martedì 16 agosto 2016

La Llorona, il più famoso fantasma messicano

A dire il vero il suo mito non si limita al solo Messico in quanto nei secoli si è propagato non solo in tutta l’America latina fino in Cile e Argentina, ma resiste ancora anche negli stati meridionali USA, fino alla metà del XIX secolo territori messicani.
Similmente alla maggior parte dei miti, l'origine de la Llorona (= piagnona) è sconosciuta e si perde nella notte dei tempi, ma i più sono comunque d’accordo a datarla in epoca precolombiana. Evidenza di ciò si trova nel fondamentale testo Historia general de las cosas de Nueva España (1540-1585, conosciuto anche come Codice Fiorentino) scritta da Fray Bernardino de Sahagún missionario francescano che si distinse per essere stato soprattutto a contato con gli indigeni, aver appreso il loro idioma e studiato la loro cultura.

Per comprendere l’importanza della sua opera basti pensare che per averla scritta è stato definito il primo antropologo moderno e che per la sue obiettive, precise e dettagliate descrizioni (nelle quali criticava non poco i modi della conquista spagnola) ne fu proibita la lettura e fu pubblicata solo nel 1829. Fra le pur numerose relazioni e cronache del '500, questa fu l’unica ad essere scritta in náhuatl e in spagnolo. Di conseguenza si può essere certi che la fonte sia più che autorevole e affidabile. Del resto anche tante leggende simili (probabilmente la stessa adattata a tempi e luoghi) sono connesse con la cultura indigena, più che con quella dei conquistadores spagnoli.
La versione più famosa, tuttavia, è legata alla capitale messicana, è strettamente connessa con la presenza degli spagnoli ed è anche precisamente ubicata. Nella zona del lago de Texcoco (oggi non esiste più, ma si trovava a meno di 2km a sud dello Zocalo, centro di Ciudad de Mexico) viveva una indigena (in alcune versioni meticcia, comunque non bianca) che aveva una relazione con uno spagnolo, dal quale ebbe tre figli che crebbe amorevolmente. Dopo un certo tempo cominciò a fare pressioni sull’uomo chiedendogli di sposarla e riconoscere i figli anche perché all’epoca poter dimostrare di avere anche solo una piccola percentuale di sangue europeo era fondamentale (vedi post sulle caste).
Lei insisteva e lui rimandava fin quando fu chiaro che non l’avrebbe mai sposata. A questo punto le divergenze fra le varie versioni diventano più rilevanti di quella alla quale ho già accennato in merito al fatto che non fosse spagnola e al numero di figli che varia da uno a tre. In alcune si sostiene che vide per caso l’uomo in carrozza con un dama spagnola, in altre che addirittura egli si sposò, in ogni modo il risultato fu che in un momento di follia derivante dall’affronto subito, dalla delusione di aver perso il suo uomo, dall’essere stata disprezzata, gettò i figli nel lago (o in un fiume, rare versioni dicono che li pugnalò) o li affogò deliberatamente e subito dopo si suicidò gettandovisi anche lei.
   
Ma anche il suo gesto ha dato luogo a diverse interpretazioni,spesso capziose, con significati molto diversi . Volle essere una rivincita nei confronti dell’amante (cha amava i figli, ma non la degnava di uno sguardo), una punizione autoinflitta per la vergogna essersi lasciata corrompere da un invasore, o una vendetta contro i figli “bastardi” nei quali a quel punto riconosceva l’uomo che l’aveva sedotta e abbandonata? Di qui a far diventare la legenda un fatto razziale il passo è breve e quindi in tanti hanno tirato addirittura in ballo la famosa Malinche (divenuta Doña Marina dopo essere stata battezzata), la donna che durante buona parte della Conquista fu interprete, consigliera e amante di Hernán Cortés. Per il curioso metodo di traduzione la Malinche (che parlava nahuatl, sua lingua natia, e maya essendo stata schiava in Yucatàn) era affiancata da un naufrago spagnolo che aveva appreso il maya. Quindi ciò che diceva Cortés veniva tradotto in maya e Doña Marina lo traduceva in nahuatl ... e viceversa. Questo lavoro fu fondamentale sia per dettare le condizioni di resa, sia per stringere alleanze con i nemici degli aztechi e quindi per la conquista dell'attuale MessicoL’aggettivo malinchista è tutt’oggi usato in termini dispregiativi riferendosi agli esterofili, a coloro che apprezzano gli stranieri e le altre culture disdegnando la propria.

   
Qualunque siano state le motivazioni dei suoi tragici gesti, da quel momento la Llorona cominciò a vagare nella notte, piangendo disperatamente e gridando “dove sono i miei figli?”. Si dice che ancora oggi in alcune areesi sentano i suoi lamenti e il suo pianto a dirotto, e chi sostiene di averla vista la descrive come una donna completamente vestita di bianco, con un velo che le copre i lineamenti, ma anche in questo esistono numerose versioni contrastanti. Si sa che le superstizioni in determinate culture possono avere gravi conseguenze e addirittura per un certo periodo, essendosi sparsa la voce della sua presenza, fu istituito un coprifuoco ufficiale fra le 23 e le 5 del mattino successivo.
In conclusione i punti fermi sono: i figli illegittimi, l’abbandono, l’uccisione dei figli, il suicidio, questi ultimi due eventi legati all’acqua.
La Llorona viene spesso anche associata a varie dee azteche come la Chocacíhuatl, ai cihuateteos e più recentemente a las Catrinas (foto sopra), emblemi della popolare festa messicana del Día de Muertos. Il nome fu creato dal muralista Diego Rivera (marito di Frida Kahlo) che ne inserì una a grandezza naturale addirittura nella sua famosissima opera Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central, ponendola proprio al centro, con l’artista stesso (bambino) al suo lato e Frida dietro di loro. (foto in basso a sx)
   
Sulla base della leggenda della Llorona sono stati prodotti almeno una decina di film (il primo nel 1933, poster sopra a dx), telefilm e varie canzoni, fra le quali quella resa famosa dalla mitica Chavela Vargas, inserita anche nel film Frida (di Julie Taymor, 2002, 2 Oscar + 4 Nomination).
Su questi vari argomenti, in un modo o nell’altro tutti connessi fra loro, potrei continuare a discettare all’infinito, ma penso sia meglio che per il momento mi fermi qui.