lunedì 21 marzo 2016

Chi sono i “critici”? Chi li insignisce di tale titolo?

Possono sembrare interrogativi stupidi e forse lo sono, ma a chi non è capitato di trovarsi in assoluto disaccordo con i giudizi di famosi ed acclamati critici d’arte, di teatro, lirica, cinema o similmente in campi più banali come quelli sportivi?
Il giudizio critico è un bene di ognuno di noi e si ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma perché prendere per oro colato le parole e i giudizi dei critici, molto spesso passivamente?
Uno dei campi nei quali ciò maggiormente influisce in quanto direttamente collegato al valore delle opere è quello dell’arte, in particolare quella moderna. Sono ben note le ripercussioni sui valori commerciali di opere che vengono spacciate per capolavori di autori che “a breve avranno grande fama” e le cui “stime si moltiplicheranno in pochi anni”. Ciò avviene in modi e con mezzi molto diversi fra critici e gallerie d'arte fino alle incredibili offerte televisive (basti fare un po’ di zapping fra i canali TV locali e sembra di vedere imbonitori medioevali o da far-west).

Cercando un’immagine per questo post ho trovato questa, che trovo splendida, nel post Come diventare un brillante critico cinematografico (da leggere) scritto da Alberto Cassani nel 2007 e che mi è sembrata un'ottima introduzione al settore che più mi interessa: il Cinema.
Vorrei cominciare facendo una distinzione fra quelli che si proclamano o vengono individuati come “critici” (che spesso emettono sentenze apparentemente inappellabili) e la pletora di blogger, cinefili e appassionati (fra i quali ci sono anch’io) che in rete esprimono le loro opinioni, pronti ad un dibattito o quanto meno ad accettare commenti in disaccordo.
Fra i due gruppi ci sono secondo me i peggiori, quelli che si atteggiano a critici riprendendo giudizi di altri più accreditati di loro e scrivendo recensioni (spesso in modo peggiore se non fanno copia e incolla) cambiando qualche aggettivo, un paio di virgole e aggiungendo qualche banalità o esponendo pedissequamente la trama. Quante volte si trovano gli stessi concetti ripetuti in modo quasi identico in diverse recensioni! Inoltre, penso che queste, in linea di massima, debbano essere relativamente brevi - a meno di voler fare un vero e proprio studio analitico dell’opera, nel qual caso si possono anche scrivere decine di pagine - ed in ogni caso non ci si dovrebbe dilungare sulla trama, spesso al solo scopo di riempire la pagina.
Questo “sfogo” nasce dopo aver visto “Viaggio in Italia” di Rossellini che, come ho già scritto nella raccolta Un film al giorno, mi ha molto deluso. Confesso di avere il difetto, che però spesso mi porta a piacevoli sorprese, di scegliere un film per un nome (regista, attore o sceneggiatore) o per un particolare tema ed in questo caso avevo un doppio motivo: la regia di Rossellini e l’ambientazione nella Napoli dei primi anni ’50 (dove e quando sono nato). Dopo la proiezione, molto perplesso per gli alti rating del film (p.e. 7,4 su IMDb e 95% su RottenTomatoes), sono andato a leggere di più nei commenti e recensioni dei suddetti siti, nonché fra i tanti articoli e post pubblicanti in rete negli ultimi anni dopo il restauro effettuato dalla Cineteca di Bologna (ottimo come sempre).
Il commento (in inglese) che più mi ha colpito, e che condivido pienamente, è traducibile così:
Il bello di aver visto 10.000 film è che si notano subito le pretestuosità scritte dai critici che tentano di elevare un film scadente a capolavoro. Questo è un eccellente esempio (Viaggio in Italia).
Ovviamente si ritorna al punto di partenza: chi sono i critici?
Fra gli stranieri ho letto una quantità di banalità rispetto a Napoli e ai napoletani, errori madornali in merito ai luoghi (“il fango ribollente del Vesuvio”, ma ciò che si vede è la Solfatara di Pozzuoli, altro sistema vulcanico dal lato opposto rispetto a Napoli) per non parlare dei commenti basati sugli stereotipi e luoghi comuni come le incessanti grida di mercato, le canzoni, le tante donne incinte, il carro funebre monumentale tirato da 6 cavalli neri, e altro. Nel film c’è anche un altro evento raccontato in modo estremamente superficiale ed errato, inaccettabile in un film serio: la produzione “istantanea” di un calco di gesso a Pompei che viene poi estratto spolverando con un semplice pennello la cenere (che doveva essere invece necessariamente molto compatta).
Nel vuoto viene quindi versata una miscela di gesso ed acqua fino a riempirlo totalmente. Lasciato asciugare il gesso, si può procedere nello scavo e si mette in luce ciò che aveva determinato il vuoto: la cenere indurita ha conservato infatti, come uno stampo, il volume, la forma e la posizione dell'oggetto o del corpo che era stato sepolto.(www.pompeiisites.org)
E ci sarebbe ancora tanto da ridire sulle scene in auto e su quella finale della processione nella quale protagonisti, auto e fedeli cambiano più volte la loro posizione relativa. 
Andando a scavare fra i post italiani ho scoperto che vari ricercatori sottolineano che il film fu mal accolto alla sua uscita: 
Viaggio in Italia è soltanto quello che promette il titolo: una passeggiata turistica per Napoli e dintorni. Con la compagnia - inutile - di due personaggi che si torturano.(Fernaldo di Giammatteo su Rassegna del film)
Quando nel 1953 il film di Roberto Rossellini Viaggio in Italia fece la sua apparizione, i giudizi furono quasi tutti negativi. Gli unici ad avere compreso che dietro quella pellicola il cinema stava compiendo un passo enorme verso le sue potenzialità massime, furono i ragazzi terribili che lavoravano alla redazione dei Cahiers du cinéma. Giovani critici che ancora non avevano realizzato film ma dopo qualche anno avrebbero dato vita ad una nuova rinascita dell’arte cinematografica. I suoi nomi sarebbero poi diventati familiari per ogni appassionato di cinema: François Truffaut, Jean Luc Godard, Jacques Rivette. Quest’ultimo ebbe a scrivere “Con l’apparizione di Viaggio in Italia tutti i film sono improvvisamente invecchiati di dieci anni”. (Sergio su A luci spente)
"Il film ricevette stroncature tali da farlo obliare dalla critica, fino alla Nouvelle Vague che lo riscopre e lo eleva al rango di sua principale opera ispiratrice." (Diana Marrone su CultFrame)
"L’aspetto davvero innovativo del film riguarda l’uso del suono. I colori di una Napoli, da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, vengono evocati, sul piano sonoro, attraverso i rumori della vita reale per le strade e grazie ai canti popolari napoletani che ricorrono a commentare più di una scena. Responsabile della colonna sonora del film è Renzo Rossellini." (Giulia Caroletti su cinematographe.it)
In conlusione, avevano ragione i critici di 60 anni fa o quelli che oggi si allineano e plaudono ai giudizi di Rivette, Godard e Truffaut che (dispiace dire) sono rimasti famosi solo fra i cinefili?

Inutile dire che propendo per la prima soluzione, riconoscendo al film esclusivamente i meriti per la parte teatrale interpretata dalla Bergman e da Sanders e nulla più. Tolta la parte turistica, il film si ridurrebbe ad un mediometraggio di meno di un'ora, ma certamente ne guadagnerebbe.