giovedì 7 luglio 2016

Via Campanella: buone nuove, cattive vecchie

Breve resoconto di ciò che ho notato nel pomeriggio di ieri, mercoledì 6 luglio.

Prima buona nuova

Sulle basi di pietra create sui muri di protezione lato valle della strada, che qualcuno aveva già notato nelle settimane scorse, sono stati sistemati vari pannelli informativi (stampati su forex), corredati di alcune foto e disegni, con testo in italiano ed inglese.
Quasi tutti sono in posizione molto panoramica con viste non solo sull'isola di Capri ma anche sulla Torre di Fossa Papa e su quella di Punta Campanella (Torre Minerva). 


   
L’altra buona nuova è che si continua a scavare alla ricerca del tracciato antico, almeno così ho interpretato.

A suo tempo pubblicai le foto che mostravano la parte di selciato venuta alla luce in corrispondenza del bivio di Rezzale ... da allora sono stati eseguiti vari saggi (ne ho visti almeno tre) a valle della strada. Penso di poter affermare che lì il tracciato attuale sia sovrapposto a metà dell’antica strada, spostato verso monte. Provvederò ad informarmi rivolgendomi ad esperti.

Questa non so se classificarla fra le buone o le cattive notizie

Parte del cemento è stato rimosso e sostituito con terra battuta che, molto probabilmente, alla prima pioggia seria scenderà fino al faro e quindi si tornerà alla situazione degli anni scorsi. Allo stesso tempo ora è visibile una bella scalinata, che dovrebbe essere della mulattiera, non di epoca romana. 
Giudicate voi ...

Ecco le cattive nuove ... vecchie.
   
Le pietre smosse sono molto aumentate, chiara conseguenza del continuo transito di moto, anche molto pesanti. Ieri nel tardo pomeriggio, almeno una mezza dozzina di grossa cilindrata, moto più passeggeri = da 2 a 3 quintali ...
Degli annunciati ulteriori cartelli dissuasori e cartina con divieto in più lingue non si hanno notizie certe. A quanto mi è stato detto, ci sono state lentezze burocratiche, in particolare da parte della Sovrintendenza a rilasciare parere favorevole.
Spero che si faccia qualcosa al più presto per limitare il transito veicolare, specialmente nell’ultimo tratto, quello più ripido, non ricostruito con pietre “nuove” ma in lastricato antico e cemento, ora in parte anche terra battuta.




Invito tutti quelli che ne hanno la possibilità ad andare a constatare di persona (A PIEDI) le suddette novità (pannelli, pietre, cemento, terra battuta, scale, ...) e a far presente gentilmente ai motociclisti che non dovrebbero oltrepassare Cancello e certamente non gli ultimi uliveti. Avendo parlato con alcuni di loro ho constatato che alcuni pensano che i cartelli siano un residuo dei lavori (terminati, quindi divieto non più valido), altri dicono di non aver visto il primo e non reputato operante il secondo (su transenna mobile). Informarli non guasta, molti sono ricettivi anche se è vero che ci sono quelli che ben conoscono di essere in difetto na non se ne curano assolutamente.

Le foto del post sono anche in questo album, insieme ad altre.


martedì 5 luglio 2016

Nuova carta dei Sentieri CAI dei Monti Lattari (ed. 2016) - recensione

Sabato scorso è stata ufficialmente presentata in pompa magna la “nuova carta dei Sentieri CAI dei Monti Lattari: Penisola Sorrentina, Costiera Amalfitana e Isola di Capri”, realizzata dalle sezioni CAI di Castellammare di Stabia, Cava de’ Tirreni e Napoli in collaborazione con il Consorzio Turistico Amalfi di Qualità.
Buona la veste grafica generale, la stampa, il supporto e soprattutto l’impaginazione scelta, vale a dire la divisione dell’intero disegno sulle due facce, mantenendo una ampia fascia di sovrapposizione (praticamente solo per lunghissime camminate ci sarà bisogno di consultare entrambe le parti). Se la vecchia cartina in scala 1:30.000 era enorme e molto poco pratica proprio per le sue dimensioni, questa nuova a scala maggiore (1:25.000) se stampata su un sola faccia sarebbe diventata quasi inutilizzabile in escursione.
Per le caratteristiche fisiche dei Monti Lattari sarebbe stato addirittura più utile aumentare ulteriormente la scala a 1:20.000 in modo da poter descrivere meglio la morfologia del territorio e inserire un maggior numero dei quasi infiniti sentieri, passaggi e scalinate che caratterizzano la costiera e quindi, pur capendo che sono richiesti determinati standard, resto convinto che per situazioni particolari dovrebbero essere concesse deroghe. 
Questo purtroppo è un punto dolente, una carenza della carta e i motivi sono diversi. Alcuni sono limiti assoluti, come il fatto che a quella scala è impossibile rappresentare tutto e, nel caso ci si riuscisse assottigliando le linee e riducendo le dimensioni dei simboli, la carta risulterebbe illeggibile per eccessiva abbondanza di particolari o come il problema di classificare i tanti sentieri extraurbani (quelli che più interessano agli escursionisti) in modo che sia chiara all’utente la difficoltà e la facilità di identificazione. A questo riguardo, tutti quelli che hanno percorso i sentieri CAI dei Monti Lattari sanno che molti di questi sono impervi ma di facilissima individuazione (non presentando alternative plausibili), altri sono comodi ma risulta difficile seguirli in quanto attraversano boschi o campi aperti con scarsa pendenza e pochissimi punti di riferimento (in primavera - estate la vegetazione copre quasi del tutto le tracce meno frequentate e gli eventuali segnavia al suolo).
La carta è stata prodotta dal CAI e quindi, giustamente dal loro punto di vista, è stato dato il massimo risalto ai sentieri individuati e segnati, tuttavia penso che nelle prossime edizioni (e ancor prima online) sia opportuno integrare i suddetti almeno con i percorsi principali utilizzati da escursionisti locali e turisti in quanto estremamente evidenti ed di conseguenza importanti sia come punti di riferimento, sia come potenziali vie di fuga o di accesso. Per fare un esempio che dovrebbe essere chiaro ai più, faccio notare che manca il sentiero Praiano - San Domenico - Cannati (Sentiero degli Dei), regolarmente utilizzato soprattutto dagli escursionisti stranieri che soggiornano fra Positano, Vettica e Praiano che in questo modo evitano di andare in autobus fino ad Amalfi per poi prenderne un altro per Bomerano.

Il progetto di questa carta è andato avanti per vari anni e quindi è comprensibile che gli autori volessero cominciare a produrre qualcosa di tangibile anche se, al tempo stesso, hanno pubblicamente dichiarato che, pur essendo soddisfatti del risultato ottenuto a tutt’oggi, la carta necessita ancora di numerosi aggiustamenti e di conseguenza i lavori di rilievo e miglioramento continueranno. Del resto questa è la storia di ogni carta, così come di ogni guida turistica, in quanto dai rilievi alla stampa passano mesi se non anni e, non potendo vigilare costantemente le centinaia di chilometri di sentieri e le migliaia di strade, stradine e viottoli, è ovvio che nessuno potrà mai affermare che una carta è aggiornata allo stato attuale dei luoghi. In considerazione di ciò sarà comunque di fondamentale importanza aggiornare il disegno ogni volta che se ne presenti l’occasione, senza aspettare una futura revisione generale. Per fare un esempio personale, solo nell’ultimo anno ho dovuto aggiornare la mia cartina di Massa Lubrense e Sorrento (quindi un territorio molto più limitato, già in giro da oltre 25 anni),  per segnalare varie interruzioni, una variazione di percorso, la riapertura di sentieri storici come il Vuallariello e Acquacarbone, chiusi per anni e ora frequentati di nuovo da escursionisti ... la cartografia è un lavoro in continuo divenire, non ha un termine.
I previdenti coordinatori del progetto hanno opportunamente scelto di non utilizzare una base cartografica come quella dell’I.G.M. che, seppur di ottima qualità, sarebbe sempre rimasta di proprietà di quell’ente e hanno preferito la strada più lunga, complicata e onerosa di far disegnare una carta base ex-novo in modo che rimanesse di loro esclusiva proprietà. Anche se adesso i risultati sono lontani dalla perfezione (ma per definizione la carta non può esistere) in futuro avranno la possibilità di aggiornarla digitalmente quasi in tempo reale e a costo zero.
Inoltre, idea ancor più brillante, hanno reso disponibile tutta la carta ad ottima definizione sul neonato sito www.caimontilattari.it nel quale è possibile consultare le schede dei singoli itinerari complete di cartina, profilo altimetrico e traccia gps. La ricerca dei sentieri risulta estremamente facile immettendo anche uno solo dei dati nella apposita finestra, a scelta fra numero o nome di un sentiero o anche per località di partenza o di arrivo.
La nuova carta è ottima per programmare le escursioni in quanto fornisce una visione generale del territorio, con tutti i sentieri CAI ben in evidenza. Sarà quindi facile progettare itinerari che comprendono più sentieri, scegliere e valutare tempi le distanze, operazioni molto facili in particolare se si utilizzano le informazioni del sito sul quale si possono anche vedere i profili altimetrici.
Nella lettura fine, invece, è ancora molto carente e al più presto si dovrebbe provvedere al lavoro di rendere congruenti tracce gps con le isoipse e con i sentieri o strade effettivamente percorsi. Come scrissi tempo fa su questo stesso blog, è praticamente impossibile che una traccia gps, per quanto possa essere accurata, si sovrapponga con precisione alla descrizione altimetrica per mezzo delle isoipse. Necessariamente il disegnatore (con l’aiuto del rilevatore o almeno di qualcuno che conosca bene il percorso) dovrà adattare le curve di livello alle tracce gps o viceversa, altrimenti si forniscono informazioni dettagliate errate.

A mo’ di esempio riporto la traslazione verso nord del percorso per il Molare. Nell’immagine si vede chiaramente che, pur essendo l’andamento del percorso sostanzialmente corretto, il modo in cui è stato sovrapposto alla carta base induce l’escursionista ad andare a cercare una salita dal versante settentrionale (scalata impossibile per un non-arrampicatore) allontanandolo dal percorso esistente e normalmente praticato dal lato sud.
Qualcuno fra quelli con i quali ho discusso di questi problemi ha sottolineato, giustamente, che quasi nessuno effettivamente “legge” la carta, talvolta per mancanza di capacità ma soprattutto per la cattiva abitudine di tenerla ben ripiegata nella sua custodia, all’interno dello zaino. Tuttavia, il malcostume ed i limiti di tanti non possono essere una ragione valida per rinunciare alla precisione a favore dell'approssimazione. 
A proposito di quelli che non usano consultare le cartine scrissi un post consigliando di portare in tasca fotocopie del percorso di giornata, avendolo sempre a disposizione, potendo aggiungere notizie lungo il cammino e, non da ultimo, non rovinando in alcun modo la carta originale. Adesso non avranno più scuse potendo stampare la scheda del percorso o anche utilizzarne il file pdf salvato sul proprio tablet o smartphone. 

In conclusione:
  • è più che apprezzabile il lavoro complessivo che sintetizza l’intera rete di circa 500km di sentieri segnati dalle sezioni Stabia e Cava del CAI sui Monti Lattari;
  • carta base chiara, in particolare per quanto riguarda la morfologia del territorio evidenziata non solo dalle isoispe (lavoro non da poco), ma anche da una buona ombreggiatura
  • la viabilità minore e i sentieri non CAI sono stati un po' trascurati, sia per quantità che per rappresentazione, ma entrambe le carenze possono essere facilmente sanate anche se, ovviamente, ci vorrà del tempo;
  • sono troppi i punti quotati in mezzo al niente, vaghi e quindi inutili, non agganciati ad elementi notevoli, mentre sono insufficienti quelli significativi relativi a cime, selle, incroci e luoghi facilmente individuabili come le estremità dei percorsi;
  • trovo che vari simboli siano troppo grandi come le invadenti e onnipresenti bandierine con i numeri dei sentieri e i simboli delle neviere (per fortuna pochissime), delle grotte e dei siti di arrampicata. Per quanto riguarda gli ultimi due simboli, penso che debbano essere aggiunti i collegamenti con i sentieri segnati, ma la conseguenza più grave è che per la loro dimensione e quantità in vari punti coprono tanti dettagli significativi della mappa (perché sprecare tempo a disegnare particolari importanti per poi coprirli con un’icona?);
  • è un grande passo avanti avere la numerazione aggiornata e la rappresentazione dei percorsi oggi esistenti in quanto molti sono stati aggiunti e qualcuno dei vecchi è stato abbandonato;
  • al momento è senza ombra di dubbio l’unica valida carta generale dei sentieri dei Monti Lattari, molto più leggibile della precedente del CAI che pur godendo di una base più dettagliata (tavolette IGM) era ormai obsoleta e inoltre molte delle linee rosse sovraimpresse (rappresentanti i percorsi) si distaccavano dall’andamento reale degli stessi anche di varie centinaia di metri e oltre 100 metri di differenza di quote. Nella nuova, anche in mancanza della collimazione esatta traccia/sentiero, le discrepanze sono limitate a qualche decina di metri;
  • inutile paragonarla alla carta prodotta dal Parco dei Lattari in quanto quella era assolutamente improponibile (leggi altro in questo post);
  • altre carte (come quella Kompass) sono in scala troppo piccola, imprecise e assolutamente insufficienti per andare in giro in un territorio così vario, scosceso e ricco di sentieri come quello della penisola sorrentino-amalfitana
  • ottima l’impostazione del sito www.caimontilattari.it, in italiano ed in inglese, che non solo non ha uguali in zona, ma risulta essere veramente innovativo e facile da navigare. La carta CAI è sovrapposta a quella Google ed è possibile selezionare i livelli da consultare. In ogni scheda percorso in calce alla mappa è riportato il profilo altimetrico ed è possibile scaricare la traccia gps, da utilizzare in combinazione la cartina! Anche questa è scaricabile, completa di itinerario, quote, dislivelli, lunghezza, tempi di percorrenza e difficoltà.
Gravoso e meritorio lavoro se considerato un punto di partenza, spero che si continui su questa strada. Comunque sia, i promotori, rilevatori e collaboratori meritano un plauso ed un ringraziamento.

domenica 3 luglio 2016

"Chiummenzana", ricetta quasi precisa, etimologia molto dubbia

Avendo riscontrato un certo interessamento al post di qualche giorno fa nel quale discettavo in merito agli spaghetti alla puveriello, ho pensato di proporre un’altra ricetta tipica, molto semplice e antica: la chiummenzana.
Questa non ha in effetti nessuna particolarità speciale e piatti molto simili o addirittura identici sono certo si trovino in quasi qualunque luogo dell’Italia meridionale, soprattutto lungo le coste. Infatti i 4 ingredienti principali (e secondo me unici e imprescindibili, senza ulteriori aggiunte) sono tipici della cucina mediterranea: olio, aglio, pomodoro e origano. Potremmo dire anche pasta arrecanata (o arraganata) in quanto la sua caratteristica rispetto agli infiniti tipi si sugo al pomodoro è proprio la prevalenza dell’arècheta (o areteca).
Facendo la mia usuale (e dovuta) breve ricerca fra rete e testi, ho scoperto che sembra che solo a Capri questa ricetta si chiami chiummenzana e che attualmente vari ristoratori attenti alla tradizione (un plauso a loro, anche se non sono d’accordo sulle numerose fantasiose varianti) la stanno riproponendo nei loro menù come ricetta tipica caprese. Certamente il termine è poco comune, quasi raro, e forte dalla mia lunga esperienza mangiatoria, specialmente relativa ai piatti poveri e tradizionali, posso dire che lo conoscevo come ricetta tipica massese (di Massa Lubrense, NA) tanto che ogni volta che mi capitava di menzionare la chiummenzana con napoletani o perfino con sorrentini (Sorrento si trova a soli 5 chilometri da Massa) i miei interlocutori mi guardavano perplessi e chiedevano spiegazioni. Anche nel corso del mio girovagare in Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana non ho mai incontrato nessuno che avesse mai sentito il termine.
Vista la vicinanza dei due territori, separati solo dai 5 chilometri di mare della Bocca Piccola di Capri, fra Punta Campanella (Massa Lubrense) e Punta del Capo (Capri), niente di più facile che la ricetta sia migrata da una costa all’altra e che il nome chiummenzana si sia tramandato solo in zona e, non vedendola come una questione di campanile, poco importa dove sia effettivamente nata. Ma di due cose sono certo: 
  • ogni massese almeno 50enne conosce la ricetta 
  • già una cinquantina di anni fa era fra i miei piatti preferiti quando con mia nonna andavo a mangiare a La Primavera, (il che dimostra che allora era servita anche in qualche ristorante massese).
   
Tuttavia, neanche con una rapida inchiesta fra casalinghe e chef massesi di lungo corso sono riuscito a definire la ricetta in modo univoco, ma aglio, olio e pomodori sono certi al 100%, origano al 95%.  Il maggior dubbio resta quello del basilico proposto da quasi la metà degli intervistati e da aggiungere ovviamente alla fine ... da non cuocere assolutamente, ma la mia obiezione al suo uso è che non era un ingrediente disponibile tutto l’anno. A riguardo della stagionalità del piatto, è bene chiarire che d’estate si usavano pomodori freschi (tipo San Marzano) tagliati a pezzetti o a filetti, mentre d’inverno erano disponibili quelli conservati “a pacchetelle” (o “paccuscelle”), di solito sotto forma di lunghi spicchi che a fine estate pazientemente si infilavano uno alla volta nei colli delle bottiglie, nella stessa sessione della tradizionale preparazione di pelati e passata.
Venendo al nome, l’etimologia di chiummenzana proposta in rete non mi convince per niente, anche se sembra essere l’unica disponibile. Si nota che in quasi tutti i siti si riferisce di aver letto questa, per me, fantasiosa origine:
L’espressione alla chiummenzana sta per alla maniera della chiummenza; quest’ultima è un ampliamento dispregiativo nell’ uso parlato della voce chiorma che letteralmente vale ciurma; ma mentre con la voce chiorma si indicò la ciurma in mare, con chiummenza si intese la ciurma a terra in attesa di chiamata d’imbarco e tale ciurma a terra diede il nome alla ricetta in esame, in quanto fu la ciurma a terra fu quella cui era possibile procurarsi gli ingredienti per preparare la ricetta: la ciurma in mare si doveva contentare di gallette secche e carne o pesce salati, non potendosi consentire il lusso di tirarsi dietro per piú e piú giorni di navigazione e/o pesca ingredienti deperibili o di difficile conservazione; ... leggi tutto qui
Brak potrebbe anche essere nel giusto, ma per me chiorma è solo ciurma o, per estensione, ciurmaglia e chiummo è piombo (che non ha nessun nesso con questa ricetta leggera). Assonante è anche chiummazzo = gomitolo, piumacciuolo, ma anche questo non mi sembra poter aver nesso o, al limite potrebbe averlo solo per gli eventuali spaghetti, non certo per il sugo. Classificherei quindi il termine chiummenzana senz’altro fra quelli di etimologia incerta o sconosciuta.

   
Le foto per questo post le ho appena scattate, dopo aver preparato la mia chiummenzana essenziale e canonica, come l’ho sempre conosciuta, quindi solo olio, aglio a fettine, pachetelle di pomodori (gentile omaggio della mia vicina, al termine di una lunga conversazione sul soggetto) e origano, da aggiungere solo prima di mettere la pasta nella padella. Mi è sempre stato detto che questo velocissimo sugo si prepara mentre si cuoce la pasta ... ho acceso il fuoco per l’olio dopo aver calato i miei 200g di linguine, ho aggiunto l’aglio e poi i pomodori che non devono cuocere ma solo essere scottati conferendo all’olio il caratteristico colore rosato.

venerdì 1 luglio 2016

Grandi registi ai “primi giri di manovella” ... nei mercatini

Come qualsiasi altro buon collezionista mi piace frequentare mercatino, fiere dell’usato e vendite di beneficenza, in particolare quando sono all’estero. Vagando fra bancarelle, scavando in scatoli di cartone o cassette di plastica o guardando a distanza i contenitori dei dvd stesi su un telo di plastica (ci vogliono buoni occhi), si trovano classici, ottimi film poco conosciuti e - con la stessa gioia - si scoprono titoli sconosciuti che pur non essendo capolavori, talvolta veri filmacci, vale la pena di acquisire per essere firmati da registi che solo anni dopo hanno diretto buoni film. 

In Spagna ho imparato a non limitare la ricerca indirizzando lo sguardo solo sulle classiche custodie di dvd in quanto si trovano ottime serie in custodie più sottili e meno appariscenti e, soprattutto a non tralasciare le sottili custodie quadrate di cartoncino che spesso scompaiono fra le custodie più grandi e i libri. Una volta “capito il trucco”, l’occhio sa cosa cercare e le sorprese non mancano (nella foto in alto ci sono ben 14 dvd nei loro contenitori, , poggiati su uno di dimensioni classiche). Non avendo praticamente dorso, si devono sfogliare uno per uno e leggere attentamente non solo i titoli (anche in Spagna talvolta si esibiscono in traduzioni fantasiose) ma anche registi ed interpreti.
   
In questo modo ho notato, per esempio, che sulla copertina di Compañeros mortales, che a orecchio non mi diceva niente, né mi ispirava e di certo non avrei comprato, c’era il nome di Sam Peckinpah e ciò è bastato a convincermi.
Per la cronaca, il titolo originale è Deadly Companions (1961), tit. it. La morte cavalca a Rio Bravo (sic!), ed è stato il suo primo lungometraggio; fino al 1960 aveva diretto esclusivamente telefilm.
   
La burla del Diablo l’ho comprato per la regia di John Huston, per il cast d’eccezione (Humphrey Bogart, Peter Lorre, Jennifer Jones, Gina Lollobrigida) e per la partecipazione di Truman Capote (sceneggiatura) e di Robert Capa (fotografia). Con tutto ciò Beat the Devil, (questo il titolo originale, quello italiano è Il tesoro dell’Africa, sic!) fu un fiasco al botteghino e non è certo memorabile, ma per me ha un significato particolare in quanto girato in luoghi della Costiera Amalfitana come Ravello, Atrani e Minori che conosco a menadito (tanto altro in questo post)
In queste sottili custodie ho trovato anche il cult The Little Shop of Horrors di Roger Corman, con una breve partecipazione di Jack Nicholson, e tanti kolossal classici fra i quali Moby Dick (John Huston, 1956), 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968) e L’ultimo imperatore (Bertolucci, 1987).
   
Infine due parole su un film, anch’esso scoperto casualmente, che mi riprometto di guardare nei prossimi giorni: Dementia 13 di Francis Ford Coppola (in questo caso anche sceneggiatore). Girato nei primi anni ’60, fu uno dei suoi numerosi “fiaschi” iniziali, dei quali nessuno raggiunge la sufficienza su IMDb. Effettuando la dovuta ricerca, ho letto che Coppola alla corte di Corman diresse un po’ di tutto, dalla commedia softcore all’horror, dal western alla fantascienza. In quest’ultimo caso si trattava di una riedizione di un film russo del 1959, Nebo zovyot, che fu rimontato dopo aver effettuato vari tagli e aggiunto qualche scena e proposto nel 1962 come Battle beyond the Sun. I cinefili sappiano che questa ripresentazione è di pubblico dominio e si trova su archive.org, sito dalquale è possibile scaricarlo o guardarlo online. L’ho già scaricato e dopo Dementia 13 (IMDb 5,7/10) mi sorbirò Nebo zovyot versione americanizzata (IMDb 4,5/10). 
Appena visti, pubblicherò le recensioni su 2016: un film al giorno, come al solito.

mercoledì 29 giugno 2016

Spaghetti alla puveriello (come li ricordo io e come piacciono a me)

Di recente mi è capitato di parlare di questa classica ricetta napoletana, purtroppo ormai quasi dimenticata, con varie persone e ho constatato che pochi ne avevano sentito parlare, molti l’hanno subito associata alla carbonara con la quale ha in comune gli ingredienti base (pasta e uova), nessuno l'aveva mai provata. 
      
Paprika Dolce e Cannella propone due foto: a sx con l'uovo appena "adagiato" e 
a dx il piatto dopo aver mischiato (operazione da eseguire, secondo me, nella tiella)
Tanti hanno storto il naso a causa del diffuso terrore per le uova (alcuni addirittura sostengono che non se ne debba mangiare più di uno alla settimana) per non parlare della repulsione nei confronti della nzogna (sugna, strutto). Fatto il mio solito giro in rete ho letto cose “orripilanti” a cominciare dalla traduzione di puveriello con "poveruomo", termine per lo più usato in senso dispregiativo ... provate a dire pover’omm a qualcuno.
Dal mio punto di vista, gli orrori continuano con il con la raccomandazione di preparare le uova “ben cotte”, l’uso di olio extravergine (è di questi giorni la notizia che molti venduti per tali non lo sono affatto, ma in questo caso il problema è il sapore) o addirittura del burro (sacrilegio!!!), le ridicole porzioni considerato che dovrebbe essere piatto unico (300g per 4 persone? ... sì e no ci mangiano 2), “adagiare” l’uovo sulla pasta precedentemente distribuita nei piatti (quindi si sarà già incollata visto che pochi cucinano veramente al dente e oltretutto risulterà scondita) senza parlare di varianti fantasiose a questo piatto povero per il quale sono necessari solo 3 ingredienti (pasta, strutto e uova) con l’aggiunta facoltativa di formaggio grattugiato (rigorosamente caciotta secca o pecorino, assolutamente non parmigiano, grana o simili) e pepe o peperoncino a seconda dei gusti.

Sembra che Amareilsapore esegua abbastanza bene ma usi più pepe che uova 
Veniamo alla semplice e rapida preparazione per la quale basta avere un minimo di dimestichezza con i tempi di cottura e ovviamente una caccavella (pentola) capiente ed una tiella (padella) adatta alla quantità di pasta. Infatti, al contrario di quanto suggeriscono quasi tutti (mettere l’uovo fritto sopra la pasta) si dovrà fare l’esatto contrario cioè mettere la pasta sulle uova e mischiare il tutto nella tiella. Faccio un paragone culinario: secondo voi una pasta e fagioli come si deve, a prescindere dalla scelta degli ingredienti accessori (cipolla, pomodoro, aglio, sedano), sarà più saporita cuocendo la pasta insieme ai fagioli (dopo  averli cotti ...) nella loro acqua o aggiungendo i fagioli sopra alla pasta? Nel secondo caso sarebbe più opportuno chiamarla “pasta con fagioli” e nell'esempio precedente vermicelli con uovo fritto”. 
Torniamo a noi ... scegliete la vostra trafila preferita (può variare da spaghetti a vermicelli o addirittura i vermicelloni ... i bucatini proposti da qualcuno li trovo esagerati) di una buona qualità di pasta, procuratevi uova a sufficienza nella proporzione di almeno un uovo per ogni 100g di pasta, tenete a portata di mano la nzogna e gli ingredienti opzionali se pensate di usarli. La cottura delle uova e della pasta deve procedere in contemporanea, vale a dire che l’albume (il bianco) delle prime dovrà essere appena cotto e il tuorlo (il rosso) quasi crudo quando la pasta sarà al dente e quindi scolata immediatamente e versata nella tiella sopra le uova, subito dopo aver spento il fuoco. Così facendo tutto il piatto si colorerà più o meno uniformemente con il tuorli che non cuoceranno completamente e il bianco d’uovo ancora tenero si frantumerà in tanti pezzetti. 
Nella foto a sinistra gli spaghetti alla puveriello preparati in una wok ... se da un lato lo chef ha giustamente mischiato prima di impiattare, dall'altro è evidente che ha fatto cuocere troppo i tuorli che quindi hanno consistenza e aspetto di uova strapazzate ben cotte.
Chiudo con i problemi di questo squisito piatto che non sono, come molti staranno pensando, colesterolo e calorie bensì la difficoltà di procurarsi uno strutto di qualità e delle uova veramente "paesane". Una qualunque carbonara è certamente più calorica e il numero di uova utilizzate sarà simile, piatti con panna e speso tanto formaggio hanno certamente più calorie e più colesterolo, per non parlare della quantità (e spesso scarsa qualità) dei grassi contenuti nei dolci, merendine, biscotti e barrette e per finire pensate alla differenza fra un uovo fresco e quelli in polvere che senza rendervene conto mangiate in quantità ...
Una volta ogni tanto un bel piatto di spaghetti alla puveriello non può fare che bene! ... accompagnato da un buon bicchiere di vino.

domenica 26 giugno 2016

Occhio a questi 2: Cristina Gallego e Ciro Guerra (cine colombiano)

Come anticipato nel precedente post ieri mi sono goduto Los viajes del vientosecondo film di Ciro Guerra (quello che mi mancava dei suoi tre), e devo dire che la mia stima per questo giovane regista colombiano è ulteriormente cresciuta. Per questo motivo ho voluto scrivere questo post allargando il tema alle cinematografie latine in genere ed a quella colombiana particolare, quasi  del tutto sconosciuta in Europa,  mettendo anche a confronto le tre opere di Guerra, per certi versi molto diverse fra loro ma per altri molto simili, e affrontando un discorso un po’ più ampio della mia solita micro-recensione appena pubblicata nella raccolta 2016: un film al giorno.
Problemi economici e di distribuzione hanno da sempre limitato la produzione e quindi la distribuzione di film dell’America Latina il cui livello medio, in sostanza, non è assolutamente inferiore a quelli occidentali e fra essi ce ne sono veramente di ottimi. Ciò è ampiamente dimostrato dai successi ottenuti negli ultimi anni dai vari Iñárritu (Oscar con Birdman e The Revenant, oltre alla Nomination per Babel), Cuarón (Gravity), e fra i migliori di lingua non inglese degli ultimi 10 anni ricordiamo le Nomination per Il labirinto di Pan (Guillermo Del Toro, Messico), La teta asustada (Claudia Llosa, Perù), Biutiful (Iñárritu, Messico), No (Larrain, Cile), Relatos salvajes (Szifrón, Argentina), El abrazo de la serpiente (Guerra, Colombia) e l’Oscar di Il segreto nei suoi occhi (Campanella, Argentina). Vari di questi contano anche altre Nomination e sono pluripremiati nei Festival più importanti di tutto il mondo.
      
Questo non deve assolutamente meravigliare in quanto è la cultura dell’America Latina in genere ad essere di eccellente livello anche se molti se ne ricordano solo di tanto in tanto. A sostegno di questa affermazione basterebbe ricordare alcuni grandi della letteratura che non hanno avuto il successo e la diffusione che meritavano solo per non essere nati in Europa o negli Stati Uniti e per non scrivere in inglese: Gabriel García Márquez, Mario Vargas Llosa, Rómulo Gallegos, Jorge Luis Borges, Julio Cortázar, solo per citarne alcuni.
Ognuno dei suddetti (i primi due hanno anche ottenuto il Nobel per la letteratura, ma solo il primo è veramente famoso) ha fornito materiale per numerosi film che sono diventati pietre miliari del cinema hispanoamericani. 
Le diversità culturali e di ambienti dei vari paesi offrono davvero infinite possibilità ai cineasti “illuminati” di realizzare pellicole pressoché uniche che, agli occhi di noi europei, sono anche estremamente interessanti dal punto di vista antropologico. Fra i più giovani di questo gruppo di registi si distingue senz’altro Ciro Guerra (classe 1981) il quale però, purtroppo per noi cinefili, in 12 anni ha diretto vari cortometraggi ma solo 3 film, dei quali è anche sceneggiatore:
  • La sombra del caminante (2004)
  • Los viajes del viento (2009)
  • El abrazo de la serpiente (2015) 
Uno ogni 5 o 6 anni è veramente poco, ma considerato che ha ancora solo 35 anni e che si è fatto apprezzare a livello internazionale grazie alla recente Nomination agli Oscar 2016, dobbiamo essere speranzosi.

Prima di passare alle pellicole di Guerra, vorrei aggiungere poche parole relative alla sua vita personale e professionale, indissolubilmente intrecciate. Infatti, a soli 17 anni conosce Cristina Gallego, di tre anni più grande, studentessa di cine e televisione e con lei fonda nello stesso anno (1998) la casa di produzione Ciudad Lunar. Dicevo di un rapporto indissolubile in quanto i due sono sposati e in questi quasi due decenni Cristina è la produttrice ufficiale di tutte le opere di Ciro, oltre ad essere stata produttrice esecutiva di altre pellicole colombiane.
Cristina è nata a Bogotà ed è ultima di 10 fratelli ma i genitori sono di origine contadina e si trasferirono nella capitale per avere maggiori opportunità di lavoro e per far studiare i figli. Ciro è nato invece a Rio de Oro, piccola cittadina di 14.000 abitanti, 600km a nord di Bogotà, praticamente nel mezzo della selva, quasi al confine con il Venezuela. Ciò la dice lunga in merito alle scelte delle sceneggiature e alla sensibilità con la quale trattano temi quali la sopravvivenza della cultura indigena, la vita dei campi e nei villaggi, la musica tradizionale, gli spostamenti a piedi, a dorso di asino o sulle spalle di qualcuno, la navigazione lungo i corsi d’acqua. E questa sensibilità non si limita ai contenuti ma anche alle immagini che, per me che sono escursionista e viaggiatore incallito oltre che cinefilo, sono assolutamente affascinanti e dimostrano il grande rispetto e conoscenza che Guerra ha dell’ambiente naturale e della cultura dei nativi.
Certamente non sono arrivati a questo punto per essere figli di papà, né perché erano raccomandati e meno che mai bamboccioni ...
Dei tre film solo Los viajes del viento è interamente a colori e come El abrazo de la serpiente è in formato 2,35:1, proporzione che esalta i paesaggi spesso dominati da linee orizzontali come l’acqua ma, nel caso del primo, anche da ambienti desertici.
Nei primi due film Guerra ci porta in realtà povere, in ambienti nei quali la gente vive con poco, pochissimo ma sempre con grande dignità e ancor maggiore altruismo. Nell’ultima parte del secondo sono presenti molti indigenas che, seppur di altre etnie, costituiranno la quasi totalità degli interpreti del più recente El abrazo de la serpiente.

Parlando del cinema colombiano in generale, c’è da sottolineare che dal 1978 al 1993 funzionò la FOCINE (ente di sviluppo cinematografico) e furono prodotti vari buoni film che ebbero anche un discreto successo all’estero come, per esempio, La estrategia del caracol, Rodrigo D. No Futuro, La gente de la Universal.
Dopo un decennio durante il quale si poteva solo contare su coproduttori stranieri, finalmente nel 2003 fu promulgata una nuova legge per il cinema e da allora sono stati prodotti più film fra i quali sempre più spesso se ne trovano di buona qualità (María llena eres de gracia, Soñar No Cuesta Nada, Paraiso travel).
Una raccomandazione agli appassionati di cinema, la solita ogni volta che mi imbatto in buoni film: non vi perdete le pellicole di Ciro Guerra che, anche se poco conosciute, riservano molte piacevoli sorprese.
(notizie tratte da www.proimagenescolombia.com)

venerdì 24 giugno 2016

Cult movies e sorprese, reminder e suggerimenti

Eccomi al giro di boa ... ieri ho guardato il mio 183° film dell'anno, metà del mio obiettivo di 366 nel 2016, in anticipo di qualche giorno sul semestre completo. Tale “evento” ne meritava uno significativo, classico, unanimemente considerato un una pellicola che ha segnato la storia del cinema e la scelta è caduta su 2001: A Space Odyssey (Stanley Kubrick, 1968).
   
Continuo ad alternare visioni di classici a quelle di film che si possono trovare solo in rete o oltreoceano, e di alcuni che pur essendo giunti in Italia (spesso con titoli improponibili) sono pressoché irreperibili. Fra questi si scoprono talvolta piccoli gioielli e, per quanto riguarda le cinematografie considerate minori, sempre sorprendente notare come con budget talvolta ridicoli si possano produrre pellicole più che degne che in quanto a linguaggio cinematografico non hanno niente da invidiare a ben più quotati prodotti europei ed americani.
Ai giovani appassionati di cinema che talvolta trascurano il passato vorrei segnalare qualche film fra gli ultimi 33 visti (in un precedente post riassuntivo scrissi della terza cinquantina di film visti). Fra i cult di vario genere, oltre 2001: ... (1968, fantascienza), ho rivisto la commedia musicale The blues brothers (1980) e la commedia drammatica Do the right thing (di Spike Lee, forse il suo prodotto migliore), film che sembrano essere assolutamente sconosciuti a tanti under 40 e che meritano di essere guardati o ri-guardati avendo segnato un’epoca pur non essendo all’apice dell’arte cinematografica.
      
Fra i meno conosciuti, ma acclamati dalla critica, segnalo Il Decalogo (Kieslowski, 1989) e soprattutto Compulsion (1959), film molto poco conosciuto di Fleischer, con il grande Orson Welles (pur apparendo solo nell’ultima parte fornisce una ennesima prova memorabile) e con un eccellente bianco e nero quando già il colore era ormai la norma da molti anni. Coevi ed in un certo senso simili per quanto riguarda la fotografia segnalo Sweet smell of success (1957) e The intruder (insolito film di Roger Corman, 1962) che, come Compulsion, sono assolutamente imperdibili.
      
Chi legge le mie micro-recensioni avrà notato che ultimamente sono tornato ad interessarmi delle cinematografie dell'America Latina in particolare approfondendo ulteriormente quella messicana e ricercando in quelle colombiana (con il proposito di proseguire con quelle cilena e cubana delle quali nel complesso ho recuperato una trentina di film). Fra le più recenti ne troverete anche una mezza dozzina  - tutte positive -relative ai colombiani, l’ultima si riferisce a La sombra del caminante, primo lungometraggio di Ciro Guerra (regista di El abrazo de la serpiente, candidato all’Oscar 2016), del quale mi riprometto di guardare a breve anche Los viajes del viento (secondo dei suoi soli tre film).
Tutte le micro-recensioni sono postate nella raccolta

martedì 21 giugno 2016

Passatempi per escursionisti navigati e, soprattutto, curiosi

Di questo tema ho già trattato varie volte, anche se non specificamente, parlando di escursionismo, natura, cartografia e serendipity. Sono tutti argomenti più collegati fra loro di quanto molti pensino e simili serie di connessioni possono applicarsi anche ad altre attività. 
Dei tantissimi camminatori (ormai siamo milioni, da quelli urbani ai trekker più avventurosi ... camminare è di moda) molti preferiscono percorrere itinerari ripetitivi e ben conosciuti, di quelli che appaiono più rassicuranti, lungo i quali si incontrano le stesse persone e si vedono le stesse cose e si può anche procedere con la testa fra le nuvole, casomai con le cuffiette alle orecchie.
Al contrario, ce ne sono altri che non perdono occasione per introdurre varianti ai percorsi noti, spingersi ogni volta un poco oltre i limiti del territorio conosciuto, farsi attrarre da una pianta o da una traccia di sentiero, partire con il preciso scopo di scoprire un itinerario completamente nuovo.

Faccio parte, chiaramente, del secondo gruppo e fra i miei sodali sono abbastanza attivo ma non certo fra i più avventurosi. Mi avvantaggio delle mie capacità di interpretazione di mappe e cartine, in particolare quelle di molti anni fa, per trarre spunti di interesse, immaginare itinerari utili o semplicemente piacevoli, ideare nuovi collegamenti, andare a ricercare sentieri dimenticati.
Un famoso cartografo inglese soleva dire che una delle migliori letture è una carta ben fatta, opinione che condivido in pieno. Talvolta mi capita di passare anche delle ore interpretando una mappa antica, cercando di coglierne lo stile, valutandone l'affidabilità, comparando le informazioni con carte receni e infine tentando di trarne conseguenze.

Il più recente risultato è l'imminente "inaugurazione" di un facile circuito escursionistico reso possibile dalla riapertura di una strada comunale  di Sorrento, in effetti un tratto di essa, un sentiero sterrato attraverso un castagneto. Era un mio vecchio pallino, via Acquacarbone doveva essere un percorso molto frequentato fino a metà del secolo scorso in quanto via più breve fra Sant'Agata e Priora (due frazioni rispettivamente di Massa Lubrense e Sorrento), ma dopo la costruzione del Nastro Verde (tratto della statale 145 sorrentina) quasi del tutto abbandonata.
Tuttavia ho sempre considerato quell'itinerario che taglia in diagonale il versante nord della collina del Deserto estremamente appetibile dal punto di vista escursionistico: ombreggiato, lieve pendenza, lineare, tanta natura (giardino, uliveti e castagneti) e pochi edifici. Mi capitò di parlarne circa un mese fa al Circolo Sorrentino nel corso del mio intervento in merito alla viabilità scomparsa (o inaccessibile) e poi, grazie ad una fortunata serie di incontri, occasioni e disponibilità intravidi la possibilità di rendere di nuovo percorribile quella strada comunale. Grazie alla fattiva cooperazione fra enti, associazioni e volontari, è già di nuovo possibile andare da Sant'Agata a Priora a piedi in meno di mezz'ora (solo 2 km contro i circa 5 seguendo le rotabili) e senza dover salire verso la collina del Deserto ma aggirandola a nord.
Dopo essere andato sul percorso 5 volte in 6 giorni, accompagnato da vari altri volenterosi, ieri con Costantino sono riuscito ad individuare con certezza l’ultimo tratto mancante della strada abbandonata, fino a pochi giorni fa coperto da una jungla (molto spinosa ...) all’interno del bosco di castagni.
Facendoci largo fra la fitta vegetazione abbiamo individuato il tracciato con l’ausilio della mappa, ma soprattutto seguendo logica e osservazione e quindi trovando conforto e conferme in tanti piccoli indizi: un cippo, uno scalino in pietra apparso sotto l’humus, pendenze adeguate, linearità e mancanza di alberi lungo la direttrice, una recinzione, pietre coperte di muschio allineate al margine della traccia, percorso un poco infossato, un tombino,...
Nella foto a sinistra si nota lo scalino in primo piano, venuto allo scoperto dopo aver liberato dalla vegetazione (alta anche oltre 2 metri) questo tratto infossato e prima assolutamente invisibile.
Questo, secondo me, è uno dei vari modi di fare escursionismo in modo estremamente piacevole (anche se talvolta si torna a casa con numerosi graffi e tagli) in quanto si riesce a stare lontani dai percorsi più frequentati. Questi, in particolare nei giorni festivi, sono invasi da masse di pseudo-escursionisti vocianti, che bloccano il sentiero per scattare innumerevoli selfie e spesso lasciano rifiuti  rendendo un piacevolissimo ambiente naturale quasi un inferno urbano (provate a percorrere il Sentiero degli Dei di domenica, fra le 10 e le 14 ...).

Venerdì 24 giugno, alle ore 18.00, si parte dalla piazza di Sant’Agata per il “collaudo” del circuito alle falde del Deserto.

La presenza di vari tratti sterrati richiede l’utilizzo di calzature adeguate. La passeggiata durerà meno di due ore.