martedì 19 ottobre 2021

Lisbona (3): Pastéis e Carapaus

Negli ultimi anni il Portogallo è diventato destinazione molto popolare non solo per le tante bellezze e interessi culturali che offre, per i prezzi molto contenuti e per il clima, ma anche per la gastronomia. Tutti pensano subito al baccalà ma ci sono tante altre preparazioni classiche, da quelle povere a quelle di alta cucina, che sono assurte a simbolo del paese o di una regione in particolare.

I Pastéis de Nata sono i dolci portoghesi di largo consumo per antonomasia; non c’è una pasticceria che non li produca, né un bar che non ne abbia per servirli soprattutto a colazione accompagnati da una bica (caffè lungo). Spesso viene proposto come Pastel de Belém (pastéis è il plurale) in quanto si dice che fosse specialità dei religiosi del Mosteiro dos Jerónimos a Belém i quali, in ristrettezze economiche, dal 1837 cominciarono a metterli in vendita al pubblico. Oggi si trovano ben esposti anche nelle vetrine e vengono venduti anche come souvenir e quindi perfino a dozzina (nella foto il prezzo – 5,50 – si riferisce alla mezza dozzina). 


In sostanza di tratta di pasticcini in pasta sfoglia, riempiti con crema all’uovo + un po’ di cannella e infornati; in rete troverete diverse ricette spacciate per originali (come al solito) e varianti più o meno fantasiose (idem). In quanto al consumo, per i portoghesi sono l’equivalente del cornetto … bica e pastel, abitudinario come per tanti lo è caffè e cornetto.

Discorso un po’ diverso per i Pastéis de bacalhau che sono molto diversi come concetto e certamente rustici e non dolci. Simili ai nostri crocchè che, però, al posto dei facoltativi pezzetti di formaggio e/o salumi contengono baccalà cotto in precedenza e sfibrato. Era un ottimo modo di riciclare il pesce avanzato visto che le patate in una cucina portoghese non mancano mai. La loro caratteristica forma ovale/oblunga viene data dall'utilizzo di due cucchiai grandi, di quelli che si usano per servire minestre o creme. 

Quindi nasce come ricetta di riciclo casareccio ma adatto anche alle trattorie, non tutte li preparano, alcune li propongono come snack/antipasto, anche qualche bar ce li ha ed in tal caso lo evidenzia. Con l’esplosione del turismo e della mania della cucina gourmet, sono nate tante versioni e varianti la più in auge delle quali è oggi quella con formaggio. Locali dedicati (nella foto, lungo la principale strada pedonale del centro) propongono un piccolo menù con diversi tipi di formaggio all’interno, dai più comuni e più o meno stagionati fino ai DOP di pecora … ovviamente con prezzi doppi o tripli dei normali.


Concludo con i miei preferiti … i carapauzinhos (carapaus di taglia relativamente piccola, 10-15cm) che, secondo me, devono essere consumati ben fritti, ancora caldi. I carapaus (Trachurus trachurus, in italiano sugarelli, da noi saurielli) sono il tipo di pesce azzurro più comune e più a buon mercato (partendo anche da prezzi sotto i €2) lungo tutte le coste atlantiche, dal Senegal all’Islanda, molto utilizzati in Portogallo e Spagna dove si chiamano chicharros. Nella foto vedete il mio pranzo di ieri alla Tasquinha do Sousa, minuscola trattoria con soli 22 posti a sedere (anche se la licenza è per 10) una di quelle classiche frequentate da tanti locali in (veloce) pausa pranzo; fra le 12:30 e le 14 si deve fare anche un po' di fila prima di sedersi, essere serviti rapidamente, mangiare e sparire per far posto ad altri … come la comida corrida messicana. Ogni giorno cambia il menù (esposto all’ingresso su un pezzo di tovaglia di carta e rigorosamente scritto a mano) nel quale si propongono almeno una decina di pratos do dia (piatti del giorno). Non vi aspettate dettagli, ma sappiate che qualunque piatto arriverà guarnito con patate (bollite o fritte) e/o insalata e/o riso col pomodoro e/o verdure. Per questo mio ottimo, abbondante e lauto pranzo (il riso era tanto e i carapauzinhos più grandi di come appaiono in foto, essendo in fondo, e di più, avendoci messo subito mano!) mi è bastato dire carapauzinhos fritos, faz favor … per il resto se lo vede o Sousa. Se siete di quelli che impicciano (senza aglio, niente cipolle – di solito abbondanti – nell’insalata, richieste di varianti, ecc.) evitate questo tipo di locali e andate al ristorante dove, però, non troverete mai i carapauzinhos fritos! Inoltre, sappiate che il tutto, compreso il mezzo litro di vinho tinto, mi è costato la bellezza di €8 (9 con l’apprezzata mancia, non comune in questo tipo di locali).

  

Per inciso, è tornato il cieloo limpido e un bel sole, con temperatura oltre i 25° fino a sera.

lunedì 18 ottobre 2021

Travelogue cultural-culinario: Lisbona (2)

Ieri mattinata passata fra centro e Bairro Alto (una volta quartiere d'élite) alla ricerca di elementi liberty sopravvissuti; al centro, dopo la protesta dei motociclisti per revisione obbligatoria (sabato), molto più numerosi erano i podisti (circa 10.000), oltre un terzo dei quali partecipanti alla maratona, gli altri 6-7.000 alla mezza ... solo 21 km. 


Poi parte bassa di Alfama (una volta quartiere malfamato) dove, ovunque ci sia spazio, proliferano baretti e ristorantini che mantengono viva e pulita l'aria del quartiere, nel quale oggi esistono anche pulitissimi bagni pubblici (foto sotto) e ciò a scorno dei nostri amministratori che lasciano tanti affollatissimi posti senza servizi per i turisti, e certamente non per mancanza di soldi visto come li sprecano. E trovandomi lì, sono ovviamente tornato al Tunel de Alfama dove, a dimostrazione della sua cucina tradizionale, povera e popolare, alle 13.30 aveva già terminato la dobrada com feijão branco (trippa e fagioli, sempre richiestissima).


Sabato, in volo, avevo guardato di nuovo l'ottimo noir-crime-thriller Les diaboliques di Clouzot (1954, un classico) e oggi, in attesa della riapertura della Cinemateca domani, sono tornato dopo molto tempo in una sala commerciale per un film appena giunto nelle sale (in Italia un paio di settimane fa): Respect. Si tratta di un biopic di Aretha Franklin interpretata da Jennifer Hudson, già Oscar non protagonista al suo esordio cinematografico in Dreamgirls (2006), quindi, pur essendo stato accolto da numerose critiche e con un certo scetticismo, ero certo che almeno la colonna sonora sarebbe stata di ottimo livello (micro-recensione nel prossimo post). In sostanza non me ne sono pentito.

30 foto di giornata qui https://photos.app.goo.gl/bdrxH9GLhr4dLQig9

domenica 17 ottobre 2021

Tornano i miei travelogue cultural-culinari: Lisbona (1)

Dopo oltre un anno di sosta più o meno forzata, complici anche un paio di cancellazioni voli, ricomincio a viaggiare e torno da dove sono rientrato al termine del mio ultimo viaggio: Lisbona. Volo (stracolmo, altro che crisi!) in ritardo, quindi ho perso il teoricamente il possibile film spettacolo (muto con musica dal vivo) alla Cinemateca Portuguesa, che comunque frequenterò assiduamente a partire da lunedì. Sistematomi prima verso le 17 al centro (praça da Figueira) ho approfittato delle altre due ore di luce per godermi l'animazione di un sabato con cielo velato, per Lisbona quasi uggioso, nonostante i circa 25°.

 
Pur mantenendo la sua anima tradizionale, la capitale lusitana riesce ad adeguarsi ai tempi rapidamente, fornendo cultura, divertimento ed eccellente gastronomia quasi 24h su 24, 7 giorni a settimana. Come già scritto altre volte, Lisbona non tradisce le aspettative, specialmente per chi ben la conosce e può scegliere la migliore attività volta per volta, in dipendenza di orario, giorno, meteo. Quindi, per prime poche ore, ho passeggiato per il centro sperando di trovare pochi cambiamenti post covid, e quei pochi come migliorie e novità; al tempo stesso ne ho approfittato per scegliere dove cenare per celebrare il mio ritorno in Portogallo, visto che le mie trattorie preferite (Cantinho de São José e Tunel de Alfama) restano chiuse il sabato sera. 

Oltre all’inevitabile giro per la sempre affollata Baixa (specialmente di turisti, ma anche di locali) con già tanti carrettini di venditori di castagne (foto sopra), sono andato ad Alfama per accertarmi che il Tunel fosse ancora operativa e al ritorno ho percorso tanti vicoli ancora originali, non travistati dal turismo (B&B, bar, negozietti, nuove case di fado, …) e quindi ancora caratterizzati da tanti panni stesi, scale, anziani affacciati alla finestra o seduti davanti casa, piante e azulejos

 

In quanto alla cena, alla fine la scelta è caduta su Esquina da Fé, piccolo ristorante frequentato quasi esclusivamente da locali e situato in una traversa della già secondaria Rua de São José dove si trova O Cantinho. Dopo pane e paté de sardinhas accompagnato dal primo bicchiere di tinto, cabrito con patate, purea di verdure e patate, riso.

Un buon inizio. Guarda le altre foto di ieri ...

venerdì 15 ottobre 2021

Micro-recensioni 286-290: World Cinema, di ieri e di oggi

Si spazia da uno dei più famosi film egiziani di metà secolo scorso (noto sia per qualità che per lo scalpore che suscitò) a un paio di recenti film dell'estremo oriente, passando per la Nouvelle Vague francese e un documentario su un discusso ma apprezzato regista-sceneggiatore hollywoodiano.

 
Cairo Station (Youssef Chahine, 1958, Egy)

Subito prima di Jamila, nello stesso anno, Youssef Chahine diresse e interpretò questo che a tutt’oggi è il suo film più famoso: Bab el hadid (trad. lett. Il cancello di ferro). Drammatico, un po’ di commedia, abbastanza osé per l’epoca, noir e infine thriller (molti vedono nel finale un’anticipazione delle scene conclusive di Psycho (Hitchcock, 1960). Fra i tre protagonisti certamente quelli che colpiscono per ruolo e per interpretazione sono Hend Rostom (famosissima attrice, all’epoca sogno proibito di tutti gli egiziani) nelle vesti (che in più momenti lasciano ben poco all’immaginazione) di Hanuma, una venditrice abusiva di bibite, e lo stesso Youssef Chahine, sorprendentemente bravo a impersonare Qinawi un venditore di giornali claudicante ossessionato dalle donne. Apprezzabile sotto ogni punto di vista, fu a un passo dall'ottenere l’Orso d’Oro a Berlino, ma per sua sfortuna si trovò la strada sbarrata da Il posto delle fragole (1957, Ingmar Bergman). Interessante anche lo spaccato che ci fornisce della società egiziana a fine anni ’50 approfittando dell’ambiente della stazione nella quale confluiscono le classi sociali più varie e dove si confrontano quelli che lì cercano di guadagnarsi da vivere. I forti contrasti fra passato e modernità si notano nel modo di vestire, di agire, nella musica e a livello lavorativo visto che il terzo protagonista lotta per costituire un sindacato fra i lavoratori della stazione. All’uscita in Egitto fu molto apprezzato dalla critica, ma condannato dal pubblico e dai benpensanti tanto da farlo ritirare dalla circolazione. Le molte scene con “troppa carne scoperta” (che mi hanno ricordato tanto Buñuel), sempre accompagnate dagli sguardi esplicitamente libidinosi di Qinawi, hanno di fatto tenuto al bando il film per ben 20 anni. Forse anche per questo, quando si ricominciò a proporlo, dal 1978 fu acclamato da tutti e consacrò Youssef Chahine come il genio del cinema egiziano.

Lola (Jacques Demy, 1961, Fra)

Film di esordio di uno dei registi dello sparuto gruppo di iniziatori del movimento della Nouvelle Vague francese. Tuttavia, Demy si distinse ben presto dai suoi sodali come Truffaut e Godard per dedicarsi (con gran successo) ai musical che lo resero famoso pochi anni dopo: Les parapluies de Cherbourg (1964, 5 Nomination Oscar e Palma d’Oro a Cannes) e Les demoiselles de Rochefort (1967, Nomination Oscar). Questo suo primo film invece è molto più fedele ai principi della Nouvelle Vague con tanta camera a mano e piani sequenza, una storia semplice con tanti personaggi e storie secondarie ben distribuite. La prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma lo giudicò miglior film dell’anno; la protagonista Lola è interpretata da Anouk Aimée. Piacevole visione, non demerita certo nei confronti di tanti altri film della stessa epoca e con gli stessi intenti.

  
Sam Peckinpah: Man of Iron (Paul Joyce, 1993, USA)

Ottimo e ironico documentario descrittivo del personaggio Peckinpah … anche se non è strutturato come un documentario classico con voce narrante e un certo ordine nei temi. In effetti si tratta di una serie di interviste e commenti di suoi stretti collaboratori e attori che da lui sono stati diretti, in primis James Coburn, Kris Kristofferson, Jason Robards, Ali MacGraw e qualche suo fedelissimo come L.Q. Jones. Si alternano commenti sulla personalità e vita privata del regista e sui suoi metodi di gestire il set, il montaggio e i sempre difficili rapporti con i produttori. Un relativo limite per godersi il documentario è quello della conoscenza dei film di Peckinpah e quindi degli interpreti e dei ruoli ricoperti.

Moving On (Dan-bi Yoon, 2019, Kor)

Esordio (e per ora unico film) di una giovane promettente regista-sceneggiatrice coreana. Delicato ritratto di parte di una famiglia che si ritrova a vivere nella casa dell’anziano e malandato nonno. I primi ad arrivare sono il figlio con i suoi due figli, abbandonati dalla madre. Si aggiunge la figlia che si trova prossima al divorzio. I ragazzi (lei 14enne e lui una decina di anni) vivono tutti i problemi della loro età e, pur andando sostanzialmente d’accordo, hanno anche i loro scontri. Gli adulti (a questo punto tutti single. il nonno è vedovo) cercano di organizzarsi quanto meglio possibile anche se economicamente non se la passano benissimo. Ciò che risulta e risalta è lo spirito di famiglia e l’affetto di ognuno dei confronti di tutti gli altri. Un buon ritmo e le buone interpretazioni rendono questo film quasi corale, anche se il padre e i due ragazzi sono i veri protagonisti.    

Fuku-chan of FukuFuku Flats (Yosuke Fujita, 2014, Jap)

Commedia ricca di personaggi tipicamente giapponesi, tutti con le loro manie, i loro problemi di relazione, con tanti tipici ossequi, formalità e salamelecchi, salvo poi esplodere in episodi di violenza più o meno gratuita e in effetti ingiustificata. I protagonisti molto particolari e in sostanza diversi fra loro vengono messi a confronto in situazioni e ambienti disparati, a volte con sarcasmo, a volte con humor nero, altre volte con aspetti buonisti e romantici. Ne risulta un film discontinuo con trovate quasi geniali contrapposte a varie banalità e cadute di stile a cominciare dalla pressoché inutile scena iniziale. Sufficiente come curiosità antropologica, si gusta un po’ di più se si consceo almeno qualcosa della cultura nipponica.

mercoledì 13 ottobre 2021

Micro-recensioni 281-285: il cinema di Graham Greene (1945-2002)

In questo secondo e ultimo gruppo ci sono solo parte degli altri film adattati da scritti di Graham Greene avendo omesso gli altri per non averli recuperati o per averli guardati da poco. Ho elencato questi ultimi (vari dei quali fra i migliori in assoluto) in calce al post, aggiungendo i link alle relative micro-recensioni.   

 

The Quiet American
(Phillip Noyce, 2002, UK)

Qui si vede veramente la mano (penna) di Graham Greene, un gran bel romanzo ambientato nel Vietnam nel periodo di transizione fra colonialismo francese e la divisione del paese. Lo scrittore risiedette lì come giornalista e quindi ben conosceva determinate dinamiche e le descrive perfettamente. Risulta evidente che non fosse assolutamente d’accordo con la politica americana di sabotare accordi e alterare equilibri per proprio tornaconto, mascherando gli agenti CIA come collaboratori sanitari, benefattori eccetera. Adattamento abbastanza fedele, con il protagonista (un giornalista inglese) magistralmente interpretato da Michael Caine (Nomination Oscar); nel complesso anche il resto del cast è più che soddisfacente, ma il tutto è guastato dalla presenza dell’incapace Brendan Fraser che avrebbe dovuto limitarsi a recitare nelle commedie demenziali o comunque di basso livello, o rinunciare alla carriera di attore. Il romanzo era già stato adattato per lo schermo nel 1958, con identico titolo, per la regia di Mankiewicz. Consigliato.

Across the Bridge (Ken Annakin, 1957, UK)

Si tratta di uno dei pochi romanzi di Greene che non conoscevo, così come non avevo ancora guardato il film. Anche in questo caso è evidente la creatività e l’ironia dello scrittore, sia nella storia in sé, sia nella descrizione dei personaggi. La storia è quasi kafkiana, in quanto un ricco imprenditore perseguito per frode tenta di fuggire in Messico dagli USA. A causa di una sostituzione di persona si troverà in bilico fra i due paesi, per un certo tempo con una doppia identità, e in ogni caso braccato dalla legge in quanto uno è ricercato in Messico, l’altro in USA. La star indiscussa del film è Rod Steiger e la sua condanna è il ponte che segna il confine fra le due nazioni. Ottima descrizione del contorno, sia dal lato messicano, in una piccola cittadina di frontiera, sia dal lato statunitense attorno ad una stazione di servizio con camere. Consigliato.

  

Confidential Agent
(Herman Shumlin, 1945, USA)

L’autore inglese affermò che questo fu l’unico buon film diretto da un regista americano adattato da un suo soggetto. La materia trattata è a dir poco inusuale e si riferisce alla Guerra Civile spagnola degli anni ’30, ma la scena si sviluppa in Inghilterra dove un agente repubblicano cerca di impedire la vendita di un grosso quantitativo di carbone ai franchisti. Cast molto mal assortito (soprattutto per le nazionalità degli attori) e storia in sostanza poco avvincente. Solo a tratti interessante, attori notoriamente apprezzati, evidentemente mal diretti da un regista che ha diretto appena due film; questo fu il suo secondo ed ultimo … qualcosa vorrà pur dire visto che visse un altro quarto di secolo!

The Heart of the Matter (G. More O'Ferral, 1953, UK)

Non è che sia mal realizzato, ma sconta la scarsa sostanza di un romanzo ambientato in Sierra Leone certamente non scritto male, ma oggettivamente poco avvincente, specialmente se paragonato a tanti altri dello stesso autore. Regista semisconosciuto, attivo per lo più in TV, solo sette film diretti, questo è l’unico degno di nota, ma non certo per merito suo; il solo menzionato su RT, peraltro senza rating. Storia poco vivace, per niente convincente, non basta la buona interpretazione di Trevor Howard a farne un buon film. Evitabile.

England Made me (Peter Duffel, 1973, UK)

Anche questo mi mancava ed il fatto giustificato dalla sua scarsa qualità e dall’insulso adattamento del quale il regista fu corresponsabile. Essendo rimasto perplesso sia per il tipo di storia sia per l’ambientazione, ho eseguito una breve ricerca e ho scoperto che i personaggi secondari sono stati completamente tralasciati e che, inopinatamente, la storia è stata trasferita dalla Svezia (romanzo) alla Germania in piena epoca nazista, con scarsissimi risultati. Altra (grave) pecca è quella della scelta di proporre al fianco del sempre convincente Peter Finch, l’incapace Michael York, che appena l’anno precedente aveva ottenuto improvvisa fortunosa notorietà solo per aver partecipato a Cabaret (1972, di Bob Fosse con Liza Minelli), film di successo vincitore di ben 8 Oscar oltre a 2 Nomination, ma nessuna citazione per lui. In rete troverete tante critiche, da più punti di vista e per differenti motivi; concordando con quasi tutti, non suggerisco la visione del film.

 

 
Film buoni e ottimi adattati da opere di Graham Greene che ho tralasciato per averli guardati in anni recenti sono:

cliccando sul titolo si va al post con la relativa micro-recensione

giovedì 7 ottobre 2021

Micro-recensioni 276-280: il cinema di Graham Greene (1934-1944)

Apro con il corto già menzionato nel post precedente per poi intraprendere la visione degli altri film tratti da testi di Graham Greene in ordine cronologico. Furono 6 quelli prodotti nel periodo 1934 – 1944, ma due di essi non sono riuscito a recuperarli.

A Shocking Accident (James Scott, 1982, UK)

Come ho già scritto, è uno dei brevi racconti (neanche una decina di pagine, inserito nella raccolta May We Borrow Your Husband?) che più mi colpì per toccare in così poche parole vita scolastica, una tragica vicenda familiare, relazioni umane del protagonista con la zia (sua tutrice), i colleghi di lavoro e le ragazze … tutto condito con grande ironia. L’incidente anticipato nel titolo è veramente incredibile e, nonostante le drammatiche conseguenze, non può non indurre al riso … come succede al direttore della scuola nell’informare il giovane Jerome. L’ho letto e riletto, l'ho tradotto per gli amici poco ferrati in inglese, l'ho raccontato decine di volte agli americani e inglesi che guidavo e che non lo conoscevano e forse, proprio per questo motivo, sono rimasto abbastanza deluso da questo corto (25’) e non solo per la pessima parte proposta in italiano, con un falso accento napoletano. Pur con un soggetto tanto conciso, la sceneggiatura avrebbe potuto approfondire i vari suddetti rapporti sociali e umani. Il protagonista adulto è interpretato da Rupert Everett, al suo esordio assoluto; il primo lungometraggio sarebbe poi stato Another Country (1984). Un’occasione persa; resta la genialità della trama e l’eccellente battuta conclusiva.   Pdf del testo originale in inglese. 

Orient Express (Paul Martin, 1934, UK) adattamento di Stamboul Train

Non l’ho trovato, pare che abbia avuto circolazione limitata e che in Italia non sia mai giunto.

 
The Green Cockatoo (William Cameron Menzies, 1937, UK) sceneggiatura originale; il titolo italiano è Al pappagallo verde (una volta tanto onesta traduzione)

Filmetto discontinuo, con alti e bassi, diretto da William Cameron Menzies, molto apprezzato come scenografo (2 Oscar e 2 Nomination), ma non tanto come regista. Anche il cast è di medio livello, comunque adatto ad un thriller leggero per il grande pubblico. Senza infamia e senza lode, appropriata la sua minima insufficienza (5,9) su IMDb.

21 Days (Together) (Basil Dean, 1940, UK) sceneggiatura originale; il titolo italiano è Fatalità (!?)

I protagonisti sono Lawrence Olivier e Vivien Leigh (Oscar per Via col vento e Un tram chiamato desiderio), agli inizi della loro sfolgorante carriera cinematografica, prima di aver raggiunto notorietà internazionale. Ciò giustifica in parte la ritardata distribuzione del film (in effetti girato nel 1937), appena dopo l’Oscar ottenuto da lei per Via col vento e la Nomination da lui per Cime tempestose. Come spesso accade, Greene affibbia ai suoi protagonisti grandi dubbi morali e religiosi (in questo caso, eutanasia e coscienza) ma nel dramma riesce ad inserire comunque personaggi molto realistici e quasi comici (come i gestori della pensione dove alloggia il protagonista) e a concludere con un secco colpo di scena degno delle migliori short stories, genere del quale fu riconosciuto maestro. A tratti un po’ melodrammatico, è senz’altro meritevole di una visione.

 

This Gun for Hire (Frank Tuttle, 1942, USA) adattamento di A Gun for Sale; il titolo italiano è Il Fuorilegge (!?)

Romanzo con più adattamenti cinematografici (2 hollywoodiani e 2 turchi), oltre a 2 serie TV una delle quali italiana, Una pistola in vendita (1970), con Corrado Pani e Ilaria Occhini. Visto il periodo, non sorprendono i riferimenti alle grandi potenze avversarie degli USA; infatti la formula segreta di un gas, potenzialmente utilizzabile come arma, è al centro dell’intrigo attorno alla quale ruota la trama intera. In questo caso la coppia di protagonisti (incontro casuale) è interpretata da star dell’epoca quali Alan Ladd e Veronica Lake, affiancati da due ottimi caratteristi come Robert Preston e Laird Cregar. Un po’ confuso il finale, ma tutte le coincidenze, le sorprese e i twist precedenti sono ben congegnati. Film inserito quasi da tutti i critici nella parte alta delle classifiche dei noir classici.

Went the Day Well? (Alberto Cavalcanti, 1942, UK)

Non lo trovo; il titolo italiano è È andata bene la giornata?

Ministry Of Fear (Fritz Lang, 1944, USA) il titolo italiano è Prigionieri del terrore (!?)

Del libro mi è sempre rimasta impressa la parte iniziale, con il protagonista che ad una fiera, per una serie incredibile di combinazioni apparentemente fortunate, si trova al centro di un intrigo internazionale, a confronto con un organizzato e potente gruppo terroristico che non si ferma davanti a niente. Le sorprese (piacevoli e spiacevoli) si susseguono rapidamente, accompagnate da coincidenze, persone sotto falso nome, tentati di omicidi e bombe (tedesche da cielo e dei complottisti a terra). A dire il vero l’adattamento apporta molte modifiche a quanto Greene racconta (molto meglio) nel romanzo, omettendo completamente la parte del ricovero del protagonista nel sanatorio e cambiando molto nei contorni degli eventi salienti, oltre alla loro sequenza e ai nomi dei personaggi principali (male minore). Come scritto nel precedente post, penso che sia impossibile concentrare in un film una buona storia ricca di avvenimenti come questa e quindi bisogna accontentarsi; comunque sappiate che la parte mancante è la meno interessante. Il libro, inoltre, è uno di quelli che menziona il golfo di Napoli “… a wild water-colour of the Bay of Naples at sunset …”, pura curiosità. Piacevole noir il film, ottimo romanzo il libro.

martedì 5 ottobre 2021

Graham Greene e il cinema

Sospendo temporaneamente il mio vagare fra le cinematografie meno conosciute del pianeta per affrontare ora un altro gruppo omogeneo di film legati ad uno stesso autore, ma questa volta non si tratta di un regista bensì di uno scrittore – sceneggiatore: Graham Greene. Molti spettatori non leggono i titoli o si limitano alle star e al regista e quindi pochi ricordano gli autori di soggetto e sceneggiatura, pertanto ancor meno sanno che allo scrittore inglese va attribuito molto del merito ottenuto da film quotatissimi come, per esempio, The Third Man (1949, di Carol Reed, con Orson Welles e Joseph Cotten, 164° miglior film di sempre, un Oscar e 2 Nomination). In fondo al post ho inserito l'elenco dei film e noterete che vari romanzi hanno dato luogo a più produzioni; A Gun for Sale addirittura a 4 versioni diverse. Comincerò le visioni in ordine cronologico e, in caso di remake, non è detto che guardi le versioni successive. Ne salterò anche qualcun altro per non disponibilità o per averli guardati in anni recenti ma, in tal caso, inserirò il link alla micro-recensione corrispondente.

L’idea mi è venuta dopo essermi imbattuto, per puro caso, nel video di un corto del quale non conoscevo l'esistenza, adattamento del mio preferito fra i tanti racconti scritti da Graham Greene: A Shocking Accident (1982, di James Scott, con Rupert Everett). Storia al limite dell'assurdo ma non del tutto impossibile, specialmente se si considera che l'evento (lo shocking accident) viene proposto come avvenuto a Napoli, durante la guerra. L'autore conosceva e apprezzava anche la nostra regione e ne cita luoghi anche se non proprio attinenti alla storia e, non per niente, nel 1948 comprò una modesta casetta ad Anacapri dove era solito venire a passare un paio di mesi ogni anno fino al 1980; nel 1978 ricevette la cittadinanza onoraria.

Vari sono i film adattati dalle sue short stories, per la maggior parte pubblicate in una mezza dozzina di raccolte, la più nota delle quali è Twenty-one Stories. Spesso molto argute e a loro modo divertenti, le short stories si rivelano perfette per essere adattate per lo schermo molto più efficacemente dei romanzi di centinaia di pagine che, necessariamente, sono mal riassunti, con vari personaggi secondari (tuttavia importanti) completamente tralasciati, in due o anche tre ore di pellicola. Un esempio lampante del primo caso, è l'avvincente The Fallen Idol (1948, Carol Reed, con Ralph Richardson, Nomination Oscar a Reed per la regia e a Greene per la sceneggiatura), tratto dall’ottimo racconto The Basement Room.

I lavori di Greene che più apprezzo, particolarmente per essere viaggiatore, sono quelli ambientati al di fuori del vecchio continente. Le descrizioni dei luoghi, degli ambienti e degli abitanti sono coinvolgenti e realistiche, dando l’impressione al lettore di trovarsi sul posto, specialmente se ha una seppur minima conoscenza di quei paesi. Insomma, non era un Salgari che affascinava giovani e adulti scrivendo solo di fantasia (seppur discretamente documenta) di posti mai visti e etnie mai incontrate non avendo mai lasciato l'Italia in vita sua. Infatti Greene, da giornalista e poi agente dell’intelligence inglese, ebbe modo di viaggiare estensivamente cominciando dalla Liberia, Sierra Leone e Congo in Africa, per poi passare in Messico, Haiti e Cuba in centro America, avendo sempre contatti con gli autoctoni e gente comune e non solo con expats, autorità e spie. I protagonisti delle sue storie sono per lo più gente comune che per caso si trovano immischiati e invischiati in situazioni al di sopra della loro capacità di gestione e si arrabattano per venirne a capo o almeno per sopravvivere … nessun supereroe invincibile ed infallibile! I suoi lavori sono una combinazione di thriller, noir, temi sociali e religione, conditi spesso da una buona dose di humor. 

 

Film che sono ansioso di guardare di nuovo sono The Comedians (tratto dall’omonimo romanzo del 1966, film di Peter Glenville del 1967 con un cast d’eccezione che comprendeva Richard Burton, Elizabeth Taylor, Alec Guinness e Peter Ustinov) e Our Man in Havana (romanzo del 1958, film del 1959, di Carol Reed, con Alec Guinness), che penso sia l’unica vera dark comedy – veramente geniale - della sua vasta bibliografia. A proposito di The Comedians, devo dire che non è fra i miei preferiti né come romanzo, né come film (pur essendo di ottimo livello), ma vi sono particolarmente legato per essere stato il primo di Greene che lessi, essendomi capitatomi fra le mani per puro caso al Seaman’s Club di Philadelphia, nel lontano 1982; da allora ho letto quasi tutta la sua ricca produzione!


Naturalmente, consiglio a tutti di leggere i suoi lavori e di guardare i film da essi derivati, ovviamente in lingua originale se se ne avesse la possibilità.

  • 1934 Orient Express (da Stamboul Train)
  • 1937 The Green Cockatoo (sceneggiatura originale)
  • 1940 21 Days (sceneggiatura originale)
  • 1942 This Gun for Hire (da A Gun for Sale)
  • 1942 Went the Day Well? (story)
  • 1944 Ministry of Fear (idem)
  • 1945 Confidential Agent (idem)
  • 1947 The Man Within (idem)
  • 1947 The Fugitive (da The Power and the Glory)
  • 1948 Brighton Rock (idem)
  • 1948 The Fallen Idol (da The Basement Room)
  • 1949 The Third Man (sceneggiatura originale)
  • 1953 The Heart of the Matter (idem)
  • 1954 La mano dello straniero (story)
  • 1955 The End of the Affair (idem)
  • 1957 Saint Joan (sceneggiatura)
  • 1957 Across the Bridge (idem)
  • 1957 Short Cut to Hell (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1958 The Quiet American (idem)
  • 1959 Our Man in Havana (idem)
  • 1961 Günes dogmasin (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1967 The Comedians (idem)
  • 1972 Yarali kurt (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1972 Travels with My Aunt (idem)
  • 1973 England Made Me (idem)
  • 1979 The Human Factor (idem)
  • 1983 The Honorary Consul (idem)
  • 1990 Strike It Rich (da Loser Takes All)
  • 1999 The End of the Affair (idem)
  • 2001 Double Take (vedi 1957)
  • 2002 The Quiet American (vedi 1958)
  • 2010 Brighton Rock (vedi 1948)

lunedì 4 ottobre 2021

Oggigiorno si porta dire “foliage” …

La parola inglese originale significa, letteralmente e semplicemente, fogliame, ma ormai viene comunemente utilizzata per riferirsi ai cambiamenti di colori delle foglie di alcune specie in autunno, quelle che non passano direttamente dal verde al marrone per poi cadere, ma assumono una infinita tonalità di colori che va dai rossi ai gialli e non solo. Dalle nostre parti i principali attori del foliage sono i faggi (Fagus sylvatica) che, come è o dovrebbe essere noto, ricoprono la maggior parte degli Appennini a quote superiori ai 1.000 metri. Sui Monti Lattari si può quindi godere di tale spettacolo in pieno autunno, a cominciare dall’area fra Monte Faito e il Molare fino a Monte Cerreto e oltre. La differenza con i boschi sottostanti, costituiti per lo più da castagni (Castanea sativa), è evidente in quanto questi non presentano grandi variazioni di colori prima di perdere le foglie.

 
Devo comunque sottolineare che in Penisola Sorrentina abbiamo anche un diverso tipo di foliage ed in tutt’altra stagione. Mi riferisco all’euforbia arborea (Euphorbia dendroides) che ha ciclo inverso, vale a dire che perde tutte le foglie prima dell’estate per poter sopravvivere ai mesi più caldi e, prima di cadere, esse presentano varietà di colori simile a quella dei faggi e altre specie caducifoglie.

Euphorbia dendroides a Punta Campanella

In pieno autunno (quindi nelle prossime settimane) le migliori occasioni le avremo andando al Faito e inoltrandoci nella parte alta della faggeta, vale a dire dall'area dei faggi secolari verso Campo del Pero e quindi Acqua Santa, CastelloneMolare e versante settentrionale della Conocchia, come si può vedere da queste foto scattate a fine ottobre di una quindicina di anni fa.
 

 
Resta il dubbio di quando sarà effettivamente il periodo migliore, considerata la siccità e il caldo anomalo dei mesi scorsi. Comunque, sarà opportuno programmare qualche passeggiata nelle prossime settimane per non correre il rischio di trovare gli alberi già tutti spogli.

domenica 3 ottobre 2021

Micro-recensioni 271-275: ultimo gruppo di World Cinema (per ora)

Vi rientrano ben 2 film africani, di cinematografie quasi o del tutto sconosciute; se Ousmane Sembène ha la sua meritata fama, e non solo come regista ma anche come scrittore senegalese, il cinema marocchino è stato per me novità assoluta. Completano la cinquina tre film al limite dell’avanguardia – sperimentazione, prodotti in paesi certamente con una più lunga tradizione alle spalle: Colombia, Francia e USA.

 
Duelle (Jacques Rivette, 1976, Fra)

Fra i primi esponenti della Nouvelle Vague, Rivette è quello che nel tempo è rimasto più fedele alle (allora) nuove interpretazioni della cinematografia e non ha mai inseguito il facile successo di pubblico … e quindi è attualmente fra i meno noti (quasi tutti conoscono solo i nomi di Truffaut e Godard). La costruzione del film è veramente inusuale e si avvantaggia del fatto di essere un fantasy lasciando quindi spazio a una messa in scena raramente realistica. Fino a oltre metà film si vedono i protagonisti (una mezza dozzina) affrontarsi a due o tre per volta, a volte sono complici e/o amanti, altre nemici che si minacciano. Anche se ci sono due figure dominanti, le loro mire e aspettative non sono ben chiare e tutto è sempre rimandato al confronto finale. Originale il commento sonoro, spesso realizzato in scena da un pianista inquadrato sullo sfondo. Secondo me, è un vero film da Nouvelle Vague, di ottimo livello, e quindi la visione è indispensabile per chi fosse interessato alla sperimentazione e voglia andare oltre i soliti Truffaut e Godard.

You Were Never Really Here (Lynne Ramsay, 2017, UK)

Noir, ma non tanto, un poco splatter, il solitario protagonista psicotico, calmo ma all’occorrenza violento, si trova immischiato in una trama politico-pedofila. In effetti la sceneggiatura ha molte lacune e non le trovo eccezionale, ma è la narrazione per immagini che distingue questo film da tanti altri semplicemente violenti. Pur avendo avuto scarsa risonanza, ha ottenuto ben 25 vittorie e 76 candidature in festival internazionali, fra cui premio miglior attore per Joaquim Phoenix e miglior sceneggiatura (dissento) per Lynne Ramsay, nonché Nomination Palma d’Oro a Cannes. Riprese, colori, commento sonoro, montaggio e brevi flashback ben gestiti rendono questo film quasi unico nel suo genere e per questo motivo troverete tante recensioni che lo esaltano e altre che lo stroncano (IMDb 6,8, RT 89%). Realizzazione molto interessante, direi da guardare con attenzione e poi giudicare. Suggerisco la lettura di questo ottimo articolo che approfondisce vari elementi del film

  
Mandabi (The Money Order) (Ousmane Sembène, 1968, Sen)

Secondo dei soli 9 film diretti da Ousmane Sembène, il primo in assoluto ad essere parlato in Wolof, idioma non solo del Senegal ma anche di varie regioni limitrofe in Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Mali e Mauritania. Come nella maggior parte dei suoi lavori (romanzi e film) l’autore centra la sua attenzione sulla difficile transizione dalla società tribale a quella occidentale, sulla corruzione dei vari travet della pubblica amministrazione, sulla differenza di casta derivante fra chi parla anche francese e da chi non sa neanche leggere e scrivere. Emblematico è il caso del protagonista (con 2 mogli e 7 figli ma senza un soldo) che riceve un vaglia da un nipote che lavora a Parigi e tenta di incassarlo. Appena si sparge la voce della probabile disponibilità di denaro, molti si fanno avanti per chiedere aiuti, riscuotere crediti pregressi, tentare di ottenere tangenti per l’incasso che nell’immediato è impossibile per mancanza di un documento di identità. Si mettono in risalto tutte le fisime di chi vuole apparire ricco (non essendolo per niente) e di chi vuole approfittare spudoratamente dell’ingenuità di altri. Interessante visione di una società in rapida evoluzione che, penso, ben pochi conoscono (se non i francesi).

Los hongos (Óscar Ruiz Navia, 2014, Col)

Altro film che classificherei sperimentale, soprattutto per la mancanza di una trama ben definita. Inizia con il licenziamento di un giovane operaio di cantiere poiché viene scoperto a rubare vernice, anche se non per interesse economico ma per realizzare murales e graffiti. Si associa ad un altro ragazzo con simili interessi e la storia segue i due fra incontri con altri sodali, radio libere rivoluzionarie, repressioni da parte della, polizia, musica alternativa, un po’ di sesso e fumo, trans che si prostituiscono, ecc. con il padre di uno che è un apprezzato cantante tradizionale che si esibisce anche in tv mentre il ragazzo accudisce amorevolmente la nonna che dispensa pillole di saggezza. Una volta tanto, un film colombiano che non tratta solo di narcos e tragedie familiari, ma offre uno spaccato della società di Cali, né straricca, né borghese, né poverissima.

About Some Meaningless Events (Mostafa Derkaoui, 1974, Mar)

Anche se devo ammettere che l’idea originale sia buona (una specie di documentario che si trasforma in film), in fin dei conti la realizzazione lascia molto a desiderare. Troppa camera a mano con primissimi piani (la lunghissima parte nel bar è oltremodo noiosa e conclude ben poco), dialoghi scadenti se non addirittura insensati e poco plausibili, si rivelano la palla al piede di un film realizzato da un gruppo di studenti di buona volontà ma con poche idee e poco brillanti.