari collegamenti sottili e casuali si associno argomenti apparentemente lontani e completamente distinti. Partendo da una delle mie passioni (il cinema) mi sono incuriosito per una espressione in spagnolo (idioma straniero preferito) che mi ha portato a parlare di rettili (animali secondo me fantastici) che, per puro caso, erano stati oggetto del post di pochi giorni fa (il pitone Gennarino) per finire poi a parlare dello stesso viaggio del 1983 in centro America del quale ho parlato l'altro ieri a proposito del Jai Alai.