mercoledì 30 marzo 2016

4 giorni a Washington ... fra belve, spari e musei

Fortunato con il tempo, mi sono potuto muovere senza intoppi e piacevolmente fra un museo e l’altro, passeggiando nel grande rettangolo a verde lungo oltre 3 chilometri area fra il Capitol e il Lincoln Memorial e l’ultimo giorno da Washington sono tornato in Virginia passando il Potomac e percorrendo una quindicina di chilometri fra prati e piste ciclabili lungo il fiume, con tanti ciliegi in fiore.
   
Per gli amanti dei musei Washington è una vera pacchia ... ce ne sono tanti e almeno quelli del gruppo Smithsonian Institution (19 musei e 9 centri di ricerca) sono tutti completamente gratuiti e aperti tutti i giorni, tranne che a Natale. 
Quindi, come qualcuno già saprà avendo letto il post di domenica e visto le successive foto, ho iniziato con la sede distaccata dell’Air & Space Museum (vicina all’aeroporto) e ho proseguitocon il Museo di Storia Naturale, l’Orto Botanico, lo Zoo (anche questo Smithsonian), la sede cittadina dell’Air & Space Museum e l Museo degli American Indians (i cosiddetti indiani, o pellerossa).
Lo zoo era vasto ma gli spazi per gli animali erano grandi e di conseguenza non presentava un’enorme varietà di specie, ma una selezione di grande qualità che include i panda giganti (con il recente arrivo Bei Bei, con la madre nel video), rettili molto interessanti (per fortuna area meno affollata in quanto tanti si rifiutano perfino di guardarli), flamingo rossi, e via discorrendo. 

Musei tutti molto interessanti, ampi e ben organizzati e in particolare quello dedicato ai nativi mi ha molto coinvolto con le chiare spiegazioni (documenti, mappe, foto e video) relative alle tante popolazioni assolutamente  diverse che per gli europei sono una sola e che per tanti anni sono stati bollati come selvaggi. Ma le cose stanno cambiano, gli “indiani” moderni hanno rispolverato i vecchi trattati e sono riusciti a far riconoscere la loro validità e i loro successi presso la Corte Suprema sono sempre più frequenti.  

A chi ha dimestichezza con l’inglese e fosse interessato all’argomento suggerisco di guardare qualche video nei quali appare Suzan Shown Harjo  (cheyenne e muscogee) poetessa, scrittrice, attivista per i diritti dei nativi ai quali ha già fatto recuperare 4.000 kmq di terre usurpate, co-fondatrice del Museo presidente del Morning Star Institute (per i diritti dei nativi americani) e altro ancora. Dal 1960 si batte per contrastare l’uso denigratorio e spesso associato alla violenza di nomi indiani, specialmente nello sport. Nel 2013 due terzi delle squadre avevano già cambiato nome e rinunciato alle loro mascotte e nel 2014 anche i famosi (e ricchi) Washington Redskins hanno dovuto cedere all’ingiunzione legale.
nota esplicativa del disegno su pelle rappresentante la battaglia di Little Bighorn (foto in alto)
Nel Museo questo concetto di usurpazione mascherato con la legalità di trattati e annessioni è allargato anche alle Hawaii, anche se la popolazione locale è di tutt’altra origine (polinesiana) e il metodo è stato diverso essendo più vicino al colpo di stato che all’invasione, ma in compenso quasi per niente cruento.
Gli spari si riferiscono all’uomo che ha fatto convergere al Capitol decine e decine di auto di polizia, security, secret service (la casa bella è che hanno questa scritta sulla divisa ... dov’é il secret?), federali, camion e ambulanze dei pompieri e infine un numero spropositato di van che arrivavano fin dove era consentito e poi scaricavano cavalletti, telecamere, microfoni e una/un giornalista. Ad ogni angolo di strada c’era una troupe che cercava di accaparrarsi per un’intervista uno dei turisti che era all’interno dell’edificio al momento degli spari ... una scena da film al 100%.
   
Fra le mie raccolte in Google+ già ci sono molte foto e altre saranno caricate (appena avrò un po’ di tempo ...)

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