lunedì 18 giugno 2018

Sentieristica: incapacità, ignoranza (non conoscenza), negligenza o malafede?

Qualsiasi dei quattro si scelga, certamente non è un titolo di merito e in vari casi, in una stessa persona, se ne ritrovano un paio o perfino tutti e quattro. Mi riferisco a chi dovrebbe avere a cuore, controllare e curare la sentieristica in Penisola Sorrentina, Costiera Amalfitana e Monti Lattari, apprezzata da tanti escursionisti (soprattutto stranieri) per la spettacolarità dei panorami, la varietà di ambienti, la ricchezza naturalistica.
Quasi tutte le Amministrazioni Comunali, le Pro Loco, le Aziende di Soggiorno ed anche i singoli operatori del settore ricettivo se ne fanno un vanto, pubblicizzando i vari sentieri, purtroppo in modo spesso fuorviante, mirato solo ad attirare turisti, camminatori e non: “Abbiamo centinaia di km di sentieri segnati”, “Una delle più spettacolari passeggiate”, “Alla portata di tutti”, ... e via discorrendo.
La situazione reale, al di là della effettiva piacevolezza delle escursioni, è ben diversa. I sentieri ben segnati sono pochi e le associazioni (CAI in primis) che contano solo sui propri volontari hanno difficoltà a mantenere i segnavia aggiornati e visibili; il resto è terra di nessuno e gli intraprendenti escursionisti si devono affidare alla relativa inaffidabilità dei GPS e cartine fatte più o meno bene, indipendentemente dall’essere distribuite gratuitamente, a pagamento o virtuali. Le “passeggiate” spesso non sono tali a causa del fondo sconnesso, spesso roccioso, talvolta potenzialmente pericoloso, ma l’irresponsabilità di chi si “venderebbe la madre ai beduini” pur di sgraffignare una commissione sulla vendita di un pacchetto turistico è purtroppo notoria e la maggior parte di questi (concierge, proprietari di B&B, camerieri di ristoranti, tassisti, ecc.) non hanno la benché minima idea di come sia tale “passeggiata” ... il problema di escursionisti impreparati, senza alcuna attrezzatura specifica, oggettivamente obesi e non in grado di affrontare una salita, la passano direttamente alla “guida”.
Non da ultimo, si deve aggiungere che sono scarsissimi, e talvolta inesistenti, gli interventi a favore dell’escursionismo da parte di Enti come Parco dei Monti Lattari e Comunità Montana, nonché dei Comuni che potrebbero/dovrebbero investire in questo modo parte delle imposte di soggiorno.
Di certo ci sarà qualche caso virtuoso, ma è certamente ben noto (per esempio) il disinteresse di Positano nel mettere in sicurezza il minimo crollo sul Sentiero degli Dei, certamente il più frequentato dell’intera Campania, forse del sud. C’è un divieto, notoriamente disatteso, nessuno controlla e di ripristinarlo non se ne parla ... se accadesse qualcosa si tirerebbe in ballo la suddetta ordinanza ...
Dell’altra frana (in territorio di Praiano) si parla poco, ma anche in questo caso né Comune, né Parco si sono dati da fare ... a quanto ne so neanche con un’ordinanza.
Nella parte alta della Valle dei Mulini di Amalfi e delle Ferriere di Scala, la maggior parte degli alberi caduti a seguito degli incendi degli anni scorsi sono stati rimossi da volontari e associazioni. Anche l’area del Faito che dovrebbe essere un Eden dell’escursionismo (per la maggior nel territorio di Vico Equense) è pressoché abbandonata alle iniziative di associazioni, volontari e CAI.
Per quanto riguarda le passeggiate nelle aree all’estremità della Penisola (Sorrento e Massa Lubrense) la situazione non è migliore, con varie strade comunali facenti parte di percorsi rurali interrotte da decine di anni e mai ripristinati (p.e. Sant’Anna a Massa e Li Schisani a Sorrento, ma ne potrei citare anche altri ), nonostante periodiche puntuali promesse. In quanto alla transitabilità dei sentieri che invece attraversano zone di macchia mediterranea, la situazione non è migliore, anche se per differenti motivi. 
La fortuna che abbiamo di avere una terra fertile ed una biodiversità vegetale quasi eccezionale, diventa talvolta un problema per l’esuberanza di tante specie che in poche settimane, quando è il loro turno, coprono quasi completamente i sentieri impedendo agli escursionisti di vedere dove mettono i piedi. Questi problemi non si dovrebbero lasciare irrisolti, specialmente quando risolvendoli si avrebbero benefici non solo per gli "ospiti", ma anche per la comunità locale, sia in termini di vivibilità e decoro, sia in quelli economici.  Le stesse Amministrazioni che si fanno vanto della loro rete sentieristica ancora non riescono eseguire una corretta e puntuale manutenzione, né a programmare interventi mirati nei luoghi e tempi opportuni per mantenere una buona transitabilità dei percorsi e quindi curare la sicurezza degli escursionisti.
Una volta non possono impegnare somme per mancanza dell’approvazione del bilancio, una volta non riescono ad aggiudicare una gara per i lavori di diserbamento, una volta la fanno nell’epoca sbagliata (quando è del tutto inutile o quando il taglio di alcune specie serve solo a rinvigorirle) altre, come nel caso che vado a sottoporvi (simile a uno di Positano un paio di anni fa, fra le Tese e Valle Pozzo), fanno tabula rasa di ampie fasce di erba, fiori, piante e arbusti ai lati dei sentieri, quasi “desertificandole”. Ovviamente, queste operazioni vengono eseguite nei tratti di sentieri più "comodi", vale a dire più vicini al posto dove si può giungere con un automezzo, e dove c’è meno vegetazione ... praticamente un lavoro assolutamente inutile, se non controproducente. 
Due settimane fa scrissi dell’alberello caduto a traverso del sentiero da Termini verso il Vuallariello e l’Alta Via dei Monti Lattari (prontamente tagliato da un paio di volontari) e della quasi totale sparizione dei primi 50 metri dello stesso sentiero (guarda il video in alto) a causa della vegetazione invasiva che, in alcuni tratti un po’ più avanti, costringe gli escursionisti a procedere sul ciglio poco consistente, e quindi affidabile, del tracciato.
Nonostante le “rassicurazioni” fattemi personalmente e i vari proclami pubblici, ieri ho scoperto che invece di “diserbare” 50 metri del sentiero verso il Vuallariello per una larghezza di un metro (necessario ma più che sufficiente) è stato scelto di ripulire oltre 200 “comodi” metri, per una larghezza di circa 3 metri (foto sopra), lungo il sentiero della sella fra Santa Croce e San Costanzo, operazione assolutamente non necessaria. In termini di ore lavoro e costi 200x3=600mq inutili invece di 50x1=50mq opportuni, per non dire necessari
Spero che qualcuno di voi che avete avuto la pazienza di leggere questo post fin qui sostenga queste mie idee e solleciti gli amministratori a prodigarsi per far eseguire almeno (ed eventualmente solo) gli interventi strettamente necessari e non quelli “comodi”, che comunque impegnano un’intera giornata lavorativa. In caso contrario, per tornare a quanto appena esposto, il giorno in cui finalmente qualcuno sarà mandato a ripulire il percorso del Giro di Santa Croce, si correrà il rischio che i novelli Attila taglino tutto quanto c’è di bello e interessante ai lati, come gli asfodeli, le ginestre, i pungitopo e (in questo periodo) tanti Gigli di San Giovanni (Lilium bulbiferum L. subsp. croceum). 

venerdì 15 giugno 2018

Altra perla della cinematografia giapponese

Non meraviglia il fatto che questo ottimo film sia poco conosciuto al di fuori di uno stretto ambito di cinefili. 
Si tratta di una realizzazione quasi unica nel suo genere, fra avanguardia ed estetica, senza alcun dubbio un arthouse movie che miscela sapientemente argomenti politici e sociali attorno ad una trama ispirata ad una tragedia greca ed ambientata nel mondo omosessuale (tutto questo una cinquantina di anni fa!) 

166  Funeral Parade of Roses 
(Toshio Matsumoto, Jap, 1969)
tit. or. Bara no sôretsu
con Pîtâ, Osamu Ogasawara, Yoshimi Jô
IMDb  8,2  RT 86%

Film fra finzione e documentario, con qualche inquadratura nello stile classico giapponese e tanta avanguardia e cinema sperimentale, una strizzata d’occhio alla Nouvelle Vague e citazioni di pietre miliari della storia cinema come Un chien andalou (Buñuel, 1929) con la famosissima scena dell’occhio trasformata e duplicata, di Edipo Re (P. P. Pasolini, 1967) con i protagonisti che si fermano davanti ad una serie di manifesti del film. In quest’ultimo caso c’è anche il riferimento alla tragedia greca alla quale vagamente Bara no sôretsu si ispira. 
   
A ciò si aggiungano tanti (profondi) aforismi in sovrimpressione, un breve ma profondo soliloquio sulle maschere (in senso lato), tanti primi piani di parti non immediatamente identificabili di uno o due corpi nudi, inserti di foto e scene di pochissimi fotogrammi, meno di un secondo, anche in velocissime sequenze (alla Kubelka), interviste e riprese di riprese sul set, flashback e flashforeward, alcuni dei quali sono inquadrature fisse riproposte tante volte, riprese rallentate e accelerate ed una di queste ultime - la “rissa” - è stata adattata e riproposta da Kubrick in Clockwork Orange, montaggio non convenzionale ... lo definirei artistico-creativo, immagini distorte, disegni di arte moderna che rappresentano volti deformati, spesso con tanti occhi, manifestazioni in strada per richiedere lo smantellamento delle basi militari americane e tanto altro.
   
   
Detto così può sembrare un film confuso e invece ha una trama drammatica con una sua linearità ed il fatto di svolgersi in ambiente gay e trasgender, con scene di sesso quasi esplicito e discussioni sull’uso di droghe, diventa quasi un fattore incidentale. Le interviste ai protagonisti (non professionisti, al loro esordio) in merito alla loro realizzazione come persone, alle prese di coscienza del loro essere, alle prospettive per il futuro sono significative e ben distribuite nell’arco di tutto il film, senza mai diventare critiche, derisorie o volgari.
   
Dopo vari short, anche per il regista Toshio Matsumoto si tratta di un esordio, per altro molto positivo, per quanto riguarda la regia di un lungometraggio; Funeral Parade of Roses è il primo dei suoi soli 4 film girati in 20 anni. Seguirono Shura (1971, aka Demons oppure Pandemonium), Juroku-sai no senso (1973) e Dogura magura (1988), ma solo il primo di questi 3 rimase ad un livello simile a Funeral Parade of Roses, gli altri due non riuscirono a dire quasi niente di nuovo e, del resto, il grande momento della New Wave e del cinema d'avanguardia degli anni '60 era ormai passato.
Toshio Matsumoto è comunque uno dei due registi veramente innovatori nel cinema giapponese, insieme con il più noto, che non equivale a dire migliore in assoluto, Nagisa Oshima.
Da notare che le rose del titolo hanno un doppio significato in quanto non solo sono i fiori preferiti di uno dei protagonisti (vedi foto sopra), ma nel gergo giapponese di allora rose era sinonimo di uomo chiaramente effeminato, equivalente al pansy (violetta) in inglese. 

domenica 3 giugno 2018

Una domenica inaspettata, ma proficua sotto vari aspetti


Fino a poche ore fa non era facile giungere a questa "scala per il paradiso" che permette di uscire dalla selva di Cercito e raggiungere il Vuallariello
In tarda mattinata avevo ricevuto questo messaggio di allerta in merito alla (in)transitabilità del sentiero per il Vuallariello (vic. Le Selve, parte del Giro di Santa Croce):
C'è un grosso ramo di traverso sul sentiero nella prima parte boschiva. Impossibile passarci se non hai un paio di persone alte e forti che lo alzano per far passare gli altri. Stamattina in 3 sono riusciti ad alzarlo per farci passare.
Continuava dicendo che era impossibile passare ai lati a causa di altri rami, rovi e salti di quota e che aveva inviato messaggio al Comune. Armatomi di buona volontà e di macchina fotografica, nonostante il caldo mi sono avviato lungo il succitato sentiero per andare a rendermi conto della situazione e per documentarla visto che la comunicazione dell’escursionista non aveva immagini a corredo.
Già all’inizio ho dovuto constatare con rammarico che, nonostante le mie raccomandazioni (notificate il 19 aprile, quindi un mese e mezzo fa, prot. 9520) di provvedere al più presto alla segnatura del percorso visto che d’accordo con i responsabili del Comune è stato inserito nella mappa aggiornata al 2018, nulla è stato fatto in merito. 
   
Come se non bastasse, non è stato neanche effettuato alcun intervento di diradamento della vegetazione che ormai in più punti non consente agli escursionisti di vedere dove mettono i piedi e li costringe a procedere sul margine (instabile) del sentiero. Perfino l’inizio del sentiero è di difficile individuazione (foto sopra a sx) e ciò nonostante le promesse e sbandierate, ma evidentemente non eseguite, pulizie dei sentieri.
   
Percorse varie centinaia di metri sono giunto al "grosso ramo di traverso" (foto sopra a dx) che ho trovato meno grosso di quanto mi aspettassi ma senza dubbio, a causa delle due ripe quasi verticali coperte da vegetazione fitta a monte e a valle, e delle tante frasche alle quali si aggiungevano rovi ed edera ben attaccata ai rami, il transito era effettivamente molto problematico e rischioso ... i più avventurosi e agili avrebbero anche potuto superare l'ostacolo, ma certamente a costo di almeno molti graffi e qualche taglio. Normali e sensati escursionisti avrebbero, molto opportunamente, scelto di tornare indietro. 
  
Non avendo previsto di percorrere il pur sempre piacevole Giro di Santa Croce, appena scattate alcune foto di cui avevo bisogno, mi stavo avviando a tornare a Termini quando è improvvisamente apparso una mia vecchia conoscenza, escursionista e guida, "squilibrato" almeno quanto me per andarsene in giro alla 4 del pomeriggio di una domenica assolata. Per fortuna sua, mia e degli escursionisti che da domani percorreranno quel sentiero, il mio amico aveva con sè putaturo e serracchiello e in poco tempo, aiutandoci a vicenda siamo riusciti a riaprire il passaggio, ora più comodo di prima. 
A questo punto ho deciso di proseguire con lui fino all'incrocio di Vetavole dove ci siamo separati visto che lui se n'è andato al belvedere ed io mi sono avviato verso Termini via pineta.
Lungo la via del ritorno non ho potuto fare a meno di rifornirmi di ottima piccantissima rucola e di finocchietto che ho poi utilizzato per il piatto estemporaneo, assolutamente non previsto e mai sperimentato in precedenza.

Aglio, olio, peperoncino, olive nere infornate, pochissimi pomodorini e tanta rucola a crudo. Il finocchietto è stato bollito nell'acqua di cottura e aggiunto alla base prima di saltare la pasta in padella.
Ottimo esperimento! ... una domenica inaspettatamente piacevole e varia!

Cinema classico giapponese: "L'arpa birmana" (1956)

Avendo trovato un buon “canale”, ho messo mano ad approfondire la mia conoscenza del cinema giapponese classico seguendo i suggerimenti riportati in questa pagina dell’ottimo sito mubi.com.
Dei 30 scelti in un ampio lasso di tempo (da The Only Son di Ozu del ‘36 a Audition di Miike del ’99), dei quali ben 23 appartengono al periodo 1949-1964 con tanti lavori di Kurosawa, Mizoguchi, Ozu, ne avevo già visti circa una metà e ho cominciato a colmare le mie lacune più o meno dall’alto della lista (che non definirei classifica) con un film che inseguivo da molto tempo: 

153 - L’arpa birmana (Kon Ichikawa, Jap, 1956) 
tit. or. Biruma no tategoto” 
IMDb  8,1  RT 91% 
con Rentarô Mikuni, Shôji Yasui, Tatsuya Mihashi
Nomination Oscar film non in lingua inglese
3 Premi speciali e Nomination Leone d’Oro a Venezia
   
Questo famoso film di (fine) guerra è stato definito, giustamente, non solo antibellico e pacifista, ma anche religioso, poetico e filosofico. La sceneggiatura, adattata dal romanzo di Michio Takeyama, narra della fine della II guerra mondiale ed in particolare di un plotone di soldati giapponesi che vengono a conoscenza della notizia mentre sono più o meno sbandati in Birmania. Il tutto è visto da un'ottica particolare, proponendo non solo i più o meno comuni episodi di cameratismo, disperazione, speranza di tornare a casa (in questo caso molto lontana), lotta per la sopravvivenza, eroismo e nazionalismo esasperato ma anche l'evoluzione della coscienza del protagonista, il soldato Mizushima (Shôji Yasui)
Le impressionanti immagini degli innumerevoli cadaveri abbandonati che coprono aree intere sono state riprese in tanti film moderni che tuttavia tendono spesso più al cruento e allo splatter dimenticandosi del vero messaggio.
Altro elemento fondamentale che accompagna il gruppo di soldati nel corso dell'intero film è il canto. Il loro capitano, infatti, ha compiuto studi musicali con particolare riferimento ai cori e quindi li usa per animare i suoi subalterni invitandoli a cantare tutti insieme. E i cori cantati a gran voce, di solito in un crescendo e solo in qualche occasione con l'accompagnamento dell'arpa birmana, sono utilizzati anche per comunicare e per mascherare altro. La colonna sonora nel suo complesso apporta ulteriore emotività al film nel suo complesso.
Ben caratterizzati tutti i personaggi principali, oltre al protagonista spiccano le personalità del capitano e dell'anziana "ambulante" birmana che commercia con i soldati giapponesi detenuti al termine della guerra e speranzosi di essere rimpatriati. 
In conclusione, un gran bel film, pregno di contenuti e molto ben realizzato, supportato da ottime interpretazioni e bella fotografia, specialmente se si considera dove e quando il film è stato girato. 
In questo caso, al contrario di alcune visioni di film recenti forti di ottime recensioni, le mie aspettative non sono state assolutamente deluse.
Curiosamente, lo stesso Ichikawa diresse un remake (a colori) nel 1984, con lo stesso titolo, ma con molto minor successo (nel caso qualcuno volesse recuperare questo film stia quindi attento alla data). A mia memoria sono a conoscenza di un solo altro caso di film originale e remake diretto da uno stesso regista: Hitchcock ripropose The Man Who Knew too Much” (1934, b/n, con Leslie Banks, Edna Best e Peter Lorre22 anni più tardi in una versione a colori e oggi più conosciuta, con la coppia protagonista interpretata da due star dell'epoca quali James Stewart e Doris Day.
   
Continuerò questo mio viaggio cinematografico in estremo oriente con "When a Woman Ascends the Stairs" (Mikio Naruse, 1960) e "Anatomia di un rapimento" di (Akira Kurosawa, 1963).
   

mercoledì 30 maggio 2018

Buone notizie per gli “sportivi” nostalgici dei giochi di strada

A 25 anni dalla prima edizione di quello che fu pomposamente e scherzosamente chiamato “Campionato Mondiale”, la F.I.B.O.R. (fantomatica e inesistente Fed. Italiana Barracca ‘o Ruttunnielo) ripropone il torneo ufficiale VI Campionato Mondiale di  Barracca 'o rutunniello. Infatti per 5 anni di seguito (93-97) ne furono organizzate cinque edizioni e poi, nel 2003 una edizione indoor, non ufficiale.
Il Mattino, 1 settembre 1993 - I Campionato Mondiale di  Barracca 'o rutunniello
Nella foto: a sx il primo Campione Mondiale Lorenzo Balduccelli (Antognoni), a dx Benedetto Abbate,
quarto classificato. In quella I edizione secondo e terzo giunsero Giancarlo Milano e Cirotto Grieco
Per 5 estati, quindi, nel corso di una settimana, almeno un centinaio di persone si riunivano in piazza e con le loro “divise” estremamente eterogenee le decine di giocatori al loro turno si inginocchiavano o si accovacciavano per colpire la 50 lire tentando di mandarla nel rutunniello.
Inaspettatamente parteciparono persone di tutte le estrazioni e di tutte le età; anche se la maggior parte di loro erano nella fascia 45-55 (l’ultima generazione che aveva giocato frequentemente e seriamente) non mancarono giovani e anche ultrasettantenni, signore e signori …
Quest’anno quasi “assillato” (simpaticamente) da un vecchio compagno di giochi un po’ più grande di me, e visto che più che mai sono un "capafresca", mi sono dato da fare per accontentarlo e organizzare questo grande ritorno. Insieme, in pochi giorni siamo riusciti a trovare un nuovo Barracorutunniellodromo olimpico (quello storico di piazza San Francesco non è più adatto), scegliere date infrasettimanali cercando di evitare i santi (= feste patronali), i weekend e i periodi nei quali ci sono troppe altre distrazioni, stilare un regolamento, scegliere le monete (le vecchie 50 lire usate nei Campionati precedenti sono difficilmente reperibili), e restano ancora da definire altri piccoli dettagli come iscrizioni, premi, comunicazione, e così via.
Per ora quindi, a nome e per conto della F.I.B.O.R., comunico ufficialmente che da lunedì 25 a giovedì 28 giugnosarà disputato il VI Campionato Mondiale di  Barracca 'o rutunniello, secondo il seguente calendario:
lunedì 25 e martedì 26 giugno, ore 21,30: serate di qualificazione
mercoledì 27 giugno, ore 21,30: quarti di finale (48 o 64 ammessi)
giovedì 28 giugno, ore 21,00: semifinali (24 o 32 ammessi) e FINALE a 8
Appena apportate le ultime correzioni, sarà pubblicato il Regolamento. Nel frattempo gli interessati si segnino le date, in modo da non prendere altri impegni, e si incomincino ad allenare. I novellini possono apprendere (quasi) tutto della Barracca 'o rutunniello leggendo il capitolo a detto gioco dedicato sul libro scaricabile gratuitamente in versione eBook (.mobi e .ePub).
A breve aggiornamenti in merito a iscrizioni, campo di cara, premi, regolamento, e altre informazioni interessanti.

lunedì 21 maggio 2018

“Stanley Kubrick: A Life in Pictures” (Jan Harlan, USA, 2001)


Un gran colpo di fortuna mi fece trovare questo DVD su una bancarella del Rastro a Puerto de la Cruz, insieme con un'altra rarità (molto interessante, ma non certo di questo livello) che ri-guarderò, dopo tanti anni, stasera. 

144 “Stanley Kubrick: A Life in Pictures
documentario di Jan Harlan, USA, 2001
voce narrante: Tom Cruise * IMDb  8,0  RT 87%

Più che documentario, è un eccezionale documento per cinefili, che siano o meno fan di Kubrick. Il lavoro di assemblaggio di tante interviste e commenti, molti dei quali inediti, e spezzoni di riprese amatoriali della famiglia, intercalati a brevi sunti della nascita e realizzazione di ciascuno dei soli 13 lungometraggi in quasi mezzo secolo, è assolutamente encomiabile. Il merito va attribuito al regista Jan Harlan, produttore esecutivo degli ultimi 4 film di Stanley Kubrick: Barry Lyndon (1975), The Shining (1980), Full Metal Jacket (1987) e Eyes Wide Shut (1999). Di conseguenza questo documentario uscito appena due anni dopo la sua morte conta su una visione dall’interno frutto di una collaborazione lunga oltre un quarto di secolo.
Ciò ha consentito ad Harlan, che quindi conosceva Kubrick come persona, padre, marito, regista e “tecnico” della fotografia e cinematografia, di descrivere in modo appassionante non solo ciò di cui era stato diretto testimone, ma anche di raccontare del suo passato grazie ai tanti commenti di amici comuni e conoscenti.



Fra quelli che compaiono nel film (molti di loro più volte) ci sono i vari membri della famiglia quali la moglie Christiane (conosciuta sul set di "Paths of Glory”, nel quale lei interpretava la giovane cantante tedesca), le figlie e la sorella, registi di indubbia qualità come Steven Spielberg, Martin Scorsese, Sydney Pollack, Paul Mazursky, Alan Parker, Woody Allen, la ben nota costumista italiana Milena Canonero (che per i costumi di Barry Lindon vinse il primo dei suoi 4 Oscar), attori protagonisti di alcuni dei suoi film come Peter Ustinov (Spartacus), Malcolm McDowell (Clockwork Orange), Jack Nicholson e Shelley Duvall (The Shining), Nicole Kidman e Tom Cruise (Eyes Wide Shut), quest’ultimo anche voce narrante per tutto il documentario. 
La piacevolezza del racconto, gli interessanti racconti, opinioni e aneddoti fanno passare velocemente le 2 ore e un quarto, troppo per alcuni ma forse non abbastanza per altri, specialmente quelli che conoscono i suoi film e quindi sono in grado di visualizzare mentalmente i clip nell’ambito di ciascuna pellicola e li guardano ben sapendo cosa succederà di lì a pochi secondi.
Nel proporre alcuni spezzoni di ciascuno dei suoi 13 film (rigorosamente in ordine cronologico), Harlan porta a conoscenza dello spettatore anche tanti dettagli tecnici, fra i quali ho trovato particolarmente interessanti quelli relativi alla scelta degli obiettivi, in merito ai quali Kubrick era particolarmente esigente dati i suoi trascorsi fotografici. Si parla anche molto del suo essere inflessibile con tutto il cast, pur riuscendo a non essere mai arrogante e senza mai alzare la voce con alcuno.
Si esce un po’ dallo stretto ambito cinematografico con originali riprese di Kubrick bambino, la sua passione per il gioco degli scacchi, l’amore per gli animali, divagazioni che comunque contribuiscono a formare una più esatta immagine di un genio schivo, riservato, poco amante di quella mondanità tanto cara al mondo di Hollywood.
Non mi addentro in un discorso sul regista in quanto il suo lavoro nel complesso è già stato ampiamente analizzato da persone più qualificate di me e ognuno dei suoi film è stato esaltato e criticato, con visioni assolutamente opposte.

Posso solo consigliarlo a tutti gli appassionati di cinema e sollecitare chi non abbia visto tutti i suoi film a colmare al più presto la sua lacuna recuperando quelli che “gli mancano” ... del resto sono solo 13 e a qualunque cinefilo non ne possono essere sfuggiti più di 3 o 4.

Vi ricordo i titoli originali e anni di uscita: 
    
Fear and Desire (1953)  ***  Killer's Kiss (1955)  ***  The Killing (1956)
    

Paths of Glory (1957)  ***  Spartacus (1960)  ***  Lolita (1962)
   
Dr. Strangelove (1964)​  ***  2001: A Space Odyssey (1968)  ***  Clockwork Orange (1971)
    
Barry Lyndon (1975)  ***  The Shining (1980)  ***  Full Metal Jacket (1987)
e infine Eyes Wide Shut (1999)

lunedì 14 maggio 2018

Prendere un gelato (dondurma) in Turchia può essere molto difficile!


Chi è stato in Turchia, avrà certamente notato i folkloristici gelatai delle aree turistiche, con il loro bravo gilet con ricami dorati e fez, che richiamano a gran voce i clienti e con la loro lunga speciale paletta metallica battono in modo ritmato sul bordo dei contenitori dei gelati e sulle campanelle che pendono dall’alto.
Più che gelatai sono dei veri e propri giocolieri, ognuno con la sua routine che può durare anche oltre 2 minuti, alternando varie “figure” classiche, porgendo allo stupito cliente il cono senza gelato, il gelato sena cono, dandogli il cono e riprendendosi il gelato, lasciandolo con il solo tovagliolino di carta in mano, e altro. Riescono a gestire alla perfezione piccole quantità così come a tirare fuori dal contenitore l'intera massa di dondurma. Qui di seguito trovate un paio di video che vi possono dare un’idea delle pene che deve patire chi vuole un gelato!
Chiaramente, non si tratta di un gelato “normale” (come viene inteso in quasi tutto il mondo) ma della versione moderna di uno già popolare alla corte ottomana, prodotto secondo una ricetta rimasta segreta per vari secoli. La differenza principale, che è quella che permette ai gelatai turchi di effettuare le loro evoluzioni, consiste in un ingrediente in cui nome non è molto allettante: il mastice di Chio. Questo si ricava dalla resina del lentisco (Pistacia lentiscus, comunissima pianta mediterranea, in inglese nota proprio con il nome di mastic tree) ed è un prodotto usato già da millenni e non solo per fini alimentari.
Come tante altre resine, si raccoglie facendo piccole incisioni sul tronco delle piante dalle quali sgorgano le gocce di "mastice". Anticamente (secoli a. C.) si utilizzava, sia in Oriente che nel mondo romano, anche per produrre delle "gomme da masticare ante litteram". Sia in Grecia che Turchia, ma anche in altri paesi dell'area mediorientale ed in tutto in mondo arabo, il mastice di Chio viene utilizzato per dare aroma e/o consistenza a formaggi, vini, liquori, dolci (inclusi i famosi of Turkish delight), tipi di pane tradizionali e, non da ultimo, l'olio santo per il Natale ortodosso.
Nella medicina antica era apprezzato per le sue caratteristiche digestive e da recenti ricerche sembra che sia ottimo per limitare il colesterolo. Non mancano le applicazioni industriali in quanto viene aggiunto a particolari tipi di vernici.

venerdì 11 maggio 2018

Spesso accade che la memoria inganni ... (scoppio faro Campanella)

Considerazioni generali e aggiornamenti in merito alla ricerca di “prove” della data dello scoppio del quale ho parlato nel precedente post.
Comincio con l’aggiornamento (ovviamente da verificare): 
"mio padre mi raccontò che il faro era scoppiato, colpito da un fulmine" 
Potrebbe trattarsi di due eventi distinti (fulmine e scoppio) abbinati in un unico ricordo ma, se così non fosse, il racconto fatto al figlio da tale persona (deceduta nel 1968) escluderebbe in modo categorico che la vera data dello scoppio possa essere il 6 agosto 1969 (fornita dal Comando Marifari Napoli).

II faro non c'è più! dal 1972, la luce su traliccio ha sostituito il fanale temporaneo sulla torre
Foto di ciò che resta del vecchio faro e scansioni del documento del 1848 
(migliori di quella proposta precedentemente) sono in questo post di Ludovico Mosca
Premesso che è mia abitudine cercare “fonti certe”, o quantomeno attendibili, prima di pubblicare notizie, penso che tutti siano d’accordo che, in caso di voci contrastanti, solo una possa essere vera ... forse. Nel campo della logica, infatti, due affermazioni contrastanti non possono essere entrambe “vere”, almeno una deve essere “falsa”, ma potrebbero anche esserlo entrambe. Chiunque abbia seriamente fatto qualche ricerca, per quanto futile possa essere stata, si sarà imbattuto più di una volta in dati incongruenti. Trattandosi di fonti scritte, più facilmente si riesce a venire a capo della situazione ma se la ricerca è basata su testimonianze orali il percorso diventa molto più difficile e lungo.
Questo dello scoppio del faro di Punta Campanella è esempio lampante di quanto detto ma, considerata l’assoluta mancanza di utilità pratica e di scadenze, le innumerevoli chiacchierate con persone che ricordano l’evento mi hanno molto interessato per alcun versi e divertito per altri, in particolare quando gli interlocutori erano vari. Similmente a quanto quasi regolarmente accadeva nel corso del mie ricerche toponomastiche nelle marine della penisola, i “giovanotti” intervistati non rispondevano solo al quesito specifico (in modo positivo o negativo che fosse) ma aggiungevano una miriade di dettagli e storie assolutamente inutili allo scopo e spesso contraddittorie, tuttavia antropologicamente estremamente interessanti.
Trovo sempre affascinante ascoltare persone che raccontano (spesso con passione) fatti di decine di anni fa, abitudini, modi di vita, pratiche lavorative ed eventi non registrati. Molte volte, infatti, l’assoluta veridicità del racconto non è fondamentale ... non siamo in tribunale! Se ciò rende più difficile appurare l’essenza dei fatti, allo stesso tempo rende più interessante la ricerca, spinge ad approfondire nuovi dettagli e spesso dalle innumerevoli notizie apprese il ricercatore può essere sollecitato a cominciare ad indagare in una nuova direzione o in un campo inesplorato, diverso da quello di originario. Questa stessa ricerca è nata in tal modo ed è un ennesimo esempio di serendipity (cercare una specifica informazione e imbattersi in un’altra di maggiore interesse), in quanto nata parlando della strada che conduce alla Campanella e non certo del faro. 
Che si tratti di indagini riguardanti percorsi, toponimi, pratiche, giochi o date, il ricercatore si imbatte inevitabilmente in tante persone molto disponibili a raccontare gli eventi, che (secondo loro) ricordano con esattezza, ma le date indicate sono sempre diverse e quindi si torna all’affermazione iniziale, vale a dire che solo uno può dire il vero (forse).Nelle settimane passate quasi tutti concordavano sul fatto che fosse fine estate (si propendeva per settembre, associato con il passaggio delle quaglie), ma in quanto all’anno le indicazioni erano quasi uniformemente distribuite fra il 1963 e il 1969. 
Ciò è normale quando si richiedono date precise di eventi accaduti vari anni addietro, nel caso specifico una cinquantina, se non si è in grado di associarli ad altro evento certo (personale o di cronaca). Sulla buona fede di ciascuno non ho alcun dubbio (molti sinceramente hanno confessato di avere ricordi confusi), ma c'è stato chi mi ha assicurato che era il 1966 perché aveva 15 anni, chi sosteneva che era un anno dopo sposato (ma non ricordava l’anno del matrimonio), chi giurava che fosse il '63 per poi correggere al '68, molti mi hanno suggerito di rivolgermi a Tizio o a Caio “perché si ricorda tutto!” ma ovviamente sono stati smentiti, ...
  
Non essendo giunto ad un punto fermo, e fino a prova contraria, continuo a prendere per buona la data fornita da Marifari, unica fonte scritta in mio possesso, ma continuerò a cercare un riscontro, possibilmente inconfutabile.

mercoledì 9 maggio 2018

Mercoledì 6 agosto 1969: scoppio del faro di Punta Campanella

Pochi giorni fa, prima di rientrare dalla mia trasferta turca, avevo avuto la bella sorpresa di ricevere dal Comando Zona dei Fari e dei Segnalamenti Marittimi di Napoli una risposta precisa e dettagliata in merito alla data dello scoppio e conseguente crollo del faro di Punta della Campanella che cercavo da un po’ di tempo.  
“L’incendio ed il successivo scoppio presso l’infrastruttura in argomento è avvenuto il mattino del 6 agosto 1969.”
   
Pertanto, oltre alla data esatta - con precisazione della parte della giornata - ho appreso anche che lo scoppio fu conseguente ad un incendio, fatto al quale nessuno dei tanti terminesi e marinieri (M. della Lobra e M. del Cantone) da me intervistati aveva fatto riferimento. Al contrario, quasi tutti avevano precisato che sorsero forti sospetti che l’evento fosse stato causato volontariamente proprio da un fanalista (così sono chiamati localmente, più corretto sarebbe farista), fatto mai dimostrato, almeno a quanto ne sappia io.
  
Avendo aggiunto al mio quesito principale “sarei felice di conoscere anche quella (data) di inizio attività”, il suddetto Comando ha gentilmente fornito detta informazione con una precisazione che ha suscitato in me ulteriore curiosità:
“Per completezza di informazione, si comunica che il faro è stato attivato a cura del Regno delle due Sicilie nel 1848 su un fabbricato a due piani già esistente.”
Ovviamente, mi riferisco all'essere venuto a conoscenza del fatto che nel 1848 già vi fosse un fabbricato a due piani, distinto dalla Torre Minerva, che si trovava a monte. 
Risolto un interrogativo, ne sorge un altro, anzi due poiché Stefano Ruocco (presidente dell’Archeoclub locale, al corrente della mia ricerca), oltre a un paio di foto qui riportate, mi ha inviato il documento qui in basso che, secondo me, aveva mal interpretato vedendolo come un progetto di costruzione, datato proprio 1848, nel qual caso il fabbricato non sarebbe stato preesistente, contraddicendo quanto riportato nei registri del Regno delle Due Sicilie
A mio parere, si tratta invece di un preventivo o consuntivo economico per la sola “accensione” del faro al primo anno di attività, avvalorato dal fatto che i costi delle “fabbriche” sembrano non congrui per la costruzione dell’intero edificio e quindi dovrebbero essere relativi al solo adattamento. Ma c’è di più, se la "Pianta" in basso a sinistra illustra la posizione esatta del fabbricato - a valle della Torre Minerva e separato da essa - nonché l’accesso tramite le scale in buona parte ancora oggi visibili, la ripartizione dei vani e la terrazza semicircolare che si affaccia sul mare, nel “Prospetto” si vede la lanterna chiaramente posizionata davanti ad un edificio ad un solo piano e non “su un fabbricato a due piani” come invece è scritto nei documenti e come in si vede dalle fotografie d’epoca. La faccenda si fa sempre più confusa ...


Avevo preparato questo testo stamattina prima di andare a Napoli a cercare ulteriori notizie e foto dell'evento da aggiungere a quelle surriportate ma, scorrendo le edizioni sia Il Mattino che il Roma dei giorni successivi, non ne ho trovato cenno. Per ora, pur non avendo la certezza assoluta della data, dobbiamo prendere per buona quella fornita da MariFari.

Sarò "costretto" a continuare le mie ricerche per cercare di risolvere quest'altro "mistero di Punta della Campanella".