Pur
restando attento, per quanto possibile, agli sviluppi delle vicende relative a
via Campanella e via Jeranto, torno a parlare di viaggi con
le prime considerazioni su Amsterdam
oltre 40 anni dopo la mia ultima visita in Olanda, patria di Vincent van Gogh, qui in basso nell'autoritratto del 1887 esposto al Rijksmuseum, niente a che vedere con i selfie.
Grazie
anche alle belle e lunghissime giornate (oggi il sole tramonterà alle 22) è
sempre piacevole passeggiare lungo i canali con sponde per lo più alberate. Il
lato negativo è il traffico ... sì, proprio il traffico ma mi riferisco
soprattutto alle biciclette. Come è noto le due ruote sono il mezzo più
utilizzato per spostarsi in tutta l’Olanda ed in particolare nella capitale. Il
problema deriva dalla enorme quantità di bici che oggi sfrecciano lungo le
strade e le piste ciclabili, ma i più insofferenti non esitano a lasciare
queste ultime e superare passando sui marciapiedi, fra le auto o andando
contromano. Aggiungete i motorini che utilizzano le stesse piste ciclabili, i
tanti turisti che pensano di essere in zona pedonale e non si rendono conto di
stare su una pista ciclabile, i tanti incroci e semafori differenzianti per
auto, tram, bici e pedoni, le rotaie dei tram che obbligano i ciclisti a scarti
più o meno improvvisi per attraversarli (chi va in bici sa di cosa parlo). Ovviamente anche il parcheggio è più o meno selvaggio e spesso recuperare il proprio mezzo è una vera impresa con manubri e pedali che si incastrano.
Molto
è comunque ormai globalizzato anche qui e di conseguenza ci sono gli
onnipresenti bus rossi della City SightSeeing,
ma in versione acquatica, si trovano tutte le cucine del mondo e in qualunque
luogo di interesse si è “ossessionati” da chi si fa un selfie -ormai quasi
sempre con la sua prolunga di ordinanza - e chi scatta foto ai compagni di
viaggio in posa ... e che pose!
Per
fortuna ci sono anche i musei nei quali, oltre a godere della vista di tante
opere magnifiche e spesso uniche, il fenomeno foto è limitato ed in parte
controllato.
Andando in giro mi diverte cercare dipinti che, con maggiore o
minore fantasia, rappresentano luoghi e panorami partenopei (estesi a tutto il golfo).
Anche al Rijksmuseum, il più grande
e importante di Amsterdam nel quale ieri ho passato quasi l’intera giornata, ne
ho trovati tre:
* una vista della Grotta di Posillipo (A. S. Pitloo, 1826)
* un paesaggio avente sullo sfondo le inconfondibili sagome delle
isole Flegree (J. A. Knip, 1818)
* un molto vago panorama del Golfo dipinto quale originale decorazione di un
clavicembalo.
L’opera
più famosa del museo è senz’altro quella conosciuta come Ronda di Notte (Rembrandt), anche se non è il vero titolo e non è delle
proporzioni originali in quanto ne manca una larga striscia a sinistra.
Nelle foto in alto il quadro esposto attualmente (a sx) ed una copia, giudicata molto fedele, di dimensioni ridotte a destra.
I
vari personaggi rappresentati nel dipinto sono stati separati e ne sono state anche
ricreate le parti non visibili in una serie di statue bronzee posizionate i
piazza Rembrandt in luogo aperto al pubblico e quindi preso d’assalto dai “fotografi
creativi”.
Lungo
il sentiero per Jeranto, dove una volta c’era uno dei tralicci della vecchia
linea elettrica dismessa negli anni ’50, finalmente rimossi appena pochi mesi
fa, da pochi giorni è apparsa un’altra bruttura: un palo alto circa 5 metri in
cima al quale sono state montate alcune apparecchiature di sorveglianza, un
pannello solare e un “armadio/centralina” simile a quelli ENEL o di telefonia che
si vedono lungo le strade.
Fin
qui niente di eccessivamente strano visto che sappiamo come vanno queste cose,
ma la cosa più incredibile è che il committente è nientemeno che il Ministero
dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Fatta
una breve ricerca in rete, ho visto che in tanti stanno evidenziando questo
scempio e di conseguenza stanno protestando, con toni più o meno opportuni. Leggendo
questa “determinazione conclusiva” (link fornito da Sergio Galano su FB) protocollata in data 12/11/2014 potrete
saperne di più.
Di
queste centraline che dovevano essere sistemate in vari punti strategici della
costa ne avevo avuto notizia un paio di settimane fa, ma non sapevo dove
sarebbero state posizionate. Preso atto di questa idea a dir poco infelice,
spero che per le altre siano scelti luoghi più adatti o, quanto meno, sia almeno
mimetizzate per quanto possibile.
Da
quanto si apprende dai documenti del Ministero, questo costoso progetto è
finalizzato alla monitoraggio e quindi salvaguardia delle acque dell’Area Marina Protetta Punta Campanella.
Ammesso e non concesso che sia un buon progetto, e anche volendo ipotizzarne una reale efficacia con un giusto rapporto
costi/benefici (chi controllerà i dati e chi intraprenderà affettive azioni
conto i trasgressori?), sarebbe stato tanto difficile o dispendioso posizionare
il tutto in altro luogo o almeno in modo diverso?
Perché
a ridosso di un noto e frequentatissimo sentiero escursionistico?
Perché
l’armadio è tutto fuori terra e a vista invece di essere addossato al pendio o
mascherato da cespugli?
Perché
ingombrare un luogo aperto ed estremamente panoramico con cavi e pannello solare (oltre all'armadio)?
E
infine:
perché
quei “galantuomini” della ditta installatrice (ricordate ... appaltata dal
Ministero dell’Ambiente) hanno lasciato spezzoni di fili elettrici, fascette di
plastica e nastro isolante in loco invece di portare il tutto a riciclo? Mi
sono perso qualche circolare del Ministero dell’Ambiente che sancisce che la
plastica è diventata biodegradabile e quindi può essere abbandonata nella
natura?
Spero
che al più presto Comune, AMP e Sovrintendenza prendano almeno le distanze dal
modo nel quale sono stati effettuati i lavori (nei quali avevano limitata voce in capitolo) e si adoperino per far spostare o
almeno mascherare l’armadio.
Un
paio di settimane fa ho scritto di quelli che pensano di diventare esperti o
atleti di prima fascia comprando abbigliamento all’avanguardia e attrezzature
costose. (L’abito non fa il monaco)
Fra
ieri e oggi, a poche ore di distanza, sullo stesso giornale online (La
Repubblica) sono apparsi sue articoli attinenti a ciò e tuttavia contrastanti
fra loro. Nel primo si dava notizia di una class action contro i produttori di fitness tracker, “bracciali che misurano i diversi parametri legati allo
sforzo fisico, dalle pulsazioni al numero di passi compiuti, ...”
Sono tantissimi
quelli che li utilizzano (spesso senza comprendere il significato dei dati
ricavati dal e sensore e mostrati sul display), ma molti di quelli più attenti
che volevano solo un ulteriore controllo della loro attività fisica si sono ben
presto accorti che qualcosa non andava.
Si sono quindi effettuati studi seri comparando i dati forniti dai gadget con quelli di
vere apparecchiature scientifiche testate ed è venuto fuori che il ritmo reale
differiva da quello riportato dai “giocattoli” anche di 20 battiti/min, che è
un’enormità e potrebbe anche avere serie conseguenze per la salute. La ditta
destinataria della più importante class
action è la FitBit e queste polemiche si vanno ad aggiungere a quelle sulla
miriade di app disponibili per computer e smartphone. (leggi tutto l’articolo)
“Braccialetto
che rileva in tempo reale la frequenza cardiaca dal polso, in grado di
archiviare le prestazioni (passi, distanza percorsa e calorie bruciate) e di
tracciare anche la qualità del sonno, per raggiungere un benessere a tutto
tondo. si elencavano i gadget sportivi”.“Niente
più allenatore in carne e ossa: il coach è infatti diventato digitale grazie a
una serie di soluzioni tecnologiche che controllano l’attività sportiva,
mettendo in luce eventuali errori e correggendo il tiro laddove necessario. Non
a caso utilizzare la tecnologia per misurare le proprie performance e
migliorarsi da soli è ormai un fenomeno di massa.”
Secondo
voi un apparecchio elettronico può davvero sostituire un allenatore che
è in grado di combinare molti più dati, conoscere il vostro stato di forma, la
vostra tecnica, la vostra esperienza, nel caso della corsa il fondo sul quale correte
ecc. ecc. ecc.? Questi
gadget hanno una loro valenza solo se i dati sono interpretati da persone
esperte, altrimenti si rischiano danni fisici e malanni come quelli che derivano dalla medicina fai da te.
Concludo ancora sul tema salute menzionando un altro articolo che, per le fonti che citate, mi sembra senz’altro
serio ed affidabile:
Opinione
strettamente personale (ognuno mangia ciò che vuole): rispetto i vegetariani
(molti dei quali si dichiarano tali, ma si concedono prodotti ittici), ma trovo
che i vegani siano esagerati in particolare se impongono il regime alimentare ai loro figli, ovviamente non in grado di scegliere.
Da quel poco che so, non proprio pochissimo, le
diete non onnivore non sono le più adatte per i bambini in fase di sviluppo
e leggendo l’articolo potrete conoscere vari gravi danni permanenti che
possono causare quelle vegane. Inoltre, dal punto di vista etico, perché non abituarli a
mangiare tutto e lasciarli decidere autonomamente più in là, quando saranno in
grado di farlo con raziocinio? Libero arbitrio?
In
questo post non filosofeggio e neanche mi dilungo sul nostro rapporto con gli animali, ma racconto
brevemente di 3 distinti incontri verificatesi a poche ore l’uno dall’altro in tre continenti diversi, in ambienti che non hanno niente in comune fra loro. Ognuno potrà valutare autonomamente solo la correttezza e l’opportunità delle
decisioni prese dagli uomini (che si reputano in grado di pensare) in quanto in
tutti i casi esposti gli animali, molto diversi fra loro, si sono limitati
ad agire naturalmente. Ecco i risultati:
Gorilla vs guardie zoo0 - 1
Coccodrillo vs nuotatrice 1 - 0
Biacco (serpente) vs Giovanni (io) 0 - 0
Zoo di Cincinnati (Ohio, USA), 28 maggio Bambino
di 4 anni cade nel fossato dei gorilla. Uno di questi, Harambe di 18 anni, lo
avvicina senza mostrare alcuna aggressività e “apparentemente” lo soccorre amorevolmente.
I responsabili dello zoo decidono che il bimbo è in pericolo e ordinano ai
servizi di sicurezza di abbattere il primate. Sono seguite grandi polemiche in
merito alla sicurezza delle recinzioni, all’utilità degli zoo, alla effettiva
necessità di uccidere il gorilla (nato in cattività e reputato assolutamente mansueto e non aggressivo)
e infine, ma soprattutto, sono state tante le critiche e gli insulti
indirizzati alla madre del piccolo. Più o meno ironicamente molti hanno suggerito di farle fare la stessa fine del gorilla o almeno metterla in gabbia al posto suo.
Daintree National Park (Queensland, Australia), 29 maggio
Una
donna è scomparsa, e si suppone sia morta, a seguito di una nuotata notturna in
acque notoriamente infestate da coccodrilli. Dopo aver passeggiato lungo la
riva insieme ad un’amica, la signora ha deciso di tuffarsi. La superstite ha
raccontato di averla vista fra le fauci del coccodrillo che, nonostante il suo
tentativo di liberarla, l’ha trascinata via. Il corpo non è stato ancora trovato. Il
rappresentante locale del governo federale ha detto di sperare che non ci sia
una “vendetta” contro i coccodrilli del parco. “Non
si può legiferare contro la stupidità umana. Questa è una tragedia ma era
evitabile. Ci sono cartelli di avviso dovunque nel parco”. Si parla in modo
specifico di stare in guardia per la presenza di coccodrilli assassini ... “Se
vai a nuotare alle 10 di sera, diventi la loro cena. Le persone dovrebbero
essere più responsabili.”.
via
del Monte (Massa Lubrense NA, Italia), 29 maggio
Domenica,
dopo aver passato poco più di un’ora sul versante occidentale di Monte Santa
Croce scattando queste foto macro, sono tornato al mio veicolo, ho
staccato la macchina fotografica dal cavalletto, ho riposto tutto nello zaino e
ho intrapreso la via del ritorno. Fatti pochi metri, all’inizio del primo
rettilineo, ho visto davanti a me un bel biacco (Coluber viridiflavus, serpente assolutamente innocuo) lungo poco più di un metro che imprudentemente aveva
appena attraversato la strada e raggiunto la cunetta a monte. Forse spaventato
dal mio sopraggiungere, ancora più imprudentemente ha deciso di tornare nei
prati a valle della strada e quindi lentamente (sull’asfalto c’è poca presa) ha
ri-attraversato via del Monte. Notato il sopraggiungere di un’auto, mi sono
rapidamente portato al centro della strada e ho fatto chiari segni invitando il
conducente a fermarsi. Quindi la scena era questa: io fermo sul motorino a
centro strada (in discesa), l’auto con una coppia a bordo ferma di fronte a me
(in salita) e fra noi il biacco che “serpeggiando” si avviava lentamente verso la salvezza,
almeno momentanea. Ho ringraziato il conducente dell’auto, questi con un cenno
ha fatto intendere di aver compreso le mie motivazioni e di averle apprezzate,
ma non ci è dato di conoscere i pensieri del biacco.
Ricordate
che l’unico serpente velenoso e "potenzialmente" (e relativamente) pericoloso che vive in Italia è
la vipera che, fino a prova contraria, in Penisola Sorrentina e sui Monti
Lattari si trova solo in aree più remote e a quote più alte.
A prescindere da ciò, non
c’è nessun motivo per uccidere i serpenti ... a parte, ovviamente, la becera ignoranza.
Chavela Vargas, una donna straordinaria che ha vissuto una vita eccezionale, nel vero senso della parola. Nata
in Costa Rica nel 1919, a diciassette anni si trasferì in Messico dove cominciò a guadagnarsi da
vivere come donna delle pulizie e vendendo vestiti per bambini. Solo verso i
trenta diventò cantante professionista con l’appoggio del compositore e
cantante José Alfredo Jiménez
(considerato il miglior compositore messicano di musica ranchera di tutti i tempi)
del quale era compagna di bagordi. Spesso passavano tutta la notte bevendo ed andando
in giro a cantare serenate alle loro amanti, senza curarsi minimamente degli
insulti dei passanti, anche se la complicità fra i due era tale che solo loro e
le destinatarie sapevano se era per un’amante di Chavela o una di José
Alfredo.
Nonostante
la sua vita disordinata e il rifuggire dai comportamenti classici degli artisti
di grido, alla fine degli anni ’50 guadagnò una notevole fama esibendosi nei
locali di Acapulco (all’epoca una
delle più famose destinazioni turistiche americane). Cantò al matrimonio di Elizabeth
Taylor, conobbe e frequentò Diego Rivera e Frida Kahlo, Picasso, Pablo Neruda, Gabriel
García Márquez, Agustín Lara, Ava Gardner, Rock Hudson e Grace Kelly.
Dopo
un lungo periodo di lontananza dalla scena a causa dell’eccessivo consumo
di alcol, nei primi anni '90 fu riscoperta da Manolo Arroyo-Stephens (editore e scrittore spagnolo) che la sentì cantare nel locale El Hábito, a Coyoacán (Ciudad de Mexico), e la portò a Madrid dove Chavela conobbe, e "stregò", il regista Pedro Almodóvar.
Questi la riportò alla ribalta, la introdusse negli ambienti artistici europei e con
lei strinse una profonda amicizia al di là dei rapporti professionali. Inserì
nel suo Tacones lejanos (1991) uno
dei più famosi cavalli di battaglia di Chavela (Piensa en mi di Agustin Lara) seppur nell’occasione interpretato da Luz
Casals. (video in alto) Due
anni dopo fu invece proprio lei a interpretare Luz de luna in Kika e poi En el último trago in La flor di mi secreto (1995) e Somos
in Carne trémula (1997).
Sull’onda di questo nuovo successo che la portò anche a esibirsi nei più importanti teatri di tutto il mondo, altre sue canzoni furono utilizzate nel cinema. Il film che le ha dato più fama è stato senz’altro Frida (2002, di Julie Taymor), che vinse 2 Oscar, uno dei quali proprio per la colonna sonora della quale facevano parte due pezzi di Chavela: Paloma Negra e La llorona.
In questo film, nel quale certamente non poteva mancare considerato
che realmente aveva vissuto con la famosa artista messicana e Diego Rivera, ebbe
anche un ruolo da attrice e, nelle vesti de La
Pelona, canta a Frida La llorona. (video in alto)
Fu
attrice a tutti gli effetti, senza cantare, anche in Cerro Torre (Grido di pietra, 1991, di Werner Herzog), numerosi corti e serial televisivi.
Dopo
essere stato presentato a Cannes, da
poco è arrivato anche in Italia l’ultimo lavoro di Almodóvar Julieta, film che si
conclude con l'inconfondibile voce di Chavela che interpreta Si no te vas. (in basso,su foto di scena)
Storie,
aneddoti e qualche leggenda sui burrascosi e avventurosi 93 anni di vita di Chavela Vargas ovviamente non si
contano.
Sfrontata,
radicale, tequilera e irriverente sono
alcuni degli aggettivi affibbiati a Chavela
ed al suo modo di cantare. Artista assolutamente sui generis, negli anni ‘60 amava andare in giro indossando pantaloni e con un jorongo rosso (una specie di poncho) sulle spalle, fumando il sigaro e con la pistola alla cinta. Fu soprannominata la chamana (sciamana), la
signora del poncho rosso, ma anche la dama delle 45.000 bottiglie di tequila. Le
ci vollero 25 anni per riuscire a controllare gli eccessi della sua vita
bohemien da girovaga quasi alcolizzata e farsi conoscere dal grande pubblico
diventando una delle più famose cantanti di rancheras
e boleros, due stili amatissimi in
tutta l’America latina. Grande bevitrice, nel2012, a 93 anni, pochi mesi prima di morire, affermò:
“Ho bevuto 45.000 litri di tequila e ancora posso donare il fegato.”
Chavela si presentò funerale
del suo grande amico e compagno di scorribande notturne José AlfredoJiménez completamente
ubriaca, cantando e piangendo, e a chi la voleva allontanare la vedova disse “Lasciatela stare, sta soffrendo tanto quanto
me”.
Nelle sue notti madrilene fra
alcool e feste l’accompagnavano Pedro Almodóvar,Miguel
Bosé e Joaquín Sabinae nella cantinadi quest’ultimo (El Tenapa), dove ra solita ripetere"Questa tequila è pessima, quella buona ce la siamo bevuta tutta io e José Alfredo", c’è
un dipinto di Chavela con Agustín Lara. Nel 1994 Sabina e Álvaro Urquijo in suo onore composero una
delle loro più famose canzoni: Por el
Bulevar de los Sueños Rotos (video in basso, testo in calce)
Per
un periodo abitò con Diego Rivera e Frida Kahlo diventando anche amante di
quest'ultima. Frida le scrisse “Vivo
solo per Diego e per te, nient’altro” e le disse “Ti ho partorito, ti ho avuto, il mio sangue sta nel tuo sangue”. In una lettera inviata al poeta Carlos Pellicer Frida scrisse:
“Oggi ho
conosciuto Chavela Vargas.
Straordinaria, lesbica, e per di più mi ha attratto eroticamente. Non so se lei
ha provato lo stesso. Ma credo che sia un donna abbastanza aperta davanti alla
quale, se me lo chiedesse, non esiterei a spogliarmi ... ripeto, è erotica.
Forse è un regalo del cielo. Frida K.” (la missiva originale fu donata a Chavela nel 2009 da un collezionista che ne era venuto in possesso)
Solo
all’età di 81 anni, nel 2000, dichiarò ufficialmente di essere omosessuale
anche se era cosa già più che nota. Nel 2004 si offrì un concerto al Luna Park de Argentina ... il prezzo del biglietto consisteva nel donare un libro per una biblioteca.
Parlando
di uno dei suoi ultimi concerti tenuti allo Zocalo (piazza principale di Città del Messico, sulla quale si
affacciano la Cattedrale, il Palacio
Nacional e altri edifici governativi), un giorno per lei molto particolare
poiché era appena morto il fratello, diceva:
“Quel giorno cantai per 40.000 persone, sola, due chitarre e una donna. Ma
che donna!”
Leggendo queste poche righe, pochissime per descrivere ciò che pensava e ciò che ha fatto e detto Chavela Vargas, vi è sembrata o no una donna a dir poco fuori del comune?
Joaquín Sabina e Chavela Vargas
POR EL BOULEVAR DE LOS SUEÑOS ROTOS
En el bulevar de los sueños
rotos / Vive una dama de poncho rojo Pelo de
plata y carne morena / Mestiza ardiente de lengua libre Gata
valiente de piel de tigre / Con voz de rayo de luna llena
Por el
bulevar de los sueños rotos / Pasan de largo los terremotos Y hay un
tequila por cada duda / Cuando Agustín se sienta al piano Diego
Rivera, lápiz en mano / Dibuja a Frida Kahlo desnuda
Se escapó
de cárcel de amor / De un delirio de alcohol De mil
noches en vela / Se dejó el corazón en madrid ¡quien
supiera reír / Como llora Chavela!
Por el
bulevar de los sueños rotos / Desconsolados van los devotos De San
Antonio pidiendo besos / Ponme la mano aquí Macorina Rezan tus
fieles por las cantinas / Paloma
negra de los excesos.
Por el
bulevar de los sueños rotos / Moja una lágrima antiguas fotos Y una
canción se burla del miedo / Las amarguras no son amargas Cuando
las canta Chavela Vargas / Y las escribe un tal José Alfredo
Nell'ottica di contribuire ai tentativi di limitare
il transito lungo la stradina che conduce alla Torre Minerva e con il
solito spirito di collaborazione (purtroppo non sempre apprezzato) ho adattato
la mappa che disegnai in occasione della chiusura di via Campanella per gli
ormai famosi lavori, sperando che qualcuno la stampi e la affigga/distribuisca.
La mappa comprende tutto il Monte San Costanzo
(quindi anche PuntaCampanella e Santa Croce) e include il
sentiero per Jeranto, ma penso che sia più che evidente che l'attenzione,
a cominciare dal titolo, è tutta rivolta verso la transitabilità di via
Campanella.
Ho diviso l’intera via comunale (con sviluppo di circa
3.100 metri) in tre spezzoni con diversa regolamentazione di transitabilità:
libera circolazione per tutti fino al già esistente
segnale di divieto di transito
solo veicoli autorizzati (proprietari e/o conduttori
di fondi agricoli e mezzi di soccorso) e pedoni fino all’ultimo podere, cioè fino
all’ultima recinzione
transito consentito solo ai pedoni
Seppur in modo molto sintetico, le notizie salienti
appaiono in ben 5 lingue ed è anche ricordato l’ammontare della sanzione
massima applicabile per infrazioni al divieto di transito. (traduzioni e importo
da far controllare ad esperti)
Ci tengo a chiarire che tutto quanto appena esposto non risponde
alla lettera alle ordinanze in essere, tuttavia penso che le idee non siano
tanto peregrine e, almeno in parte, potrebbero essere prese in considerazione
nel momento in cui si preparerà l’ordinanza definitiva. Mi sono assicurato che i segnali inseriti siano internazionali e altri potrebbero essere aggiunti a maggior chiarimento.
Ho già mostrato a qualcuno il disegno, mi hanno
suggerito alcune modifiche (già effettuate) e consigliato di inserire qualche
altro dato come numeri di emergenza e segnalazione dell’impegno richiesto per
la risalita del crinale di San Costanzo, facente parte del sentiero CAI 300,
Alta via dei Monti Lattari. Una volta decisa l’esatta ubicazione dei cartelli
sarà senz’altro aggiunto il classico e spesso utile “voi siete qui”. Potrebbero
essere collocati in piazza a Termini, al bivio Campanella/San Costanzo, al
bivio Mitigliano, a Cancello e - quale ultimo avviso - al limite dell’ultimo
uliveto, punto dal quale dovrebbe essere consentito solo il transito pedonale.
Molti di questi sarebbero leggibili anche rimanendo in sella a un motorino ...
senza scendere. Altre idee propositive possono essere esposte nei commenti a
questo post.
L’inusuale formato della cartina (quasi quadrata)
deriva dal fatto che in un primo momento ho pensato che, per economia, si
potessero “riciclare” i sostegni in legno posizionati nell’area Santa Maria
e Annunziata con un progetto di una ventina di anni fa ed attualmente
inutilizzati.
Molti sostengono che la gente poco educata rispetta
i regolamenti solo se sa di poter essere effettivamente sanzionata ... se viene
toccata in un punto sensibile come “la
tasca”. Basterebbe elevare le prime tre multe e la voce si spargerebbe
rapidamente e la presenza di chiari cartelli informativi lungo il percorso renderebbe
poco sostenibile la solita vecchia scusa “Non lo sapevo”.
Abbasso le merendine! Non se ne può più di vedere
questi snack spacciati per ultrasani se non addirittura miracolosi, dai nomi
sempre più esotici e dall’aspetto spaventoso (almeno per chi ricorda le vere
merende). Ci mancava Antonio Banderas ... che ha scoperto pane
e cioccolata (ma che pane è che resiste imbustato in plastica per giorni e
giorni?) e le focaccine morbide come il suo pane “elastico” (si piega, ma non si
spezza) ... disgustoso solo al guardarlo.
Molti di questi prodotti sono oltretutto cari in
assoluto e ancor di più se si compara il prezzo con la qualità, ma sembra che
adesso (con tutto il cancan sull'olio di palma) la gente si stia accorgendo che i grassi utilizzati in molti di questi
alimenti, in particolare crackers e merendine, non sono fra i più salutari.
Memore delle merende di 50 e passa anni fa (molto
migliori sotto ogni punto di vista) mi sono preso la briga di fare un po’ di
calcoli per comparare dette merende classiche e sostanziose con le moderne merendine
confezionate.
Fatte un po’ di ricerche (non ne compro quindi mi
sono dovuto informare), ho appreso che queste ultime vengono normalmente vendute
in confezioni che ne contengono vari pezzi, di peso singolo compreso fra i 28 e
i 40g. Volendo proporre cifre confrontabili fra loro per avere un minimo chiarezza ho rapportato tutto ai
100g di peso mentre i prezzi indicativi che menziono sono per chilo (/kg). So
bene che si dovrebbe anche analizzare la qualità e le proporzioni degli
ingredienti, considerare il senso di sazietà ottenuto e via discorrendo ma
visto che il mio non è certo un discorso rigorosamente scientifico bensì un pourparler provocatorio (seppur con basi
concrete e dati reali) prendete questo post per ciò che vale: non interpretate
i dati alla lettera e non fate dei miei consigli la base della vostra dieta, ma
per sfizio - nel caso non le aveste mai sperimentate - assaggiate qualcuna di
queste proposte: pane e ... zucchero, olio, fichi, pomodoro, alici, miele e anche
l’intramontabile marmellata.
Dai dati riportati nella prima riga delle tabelle
dei valori nutrizionali sulle etichette, si evince che si assumono fra 400 e
450 kcal per 100g di merendine, che mediamente contengono da 15 a 20g di
grassi. I prezzi variano moltissimo e vanno dai semplici biscotti da 3euro/kg a
prodotti più elaborati che raggiungono anche i 15euro/kg. Ho messo insieme un po’ di merende casarecce, per
semplicità da 100g o multipli, per le quali ho usato i valori medi di kcal per
ciascun ingrediente menzionato. La base è sempre il pane per il quale ho
considerato 270kcal/100g, visto che è il valore medio, anche se se ne trovano
da 250 fino a 280 kcal.
Per dare un’idea delle quantità ai meno pratici, vi ricordo
alcuni pesi standard: vaschette monodose marmellata o miele (20g), bustina
zucchero (da 3 a 5g), cucchiaio di olio (ca 10g). Per i prezzi di queste prime proposte ho considerare
un pane da 3 euro/kg, un buon olio evo da 10 euro/l, miele da 10 euro/kg, marmellata
da 5 euro/kg, zucchero di canna da 5 euro/kg (usando quello semolato da 1
euro/kg i 20g costerebbero appena 0,02). Per le alici il discorso è più
complicato in quanto pur sgocciolandole porteranno dell’olio con loro e i
prezzi sono per il prodotto non sgocciolato. Merende simili si possono fare
anche con il tonno e con la pasta d’acciughe che è facilmente spalmabile.
Passando a merende più sostanziose in termini di
peso, ne propongo alcune di 200g, ma non riporto i costi in quanto variano
molto in base alla stagione e al luogo di residenza.
pomodori
* 100g pane 100g
pomodori = 270 + 40 = 310 kcal (per 200g di merenda, quindi 155
kcal/100g)
E voglio concludere con un’esagerazione andalusa, un
classico del sud della Spagna, molto simile al pane caldo e sobrasada che di recente ho mangiato
varie volte a Menorca (Baleari):
(1) * la manteca
colorà (letteralmente "strutto rossiccio", e non “colorato”, il
rosso viene dai peperoni rossi dolci triturati) ha una certa analogia con la ‘nduja calabrese (meno grassa con le sue
512 kcal/100g) e la sobrasada
balearica (590 kcal/100g).
Quindi l’apporto calorico di una fetta di pane
leggermente tostato da 80g (ancora caldo è l’ideale) con 20g di manteca colorá o sobrasada spalmata sopra (foto a sinistra) è minore di quello di 100g di biscotti
comuni. Per pareggiare le 450kcal di questi ultimi potremmo fare fette “più spesse” (come la fetta di Banderas o
le Sottilette dei due onnipresenti anziani “spioni”) da 100g (270kcal) e
spalmarci ben 30g di sobrasada
(177kcal) o esagerare con 35g di nduja
(179kcal) per un totale di 447 o 449kcal. Può sembrare strano, ma secondo i miei calcoli
dovrebbe essere proprio così. E allora, a meno che non siate vegetariani,
parafrasando un’altro famoso spot pubblicitario:
cambiereste una merendina di 135g di pane e nduja con 100g di anonimi biscotti
di dubbia provenienza?
Quanto resisterà la nuova pavimentazione di via Campanella? Ben poco se non si prendono provvedimenti per impedire che continuino ad arrivare frotte di motorini, scooter e moto fin giù allo spiazzale alla fine della strada. Ed essendoci ancora la rampa al lato delle scale che scendono verso la torre, non mi meraviglierei se li vedessi ancora più giù.
Non avrei
voluto tornare su questi argomenti ampiamente trattati appena una dozzina di giorni fa, ma penso che sia importante seguirne gli sviluppi, specialmente in
prospettiva futura. Ieri una mia lettrice mi ha scritto:
"... oggi
andando a fare una "passeggiata" a punta Campanella ... autostrada per
motorini fino alla punta."
Nel tardo pomeriggio ho percorso anch'io via Campanella quale parte iniziale del circuito di Athena e, nonostante l'ora, c'erano ancora almeno una quindicina di motoveicoli oltre i due segnali di divieto di transito, uno dei quali su transenna a traverso della stradina, quindi impossibile non vederlo, certamente possibile ignorarlo.
Ma c'è di più ... in questi pochi giorni il continuo traffico ha già dissestato varie pietre al margine dei tratti lastricati. Bisogna rendersi conto che le moto di grossa cilindrata (anche queste scendono fino alla punta) più il centauro o i centauri possono facilmente superare i 3 quintali di peso complessivo e quindi non c'è da stupirsi che smuovano le pietre, per quanto grandi siano.
Urge prendere provvedimenti! altrimenti in breve appariranno di nuovo solchi e buche e il lavoro (tanto contestato da alcuni, ma a mio avviso necessario e in effetti per niente malvagio, se non per le strisce di cemento) andrà perso.
Cancelli, dissuasori, sbarre, catene, telecamere, controlli diretti da parte delle forze dell'ordine, volontari, guardiani o qualunque altra cosa decidano i tecnici può andare bene, ma certamente così non si può andare avanti considerata "la scarsa educazione civica di pochi, che tuttavia è sufficiente a causare tanti danni".
Nastri segnavia del Trail Jeranto-Campanella
Sabato Ruth ha pubblicato sul suo blog (in inglese) un
post dal titolo “Panorami, fiori, farfalle e ... nastri di plastica” nel quale,
dopo aver entusiasticamente commentato la prima parte della sua passeggiata di
venerdì 20 maggio, scrive:
“... e poi sono apparsi i primi nastri di plastica che
sventolavano annodati a rami e cespugli, scelti in modo strategico lungo il sentiero. Credetemi, la plastica bianco/rossa non è bella fra
tanta bellezza naturale. Evidentemente erano una sgradevole eredità della gara Jeranto-Campanella
Trail tenutasi quasi due settimane fa. In tutta franchezza non è la prima volta
che queste gare lasciano dietro di loro brutti ricordi a chiunque altro
percorra quei sentieri. Appena una settimana fa Giovanni Visetti ha scritto di
aver trovato (e rimosso) molti nastri lungo un diverso tratto del percorso
della stessa gara. Gli organizzatori non dovrebbero essere responsabili
e garanti della pulizia una volta terminata la gara? E’ così difficile trovare un paio di persone che vadano
lungo il percorso dopo l’ultimo partecipante rimuovendo i nastri? Quante volte abbiamo sentito dire che sarebbero
stati rimossi “dopo” o “domani” o “fra qualche giorno”, cosa che poi non
avviene e se si verifica è in modo parziale e molto raramente completo? Perché non farlo subito, o al più tardi l’indomani, stando
attenti a seguire con cura l’intero percorso dall’inizio alla fine? Per quanto ne so, i nastri di plastica non sono
biodegradabili e rimarranno lì per sempre a meno che il vento non li strappi
dai rami e li porti più lontano, il che naturalmente non risolve il problema ma
semplicemente lo sposta da un’altra parte. Qualcuno potrebbe dire “che fanno pochi
nastri di plastica?”. Non si tratta solo di proteggere l’ambiente (ogni piccola
cosa conta), ma anche una questione di educazione. Personalmente, passando nel giardino
di un estraneo io non lascerei rifiuti.”
Quindi le rassicurazioni verbali della settimana
scorsa sono rimaste parole al vento, similmente ai nastri che continuavano a
sventolare ben 12 giorni dopo la gara e chissà per quanto tempo sarebbero rimasti lì se escursionisti responsabili non li avessero rimossi.
Spero che per la prossima edizione della gara, o in occasione di
eventi simili, chi concede l’autorizzazione faccia in modo da garantire la
rimozione di tutta la segnaletica (di qualunque tipo essa sia) accollandosene direttamente l’onere a fronte di un congruo pagamento o facendo versare agli organizzatori un altrettanto congruo deposito di garanzia, da restituire solo dopo l’effettiva pulizia del percorso.
Come la maggior parte dei detti e proverbi la sua
veridicità resiste nei secoli assolutamente inscalfita. Tuttavia in questo post
non mi riferisco alla sua interpretazione più comune riferita agli imbroglioni
che tentano di circuire ingenui sprovveduti cercando di truffarli in modo da
ricavarne illeciti guadagni, ma ai tanti che pensano che semplicemente
comprando un'attrezzatura più o meno professionale e all’avanguardia possano
diventare esperti a un giorno all'altro. Quindi non a quelli che espongono una falsa laurea
ed in camice bianco derubano persone spesso disperate o quelli che si spacciano
per ciò che non sono, ma di coloro i quali sono convinti che per raggiungere
certi risultati basti avere abbigliamento e strumenti specifici, spesso costosi
e il più delle volte inutili agli inesperti.
Sembra che oggigiorno sempre più sono quelli che vogliono
fare qualcosa di nuovo (spesso al di sopra dei loro limiti capacità) e pensano
che questo gap possa essere facilmente superato con la tecnologia mentre questa
in alcuni casi lo rende solo più evidente.
Tutti i giorni in strada si vedono persone su bici
da 3.000 euro che non hanno idea di come manovrare il cambio e continuano a
mulinare quasi a vuoto senza riuscire a superare i 10km/h; podisti con scarpe
da 200 euro con suola il gel all'avanguardia, abbigliamento super tecnologico
per risparmiare pochi grammi, cardiofrequenzimetro con calcolo delle kcal bruciate,
l’ormai immancabile gps e altro ancora che si trascinano lungo strade
trafficate respirando i peggiori fumi dei gas di scarico, per di più indossando
plasticoni (giubbini che non
consentono l'evaporazione del sudore o addirittura sacchetti per la spazzatura)
convinti che quello sia il metodo giusto per dimagrire senza rendersi conto che
invece rischiano il colpo di calore o perfino il collasso; pur non essendo
frequentatore delle piste da sci, sono certo che anche lì ci siano frotte di
sciatori con abbigliamento e attrezzature da migliaia di euro che non sono in
grado di andare al di là di un elementare spazzaneve e creano situazioni di
pericolo per sé e per gli altri.
Venendo all'escursionismo - fino ad un paio di anni
fa mio settore lavorativo - questa sovrabbondanza e invasione di
"esperti" è una delle cause principali del mio abbandono della
professione. Venti anni fa i gruppi erano mediamente costituiti da
sessantenni-settantenni con scarponi in cuoio, ben rodati e collaudati, con
abbigliamento essenziale ma comodo e adatto allo scopo, lasciando molto poco
spazio alla moda. Questi escursionisti sapevano dove mettere i piedi, erano
consci delle proprie capacità e dei propri limiti, si interessavano all’ambiente
(nuovo per molti di loro), ascoltavano e facevano domande pertinenti.
Con il
passare degli anni l’età media è diminuita di molto, in modo inversamente proporzionale
alla qualità degli escursionisti. Gli scarponi sono quasi del tutto scomparsi ma
non sono stati sostituiti da scarponcini adatti bensì da scarpe da jogging o
addirittura sandali. Gli “incidenti” (per fortuna quasi sempre semplici cadute
e scivolate o tutt’al più una “storta”) sono diventati frequenti. Molti
arrivavano con le loro calzature “vergini” e al vederle il primo giorno già
prevedevo che vari prima del terzo giorno avrebbero avuto le vesciche. Le
domande più frequenti diventarono simili a quelle dei bambini piccioni “Quanto
manca?”, “Ci sono altre salite?” e via discorrendo.
Raramente, al contrario del
passato, qualcuno leggeva con attenzione la descrizione dell’itinerario o
sapeva valutare i chilometri percorsi o i dislivelli. Pochissimi guardavano la cartina ma tanti consultavano in continuazione il sempre più frequente gps, ... ma senza traccia caricata e senza mappa, a che serviva? A contare i metri percorsi e il dislivello superato?
In parole povere quello
che poteva essere un lavoro molto piacevole diventava sempre più spesso uno
strazio. Bastavano pochi escursionisti del tipo appena descritto, a volte anche
solo uno se particolarmente tignoso, per rovinare l’intero gruppo in quanto c’erano
quelli che mi dicevano “Aspetta, dici a ... di andare più piano” e questi “Dici
a ... di muoversi”. Come regola generale quanto più erano "vestiti a festa" tanto più incapaci si rivelavano.
Come mai solo pochi si informano in merito alle
varie attività motorie che vanno ad affrontare, seguono corsi, si consigliano o
iniziano l’attività con persone esperte? Un'attrezzatura adatta, per quanto
cara, è sufficiente per diventare esperti o campioni da un giorno all'altro?