venerdì 12 settembre 2014

Cartografia dell’800 della Provincia di Napoli

Varie settimane fa, cercando in rete citazioni della mia tanto amata Carta di Napoli e Dintorni del 1819, mi sono imbattuto in questo documento che vi propongo (e suggerisco di leggere): Cartografie della Provincia di Napoli
Si tratta di un estratto del volume pubblicato dalla Provincia di Napoli nel 2007 dal titolo “Due secoli della Provincia, due secoli nella Provincia”. Fra i vari argomenti trattati, da autori diversi e autorevoli, c’è anche un capitolo interamente dedicato alla  cartografia, a firma di Floriana Galluccio, docente presso l’Università Orientale di Napoli.
Chiaramente si dà ampio spazio  alla Carta borbonica del 1819, ma la dotta dissertazione inizia trattando della carta di Luigi Marchese (1802), che però non include la Penisola SorrentinaDopo aver ampiamente discusso delle due suddette carte viene presentata la carta di Benedetto Marzolla, Provincia di Napoli e contorni (1848), a scala molto minore, ma egualmente interessante in quanto rappresenta l’intero Golfo di Napoli e, a sud-est si spinge fino a Salerno.
Le poche quote riportate sono misurate in passi, composti da 7 palmi ed equivalenti a 184,57 cmQuindi i 263 passi di San Costanzo equivalgono a circa 485m e i 780 di Sant'Angelo a Tre Pizzi a 1439m, misurazioni molto accurate considerata la strumentazione dell’epoca. 
Di questa carta accludo un paio di scansioni parziali che ritengo possano interessare la maggior parte dei lettori di questo Blog. Procedendo verso est, la prima comprende l’isola di Capri e l’intera Penisola Sorrentina, fino a Capo Sottile (Praiano), includendo Faito Sant’Angelo a Tre Pizzi, 

mentre la seconda rappresenta la Costiera Amalfitana, da Positano fino a oltre Salerno includendo la parte orientale dei Lattari dal Faito e Sant’Angelo a Tre Pizzi, fino al Cerreto e l'Avvocata (questa tuttavia non citata in carta).

Per quanto riguarda la toponomastica faccio notare alcune particolarità, a mio modo di vedere, interessanti:
* i dittonghi sono sempre scritti con la "j": Majori, Prajano, Fajto, Trasajella ...
* Arola viene denominata La Rova, come nella carta del 1819 e di questo toponimo già discussi nel post dell'1 settembre; 
* ad Agerola sono riportati Li Galli, Pianillo e Campora, tralasciando le frazioni più meridionali vale a dire San Lazzaro e Bomerano;
* fra i Casali alti di Vico ci sono La Rova (Arola), Preazzano e Ticciano, ma manca Mojano;
* il Cerreto è individuato come Monte Cerciti;
* gli isolotti gia Syrenuse diventano I galli e non Li Galli; 
* nelle immediate vicinanze Catacerra sta per Cala Cerva Vitareto per Vetara.

giovedì 11 settembre 2014

Si cammina perché ci sono i sentieri, o questi esistono perché si cammina?

Vi propongo un articolo di Fabio Lepre dal titolo il cammino? Roba per sfaccendati, parole scritte da David Le Breton, professore di sociologia all'Università di Strasburgo, autore di numerosi saggi sull'antropologia del corpo, fra i quali Il mondo a piedi. Elogio della marcia (Feltrinelli, 2001). Interessante leggerlo, ma varie delle idee lì brevemente esposte sono a mio avviso molto discutibili.
«Un grande alpinista britannico che ha scalato l'Everest si è sentito un giorno chiedere: lei perché scala le montagne? La sua risposta è stata: perché le montagne ci sono. E lo stesso vale per noi: camminiamo perché i sentieri ci sono, sono là».
Molto discutibile la prima affermazione in quanto, specialmente per le grandi montagne, entrano in campo la sfida con se stessi, la ricerca dei propri limiti, affrontare fatica, rischi e pericoli. Ci sono tanti altri posti dove nessuno si sogna di andare eppure “ci sono”.
In merito alla seconda dissento egualmente, ma per ragioni diverse, più semplici e logiche che, al tempo stesso, ci aprono orizzonti molto diversi e pressoché infinite possibilità. Noi camminiamo perché abbiamo le gambe e siamo nati per spostarci a piedi, non nuotando o volando o utilizzando corde e imbracature. 
I sentieri sono diretta conseguenza del camminare da un luogo all'altro, per qualsivoglia motivo e non viceversa. Oltretutto, come ebbi già modo di scrivere nel post del 18 agosto, il vero camminatore deve essere anche un po’ esploratore
I sentieri sono un limite spaziale che però, per nostra fortuna, è spesso facilmente superabile. Nei boschi, sulle spiagge, nelle praterie, fra le colate laviche, in qualunque posto lontano dai centri abitati non ci sono sentieri eppure si può senz'altro camminare, per di più con il piacere della scoperta senza il vincolo di seguire piste già ampiamente battute e senza i rischi e la fatica dello scalare impervie cime.
Anche di altro si potrebbe discutere, ma è chiaro che nell'articolo sono riportate solo poche frasi tratte da un intero libro. Comunque sia, è sempre interessante conoscere idee degli altri, valutarle, ragionarci e poi attenersi alle proprie conclusioni.
"Two roads diverged in a wood and I - I took the one less traveled by, and that has made all the difference." 
(A un bivio nel bosco, presi il sentiero meno frequentato, e ciò ha fatto la differenza)

Volevo concludere con il succitato aforisma di Robert Frost, ma mentre ne cercavo la versione originale, come al solito, ne ho trovato un altro … Serendipity ... che praticamente è abbastanza in sintonia con quanto ho appena affermato:
Do not go where the path may lead, go instead where there is no path and leave a trail.” Ralph Waldo Emerson (1803 - 1882) 
(Non andare dove conduce il sentiero, vai invece dove non c’è sentiero e lascia una traccia) (1)

Ma la mia conclusione differisce in modo sostanziale, infatti dico
“Andate dove non c’è sentiero e NON lasciate traccia”.
Buona passeggiata … fuori sentiero o, almeno, lungo sentieri non ancora percorsi.

(1) Path e trail si potrebbero anche tradurre strada e sentiero, viottolo e sentiero, mulattiera e sentiero, ecc. 
In ogni caso, ed in particolare in questo nel quale i due termini compaiono nella stessa frase, path si riferisce ad un cammino più chiaro, largo, semplice e battuto, trail ad un vero e proprio sentiero, quindi più stretto e forse accidentato, meno frequentato.

mercoledì 10 settembre 2014

Referendum per l'indipendenza della Scozia

Scottish independence (The Guardian)
Sì, è proprio così. Parafrasando il titolo di un film dei Monty Python direi: E ora qualcosa di completamente diverso, parliamo di politica internazionale.
Sono ormai vari giorni che sto seguendo la campagna relativa al referendum per il quale si voterà il 18 settembre. Dopo 307 anni la Scozia potrebbe staccarsi da Londra e questo lo sapremo fra poco più di una settimana. La cosa incredibile è che la notizia è quasi completamente trascurata dai quotidiani italiani e per saperne qualcosa, certamente da fonti più affidabili, bisogna leggere i giornali del Regno Unito
Stamane su Repubblica la Scozia era nominata una sola volta e l'articolo, pur facendo riferimento al referendum era di taglio assolutamente economico: 

Borse europee deboli sterlina in ribasso. Si teme referendum Scozia

Sul Corriere invece c'è un breve articolo, ma almeno di taglio più politico, anche se a due terzi della pagina, dove pochi arrivano ... 

Bandiera scozzese issata da Cameron su Downing Street

Brown before addressing a no campaign rally in Hamilton.
Brown before addressing a no campaign rally in Hamilton. He said the choice was irreversible separation or a stronger Scottish parliament. Photo: Murdo MacLeod (The Guardian online)
Questa foto, tratta dall'articolo di ieri su The Guardian non sembra certo rassicurante per gli scozzesi ... è stata scelta di proposito? Come al solito, e non certo per fare lo snob, consiglio a chi può di leggere l'articolo in questione nonchè quello di apertura di oggi Party leaders take high road to Scotland in united effort to avert yes voteSalmond derides 'panic' in no campaign as Cameron, Miliband and Clegg appeal to Scots and Carney warns on currency union 
Pare che, inaspettatamente, i sondaggi rilevano che il risultato è molto incerto e le percentuali per il  sono quelle che stanno aumentando. Il governo è più o meno in panico e sta cercando di correre ai ripari, seppur in modo tardivo.
La Sterlina continua a scendere sia nei confronti del Dollaro, che dello Yen e dell'Euro a dimostrazione che veramente nessuno sa cosa potrebbe succedere. 
Intanto in Italia i titoli "più importanti" sono tutti per Ballotelli, Conte, la Ferrari, la polemica Boschi-Bindi, ecc. snobbando quella che potrebbe essere la prima divisione di uno stato dell'Europa occidentale da parecchi decenni a questa parte non tenendo conto che, se effettivamente vincessero i , ciò darebbe vigore e fiducia ai vari altri movimenti indipendentisti europei dando inizio ad un ridisegno della mappa economica e politica. Che succederebbe in Scozia con la Sterlina? E con l'Euro? Dentro o fuori l'area Schengen? Sarà un regno o una repubblica? Nel primo caso torneranno gli Stuart?
Al momento i primi a gioire di questo eventuale nuovo corso sarebbero probabilmente i separatisti catalani, che sembrano essere quelli più pronti a fare passi concreti in tal senso, ma anche tanti altri potrebbero cercare di seguire le orme degli scozzesi.
Staremo a vedere.

martedì 9 settembre 2014

ESCHER: identificate la chiesa di San Giovanni e (forse) la Farmhouse

A conclusione del post Caccia alla Farmhouse di Ravello (by Escher) scrivevo:
... l’ultima incisione mi lascia un po’ perplesso in quanto la didascalia indica un generico San Giovanni. Le architetture e l’ambiente sono certamente compatibili con Ravello, ma San Giovanni del Toro si trova più in alto ed è chiesa ben più grande e importante. 
Scorrendo a memoria le varie chiese di Ravello e dintorni mi sono ricordato della piccola chiesa ritratta qui sotto (foto di stamattina). Non ne conoscevo il nome, ma ho scoperto che si tratta di San Giovanni dell'Acqua, e si trova a Campidoglio una delle frazioni di Scala, di fronte a Ravello, dall'altro lato della valle del Dragone. Considerata la corrispondenza dei nomi, la vicinanza con Ravello e l'indiscutibile similarità del campanile, dell'ingresso, della scala esterna e degli spioventi del tetto (evidenziati in rosso), penso che si possa affermare che Escher abbia ritratto proprio questa chiesa. A chi obietta che in foto c'è una bifora e non una semplice apertura con arco a sesto acuto faccio presente che si tratta di una moderna ristrutturazione, il tufo è chiaramente di taglio recente e la colonna centrale è costituita da comuni mattoni rossi. 
 
Risolto questo dubbio mi restava da cercare la Farmhouse. Qualcuno aveva suggerito che si trattasse dell'edificio dell'attuale Agriturismo Acquabona, fra Ravello e Pontone (Scala), a valle della scalinata che da quest'ultimo borgo conduce a San Lorenzo (Scala). Già avevo chiarito che non ne ero assolutamente convinto in quanto mancano dei piani, le finestre hanno diversa disposizione e i due locali con volta a botte non sono presenti nel disegno di Escher. Anche le terrazze al lato non mi sembravano troppo simili. A sostegno delle mie perplessità vi propongo due viste dell'Agritursmo, da sud-est e da sud-ovest.
  
Mi ero fatto un'idea che la Farmhouse potesse essere nella valle a est di Ravello, quella che porta a Minori, poco più in basso di Lacco e a nord di Torello. Questo sia perché era espressamente menzionata Ravello (e Acquabona si trova nel territorio di Scala) sia per l'ambiente circostante, quasi completamente terrazzato e coltivato mentre alle spalle di Acquabona c'è una rupe. 
Dopo aver girovagato un po' nelle aree già individuate in carta mi sono convinto che l'edificio nelle foto che seguono potrebbe essere la Farmhouse
  
La parte ritratta da Escher sarebbe quella attualmente dipinta rosa e quella bianca a destra, un po' più bassa, nelle proporzioni giuste. La parte a sinistra dovrebbe essere la ricostruzione di quella che nell'incisione appare diruta. Nella foto a destra si intravede una parte rialzata che potrebbe corrisponderebbe al singolo vano all'ultimo piano. Il balcone centrale e la piccola finestra che lo sovrasta oserei dire che sono perfettamente rappresentati da Escher e se così fosse è evidente che in fase di ristrutturazione sono stati chiusi i vani degli archi replicando la disposizione di balcone e finestra a destra.
Chiaramente l'edificio dagli anni '30 ad oggi è stato abbastanza manomesso, ma i volumi, i livelli, varie aperture e i terrazzamenti circostanti sono talmente simili a quelli della Farmhouse di Escher da farmi pensare di aver risolto, dopo quello della chiesa di San Giovanni, anche quest'altro dubbio.
Idee diverse, contestazioni, foto di altri edifici candidati ad essere la Farmhouse sono più che benvenute.

lunedì 8 settembre 2014

Diverse specie di Fichi d’India, foto e curiosità

Su specifica richiesta di Nando Fontanella (naturalista, webmaster di www.meditflora.com) sono andato a fotografare una distinta specie di fichi d’India, ben diversa e meno comune di quella che produce i frutti che conosciamo e troviamo anche al mercato. Per quanto ne so questi altri fichi d’India non sono commestibili e probabilmente questa è la ragione della loro minor diffusione.
Premetto che (come potrete leggere anche nella pagina Meditflora) le carnose palette verdi sono in effetti rami modificati (termine scientifico cladodi) mentre le spine sono le foglie.
  
Guardate ora attentamente le foto che ho caricato in questo album Google+ in modo da potervi rendere conto dei vari dettagli della pianta dei quali vado a discutere. Solo per confronto ho aggiunto l'ultima foto nella quale si può vedere un gruppo di fichi del tipo commestibile. 
Già a prima vista si notano varie caratteristiche che differenziano le due specie:
- i cladodi sono più stretti e di colore verde più carico;
- le spine sono più lunghe ed evidenti;
- i frutti sono più stretti e allungati, a volte piriformi.
Vi invito anche ad osservare che al lato (di solito in basso) di ogni spina lunga, ne spunta un’altra più piccola, più spessa e più scura (Nando ci spiegherà se è una vera spina o meno). 
E le parti rosse sono brattee?
Infine sembra che i frutti crescano anche uno sopra all’altro e non solo dai cladodi. Sarà proprio così o è un’altra modificazione?
Vorrei anche integrare le notizie proposte da Nando nelle note della scheda dell’Opuntia ficus-indica (la comune specie commestibile) cominciando col dire che l’azione di infilzare i fichi d’India nella sporta facendo cadere un coltello dall'alto si chiamava appizzata.
(vedi foto d'epoca a sinistra)
I cladodi, frantumati, si utilizzavano anche come concime mischiandoli al terreno appena zappato e nelle marine i pescatori strofinavano le palette (tagliate a metà) sotto gli scafi per far scivolare meglio le imbarcazioni fra le onde.
Notizia non nostrana: in centro America l’Opuntia si chiama nopal e i suoi cladodi sono comunemente utilizzati in varie pietanze.  
Di recente mi sono reso conto che tanti non sanno sbucciare i fichi d’India e che molti non li hanno mai provati. Quindi a tutti costoro potrà forse far piacere apprendere come procedere (almeno come faccio io) in modo sicuro, senza correre il rischio che le piccolissime, quasi invisibili spine si conficchino nei polpastrelli … procurando un notevole fastidio visto che oltretutto, date le loro dimensioni, è poi difficile toglierle anche se si hanno a disposizione delle pinzette.
Tagliare le due calotte (anche senza staccarle completamente) e poi incidere il frutto longitudinalmente.
  
Tenendo il fico con la forchetta, con la punta del coltello iniziare a sollevare la buccia e staccarla dalla polpa per circa la metà della circonferenza. Ripetere l’operazione dall’altro lato fino a liberare completamente la parte commestibile che deve rimanere intera e compatta, a forma di barilotto.
  

domenica 7 settembre 2014

Capodogli, traduttori automatici e cattive traduzioni

L’inaffidabilità delle traduzioni fatte da persone poco competenti e ancor peggio quelle effettuate con programmi online è cosa nota eppure sono sempre tanti quelli che ci credono ciecamente senza rendersi conto che invece di averne i benefici sperati in termini di comunicazione e/o pubblicità si espongono a delle figuracce.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questa fantastica traduzione
… the Restaurant is equipped with large panoramic Salt to taste the delicious specialties ...
che dovrebbe essere la traduzione di quanto si legge nella corrispondente pagina in italiano
... il Ristorante è dotato di Sale ampie e panoramiche dove gustare le prelibate specialità ...
Vi risparmio il resto del testo e i commenti in merito a grammatica e sintassi, ma è possibile che in una struttura che spera di avere una clientela internazionale non c’è nessuno che conosca la deferenza fra “sale” (plurale di sala) e “sale” (come quello marino)?
Vi pare che possa apparire come una struttura affidabile?
Ma per sottolineare l’assoluta mancanza di buonsenso di alcune persone vi racconto ora di un articolo apparso su una rivista mensile una decina di anni fa.
In effetti la compravo per il cd musicale allegato e di solito la sfogliavo appena, ma quella volta mi incuriosì un articolo nel quale si parlava di Joseph Conrad, scrittore e navigatore.
Nel testo, chiaramente scopiazzato dall'inglese, si parlava dei primi imbarchi di Conrad e di baleniere e lo sprovveduto autore dell’articolo scriveva (pressappoco, recito a memoria) che all'epoca si cacciavano questi cetacei per poi commerciarne nientemeno che lo sperma!!
Chi conosce l’inglese avrà già capito il grande equivoco e la grande ignoranza del “giornalista”. Agli altri spiego che pur essendo vero che sperm significa sperma e whale significa balena (in generale), spermwhale è il termine inglese per capodoglio (nella foto) ed in ogni caso lo sperma di balena si sarebbe dovuto scrivere whalesperm.
Letto l’articolo decisi di scrivere all'editore, ma non protestando per le insulsaggini scritte bensì per chiedere due semplici e (fintamente) ingenui chiarimenti:
- come facevano i valenti cacciatori di balene a prendere lo sperma?
- e quelli che poi lo compravano cosa se ne facevano?
Non ho mai avuto risposta e quindi sono rimasto con i miei dubbi, ai quali se ne è aggiunto anche un altro: è possibile che né l’autore né chi ha approvato l’articolo si siano resi conto di quanto era scritto? 
Chissà se il giornalista è stato licenziato o almeno non gli è stato pagato l’articolo visto che era mal copiato e peggio tradotto.

PS - in effetti nel cranio dei capidogli si trova lo spermaceti (da cui il nome inglese) una sostanza che però con lo sperma non ha assolutamente niente a che vedere.

giovedì 4 settembre 2014

Sentiero delle Sirenuse, situazione al 4 settembre 2014

Oggi sono andato alla Malacoccola e ho rilevato (e documentato) varie “novità”, almeno per me. In ogni caso le sottopongo anche a voi.
Vi avverto che purtroppo ci sono ancora una quantità di tavani (mosche cavalline) che disturbano non poco, quasi dovunque a monte di Torca, nella pineta, nella zona di San Martino. Per fortuna non ce n’erano fra la statale e il Pizzetiello e poi fino a Borra. Resta comunque un gran bel circuito.
A partire dalla strada il sentiero è ancora molto comodamente transitabile grazie alla discussa “pulizia” di qualche mese fa. 
Io penso che, anche se in alcuni tratti hanno ecceduto nell'allargare il sentiero tagliando cisti e ginestre, non è stato fatto un grave danno. Il passaggio è garantito, è ancora comodo e i vari escursionisti stranieri incontrati non hanno avuto difficoltà a seguire il percorso.
Quelli che si preoccupano della sopravvivenza della macchia sappiano che già sono comparsi i nuovi getti dei pochi arbusti tagliati. (vedi foto in questo album Google+)
Giunti sul Pizzetiello ho trovato vari nuovi segni di questo tipo
ma non penso sia veri segnavia in quanto non ne ho visti altri né prima, né dopo.
Finita la discesa verso la “casa rosa”, giunto al margine del querceto mi sono trovato davanti ad un mare di segnavia bianco/rossi, ma dei segnavia del CAI avevano solo i colori. Sono enormi, con un sacco di colature, senz’altro troppi.
  
Come tutti i frequentatori del Sentiero ben sanno, quella è un’area che è sempre stata problematica in quanto il sentiero veniva costantemente “affogato” dalla vegetazione. Molti, troppi e non sempre educati passavano quindi nella zona privata ed capitato che questi ultimi abbiano causato danni e perpetrato furti.
Come al soliti tutti ne pagano le conseguenze e chiaramente ai veri escursionisti brucia ancora di più, ma giustamente il proprietario dell’area vuole starsene tranquillo a casa sua. Non ci sono blocchi né recinzioni, ma è opportuno e giusto che si passi lungo il margine della proprietà. Oltretutto se ci passeranno in parecchi il sentiero diventerà più evidente, tutti continueranno a passare nello stesso posto e non ci saranno più problemi. Oltretutto questo sentiero originale segnato dal CAI è molto più piacevole e panoramico del passaggio nel castagneto. Se proprio si volesse muovere un appunto al proprietario, gli si potrebbe consigliare di cambiare pittore …
Certo è che se qualcuno dei tanti entusiasti del Sentiero delle Sirenuse, fra istituzioni, associazioni e volontari, si fosse effettivamente adoperato ad realizzare la segnatura prevista e “promessa” (è passato circa un anno) non si sarebbe giunti a questo punto.
Chiudo con una proposta/provocazione: e se anche in quel tratto si effettuasse una bella “sfrascata”?
PS -  il pezzo successivo è stato risistemato e ci si arriva anche in quad (vedi foto) e quindi è percorribile e sgombro tutto l'anno. La parte ripida, grazie agli scalini creati con paletti di castagno una decina di anni fa, è tuttora abbastanza alla portata di tutti. Dal Pizzetiello al tornante della statale è una passeggiata e nessuno ha da temere neanche un graffio da rovi o arbusti, né attraverso il castagneto né nel tratto di gariga. L'unico tratto che avrebbe di una sistemata resta quello attorno al castagneto alla base meridionale del Pizzetiello. 

mercoledì 3 settembre 2014

Vitalba (Clematis vitalba L.)

Oggi vi propongo una pianta molto comune eppure, come tante altre, poco conosciuta.
Questo è il link alla scheda Meditflora nella quale troverete, oltre alla consueta descrizione scientifica e più di 20 foto, una lunga nota relativa alle sue proprietà irritanti. Queste, sfruttate in modo altrettanto mistificatore come nel caso proposto da Nando, sono sempre state ben conosciute. Nella pagina del Dipartimento Botanico dell’Università di Catania dedicata alla Vitalba, oltre alla descrizione dei vari usi alimentari, alla fine del paragrafo delle osservazioni si legge:
I mendicanti si procuravano con esso ulcerazioni sul dorso delle mani allo scopo di impietosire i passanti. Tale succo, infatti, avendo proprietà revulsive, provoca la comparsa di vesciche e piaghe (CORSI e PAGNI, 1979).
Per il suddetto motivo in alcune parti d’Italia veniva anche chiamata Erba dei pezzenti o dei cenciosi.
  
Altro nome della Vitalba è Barba di vecchio (anche in inglese, Old man’s beard) e questo deriva non da una proprietà della pianta, ma dal suo aspetto. Infatti in autunno si copre di lunghe appendici piumose ed argentee piuttosto appariscenti. (vedi foto) 

martedì 2 settembre 2014

Dalla Sciuscella alla Porra antequerana

Ci sono tanti giochi nei quali si passa da una parola all'altra per attinenza, rima, aggiunta o sottrazione di una lettera, diverso significato e via discorrendo. Spesso mi capita di fare la stessa cosa cominciando a cercare in rete una specifica notizia o singola parola ed errando fra siti, pagine di uno stesso sito, blog e forum, mi imbatto in tante altre notizie (non cercate), ma di indubbio interesse, spesso maggiore di quello di quello della ricerca originale. L’importante è apprezzare queste scoperte, anche a costo di tralasciare gli obiettivi iniziali (serendipity).
Stamane avevo intenzione di linkare la pagina Meditflora relativa al Carrubo (Ceratonia siliqua L., alias sciuscella) con un paio di integrazioni quali un terzo nome inglese (Locust tree) e altri usi alimentari oltre a quelli elencati nell'articolo di Sandro Strumia linkato alla scheda di Nando.
  
Mi sono così imbattuto nell'interessantissimo sito di un erborista che credo sia israeliano ed ebreo in quanto inizia le sue estensive schede con precise citazioni bibliche e si riferisce spesso all'uso tradizionale delle piante in Palestina, Libano, Egitto e quindi bacino del Mediterraneo. Il Dr. Douglas Schar ha riempito pagine e pagine analizzando (in modo divulgativo, ma con basi scientifiche) numerose piante che ha classificato in due sezioni: cibo, cura.
La Sciuscella viene anche presentata come pianta della sopravvivenza, in particolare in alcune zone era l’unico cibo disponibile dopo un periodo di siccità, e come pianta medicinale per le proprietà (opposte) in quanto lassativa (se è fresca) e astringenti (secca). Chiaramente per “sfruttare” il suo sito http://doctorschar.com/  è necessaria una certa familiarità con l’inglese e un buon dizionario per i termini botanici e scientifici.
Per condividere notizie accessibili a tutti ho quindi proseguito la ricerca fra siti italiani (attendibili) che trattassero di alimurgia e sono ben presto giunto alle pagine del Dipartimento di Botanica dell’Università di Catania ricchissime di informazioni più che affidabili.
Ci ero arrivato chiaramente per la sezione alimurgia relativa alle specie spontanee del territorio etneo. Oltre agli usi, raccolta e terminologia dialettale, in questa pagina sono descritte una quarantina di piante delle quali oltre la metà presenti anche in Penisola e sui Lattari. Non c’è il carrubo, ma mi ha incuriosito la Bacchetta del Re, nome comune dell’Asphodeline lutea, da noi presente soprattutto sul Faito. 
Passando quindi a leggere del suo uso alimentare, ho appreso che
Gli 'zzubbi' si sbollentano, previa asportazione delle foglie e della tenera pellicola esterna, e poi si cucinano in frittata con le uova oppure alla brace, bagnati nel 'salamurigghiu' (condimento a base di olio, limone, sale, pepe e origano).
Ma come non associare quest’ultimo termine al salmorejo (spagnolo) che tuttavia è cosa diversa ed ha due significati ben distinti? 
Il samorejo canario (delle Canarie) è dello stessa categoria essendo una salsa, usata però soprattutto per le carni, ed è a base di aglio, peperoncino, peperone e olio, 
Il salmorejo andaluso è invece piatto cremoso, della stessa grande famiglia del gazpacho, a base di mollica di pane raffermo (famoso quello cordobes, di Cordoba). L’ottima Porra antequerana (provata più volte, ricetta nel primo post di maggio)  è una variante del salmorejo caratterizzata dall'utilizzo di una quantità significativa di peperoni.
Eravamo partiti dalla Sciuscella … 

lunedì 1 settembre 2014

La Rova (Arola) e dintorni nel 1819

Vi propongo un altro stralcio della carta borbonica della quale ho già discettato numerose volte soffermandomi sia sulla viabilità che sulla toponomastica lasciando ad altri, più esperti di me nella materia, gli approfondimenti storici e linguistici.

Non penso siano molto significative le minime variazioni come Arbore per Alberi e Traliva per Trarivi, e quindi porto subito la vostra attenzione su La Rova toponimo che per assonanza, ma ancor più per ubicazione, si riferisce senza ombra di dubbio ad Arola. In questa forma non l’ho mai trovato in nessuna altra carta, né in alcun altro testo … ai dotti l’interpretazione.
Ed ecco una breve serie di note in merito a quanto si legge in questa piccola porzione del Foglio 15 della carta dei Dintorni di Napoli redatta dagli Ufficiali Topografi borbonici nel 1819:
* (Monte di) Scutolo a conferma che questo è il toponimo giusto e non Scutari che di tanto in tanto (erroneamente) appare.
 * M.te de' Camaldoli di Vico - il complesso religioso è perfettamente rappresentato essendo chiaramente distinguibili sia gli edifici principali che le celle separate e ben allineate. C’è da notare che l’unico collegamento riportato in carta è quello con Alberi non essendoci traccia di alcun sentiero in direzione di Arola.
* Gli accessi principali (strade indicate con doppio tratto) per Arola risultano essere via Fornacelle o via vallone Lavinola verso Trinità, ma non secondo il percorso dell’attuale via Casanucillo (leggi nota conclusiva). 
* Manca il sentiero, che pure doveva esistere, verso Preazzano.
* Al limite orientale di questo stralcio si nota il sentiero che da Preazzano conduce a Monte Comune passando per il Casino al Monte Comune (riportato su carte moderne con il nome Casa Stivenzi). Anche se la cima resta fuori sappiate che questo è l’unico accesso rappresentato in carta e che termina nei pressi di un edificio al cui lato si legge il toponimo Palescandelo, uno dei tanti antroponimi della penisola.
* Infine c’è il percorso di via Veterina verso il cancelluzzo sulla sella di Arola, una volta punto di passaggio obbligato per raggiungere la costa amalfitana, ma il tratto si interrompe prima di giungere al punto di valico. 

Chiudo ritornando sul collegamento fra Arola e il Piano di Sorrento, via Trinità, al quale ho già accennato e all’uopo ho elaborato un semplice confronto visivo fra la situazione attuale e i percorsi descritti sulla carta del 1819.
Salta subito all'occhio la precisione del disegno specialmente se teniamo conto che stiamo raffrontando una carta al 25.000 di due secoli fa con una moderna aerofotogrammetria al 5.000. Nell'immagine qui sotto ho evidenziato in verde parte di quanto appare nell'antica carta ed in particolare con linea continua le strade a doppio tratto (collegamenti principali) e con pallini alcuni sentieri significativi come quelli di Tuoro e Veterina (singolo tratto sottile).
In magenta ho invece indicato il lungo tratto di via Casanucillo che si distacca dall'antico itinerario passando molto più a monte. 
Infine, con tratteggiato verde, ho rappresentato la parte del vecchio percorso che non compare assolutamente nella moderna cartografia, fra l’attraversamento del rivolo e il tornante più a valle della moderna rotabile dove è stato costruito un muro. Come si può notare il sentiero  era assolutamente lineare e  correva parallelo alla forra, a sud della stessa.

sabato 30 agosto 2014

Caccia alla Farmhouse di Ravello (by Escher)

Con questa immagine apro l’ultimo (almeno per ora) post relativo alle opere di Escher a soggetto amalfitano (della Costiera in generale) trattando di quelle dell'area ravellese. La didascalia, molto generica, ci dice che l'incisione raffigura una masseria di Ravello, ma a memoria non riesco a collegarla ad alcun edificio reale (ma non sono espertissimo dell’area). Cercare di individuare questo edificio (probabilmente rimodernato e con altre costruzioni attorno) è una buona scusa per andare in giro fra Ravello e Minori e potrebbe essere un eccellente esercizio per allenare il nostro spirito di osservazione.
La struttura generale dovrebbe essere rimasta identica con i tre archi sovrapposti, e indizi utili sono l’arco in alto a destra (simile a un ponte) e i ripidi muri di contenimento a destra della farmhouse. Dovrebbero essere indicazioni abbastanza affidabili visto che la maggior parte dei disegni del grafico olandese sono molto precisi come abbiamo già visto per Atrani e come si può notare in questi lavori rappresentanti il Santuario dei Santi Cosma e Damiano (comunemente noto come San Cosma, ma nella didascalia chiamato San Cosimo) visto da due diversi punti di osservazione.
 
Ci sono poi questi due paesaggi con viste da Ravello verso Capo d’Orso, riconoscibilissimo sullo sfondo, nei quali si distinguono la porzione orientale di Maiori e parte Torello (frazione di Ravello). Le didascalie recitano Ravello and the Coast of Amalfi (1931) e una più generica Coast of Amalfi (1931).
  
Ma Torello (in didascalia indicato come Turello,1932), vagamente ubicato in Southern Italy, appare pure in questa opera in basso. Anche se non viene citata né Ravello né la Costiera, direi che non ci sono dubbi sul fatto che sia la succitata Torello in quanto fra i due edifici in primo piano si distingue l’inconfondibile facciata della chiesa con le sue tre arcate. Anche le alture sullo sfondo corrispondono esattamente alla situazione reale e, pur non essendo l’immagine di ottima qualità, mi sembra di vedere rappresentato anche il convento di San Nicola a sinistra della cima del secondo palo del pergolato.
Questo paesaggio risulterà facilmente riconoscibile a chi frequenta la zona dato che include l'inconfondibile edificio isolato a valle del tratto di strada fra il bivio per Scala e il moderno tunnel. Le terrazze sono quelle ai lati della forra del Dragone, il torrente che scorre fra Scala e Ravello e sfocia ad Atrani.
C’è poi il Leone alato della Fontana Moresca a Ravello (1932), ma sappiate che l’originale fu trafugato da ignoti vari decenni orsono e le due statue che oggi adornano la fontana sono quindi repliche (a mio modestissimo parere di qualità abbastanza scadente). Al lato ho caricato una foto del 1925 di Escher seduto sul bordo della fontana, proprio al lato del leone in questione.
 
Chiudo questo lungo post con altre due immagini. L’interno rappresentato nella prima (Santa Maria dell’Ospidale - Ravello, 1932) al momento pare che non sia accessibile, mentre l’ultima incisione mi lascia un po’ perplesso in quanto la didascalia indica un generico San Giovanni. Le architetture e l’ambiente sono certamente compatibili con Ravello, ma San Giovanni del Toro si trova più in alto ed è chiesa ben più grande e importante.
  
Dovrò quindi andare ad effettuare un sopralluogo e qualche indagine in loco per cercare di individuare sia questo San Giovanni che la Farmhouse del titolo, e questa (scusate se mi ripeto) mi sembra un’ottima scusa per andare a passeggiare nei dintorni di Ravello.