sabato 11 luglio 2015

Quin Tajimoltic, Carnaval en Chamula

Dopo l’Entierro de la sardina trattato nel post precedente, eccone un altro connesso in qualche modo con il Carnevale, ma di origini ben più antiche e di maggior interesse antropologico. Mi riferisco a quello che oggi viene chiamato Carnaval, ma che ben poco ha a che vedere con il Martedì grasso e il Mercoledì delle ceneri. Ha un cerimoniale molto complesso con festeggiamenti che iniziano il sabato precedente il tradizionale Carnevale e terminano il mercoledì, ma la preparazione impegna la popolazione praticamente tutto l’anno. Durante i 5 giorni di festa non si doveva svolgere alcuna attività lavorativa che non fosse in relazione con le celebrazioni in quanto erano i giorni cosiddetti “vuoti”, quelli che mancavano al calendario Maya (di 360 giorni) per pareggiare l’anno solare. Gli Spagnoli, nel corso della Conquista e conseguente cristianizzazione (quasi sempre forzata) degli Indios, si opponevano a simili riti pagani ma, quando non riuscivano a sradicare delle tradizioni più o meno religiose, le trasformavano a loro uso e consumo e le associavano a eventi, simboli e date caratteristiche della propria religione. In questo modo la festa maya Quin Tajimoltic, seppur trasformata in un carnevale, si è mantenuta quasi intatta per quasi cinque secoli. Purtroppo, a giudicare dalle foto e video trovati in rete, è ormai giunta alla fine della sua originalità e spontaneità. 
Molte informazioni in merito allo svolgimento delle celebrazioni le trovate nell’articolo che scrissi per Il Mattino di Napoli (1 settembre 1984) e che allego (cliccare sulle immagini per scaricarlo e leggerlo). Mi è capitato fra le mani scavando fra i miei vecchi articoli per recuperare quanto riguardante il mio raid canoistico Dunkerque-Arles-Bordeaux (Francia 1986, dalla Manica al Mediterraneo e di lì all'Atlantico) del quale a breve pubblicherò centinaia di foto e numerosi commenti. 
       
L’articolo lo scrissi con cognizione di causa ed esperienza diretta in quanto nel febbraio 1983 ero in Messico e da San Cristobal de las Casas (Chiapas) ogni giorno salivo a San Juan Chamula (una decina di km più a nord, a 2.260m s.l.m.) per il Carnaval. Ero arrivato a San Cristobal a gennaio ed avevo effettuato delle ricerche in merito alla festa (della quale già avevo letto qualcosa) nella biblioteca Na Bolom, presso la residenza dell’antropologa svizzera Gertrude "Trudi" Duby Blom (1901-1993, anche giornalista, ambientalista, documentarista e fotografa). Vedova dell’archeologo danese Frans Blom (1893-1963), all’epoca continuava a recarsi nella selva un paio di volte l’anno sia per continuare le sue ricerche (in particolare per l’etnia dei Lacandones) sia per portare alle poche centinaia di sopravvissuti medicinali e generi di prima necessità. Non ebbi il piacere di incontrala in quanto (pur avendo già oltre 80 anni) era impegnata in una delle suddette spedizioni che duravano abbastanza poiché per lunghi tratti doveva procedere a piedi o a cavallo.
Dopo aver acquisito una gran quantità di notizie molto dettagliate nella ricchissima biblioteca, comprai anche un libretto che trattava esclusivamente al Carnaval Chamula. Variando per l’ennesima volta il mio itinerario (sempre più che flessibile), me ne andai in Guatemala e poi un paio di giorni in Honduras a visitare altri siti archeologici dopo i vari già visti in Messico e nei lunghi trasferimenti in bus, spesso su strade sterrate, mi lessi tutto il libro. Ritornato a San Cristobal a metà febbraio ero più che istruito e quindi pronto a seguire e comprendere ogni avvenimento del Carnaval Chamula.
Molti di questi gruppi etnici vivevano allora abbastanza isolati e nei pueblos non sempre si trovava chi parlasse spagnolo (anche se in America latina preferiscono riferirsi alla lingua madre come castellano). La maggior parte dei Tzotzil, reputati discendenti diretti dei Maya classici, dei quali fanno parte i gruppi Chamula, Zinacantan, Larráinzar e parecchi altri, parlano quasi esclusivamente la loro lingua, hanno le proprie leggi, la propria polizia, la propria scuola ... insomma piccole comunità quasi del tutto autonome (almeno era così 30 anni fa).
Anche stavolta ho messo troppa carne a cuocere e fornito spunti per indagini e ricerche illimitate, ma ciò è ovvia conseguenza del fatto che, nonostante i vari decenni trascorsi, la maggior parte di quello che vidi e appresi in quei mesi è tuttora ben chiaro nella mia mente e non posso evitare di passare un argomento all’altro in quanto spesso strettamente correlati.
Concludo con una considerazione in merito al rispetto che si dovrebbe avere per le culture diverse dalle proprie, sostenendo che nei casi di incompatibilità spetta al “visitatore” di adattarsi senza pretendere che sia l’ospite ad adeguarsi alle sue tradizioni, idioma, religione, abitudini o superstizioni. 
Su tutte le (poche) guide dell’epoca che parlavano del Carnaval de San Juan Chamula veniva ben evidenziato il fatto che gli abitanti, in particolare nel corso della festa, non volevano essere assolutamente fotografati e si avvisava che nei confronti di chi trasgrediva potevano diventare violenti. Qualcuno citava un episodio avvenuto negli anni ’70 nel corso del quale due francesi furono praticamente linciati. Indipendentemente dalla veridicità del fatto (leggenda metropolitana?) questo delle fotografie non autorizzate è un vecchissimo problema e, specialmente avendo a che fare con culture tanto diverse dalle nostre, è sempre bene (corretto, rispettoso e opportuno) chiedere prima di scattare e rispettare i divieti.
Tuttavia, a dimostrazione del fatto che queste popolazioni vogliono solo essere rispettate e non sono assolutamente violente o razziste per partito preso, ecco la mia testimonianza diretta. A quel Carnaval assistevano pochissimi stranieri e anche i messicani non indios erano scarsi. La distinzione era evidente non solo per la carnagione e i tratti somatici, ma anche per i coloratissimi costumi dei locali (ogni pueblo di quell’area ha un suo abbigliamento particolare, anche nella vita quotidiana). Essendo oltretutto ben più alto della media, era per me impossibile non essere notato eppure, rimanendo sempre in seconda linea, ma sempre presente, seguendo con attenzione tutti le processioni, danze e musiche in giro fra i tre barrios del paese, prendendo appunti e scambiando poche parole con qualcuno (che spesso parlava un castellano ancora più essenziale del mio) mi guadagnai la simpatia?, stima? rispetto? dei Chamula.
Infatti il martedì, giorno nel quale tutta la popolazione va alle sorgenti per consumare la carne de toro, fui l’unico non Chamula al quale furono offerti i tradizionali tre pezzi di carne bollita, servita nel proprio brodo in una zucchetta svuotata a mo’ di bicchiere, accompagnati da chicha e aguardiente. Tutti quelli che non ricoprivano un ruolo ufficiale erano disposti in un grande cerchio attorno al prato dove si svolgeva la cerimonia. Ricordo ancora lo sguardo di chi mi porse il cibo che veniva portato persona per persona e nessuno allungava la mano prima (altro che i ben noti assalti al buffet). Dopo aver ignorato i messicani e gli altri pochi stranieri presenti, si fermò ad osservarmi pur non essendo in prima fila, mi fissò per qualche istante e poi mi porse la carne e la chicha
Così si comportano (almeno all'epoca) i civilissimi Chamula, che vogliono semplicemente continuare a mantenere vive le proprie tradizioni, senza interferenze. Purtroppo oggigiorno i turisti (spesso molto poco sensibili) crescono a dismisura, i viaggiatori (quelli veri) diventano sempre più rari e con la globalizzazione che fa il resto tanto, tantissimo, si sta perdendo per sempre.