domenica 4 dicembre 2016

Leggi razziali e cinema: i "Black Movies"

Fino a dopo la II Guerra Mondiale, negli Stati Uniti esistevano ancora molte leggi razziali, soprattutto negli stati del sud. Oltre a quelle ben note che vietavano ai “negri” di essere serviti nei locali pubblici dei bianchi, imponevano sezioni separate nei mezzi pubblici e altre che abbiamo visto in tanti film fino a quella recentemente riportata in ballo da Loving (di Jeff Nichols, 2016) che impediva di costituire coppie miste, ce ne erano anche alcune relative al cinema e dove non arrivavano le leggi ci pensavano i razzisti o quelli che pur non essendo d’accordo con l’apartheid, erano molto più interessati a far soldi.
Nel 2008 al rivalutato Black Cinema fu addirittura dedicata un francobollo
con il poster del film di King Vidor "Hallelujah" (1929)
primo musical sonoro con cast composto da afro-americani
Considerato però che anche al cinema c’era una distinzione di settori, sorsero anche locali per soli “negri” e lì c’era il pubblico per il quale, a partire dagli anni della I Guerra Mondiale cominciarono a prodursi i Black Movies  nei quale tutti, dal regista ai produttori, dagli attori alle maestranze, erano "negri" o quantomeno mulatti, quadroon (1/4 di sangue africano) o octoroon (1/8 di sangue africano, quindi “quasi bianchi”). 
Nell'immagine qui sopra vedete un annuncio su un giornale, rivolto in particolare a gente di colore e si notano varie cose singolari. Non si fanno alcuno scrupolo di scrivere la parola "negro" e solo per non ripeterla troppo spesso (si trova 2 volte nella nota in basso, nelle notizie al lato oltre che nella frase "An All-Star Negro Cast!") nel secondo paragrafo si sottolinea che i "colored" possono sedersi dovunque vogliano nella sala!
Così fino agli anni ’40 si stima che furono girati varie centinaia di black movies, ma allo stato attuale si ne esistono copie di non più di un centinaio di essi. Quasi nessuno è uscito da quel circuito (creatosi a causa della segregazione) per il quale furono prodotti e le poche copie rimaste si sono salvate grazie a collezionisti e ricercatori.
Per attori negri lavorare nel cinema era difficile e i pochi ruoli che venivano offerti erano quasi esclusivamente di inservienti, malavitosi, cameriere/i, prostitute, domestiche o qualunque altro lavoro “umile” o disdicevole. Quelli che riuscivano a farsi un nome, appena potevano si trasferivano dove c’era più tolleranza o, ancora meglio, in Europa, come fece Nina Mae McKinney (foto al lato) che nel nostro continente divenne famosa come la "Black Garbo".
Mi sono imbattuto in questa ennesima nicchia della settima arte grazie a Jimbo Berkey, collezionista/filantropo che, sul suo sito free-classic-movies.com , mette gratuitamente a disposizione di chiunque sulla faccia della terra oltre 4 TB di film, dagli albori fino agi anni ’70 (ce ne sono anche di molto buoni, liberi per mancato rinnovo dei diritti). Si possono scegliere per titolo, per data per nome degli artisti e chi si iscrive alla mailing list riceve ogni settimana un messaggio con i link ai film che sono stati aggiunti, insieme a succinte notizie. La maggior parte sono americani, ma ce ne sono anche di italiani, soprattutto di quelli definiti “B-movies”. 

Il mese scorso mi ha incuriosito Gang Smashers (di Leo C. Popkin, 1938) anche perché il buon Jimbo aveva sottolineato la particolarità del film e quindi l’ho scaricato, ieri l’ho guardato e da poco ne ho anche pubblicato la micro-recensione.  

Comunque sia ... i black movies hanno rappresentato un ennesimo piccolo capitolo della grande storia del Cinema.

venerdì 2 dicembre 2016

da Brando ai Beatles, coinvolgendo Frank Zappa e Kubrick

L’incredibile Tim(othy) Carey

"Sono astemio e non mai neanche fumato. Mi offrono costantemente erba o cocaina. Io ho la mia cocaina, la mia personalità. Io sono cocaina. A che mi serve quella roba?"

"Ogni poliziotto che mi guarda pensa che io sia ricercato per almeno tre reati gravi."

"Quando passeggio in un parco, tutte le mamme richiamano i figli e corrono a casa."

"Sono stato arrestato per vagabondaggio un sacco di volte perché per la polizia sono un individuo sospetto." 

Altre pregevoli citazioni in calce

Con la mia mania di saperne di più di ciascun film per poi seguire le tracce di registi, attori e notizie varie degli inizi e del prosieguo della loro carriera mi sono imbattuto in questo personaggio veramente straordinario che conoscevo già “di vista” considerato che ha una faccia che certo non si dimentica!
Timothy Carey (niente a che vedere con Mariah né con Jim, che ha due “r”) è la chiave di volta dell'arco mi ha portato da Marlon Brando ai Beatles e che nella sua struttura include varie volte Stanley Kubrick e Frank Zappa, ma andiamo per ordine.
Tutto comincia nel momento in cui mi sono imbattuto nel dvd One-eyed Jacks (di Marlon Brando, 1961, foto in basso) e, pur senza ancora sapere che si trattasse della sua unica regia, l’ho ovviamente comprato. Cominciando a indagare, mi ha incuriosito la quasi anomala composizione del cast che oltre ad attori e caratteristi americani ben noti, comprendeva famosi attori messicani e ... Tim Carey, probabilmente “eredità” di Kubrick che in un primo momento avrebbe dovuto dirigere il film. 
   
Infatti, lo stravagante attore (alla fine del post non potrete fare a meno di concordare sull’aggettivo) ebbe il suo primo ruolo importante in The Killing (1955, “Rapina a mano armata” - foto a sx) diretto da Kubrick che lo volle anche nel suo successivo Paths of Glory (1956, “Sentieri di gloria” - foto a dx).
   

Tim passava quasi per pazzo ed era pressoché ingestibile, è stata l’unica persona che Elia Kazan abbia fisicamente aggredito sul set e lo stesso Brando, in un eccesso di frustrazione e disperazione, lo “pugnalò” con una penna nel corso delle riprese. Fu comunque molto apprezzato da Cassavetes, Coppola, Tarantino e altri.
Ma non finisce certo qui ... Timothy Carey fu anche un pioniere del cinema americano indipendente degli anni ’60 dirigendo nel 1961 The World's Greatest Sinner, del quale fu anche produttore, sceneggiatore ed interprete principale. Alla colonna sonora collaborò l’allora 21enne e ancora semi-sconosciuto Frank Zappa il quale, parafrasando il titolo, lo definì "the world's worst movie". 
Il film non ebbe mai una vera e propria distribuzione, ma in breve tempo divenne un cult pur essendo proiettato solo come spettacolo di mezzanotte. Per decenni nessuno l’ha visto finché uno storico-cinefilo non l’ha riscoperto e lo ha inserito nel programma del Vienna International Film Festival del 2009, facendo seguire il giorno successivo l’unico altro film di Tim Carey, questo del tutto inedito, Tweet's Ladies of Pasadena (1970). 
   
La trama: il frustrato e deluso assicuratore Clarence Hilliard (Tim Carey) lascia il lavoro e, dopo aver osservato una folla in estasi ad un concerto rock, forma una band. Rendendosi conto del potere che riesce ad avere sui suoi fan con demenziali esibizioni rockabilly, Hilliard prima coinvolge in un partito politico e poi in una religione, finanziandola seducendo e raggirando ricche anziane. Più diventa potente e più diventa egomaniaco fino a pretendere di essere chiamato God Hilliard e quindi sentirsi in diritto di sfidare il vero Onnipotente.
 
L'altro suo film, ancora più folle, tratta di anziane che, guidate da Tweet/Carey, girano per Pasadena sui pattini mentre lavorano a maglia preparando vestitini per animali ... non mi sembra sia necessario aggiungere altro. 

Infine, il fotogramma con il primo piano di Tim Carey che imbraccia il fucile in The Killing fu inserito nel collage della copertina dell’ottavo album dei Beatles “Sgt Pepper Lonely Hearts Club Band” (1967).
Ho scovato notizia e foto nel sito http://www.fab4art.com/ , “specialists in Beatles - Yellow Submarine” ed esattamente nella pagina 'The Sgt PepperAlbum Cover Shoot Dissected', ciò nel caso vogliate sapere chi altro c’era in quel folto gruppo.

Tim Carey's quotes (scelte da IMDb)
  • Coppola [Francis Ford Coppola] wanted me so much to be in "The Godfather." But the stage wasn't right. I just would have made a lot of money, and when you make a lot of money, it doesn't help an artist because the more money you have, the more trouble you have. Except to make a film, that's different, of course, but Cassavetes [John Cassavetes], it would never affect him ... Coppola didn't have the sensitivity Cassavetes had. He's a good director, a nice fella, but he's no John. Nobody's a John Cassavetes. Nobody!
  • Characters as evil as the ones I play just can't be allowed to remain in society. The only time I managed to "stay alive" all the way through a picture was when I wrote and produced one myself.
  • Why are people afraid of me? One producer thought I was on dope. I don't even drink or smoke. I'm just enthusiastic. I don't need any stimulation.
  • People are finally beginning to understand me. The trouble is, people in Hollywood never saw a guy like me before. They think I'm a man from another planet.
  • I wasn't trying to upstage anyone; I just wanted to do it for the good of the show. Sometimes I'd overdo it maybe. Sometimes I didn't do exactly what the director wanted, that's true ... I try so hard, you know. To me, it's like the last film I'm gonna make, and I want it to be the best.

mercoledì 30 novembre 2016

Feste molto rumorose al suono di "cacharros"

* Fiesta de los cacharros (Valle de La Orotava, Tenerife, Canarias) 
* Arrastre de latas (Algeciras, Andalucia)

Due feste infantili simili, di origini incerte e comunque diverse, legate a due località molto distanti fra loro.
La prima si celebra (almeno nella versione attuale) la sera del 29 novembre, vigilia della festa di Sant'Andrea, patrono di Icod de los VinosQui e in altri centri del Valle c'è la tradizione di mettere insieme una quantità di latte, lattine e scatole di banda stagnata creando soprattutto "serpenti" più o meno lunghi, ma i più creativi le uniscono nelle forme più strane. 
Cacharro significa piccolo recipiente, ma anche coccio o una cosa vecchia in genere. Ragazzi e bambini nei giorni precedenti si procurano non solo barattoli e latte ma addirittura bagnarole e piccoli elettrodomestici, insomma qualunque cosa che, trascinata per strada, faccia rumore.
L’origine, come detto, non è certa. Oltre ad una teoria che la lega al mettere in fuga le streghe con il gran fracasso, tutte le altre sono connesse con Sant’Adrea e il vino. Una leggenda vuole che San Andrés zoppicasse, ma non si sa se per malformazione o per essere ubriaco e comunque los cacharros gli sarebbero stati legati ai vestiti da bambini impertinenti. Più o meno simile quella che narra che i bambini svegliano il santo al suono di cacharros per non farlo arrivare tardi alla sua festa, qui legata al vino (apertura delle cantine) che viene accompagnato da castagne arrostite nelle classiche "fornacelle" tronco-coniche. Oltre un paio di settimane di ritardo rispetto all’italica tradizione secondo la quale "a San Martino ogni mosto è vino" (11 novembre), ma qui siamo alle Canarie.
   
Il 29 era anche il giorno in cui si usava andare in riva al mare a lavare botti e barili con acqua salata prima di travasare il vino e a ciò è connessa una ulteriore ipotesi cioè che i padroni delle cantine, andando a lavare i fusti e le botti in riva al mare trascinavano cacharros per annunciare che il vino era pronto..
«Hoy es día 29,/ víspera de San Andrés./ Las castañas están al fuego,/ el vino ya está en el jarro/ y en el Puerto de la Cruz/ todos ruedan el cacharro».
Oggi è 29, vigilia di Sant’Andrea. Le castagne sono sul fuoco, il vino nel boccale  a Puerto de la Cruz tutti “ruedan el cacharro”.
Fino agli anni ’80 è stata una gran festa, poi cadde quasi nell’oblio per poi tornare di moda nei luoghi di produzione (La Orotava, Icod de los Vinos, ecc.) e a Puerto de la Cruz dove venivano lavati i barili.
   
La seconda, detta anche Cabalgata de las latas, è invece connessa con l'epifania, festa molto sentita in tutta la Spagna in quanto è allora che i bambini ricevono i loro regali più importanti. Alla festività ci si riferisce come Los Reyes "("I Re", ovviamente Magi).
Anche in questo caso le ipotesi in merito all'origine e significato sono molteplici. I bambini il 5 gennaio devono farsi sentire dai Magi poiché il malvagio " gigante de Botafuego" in quel giorno crea una coltre di nubi o fumo che oscura le luci della città e di conseguenza Los Reyes passano oltre senza lasciare alcun dono. Più semplicemente altri sostengono che anticamente i bambini univano tutti i giocattoli rotti o vecchi (un tempo per lo più di latta) per ricordare ai Magi che avevano bisogno di riceverne di nuovi.
   
Pur essendo caratteristica di Algeciras (alle cui spalle si trova Botafuego) , attualmente feste simili si svolgono anche a Tarifa e Cadice entrambe a pochi km di distanza, lungo la costa della parte più meridionale della penisola iberica. La sfilata rientra nella ben più importante Cabalgata de los Reyes.
Il termine cabalgata non significa solo “cavalcata” (sebbene sia l'origine della parola), ma una sfilata in genere, con o senza cavalli, spesso con carri, persone in costume, ecc. 

domenica 27 novembre 2016

"BAR BAHAR" donne palestino-israeliane di nuova generazione

Tre giovani donne palestino-israeliane evolute si scontrano con gli effimeri e spesso falsi venti di libertà e progresso. In Bar Bahar la giovane regista Maysaloun Hamoud offre agli spettatori uno spaccato della vita di alcune donne palestinesi dei nostri giorni, molto diverso da luoghi comuni e stereotipi. 
Come in ogni altra società, i modi di vita di tre co-inquiline (molto diversi fra loro) non possono certo rappresentare quelli di tutte le donne e meno che mai in questo caso, tuttavia è importante che si sappia che esistono anche quei tipi di problemi che, in fin dei conti, sono simili a quelli occidentali, di quell’Europa alla quale più volte fanno riferimento.
In un moderno appartamento di Tel Aviv (Israele) alla cristiana lesbica con piercing e tatuaggi, aspirante DJ, e all’avvocatessa disinibita e dall’abbigliamento stravagante e provocatorio, gran fumatrice e facente uso di droghe, inaspettatamente si aggiunge una studentessa di informatica, musulmana osservante, con tanto di hiyab.
Tutte e tre si troveranno ad avere a che fare con possibili (improbabili) partner e con le loro famiglie che non accettano i loro stili di vita e che, al di là della facciata di liberalismo e progresso, ostacolano per quanto possono la loro libertà scelta. Nel breve periodo descritto nel corso del film Laila, Salma e Nour riusciranno solo a prendere coscienza delle loro idee e a stringere un solido legame di rispetto e amicizia, a dispetto delle loro diversità.
   
Ovviamente non può né vuole essere esaustivo, ma in tutta l’inaspettata modernità quasi si fondono la tolleranza nei confronti degli omosessuali (un loro amico a dichiaratamente gay), alcool, droga, ecc. e i vincoli dettati dalle famiglie patriarcali e dalle religioni.  
Trailer con sottotitoli in inglese, se li preferite in spagnolo ecco il link
Sono quasi certo che il film ha ottenuto tutti i premi ai quali concorreva in tre festival diversi (3 a San Sebastian, 2 a Haifa e uno a Toronto) proprio per il fatto di descrivere queste giovani che non accettano “l’obbligo” di dover rimanere in casa ad occuparsi solo della cucina e dei figli, ma con la chiara volontà di raggiungere l’emancipazione e l’autodeterminazione. Storie inaspettate e quasi sorprendenti per chi conosce quelle realtà solo attraverso le immagini violente che vengono propinate dalle tv e avvenimenti tragici raccontati dai giornali, eppure storie vere e reali. 
Come ho più volte scritto, i film stranieri seri di paesi di cui si sa poco o niente, al di là della loro qualità tecnica e artistica, sono fondamentali per aprirci la mente, per comprendere alcuni aspetti della vita quotidiana in altre culture, e Bar Bahar non fa eccezione.
Questo è il primo lungometraggio della regista palestinese la quale, oltre a dirigerlo, ne ha anche scritto la sceneggiatura e questa è una lunga intervista (in spagnolo) rilasciata durante il Festival di San Sebastián di settembre scorso. Al termine della stessa Maysaloun Hamoud (seconda da sinistra nella foto) afferma che nelle sue intenzioni Bar Bahar dovrebbe il primo di una trilogia, il secondo si chiamerà Bar (Terra) e il terzo Bahar (Mare).
Il film è appena giunto nelle sale esordendo in Spagna (25 novembre), al momento non ci sono anticipazioni di uscite in altri paesi, se non quella in Israele a gennaio 2017. Se siete interessati, ogni tanto fate una ricerca ricordando che il titolo è quello originale in arabo, ma in ebreo è Lo Po, Lo Sham, quello internazionale per ora è In between, in spagnolo è stato aggiunto Entre dos mundos, chissà come sarà in italiano, se mai verrà distribuito nel “bèl paése”.
   
Per vostra conoscenza, i palestinesi israeliani sono circa 2 milioni, poco meno del 20% della popolazione complessiva di Israele. Non sono tutti musulmani e tantomeno terroristi, molti sono cristiani. Molte giovani sono assolutamente indipendenti, professioniste e cercano di vivere in stile più occidentale ma, nonostante molte conquiste e miglioramenti rispetto al passato, il percorso sembra essere ancora molto lungo.
 
361° film del 2016: un film al giorno (366, essendo bisestile)
Bar Bahar” (Maysaloun Hamoud, Israele, 2016) 
con Mouna Hawa, Sana Jammelieh, Shaden Kanboura
Film molto interessante anche se non di eccelsa qualità, notevole anche la colonna sonora ... consigliato.

giovedì 24 novembre 2016

Ottimo, fortunato e creativo restauro di un film

Le prime di Lost Horizon (quello originale di Frank Capra e non il remake 1973) si tennero contemporaneamente a Los Angeles e San Francisco il 2 marzo 1937 ed il giorno successivo a New York e per alcuni anni identiche pellicole della durata di 132 minuti furono proiettate in tutto il mondo (tit. it. Orizzonte perduto). Questa mega-produzione della Columbia ebbe un notevole successo anche in conseguenza dei 2 Oscar vinti e delle 5 Nomination.
Nel corso degli anni, probabilmente per motivi commerciali, furono tagliate varie scene per un totale di una ventina di minuti. Dopo 30 anni si scoprì che il negativo originale era deteriorato a tal punto da risultare inservibile e non si era a conoscenza di alcuna copia originale completa.
Finalmente, nel 1973, The American Film Institute (AFI) decise di condurre una minuziosa indagine in tutti gli archivi del mondo per identificare le versioni del film sopravvissute. Il risultato fu in parte abbastanza soddisfacente in quanto furono trovati quasi tutte le parti tagliate (seppur di qualità variabile da eccellente a scadente), tuttavia mancavano ancora sette minuti. Ma la buona, ottima notizia, una vera sorpresa, fu il ritrovamento di una colonna sonora originale completa.
Così fu possibile mettere mano al restauro vero e proprio da parte della Sony Pictures Entertainment, UCLA Film e Television Archive che utilizzarono moderne tecnologie digitali per ottenere la miglior qualità possibile dalle scene esistenti la cui durata complessiva restava comunque di 7 minuti più breve della colonna sonora.
   
A questo punto, oserei dire con un colpo di genio, fu deciso di non accorciare quest’ultima sincronizzandola con le immagini  disponibili, ma di “riempire”  le parti mancanti con fotogrammi a disposizione e con foto di scena originali, a mo’ di fotoromanzo. In vari dialoghi furono associati i primi piani di chi parlava (con espressioni adeguate), in altri scene di gruppo o comunque più ampie.
Il più lungo spezzone riprodotto con questa tecnica è quello in cui il paleontologo Lovett racconta la storia dei tre orsetti nella scuola all’aperto, con gran divertimento dei bambini ma con Barnard che lo interrompe e lo prende in giro.
   
Il risultato complessivo è eccellente in quanto non si perde praticamente niente della sceneggiatura, lasciando il ritmo del film fluido e piacevole.
Chissà se altri hanno utilizzato la stessa tecnica ... ovviamente avendo la fortuna di avere a disposizione la colonna sonora originale.

martedì 22 novembre 2016

Wifi gratis e socialità

Stamane, su un giornale online straniero, ho letto uno stimolante articolo a riguardo dei cambiamenti sostanziali già intervenuti in molti bar, caffetterie e simili che mettono a disposizione dei loro clienti la connessione gratuita ad internet. L’ambiente e clientela stanno cambiando, da luoghi di incontro per una chiacchierata, scambi di opinioni o brevi incontri di affari, i suddetti tipi di locali si stanno trasformando in spazi di studio o lavoro online.
Di conseguenza in alcuni di essi, specialmente in alcune fasce orarie, è cambiata completamente l'atmosfera, al suono caratteristico di un mix di voci, risate, e tintinnare di tazze, bicchieri e cucchiaini si è sostituito un deprimente silenzio quasi assoluto e addirittura chi "osa parlare non sussurrando" viene ripreso da chi è immerso nel mondo virtuale.
Non sto parlando di quelli che semplicemente consultano email, FB, Twitter ecc., ma di quelli che piazzano il loro laptop sul tavolino, scegliendo quello con una presa elettrica a distanza di cavo, comprano una bottiglietta d'acqua o un caffè e stanno lì per ore. Gli stessi esercenti che fino a un certo punto hanno attirato clienti offrendo wifi gratuito ora stanno studiando come contrastare questa cattiva abitudine. C'è chi ha pensato di richiedere al minimo una consumazione per ora o mezz'ora, altri tentano di risolvere distribuendo password valide solo per le suddette durate.
Sia chiaro che non sono contrario alle reti aperte e all'uso di tablet e simili in luoghi pubblici. La prima stesura di questo post è nata proprio mentre aspettavo il mio potaje e le sardine fritte. Viaggiando quasi sempre da solo da sempre ho approfittato dei tempi morti per leggere o scrivere, non avendo con chi conversare, passare da un libro o un giornale a un e-book o Internet e prendere appunti in modalità digitale invece di utilizzare carta e penna non mi fa sentire colpevole e sono comunque sempre pronto a sospendere ciò che sto facendo per scambiare qualche parola con baristi, cuochi, camerieri e altri avventori.

Situazione diversa, ma forse ancora più triste, è quella di quei gruppi seduti attorno a un tavolo "giocherellando" con i loro smartphone senza scambiarsi una sola parola. Che escono a fare???

Si è perso lo spirito dei bar con discussioni e polemiche prive di possibili soluzioni (che siano di argomento politico o sportivo poco importa), punto d'incontro per pettegolezzi, lamentele, prese in giro e progetti senza speranza?

Dove sono finite socialità e comunicazione diretta, vis-à-vis?
Sono destinate a scomparire del tutto e definitivamente?

domenica 20 novembre 2016

Ficus macrophylla f. columnaris, un albero eccezionale

Si tratta di un baniano (famiglia Moraceae, genus Ficus) che, come vari altri suoi stretti parenti, crescendo produce numerose radici avventizie. Queste hanno origine dai rami, giungono fino al suolo, piantano vere radici e con il tempo si trasformano in veri e propri tronchi supplementari, spessi e robusti come colonne, da cui il nome di questa sub specie.

I Ficus macrophylla f. columnaris sono endemici della piccola Isola di Lord Howe (nel sud Pacifico, circa 600km a est dell’Australia), ma per essere molto particolari nei secoli scorsi furono piantati (con evidente successo) in numerosi Giardini Botanici.

Questo é uno degli alberi più affascinanti fra quelli che conosco e che ho avuto occasione di ammirare in più di una occasione. Oltre la sua imponenza, colpisce la sua struttura composita e articolata, che conferisce a ciascun esemplare un aspetto diverso, ma sempre spettacolare.
L'albero delle foto si trova in quello che comunemente è conosciuto come Orto Botanico di Puerto de la Cruz (Tenerife), ma che in effetti è il Jardín de Aclimatación de La Orotava, fondato nel 1788, secondo Orto Botanico di Spagna dopo il Real Jardín Botánico de Madrid.
Fu creato con l'obiettivo di far adattare piante delle Americhe al clima della penisola iberica, veniva inteso come una tappa intermedia fra i climi tropicali e quelli temperati dell’Europa meridionale, ma questa idea non aveva alcun vero fondamento scientifico.
     
Non vi fate ingannare dalle foto: si tratta di un unico albero, si potrebbe dire con molteplici tronchi. Un esemplare di baniano, avendo il supporto di un sufficiente numero di “colonne”, può raggiungere un’altezza di varie decine di metri e arrivare a coprire una superficie di 2 ettari. In varie religioni, a cominciare dal buddismo, i  baniani sono ritenuti sacri forse anche per la loro longevità. Per esempio, Lo Sri Maha Bodhi è un baniano (Ficus religiosa) che si trova a Anuradhapura, nello Sri Lanka. È un discendente diretto dell'albero di Bodhi piantato nel 288 a.C. ed è l’albero più antico del quale si conosca “la data di nascita”.
Queste ed altre foto sono in questo album Google+

venerdì 18 novembre 2016

Diversi modi di spendere milioni (chi ce li ha)

Di recente varie di notizie di spese esagerate hanno attirato la mia attenzione, si tratta di opere d’arte battute all’asta e di un matrimonio in India. 
In pochi giorni a New York da Christie's sono stati venduti il dipinto ''I covoni'' (1890-91) di Claude Monet per 81,4 milioni di dollari (76mln euro) e la tela del maestro dell'astrattismo William de KooningUntitled XXV" (1977) per 66,3 milioni di dollari (62mln euro), mentre da Sotheby's per “soli” 54,5 milioni di dollari (51mln euro) qualcuno si è aggiudicato "Ragazze sul Ponte" (1902) di Edvard Munch, autore del famoso quadro "L'urlo".
    
Il matrimonio indiano era quello della figlia di Gali Janardhan Reddy (ex-ministro da poco scarcerato dopo aver scontato una pena per corruzione, ma i soldi provengono in gran parte dalle sue miniere in Africa) e pare che sia costato 5 miliardi di rupie pari a circa 69 milioni di euro, anche se gli organizzatori sostengono che questa cifra sia il triplo di quella reale. Lo sfarzo dei festeggiamenti ha indignato l'opinione pubblica indiana, e ci sono state proteste perfino in parlamento.
Il ricevimento si è svolto nel Bangalore Palace (costruito nell’800 in stile Tudor) e nel parco circostante di 183 ettari sono stati ricreati ambienti dell’epoca dell’Impero di Vijayanagara (XIV-XVII sec.) con villaggi completi di templi, mercati, case e spazi per i giochi delle feste dell’epoca, compresi i combattimenti fra tigri, e ovviamente non mancavano figuranti vestiti in modo da rendere ancora più reale il set. Le installazioni, distribuite su quasi 15 ettari, sono state curate dai migliori scenografi di Bollywood sotto la direzione di Shashidhar Adapa il quale ha sottolineato di come si trattasse di una mega-ricostruzione del sito storico di Hampi, completo del grande tempio dedicato a Vitthala, Shiva e Ganesha. Il matrimonio è durato 5 giorni e la cerimonia religiosa è stata officiata da 8 sacerdoti.
Fra gli oltre 50.000 (proprio cinquantamila, una città!) convenuti c’erano numerosi politici (ma tanti altri hanno declinato l’invito) e tutte le stelle di Bollywood. L’originale (ma molto kitsch) invito arrivava in una scatola azzurra contenente uno schermo LCD sul quale all’apertura partiva in automatico un video di poco più di 2 minuti e mezzo. 

Non solo in India ma anche in altre parti del mondo sembra che i commenti indignati siano quasi esclusivamente all’indirizzo del magnate indiano, il che mi sembra irragionevole ed ecco il perché. Indipendentemente dal modo in cui abbia fatto soldi almeno si sa chi è, probabilmente evade parte delle tasse, è stato condannato per una frode e si è fatto oltre 2 anni di galera. Al contrario, l’identità di chi ha comprato i quadri è sconosciuta e chi ha speso ancor di più dell’ex-ministro potrebbe anche essere un criminale della peggiore specie, un trafficante di droga, armi, uno che si occupa di riciclaggio di danaro sporco, o altro. In ogni caso penso che chi ha soldi ha il diritto di spenderli come meglio ritenga.
Venendo al punto della “immoralità” di tale quantità di denaro “sperperato”, penso che almeno il signor Raddi abbia contribuito al bilancio familiare di migliaia e migliaia di lavoratori indiani considerando che ne sono stati impiegati 3.000 solo per la sicurezza e ad essi vanno aggiunte centinaia di cuochi, camerieri, giardinieri, carpentieri, elettricisti, artisti (oltre a quelli locali c’erano anche ballerine fatte venire direttamente dal Brasile), musicisti, quelli che guidavano i carri trainati da buoi con i quali gli invitati venivano portati al palazzo, e chi più ne ha più ne metta. Da considerare anche il valore immateriale del piacere della stragrande maggioranza dei partecipanti per aver goduto di questa festa memorabile, quasi unica.
Al contrario, quelli che hanno comprato i tre succitati dipinti probabilmente li custodiranno gelosamente in un caveau, godendo raramente della loro vista, e nessuno oltre pochi amici avranno più il piacere di ammirare quelle opere (che starebbero molto meglio in un museo). 
I soldi sono passati da un conto ad un altro e nel passaggio una parte si è fermata nelle casse della casa d’asta che ne ha curato la vendita.

Personalmente, preferisco quelli che fanno circolare il denaro come Raddi distribuendolo in numerose tasche, anche se in minime quantità, e non chi si spende cifre enormi in modo egoistico facendole passare da un mega-conto ad un iper-conto.

mercoledì 16 novembre 2016

Zoo sì, zoo no? Dipende da come sono gestiti ...

Come per la maggior parte dei dilemmi, forse tutti, non si può fornire una risposta univoca e definitiva ... si deve valutare caso per caso. 
Premetto che non sono particolarmente amante dei giardini zoologici, ma ne ho visitato vari che sono ben organizzati, ottimamente tenuti e che sono amministrati da fondazioni che spendono fior di quattrini per la salvaguardia dell’ambiente e di quello animale in particolare.
   
Quest’anno ho visitato lo Zoo di Washington (USA) gestito dalla Smithsonian Foundation e ieri il Loro Parque di Tenerife (gestito dalla Loro Parque Fundación), secondo al mondo per gradimento del pubblico, primo in Europa. In questi ultimi anni ha promosso 109 progetti, in 30 paesi di cinque continenti, con un investimento di quasi 16 milioni di dollari.
   
Entrambi spendono quindi per la ricerca scientifica, preservazione di ambienti particolari, protezione di specie a rischio, ripopolamento e altre attività simili. Per quanto riguarda gli animali, entrambi adottano la politica di avere un numero limitato di esemplari e specie, concedendo loro spazi più ampi di quelli che in passato erano la norma e ricostruendo, per quanto possibile, l’habitat naturale per ciascuna specie.
   
Negli zoo di qualità come i suddetti (per esempio, San Diego, Omaha, Singapore, Zurigo, ecc.) si possono ammirare specie più o meno rare, quasi impossibili da trovare allo stato selvatico e alcune di esse ormai sopravvivono solo in cattività grazie proprio ai giardini zoologici, parchi natura e simili. 
Gli spettacoli ... non sono proprio il meglio dal punto di vista degli animali, ma c’è da dire che molti di quelli che si esibiscono sono nati in cattività e che sono molto predisposti al tipo di compiti ai quali vengono chiamati e, spero tutti convengano su questo punto, sono ben altra cosa rispetto ai circhi.
Sono seguiti da staff di specialisti, si studiano le loro abitudini e loro debolezze, seguono tutti diete ottimali, sono recuperati in caso di ferite, debilitazioni o handicap. 
   
Proprio in merito a quest’ultimo punto è esemplare la storia di Morgan, un’orca del Loro Parque, che soffre di sordità quasi completa e che è stata recuperata “socialmente” ed è diventata una delle star dello spettacolo delle orche ma, a differenza delle altre, viene guidata tramite segnali luminosi invece che acustici.
Molti avranno letto delle polemiche sorte in seguito ad un suo strano comportamento nel giugno scorso quando deliberatamente saltò fuori dell’acqua e rimase a secco per più tempo del normale. Si parlò di tentato suicidio, di un tentativo di fuga dalle minacce delle altre orche o di un comportamento normale visto che è una tecnica che si insegna per permettere visite veterinarie e alte analisi.

La SeaWorld, l'organizzazione che gestisce parchi marini in tutto il mondo e che è proprietaria di Morgan, sostiene che non può essere liberata, perché è sorda e non potrebbe sopravvivere allo stato di natura. Altro argomento per discussioni senza fine e senza controprova ...